domenica, 13 Giugno 2021
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La scoperta dell’«Hibiscus distans», ultimo superstite di un’antica flora pluviale del Pacifico

La scoperta dell’Hibiscus distans ultimo superstite di un’antica flora pluviale del Pacifico. Ancora oggi nell’era dell’informatica le Isole Hawaii restano nell’immaginario occidentale come un intatto Paradiso della natura di Francesco Lamendola  

Ancora oggi, nell’era dei missili e dell’informatica, le Isole Hawaii restano, nell’immaginario occidentale, come un intatto Paradiso della natura tropicale, ove la civiltà non è giunta se non superficialmente – col turismo – e non ha potuto modificare, in sostanza, l’equilibrio ecologico e l’assetto ambientale.

Ma non è così.

Sebbene all’occhio non esercitato ciò possa sfuggire, la flora originaria dell’arcipelago ha subito un processo inarrestabile di declino dopo l’arrivo della “civiltà” degli uomini bianchi, analogamente a quanto è accaduto in moltissimi altri ambienti insulari oceanici. Molte specie indigene si sono terribilmente rarefatte o sono addirittura scomparse, davanti a una massiccia invasione di piante infestanti e di piante coltivate giunte da fuori; gli animali importati dagli Europei hanno fatto la loro parte e così pure le malattie, davanti alle quali la vegetazione locale era totalmente impreparata. La costruzione di strade, città e la sistematica distruzione delle foreste hanno completato l’opera, sicché oggi la situazione, per molte specie locali, è divenuta drammatica.

Tra le molte specie arboree estinte dopo l’arrivo degli Europei, va specialmente ricordato il caso del sandalo dal legno odoroso, il cui taglio inconsulto a fini commerciali ha portato alla sua rapidissima scomparsa dall’intero arcipelago; così come da altri ambienti insulari del Pacifico, ad esempio l’isola di Mas a Tierra nell’arcipelago di Juan Fernandez, a 600 km. dalle coste del Cile centrale (cfr. Francesco Lamendola: Un santuario della natura unico al mondo: le isole Juan Fernandez, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).

Scrivono Harold Koopowitz e Hilary Kaye in Piante in estinzione. Una crisi mondiale (titolo originale: Plant Extinction: a Global Crisis; traduzione italiana di Francesco Corbetta, Bologna, Edagricole, 1985, p. 114:

I botanici americani rimasero assai colpiti quando fu reso noto il numero delle specie endemiche hawaiane che erano in pericolo. Almeno 273 specie o sottospecie si sono già estinte ed altre 800 circa sono in pericolo. Le cause di ciò risiedono nella costante urbanizzazione delle isole e, inoltre, nell’agricoltura intensiva, soprattutto la coltivazione dell’Ananas., della Canna da zucchero e del bestiame al pascolo su parecchie isole. Un’altra ragione di disturbo è data dal fatto che specie apparentemente insignificanti, quali Lantana furono introdotte anni fa e sono ora diventate infestanti in parecchie zone delle Isole. Le nuove specie possedevano un notevole margine attivo di competitività nei confronti delle piante del posto ed hanno spinto le specie locali verso l’estinzione. Attualmente si stanno intraprendendo delle iniziative per salvare le restanti piante della flora indigena. Il Giardino Botanico del Pacifico tropicale è stato incaricato dello studio della vegetazione e delle misure per la sua protezione. Questo Orto, posto nell’isola di Kauai, si è già dimostrato in grado di riprodurre e diffondere un certo numero di specie in pericolo. Speciali riserve sono poi state allestite nelle zone maggiormente critiche. Le Hawaii si gloriano poi di alcuni casi in cui alcune specie vengono reintrodotte con successo allo stato selvaggio. La specie Hibiscadelphus giffardianus era ormai ridotta ad un solo albero che, tra l’altro, morì nel 1930. Materiale proveniente da colture fu reintrodotto nell’habitat originario, nel Parco Nazionale di Volcanoes. Dal 1968 possiamo disporre ormai di dieci alberi adulti e di un certo numero di giovani piante. In origine appartenevano a questo genere cinque specie ma due di esse, H. bombycinus H. wilderianussi sono estinte.

In realtà, proprio il caso dell’Hibiscadelphus presenta alcune particolarità notevoli, ed è per tale ragione che ci accingiamo a trattarne in maniera specifica.

Tratteremo, in particolare, il caso dell’Hibiscadelphus distans che, oggi, costituisce la specie più diffusa allo stato selvaggio, anche se, probabilmente, non supera le 200 unità; e già questo dato può rendere l’idea di quanto vicina all’estinzione sia giunta, e si trovi tuttora, questa specie della flora originaria delle Isole Hawaii.

L’Hibiscadelphus distans è un albero estremamente raro della famiglia delle Malvacee, che cresce solo nell’isola di Kauai, all’estremità nord-occidentale dell’arcipelago; in lingua polinesiana si chiama hau kuahiwi. Ha portamento arbustivo, dato che non supera i 5, 5 o, al massimo, 6 metri d’altezza; la sua corteccia è liscia e la chioma tondeggiante. Le foglie, cuoriformi, sono coperte da una lanugine di peli a forma di stella; il fiore, di colore giallo (rosso nella specie giffardianus), è lungo 3,5 cm. e avvolto, alla base, da alcune foglioline; i frutti sono capsule ruvide, contenenti fino a 15 semi.

È un albero di collina e di bassa montagna, poiché cresce sulle pendici all’interno dell’isola, ad una altezza compresa fra 330 e 600 metri sul livello del mare; e il suo habitat è la densa foresta pluviale nativa, su un substrato di rocce basaltiche, con un’altissima percentuale di umidità e una temperatura fra 18 e 25 o 26 gradi centigradi.

Sono attualmente conosciute due popolazioni di Hibiscadelphus distans, per un totale di 80-200 individui appena; e, nonostante la sua rarità, questa specie costituisce oggi la più numerosa popolazione selvatica del genere Hibiscadelphus.

L’albero venne scoperto nel 1972 nella Riserva Forestale di Pali Kona e classificata dai due botanici statunitensi  Bishop e Herbst nel 1973; ma la popolazione individuata da questi ultimi è stata poi distrutta da una frana naturale del terreno soltanto sedici anni dopo, nel 1989. Oltre alle due popolazioni naturali conosciute al momento, l’Hibiscadelphus distans è coltivato in tre giardini botanici, tutti nell’arcipelago delle Hawaii: il “National Tropical Botanical Garden” di Kauai e il “Waimea Valley Audubon Center”, sempre nella medesima isola; e il “Lyon Arboretum” nell’isola di Oahu.(ove sorge la capitale dello Stato, Honolulu).

Complessivamente, i botanici conoscono oggi sette differenti specie di Hibiscadelphus. Come abbiamo visto, poco più di venti anni fa Koopowitz e Kaye riferivano dell’esistenza di cinque specie, due delle quali – H. bombycinus H. Wilderianus – estinte. Oggi siamo a conoscenza di sette specie, cinque delle quali estinte o, quanto meno, estinte allo stato selvatico. Di queste sette, ben quattro sono note attraverso un solo albero ciascuna (un vero record negativo!) e cioè, oltre alle due qui sopra menzionate, H. crucibractatus H. giffardianus. Le altre tre sono, appunto, l’H. distans, presente con un paio di centinaia di esemplari selvatici al massimo; l’H. ualalaiensis (il cui ultimo esemplare selvatico è morto nel 1992, ma del quale sopravvivono alcuni individui coltivati) e infine H. woodii (scoperto nel 1991 e del quale sono attualmente noti appena 4 individui).

Bisogna infine segnalare il fatto che esiste una ottava specie, l’H. puakauahiwi, la quale, però, non è una vera specie a sé stante, quanto piuttosto un ibrido risultante dall’incrocio fra H. giffardianus ed H. ualalaiensis.

I botanici, ovviamente, si sono chiesti quali siano state le cause che hanno spinto questo albero fino all’orlo dell’estinzione, nonostante il genere fosse suddiviso in ben sette specie diverse in un territorio relativamente ristretto.

È stata fatta l’ipotesi che l’impollinazione di quest’albero sia insufficiente ad assicurarne una sufficiente diffusione; ma l’abbondanza di frutti che esso produce depone nettamente a sfavore di una tale eventualità.

Piuttosto, bisogna pensare all’impatto provocato sull’ecologia delle Hawaii dalle piante e dagli animali importati dall’uomo: dapprima i Polinesiani che, provenienti probabilmente dalle Samoa, popolarono l’arcipelago verso il 500 dopo Cristo;  indi – e soprattutto – gli Europei, i quali giunsero  nel 1778 con i vascelli di James Cook (forse dopo alcune ricognizioni degli Spagnoli), che battezzò il gruppo con il nome di lord Sandwich, prima di perdervi la vita, in uno scontro con gli indigeni, l’anno successivo.

Gli Inglesi – e, dopo di loro, gli Americani – introdussero il cane e vari animali d’allevamento, in particolare bovini, ma anche capre le quali, riuscendo ad arrampicarsi persino nelle stazioni montane più isolate, sono probabilmente i più pericolosi nemici delle vegetazioni indigene insulari. Tuttavia il destino volle che il danno più grave, per la sopravvivenza di un albero come l’Hibiscadelphus, non venisse da un animale importato volontariamente dall’uomo, bensì da un viaggiatore clandestino dei velieri che, dalla fine del XVIII secolo, cominciarono a frequentare abitualmente le Hawaii: il ratto.

Il secondo fattore decisivo nella rapida scomparsa di questa pianta, così come di altre specie dell’antica flora indigena, va individuato certamente nella progressiva, inesorabile distruzione della primitiva foresta tropicale pluviale, dovuta sia alla diffusione dell’urbanizzazione, sia all’estensione sempre maggiore delle piantagioni gestite con criteri industriali e destinate all’esportazione di specie redditizie, quali l’ananas e la canna da zucchero, che si sono ottimamente adattate al clima e al tipo di terreno dell’arcipelago.

Abbiamo detto che l’Hibiscadelphus distans è stato scoperto da Bishop e Herbst nel 1972 e classificato ufficialmente nel 1973.

Il botanico Derral Herbst, del South Dakota, aveva 35 anni all’epoca della scoperta; aveva ottenuto il dottorato dall’Università di Hawaii ed era professore incaricato di botanica presso l’Orto Botanico Tropicale del Pacifico a Lanai, sull’isola di Kauai. Il suo collega ed amico, Earl Bishop, proveniva invece dall’Orto Botanico di Honolulu.

Fino alla scoperta di Herbst e Bishopo, i botanici propendevano a ritenere che tutte le specie di Hibiscadelphus si fossero adattate ad un habitat alquanto particolare e ristretto, e che esistessero quasi esclusivamente sull’isola di Hawaii, la più grande e la più orientale dell’arcipelago. L’inaspettata scoperta del 1972, sull’isola di Kauai – che si trova giusto all’altra estremità del lungo arco insulare hawaiano – ha rivoluzionato la cornice fitogeografica di quest’albero un po’ enigmatico. La sua presenza, a una distanza di non meno di 500 km. a nord-ovest, suggerisce l’ipotesi che l’Hibiscadelphus sia una fragile forma relitta o vestigiale di un genere che, in epoche passate, dovette essere molto più diffuso di oggi, e fiorente su tutte le otto principali isole dell’arcipelago

Vogliamo qui ricostruire le fasi salienti di quella notevole scoperta, per mostrare come non solo nel regno animale, ma anche in quello vegetale, sia tuttora possibile imbattersi in specie sconosciute alla scienza; non specie di piccole dimensioni, come funghi o licheni, ma addirittura alberi a fusto  legnoso: segno che il pianeta sul quale viviamo, e che crediamo di conoscere perfettamente, ha ancora molte sorprese in serbo per noi.

Il racconto che riportiamo è stato fatto da Robert Wallace nel suo pregevole volume naturalistico Le Hawaii (titolo originale: Hawaii, Time-Life Books Inc., 1973; traduzione italiana di Riccardo Tubino, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1980, pp. 150-163), il quale si recò sul luogo della scoperta poco dopo l’avvenimento, sotto la guida dello stesso Herbst. Si trattava di una località altamente spettacolare, a quasi 1.000 metri di quota sul livello del mare: il cosiddetto Canyon Waimea, una delle meraviglie naturali dell’intero arcipelago: una ripida, selvaggia gola tagliata a picco fra le montagne e interamente avvolta sotto un denso mantello di rigogliosa vegetazione tropicale.

Chiesi a Herbst se anche la sua scoperta consisteva nell’identificazione di un solo albero. Mi disse che ve ne erano 6 che crescevano vicini. Da 10 minuti l’auto si arrampicava lungo la strada sulla cresta del bordo occidentale del Canyon Waimea. A circa 900 m. di quota, Herbst uscì di strada con la macchina per parcheggiarla, la chiuse e cominciammo a scendere nel canyon seguendo il Sentiero Kukui, il quale, benché scosceso in certi tratti, è abbastanza facile da percorrere ed in alcuni puti offre scorci molto panoramici.

Waimea viene spesso chiamata il Gran canyon del pacifico, e non si tratta solo di uno slogan propagandistico. Tra i due canyon vi sono somiglianze di aspetto, se non di dimensione., ed è sorprendente trovare una gola come Waimea su una piccola isola subtropicale. Benché lungo solo 23 km. è profondo 850 m. Le sue pareti scoscese a parecchi strati, hanno gli stessi colori rosso ed ocra, blu e porpora del Grand Canyon, e qua e là vi sono figure plasmate dall’erosione, che ricordano l’Arizona. Però Waimea riceve più pioggia e pertanto contiene più vegetazione, tranne  che sui pendii che sono troppo ripidi e rocciosi. Waimea si trova a ovest e sotto la Palude Alakai, che è in cima alla montagna. L’acqua della palude si riversa nel canyon in numerosi e sottili corsi d’acqua, formando cascate alte fino a 70 metri.

Stavamo scendendo da poco lungo un sentiero ombreggiato, quando Herbst si arrestò per mostrarci il groviglio del sottobosco. «Viola di cespuglio – egli disse – Viola tracheiifolia». Uno stelo legnoso, alto circa 2m. e di 25 mm. di diametro, si innalzava facendosi strada attraverso il sottobosco ed in parte sostenuto da esso. Vi erano attaccate foglie verdi brillanti e fiori pallidi bianco-azzurri, facilmente riconoscibili come quelli della viola. «Se lo raddrizzassimo – egli disse – sarebbe lungo da 3 a 3,5 m., ma ha bisogno di appoggiarsi alle altre piante per stare eretto».

La viola era arborescente, e somigliava ad un albero, come un adolescente somiglia ad un adulto. L’aspetto arborescente si riscontra non solo  nelle varie specie hawaiane, ma anche tra le piante di altre isole oceaniche, per esempio le Galapagos, dove i girasoli raggiungono i 10-12 m. Gli antenati di queste piante vennero, naturalmente, dal continente, dove i discendenti crescono ancora come erbe relativamente piccole e con steli gracili, mentre sulle isole essi sono diventati alti e legnosi. Vi sono diverse spiegazioni per questo singolare comportamento, esse sono legate alla successione con la quale le piante sono arrivate nelle Hawaii ed al luogo ove hanno attecchito. Per esempio i predecessori della viola a cespuglio avrebbero occupato un posto non protetto all’ombra della foresta o della macchia e avrebbero tratto vantaggio da questa situazione diventando sempre più alti (…)

Ci addentrammo sempre di più nel canyon e dopo una discesa di circa un chilometro raggiungemmo, al fondo, il fiume Waimea. È un ruscello pigro che può essere traversato balzando dall’un all’altra delle pietre grigie che si trovano nel suo letto. Seguimmo per un po’ il fiume, disturbando un airone notturno (Nycticorax hoactli) che volò via, si posò e riprese il volo, con aria piuttosto seccata, proprio davanti a noi. Benché vi fossero impronte fresche di uomini e di cavalli, non vedemmo nessuno. Era tutto molto quieto e l’aria era fresca e calma.

Nel pomeriggio giungemmo al Koaie, un canyon laterale che confluiva da destra nel Waimea. Entrammo nel canyon più piccolo, fermandoci dopo pochi minuti per bere l’acqua del ruscello Koaie. L’acqua, che era piena di frammenti di vegetazione trascinati dalla Palude Alakai, aveva il colore del tè, ed aveva un sapore dolce. Quando ci tirammo su e raccogliemmo di nuovo i nostri bagagli, guardai l’orologio: erano le 3. A meno che non ci capitasse qualche contrattempo, avremmo dovuto raggiungere l’albero in un’ora circa.

Il canyon laterale al suo sbocco era largo circa 800 m., ma si andava restringendo man mano che vi penetravamo. Gli alti dirupi di lava rossastra, alterata dal tempo, ai due lati del canyon erano quasi verticali cosicché solo poche piante vi avevano attecchito e ricadevano ciondoloni da fessure ed anfratti. Ma in basso, il sentiero correva lungo uno strato di massi caduti, coperti di terra grassa su cui crescevano parecchi alberi. Vi era il wiliwili (Erythrina sandwicensis) con fiori a forma di artiglio che passavano dal rosso pallido al giallo-verde, attraverso l’arancione ed il giallo. Vi erano alberi chiamati lama, il cui legno duro e rossiccio era impiegato dai vecchi hawaiani nella costruzione degli heiau (templi). Tra di essi vi erano anche gli alberi del caffè, non più coltivati ormai da lungo tempo, e grandi agavi, anch’esse inselvatichite, con gigantesche foglie a baionette di 1,5 m. di lunghezza e 5 kg. di peso e fiori di 10 m. di altezza.  Gli alberi predominanti erano i kukui (Aleurites moluccana), il terreno sotto di loro era coperto di uno spesso strato di noci, delle dimensioni di quelle nostrane, di colore grigio-nero con gusci duri. Queste Aleurites sono chiamate “nocecandela” e il loro gheriglio oleoso viene bruciato a scopo di illuminazione. Una fila di esse viene infilzata nella nervatura di una foglia di noce di cocco, per farne una candela, e viene appoggiata ad una pietra. Ogni noce brucia per due o tre minuti e poi accende la noce successiva. Ci sono fanciulli addetti a rimpiazzare le candele finché c’è bisogno di illuminazione. Fino a poco tempo fa, si incontravano degli Hawaiani che parlavano delle lampade elettriche come di un kukui elettrico.

Il sentiero saliva e scendeva, a volte molto al disopra del ruscello, a volte vicino ad esso. L’ammasso di pietre coperto da terriccio si allargava e si stringeva. In alcuni punti gli aborigeni hawaiani avevano ricavato delle terrazze per sistemarvi le case. Le terrazze erano fatte di sassi greggi arrotondati messi insieme faticosamente. Questa popolazione ormai scomparsa, in mancanza di altri mezzi, spostava grandi massi a forza di braccia. Gli archeologi hanno calcolato che il Tempio Heiau Mookini su Hawaii, uno dei più grandi, fu costruito da 15.000 uomini, distanziati tra loro di un metro e che si passavano pietre lungo tutto il percorso di 15 km. tra la cava ed il tempio. La maggior parte delle terrazze era difficilmente riconoscibile, perché molti massi erano stati messi da parte o erano sparpagliati tra gli alberi. Si poteva però ancora riconoscere che una volta qui vi era stato un insediamento di notevole importanza. Contro il dirupo si vedono ancora i resti di un heiau a 5 piani alto circa 55 m.

Il sentiero, che passava vicino alle vecchie piattaforme, era quello usato secoli fa dagli Hawaiani. Non vi era spazio per un altro. Naturalmente la vegetazione era diversa ma la conformazione del terreno, che non offriva molte possibilità per il tracciato di un altro percorso, doveva aver cambiato molto poco. Vi erano pochi posti per campeggiare, cosicché quando arrivammo ad uno spiazzo di circa 6 m. sotto un grosso kukui, suggerii a Herbst che alla fine della giornata ritornassimo lì.

Egli diede un’occhiata alle costruzioni in pietra lì vicino e ridacchiando disse: «Non ha paura degli akua?».

Gli akuasono degli spiriti e dei fantasmi. Girano ovunque nell’isola, e si dice che amino frequentare le rovine delle vecchie case e degli heiau. Io avevo sempre desiderato vedere dei fantasmi e per cercarli mi ero dato parecchio da fare, ma senza successo. Dovunque li avessi cercati, nelle soffitte e nei cimiteri, nelle case stregate e nei canyon, essi non si erano mai lasciati vedere: non avevano fiducia in me.

Io pensavo all’albero di Herbst, mentre continuavamo a camminare. Se egli mi avesse detto che dovevamo arrampicarci per 250 metri su per il canyon, per trovare l’albero, avrei tentato l’impossibile per riuscirvi.

Mi colpì il fatto che avevamo camminato per un’ora almeno ma che le lancette del mio orologio si erano mosse di poco. Sembravano bloccate alle 3,10.

«Che ora è?».

«Circa le quattro e cinque».

L’orologio funzionava, ma la lancetta dei secondi si muoveva appena, si spostava lentamente a circa un terzo della sua velocità. Sembrava che impiegasse 3 o 4 minuti per fare un giro, nel quadrante. Era il migliore orologio che avessi mai avuto, un orologio elettrico d’oro azionato da una piccola pila. Era stato sempre notevolmente preciso, con l’approssimazione di uno o due secondi al giorno. L’avevo da 4 anni, e solo un mese prima, in previsione del viaggio, l’avevo fatto pulire ed era stata sostituita la pila. La batteria ha la durata di circa un anno. Spostai le lancette dell’orologio sulle quattro e cinque minuti per mettermi in regola con quello di Herbst, poi riprendemmo il cammino.

Camminava avanti a me sullo stretto sentiero. Disse che l’albero avrebbe dovuto trovarsi sulla destra. Sperava che non ne sarei rimasto deluso. Proprio ora doveva aver terminato la fioritura, ed in ogni caso i fiori non erano eccezionali. Parlava come un padre orgoglioso della sua bella figlia, ma che, per amore della modestia, ci teneva a sottolineare che qualche lentiggine offuscava tanto splendore.

Procedemmo ancora per circa 800 m. Herbst rallentò, sembrava perplesso ed alla fine disse: «Ho l’impressione che ce lo siamo lasciati alle spalle. Procediamo ancora per un po’ lungo il sentiero, per esserne sicuri, e poi torniamo indietro». In breve raggiungemmo un posto da dove si poteva discendere al ruscello. Dopo esserci seduti per alcuni minuti sui massi per riposarci e per dissetarci, egli disse: «Sì, lo abbiamo passato, non so come possa essere accaduto, però non ci sono dubbi».

Girammo e ritornammo indietro per il sentiero. Non potevo fare nulla per cercare di individuare l’albero perché non l’avrei riconosciuto, ma Herbst mi diede una descrizione dettagliata del luogo in cui avrebbe dovuto trovarsi – il pendio, i massi, il modo con cui il terreno scendeva rapidamente sulla destra, una grossa foglia di agave caduta – ed io guardavo intorno alla ricerca di un luogo che corrispondesse a questa descrizione.

Dopo pochi minuti egli si girò per guardarmi in viso, di nuovo sogghignando: «Pensate che si tratti di una di quelle cose che appaiono solo una volta in un secolo?».

In quel posto c’era una quiete profonda. Non vi era uccello che cantasse, né brezza che agitasse gli alberi. Udimmo una volta il belato di una capra da qualche parte sopra i dirupi, ma non si sentiva altro rumore ad eccezione di quello dei nostri passi.

«Non è distante – disse, – riconosco bene questa parte del sentiero».

Mi fermai per riallacciare uno dei miei stivali mentre Herbst proseguì, girò un angolo e sparì dalla mia vista. Dopo un minuto riapparve con il pugno alzato: «L’ho trovato».

Gli alberi di Hibiscadelphus si trovavano su un pendio molto scosceso ed ombreggiato, circondato da massi rocciosi. Wiliwili kukui li sovrastavano, togliendo loro buona parte della luce solare. Herbst indicò con la mano un particolare Hibiscadelphus e disse: «Questo è l’albero prototipo che descriveremo nel nostro rapporto».

I botanici, quando individuano una nuova specie, scelgono, per la descrizione, un individuo rappresentativo, un ‘esemplare tipo’, che possieda le caratteristiche alle quali si fa riferimento per identificare altri esemplari. Mentre ci arrampicavamo lungo il pendio in direzione dell’albero, Herbst indicò gli altri cinque lì vicino che si trovavano in un raggio di 15 metri, circondati da alberi più alti.

Due erano ancora giovani e tre, che attraverso l’ombra delle foglie si spingevano verso la luce, avevano tronchi sottili. L’albero prototipo era più compatto e meglio formato. Era alto circa 6 m., come gli altri esemplari di questo genere, descritti tempo fa da Joseph Rock, con un tronco di 120 mm. circa di diametro alla base. Aveva una biforcazione principale a soli 60 cm., da terra, e al disopra di quest’albero si suddivideva più volte in rami collaterali come un piccolo olmo. La corteccia era liscia e grigio-scura, le foglie a forma di cuore avevano i bordi dentellati ed erano lunghe dagli 8 ai 10 cm. Erano molto distanziate, dai 12 ai 15 cm., molto decorative. Meccanicamente mi misi a contarle e quando ne ebbi spuntata qualche dozzina su un grande ramo, giudicai che su tutto l’albero ve ne dovevano essere solo 600. I fiori erano ormai tutti scomparsi. Herbst me ne mostrò uno che aveva raccolto nella sua rima visita e che conservava in una bottiglia di un appropriato liquido: era di una forma tubolare, curvo, giallo-verde all’esterno 4 giallastro all’interno. In seguito, qualche settimana dopo il mio ritorno sul continente, Herbst inviò le frasi introduttive della sua descrizione in latino aggiungendo: «Si ricordi che il latino dei botanici è una lingua a sé stante». Così iniziava la descrizione: Arbores sex coronis rotundatis cinerascentibus usque 5 m. altas truncis 5-8 cm. diametro novimus. Ramuli novelli internodiis 0,5-10 cm. longis tomentulo pilorum stellatorum vestiuntur. Seguiva la traduzione: «Conosciamo 6 alberi con chiome arrotondate grigiastre alte fino a 5 m. e tronchi di 5-8 cm. di diametro. I giovani rami con internodi di 0,5-10 cm. sono coperti di una languine di peli a forma di stella».

Mi sedetti su di un sasso, fissando l’albero, mentre egli cercava gli altri, andando su e giù per il pendio. Non sembrava che si aspettasse di trovarne degli altri e in realtà così fu. Quando tornò, gli chiesi quale pensava fosse la probabile età dell’albero.

«Impossibile dirlo. Se dovessi arrischiare un’ipotesi direi tra 25 e 30 anni. Non li dimostra, è vero? Non credo che i floricultori di tutto il mondo si daranno troppo da fare per diffonderlo».

Sentii come se qualcuno avesse parlato male di mia figlia e cominciai, «Accidenti, è…». Poi mi accorsi che non era necessario prendere le difese dell’albero proprio con Herbst.

Scendemmo per raggiungere il sentiero. La lancetta dei secondi del mio orologio si muoveva quasi impercettibilmente. L’orologio segnava le 4 e 10, ma secondo Herbst erano le 6e un quarto. Gli chiesi: «Pensa che i fantasmi non amino degli aggeggi come questo?». Se fossi un vecchio akua hawaiano e qualcuno arrivasse nel mio canyon con un orologio elettrico, lo tratterei molto male. Una persona di tal fatta sarebbe capace di costruire in un luogo simile un grande hôtel tutto di plastica.

«Credo che non gradiscano genericamente apparecchi meccanici», disse Herbst. «Due volte, lo scorso anno, mentre di notte guidavo, da solo, per il colle Knudsen, l’auto si bloccò e dovetti proseguire a piedi. Il colle Knudsen è considerato un luogo particolarmente caro agli akua»

«Perché si arrestò? Mancanza di benzina? Noie all’accensione?».

«Si è bloccato, ecco tutto. Quando tornai sul luogo il giorno dopo tutto era a posto».

Herbst non crede nei fantasmi più di quanto vi creda io. Lasciammo cadere l’argomento e poiché desideravamo esplorare posti diversi nel canyon, ci separammo, stabilendo di incontrarci dopo un’ora circa, nel punto in cui avevamo bevuto l’acqua del ruscello.

Al fondo degli angusti canyon la notte cade rapidamente e dal fondo le stelle si vedono prima che dalle sommità, e fu per l’improvviso bagliore di una stella che mi resi conto di quanto si era fatto tardi. Vi era ancora un po’ di luce quando raggiunsi il luogo dell’appuntamento. Herbst non c’era ancora e mi sedetti per attenderlo. Non avevo altro da fare che tagliare l’angolo di un contenitore di plastica con manzo disidratato, versarvi dell’acqua dal ruscello e lasciare amalgamare il tutto. Penso che gli akua avrebbero trovato da ridire anche su questo.

Mi sembrava che Herbst impiegasse un sacco di tempo a raggiungermi. Presto sarebbe stato troppo buio per camminare, ed infatti era già molto buio. Allora mi ricordai che avevamo bevuto due volte e non una nel ruscello. Io mi trovavo nel cuore del canyon ed egli mi stava aspettando al suo sbocco dove ci eravamo fermati la prima volta. Avremmo dovuto essere più chiari nel prendere degli accordi.

Mi misi in cammino per raggiungerlo, ma dopo che ebbi fatto un po’ di strada lungo il sentiero, dovetti desistere. Mentre l’oscurità aumentava, cerai un piccolo spiazzo per riposare durante la notte. Arrivai ben presto all’albero di Hibiscadelphus, o ad un punto sul sentiero che non era molto lontano da esso, e trovai un piccolo spiazzo di 2 m. per 1, tra il sentiero ed un grande masso. Mi potevo considerare a casa.

Non era ancora notte del tutto. Nella luce del crepuscolo, sul pendio sopra di me, potevo intravedere distintamente l’albero prototipo. Mangiai il manzo freddo e mi sdraiai. Mi trovavo a circa 30 cm. dal sentiero. Capre e maiali selvaggi passavano lungo il sentiero e per un momento mi preoccupai. Le capre sono timide e non pericolose, ma i maiali mi preoccupavano non poco. Mi avevano detto che, a volte, grossi cinghiali corrono dietro agli uomini, e non mi allettava molto l’idea di dovermi azzuffare, di notte, con un animale di oltre un quintale. Ma l’unica cosa da fare era di appiattirsi contro il masso, allontanandomi dal sentiero, in modo da lasciare ai maiali il maggior spazio possibile per passare.

Durante la notte mi svegliai tre o quattro volte e, per abitudine, guardai il quadrante luminoso dell’orologio. Non potevo aver fiducia nelle sue indicazioni, ma camminava ancora – emetteva un leggero ronzio. A parte quell’insignificante rumore, che può essere udito solo alla distanza di pochi centimetri, tutto era silenzio nel canyon. Ogni volta che mi destavo mi rendevo sempre più conto della presenza dell’Hibiscadelphus sul pendio sovrastante. Potevo sentire l’intensa vitalità che l’albero emanava. In qualche modo si sentiva materializzata la presenza dell’albero nel buio. Potevo intuire la sua vita, nello stesso modo in cuoi, secondo quanto si dice, un cieco entrando in una camera silenziosa, è in grado di intuire, pur senza vedere, se vi è qualcun altro.

Quando vi ripenso oggi, cerco di convincermi che la verità è un’altra: io attribuivo all’albero una presenza soprannaturale, solo perché mi concentravo su di esso, il più bello di soli 6 esemplari esistenti sulla terra. La specie era giunta inevitabilmente all’estinzione, dopo innumerevoli anni di evoluzione, dopo milioni di albe e tramonti ignoti. Vi è qualche cosa di triste e di commovente nel considerare che l’ultimo essere vivente di una specie si trova con le spalle al muro. Ma la specie non morirà, poiché Herbst ha fatto germinare i semi dell’albero e si è personalmente preso cura delle pianticelle.

Prima dell’alba due galli selvatici cominciarono a cantare a distanza. Erano stati introdotti sulle isole molto tempo fa dai Polinesiani, poi erano sfuggiti e ritornati allo stato selvaggio. Stando nella giungla avevano riacquistato la capacità di volare, per quanto, come i fagiani, solo di rado coprissero lunghe distanze. Questi galli sono piccoli e belli, le loro penne del collo sembrano d’oro, quelle del corpo sono grigio-acciaio con strisce ruggine, hanno le code lunghe e arcuate con penne nere e bianche. I galli si alternavano nel canto mentre il cielo cambiava colore dal grigio al rosa.

Il canyon era avvolto nella bruma mattutina. Mi arrampicai sul pendio verso l’albero, afferrandomi a lui per non scivolare. Simile alla bruma, attorno a lui aleggiava un’aura magica di vita. Toccando la scorza, ebbi la sensazione che nell’albero risuonassero migliaia di piccole pulsazioni. Mi sembrava di sentire che le sue radici nel terreno si abbarbicassero a pietre sepolte, commiste alla cenere di vulcani da lungo tempo spenti, succhiando l’umidità che attraverso il tronco saliva alle foglie più elevate per poi sperdersi nell’atmosfera.

Con tutta l’anima auguravo salute all’albero. Guardai se potevo fare qualche cosa er lui. Ma non vi erano né liane che lo strangolavano né piante parassite da rimuovere., mné massi sul pendio che gli potessero franare addosso. Staccai dall’albero una foglia e me la misi con cura in tasca, discesi il pendio, presi il mio sacco e mi disposi a cercare Herbst.

Durante la notte nessuno era passato lungo il sentiero; infatti mentre camminavo passai attraverso parecchie ragnatele fresche, e notai che talune erano così basse che certamente un maiale le avrebbe distrutte, se avesse percorso il sentiero. Parecchi rospi giganti si erano messi in posizione di agguato sul sentiero e di lato, in attesa della loro preda.

I rospi non sono originari delle isole, ma del Messico e del Sud America. Essi vennero importati principalmente per combattere i coleotteri ew gli scarafaggi. A volte mangiano anche i millepiedi hawaiani, anche essi importati, che raggiungo la lunghezza di 180-200 mm. e che danno dei morsi di cui si conserva il ricordo anche per 13 anni.

Herbst mi stava aspettando alla distanza di qualche chilometro sul ciglio del sentiero. Sapeva che, sulla via del ritorno, gli sarei dovuto passare vicino. Non si era molto preoccupato per il fatto che la sera prima non ci eravamo incontrati, anzi, scherzosamente, disse che l’aveva fatto apposta.

Poiché amavo così tanto la natura selvaggia, aveva pensato che, probabilmente, avevo voluto starmene da solo.

Erano le 8,30 secondo l’orologio di Herbst. Il mio era indietro di 5 ore, ma sembrava che la lancetta dei secondi si muovesse di nuovo velocemente, così regolai l’orologio e cominciammo ad arrampicarci fuori del Canyon Waimea. Non è una salita molto difficile, ma non favorisce la conversazione. In 4 km. si sale un dislivello circa il doppio dell’Empire State Building. Sotto il peso del bagaglio si pensa solo alle proprie gambe e il cervello va al rallentatore. Non si hanno molti problemi da risolvere salvo quello di dove mettere i piedi.

Ci fermammo di tanto in tanto per riposarci e dopo un paio di ore confrontammo gli orologi. Il mio andava bene, e fino ad ora è andato bene con la stessa pila, e non ha mai sgarrato. Forse un granello di polvere si era infilato nel meccanismo frenandolo per parecchie ore, e poi se ne era andato da sé. Mentre arrancavo su per il sentiero, ero sicuro che più o meno la stessa cosa si fosse verificata all’auto di Herbst, quando gli si era fermata misteriosamente durante la notte.

Al termine della salita, mi girai per lanciare un ultimo sguardo in direzione dell’albero. Non potei vedere neppure l’imbocco del canyon laterale dove cresceva, ma potei avvertirne la presenza laggiù nel fondo. Ed oggi, a 8.000 km. di distanza, la sento ancora.

È una bella pagina di divulgazione naturalistica, perché chi l’ha scritta non si è limitato a una esposizione oggettiva e impersonale della scoperta dell’albero tanto caro ai botanici, ma ha saputo immettervi un soffio di accettabilissima poesia.

Nella descrizione del misterioso bosco notturno, in particolare, e delle strane, inesprimibili emozione provate dall’Autore in fondo ad un canyon selvaggio, scavato nei fianchi di una montagna vulcanica dell’Oceano Pacifico, a pochi metri da un albero unico al mondo che è, al tempo stesso, una sorta di fossile vivente emerso da lontane epoche geologiche, si sente che il Mistero batte alle porte della razionalità occidentale. Quei guasti al motore dell’automobile, quel rallentamento delle lancette dell’orologio parlano una lingua diversa da quella della vita ordinaria in una civiltà altamente tecnologica. Una lingua simbolica e ancestrale, la stessa nella quale sono stati eretti i vetusti templi delle divinità polinesiane e gli idoli in pietra e in legno che adornano le rocce scoscese di una natura ancora suggestivamente aurorale.

Quella che Robert Wallace ci ha descritto, sotto le spoglie di un resoconto di tipo scientifico, è né più né meno una esperienza di tipo mistico. Egli ne è perfettamente consapevole, dal momento che ha voluto premettere a questo capitolo del suo libro una citazione da The Open Mind di J. Robert Oppenheimer:

Descrivere un’esperienza mistica a chi non ha la più pallida idea di qualcosa di questo genere è altrettanto difficile che dover raccontare che cosa si prova quando si scopre qualcosa di nuovo sul mondo in cui viviamo.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 05/05/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 08 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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