venerdì, 26 Febbraio 2021
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L’importanza del giardino alpino sta nella ricostruzione del rapporto fra uomo e montagna

L’importanza del giardino alpino sta nella ricostruzione del rapporto fra uomo e montagna. Le montagne con la loro visione imponente hanno sempre colpito l’immaginazione dell’uomo primitivo erano la madre nutrice dei fiumi di Francesco Lamendola

Perché è importante incentivare la realizzazione dei giardini rocciosi e, in particolar modo, dei giardini botanici alpini? Semplicemente per un insieme di valori estetici e paesaggistici, o anche per delle ragioni più profonde, di tipo storico ed ecologico? Secondo noi, l’importanza principale di essi risiede nella volontà di ricostruzione di un corretto rapporto fra l’uomo e l’ambiente di montagna: rapporto che, nella realtà dei fatti, si è mostrato così spesso inadeguato, erroneo, impostato su basi pesantemente e grettamente utilitaristiche.

Oltre a rappresentare una zona di rifugio per le specie minacciate dal dilagare sconsiderato della pressione antropica sui delicati equilibri dell’ecosistema alpino, il giardino botanico di montagna offre al visitatore una ricostruzione in miniatura di quello che era il paesaggio vegetale originario e suggerisce spunti per una ricostruzione di quell’equilibrio, quando la presenza umana nelle vallate alpine non costituiva ancora un pericolo diretto per la sopravvivenza delle specie e per l’assetto naturale dell’ambiente.

Storicamente, la pressione esercitata dalla presenza umana si è fatta insostenibile non a causa delle popolazioni alpine residenti da tempo immemorabile (si pensi ai Camuni e alle testimonianze da essi lasciate nella val Camonica), le quali, nonostante le esigenze di pascolo e di legname da ardere e da costruzione, hanno sempre saputo mantenere entro limiti accettabili l’azione modificatrice sull’ambiente, ma, al contrario, quando tali popolazioni, sotto l’attrattiva del modello di vita urbano, hanno incominciato ad emigrare sistematicamente verso la pianura, abbandonando i loro paesi e interrompendo il rapporto costante con il bosco, che non era solo di raccolta dei frutti selvatici e del legname, ma anche di salvaguardia dei sentieri, di manutenzione dei muretti di contenimento, di eliminazione di tronchi morti e sterpaglie, in breve: di presidio dell’assetto idrogeologico del territorio alpino.

Così, mentre la popolazione stanziale, che aveva una buona conoscenza dell’ambiente montano, delle sue risorse, dei suoi ritmi naturali (quanto tempo è necessario, ad esempio, per la ricrescita di ogni singola specie arborea sottoposta a taglio periodico), se ne è andata per non più tornare, diversamente dai fenomeni migratori del passato, che erano sempre temporanei, una nuova popolazione si è insediata nelle valli alpine, formata soprattutto da operatori economici e turistici, il cui scopo era la messa in valore dell’ambiente, senza preoccuparsi più di tanto degli assetti ecologici e senza sentirsi legata da un vero rapporto affettivo con l’ambiente.

Questo duplice, speculare fenomeno di spostamento della presenza umana – la partenza graduale, ma definitiva, di gran parte della popolazione stanziale e il sopraggiungere di una quantità disorganica di imprenditori e prestatori di servizi, interessati esclusivamente al rapido sfruttamento economico del territorio, ha avuto effetti devastanti sugli assetti naturalistici delle vallate alpine e ne ha usurato in pochi anni lo stesso potenziale di attrazione turistica, imbruttendo il paesaggio al punto da deprezzarlo sul piano dell’offerta del tempo libero e delle vacanze.

Il primo fenomeno, ossia l’abbandono della montagna, si è verificato negli anni fra la seconda guerra mondiale – in parte esso era già iniziato subito prima di essa – e gli anni ’70 del Novecento, abbracciando soprattutto gli anni del cosiddetto “boom” economico, ed è stato in larga misura dettato non da ragioni strettamente economiche, ma culturali, per l’improvvisa svalutazione del modello di vita alpina e con la rapidissima imposizione, specialmente ad opera della televisione e della pubblicità commerciale, del modello di vita urbano, in particolar modo di quello caratteristico delle città di pianura.

Ciò è avvenuto in coincidenza con la diffusione del modello consumista, basato sul mito della vita facile, che ha reso intollerabile, agli occhi specialmente dei giovani, il modello di vita proprio delle comunità alpine, basato su una notevole sobrietà e su sacrifici non indifferenti, legati appunto alla particolare condizione geografica e climatica degli insediamenti di montagna. Le scarse distrazioni offerte dalla vita di paese, secondo il modello consumista ormai prevalente; l’assenza di cinema, di discoteche, di locali per giovani; la durezza dell’inverno, con l’isolamento dovuto alla neve e la lunghezza delle notti; la scomodità dei trasporti, per chi deve recarsi a lavorare fuori sede; le poche opportunità di lavoro al di fuori di quelle tradizionali, legate alla segheria e all’allevamento; la distanza dai centri della moda, dello spettacolo, della cultura, che sottolinea il senso di isolamento e quasi di abbandono: tutto questo ha fatto sì che, nel corso di appena un paio di generazioni, il modello di vita dei genitori e dei nonni sia apparso intollerabile ai figli e ai nipoti e abbia provocato il collasso dei valori e dei legami tradizionali.

La montagna si è svuotata nel giro di venti o trent’anni (fenomeno analogo all’abbandono di Venezia, e per ragioni analoghe, pur nella diversità ambientale!); decine e centinaia di paesi sono divenuti paesi-fantasma, popolati da pochissime persone, tutte anziane; ovunque sono venuti a mancare i sacerdoti, le scuole elementari, gli uffici postali, i servizi ferroviari; i sentieri sono rimasti abbandonati, la vegetazione selvatica ha ripreso il sopravvento, talora invadendo intere borgate in abbandono; anche la fauna selvatica ha fatto il suo ritorno, comprese le specie più grosse, causando problemi non indifferenti all’equilibrio ecologico complessivo (proliferazione delle vipere o di altri animali e piante che, prima, erano naturalmente limitati dalla competizione naturale); i torrenti, non più tenuti in ordine, hanno incominciato ad esondare, e le pendici franose a smottare con ritmi e proporzioni sempre crescenti.

Il botanico e naturalista britannico Raymond Foster ha sviluppato concisamente ed efficacemente questo tema nel suo libro monografico «Giardini rocciosi» (titolo originale: «Rock Garden & Alpine Plants», David & Charles, Newton Abbot, 1982; traduzione dall’inglese a cura di Ferdinando Barbato, Ivrea, Priuli & Verlucca, 1984, pp. 35-7):

«La storia dei rapporti tra l’uomo e l’ambiente alpino non è priva di insegnamenti, ma, per giungere a questo, bisogna prima evocare, magari brevemente, i miti sui quali le montagne  hanno una ragguardevole importanza. Esse, con la loro visione imponente hanno sempre colpito l’immaginazione dell’uomo primitivo. La montagna era la madre nutrice dei fiumi, era la prima a ricevere e l’ultima a sprigionare i raggi del sole, con l’aurora e il crepuscolo, era la fonte di tutti i fenomeni celesti di quella potenza irritata che faceva sentire la sua voce con il tuono durante  tempeste e temporali. Un assieme di fatti e circostanze per cui l’uomo, di cui siamo figli, ha dato alla montagna un alto valore sacro. Nella evoluzione dell’uomo, la montagna è stata qualcosa di sacro e di misterioso, di cui ancor oggi ci resta qualche vestigia. Lo stadio più arcaico, è quello della montagna “Dio” con la testa rappresentata dalla cima: la sua voce era il temporale, la sua collera erano le tempeste e le valanghe, i suoi doni generosi le acque e i minerali.  Ad un certo momento il concetto “montagna” si amplia, essa diventa residenza degli dei demiurghi. Dai tre regni della natura sorgono le dee-rocce,  i demiurghi alberi o fiumi e prendono origine i primi demoni, i demoni-caproni.  Però il “Dio” resta sempre al suo posto, sulla cima.

Una nuova evoluzione fa cambiare il significato del fenomeno montagna, il divino si sposta, non è più sulla terra, passa sul piano celeste, nell’etere. Gli dei sono in cielo mentre le forze demoniache vivono negli abissi, nelle tenebre del sottosuolo. Le montagne diventano così i punti di scambio tra l’uomo e gli dei celesti, essendo queste tra la terra e il cielo. È il momento in cui l’osservazione scientifica fa i primi passi, gli uomini cominciano a trovare nella montagna il luogo di rifugio. Nei periodi di incertezza le montagne hanno offerto rifugi sicuri a chi osava stabilirvisi. È questo il momento che esse hanno acquisito la gran parte dei loro abitanti. È stato all’interno di questi rifugi che l’uomo montanaro ha trovato il gusto della libertà, maturando l’esperienza dell’autonomia. Ma dal rifugio alla prigione la distanza è breve, sono due aspetti della stessa realtà. La montagna chiusa ai suoi nemici, si chiudeva anche sui montanari.

Una diretta suggestione degli elementi fisici e climatici fa sì che la psicologia del montanaro e il suo modo di vivere siano molto diversi dall’uomo della pianura; basta ricordare che la sua sopravvivenza dipese sempre dallo stato della vegetazione. Fin dai primi insediamenti, con molta probabilità, tutto era legato alla raccolta dei frutti spontanei e del legname da ardere. Lentamente iniziò l’abbattimento di parte dei boschi per convertire l’area in praterie necessarie all’incremento della pastorizia. Questo fu il primo incisivo impatto dell’uomo della montagna nel modellamento del paesaggio, seguito poi dalla introduzione di nuovi tipi vegetazionali: le colture. Due azioni antropiche che si sono svolte in epoche successive, con alterne fasi di espansione e di contrazione, dando possibilità alla copertura vegetale originale di recuperare lo spazio lasciato libero dall’influenza dell’uomo, favorendo così quel parziale ripristino dell’equilibro naturale tendente ad una conservazione e regimazione delle risorse naturali della montagna. Purtroppo non è possibile parlare di un uso razionale del territorio. Nelle epoche trascorse, l’abitante della montagna non si è mai posto limiti  per quanto riguarda l’uso del territorio stesso, ma ha sempre preso ciò di cui necessitava. Questi suoi interventi però, a causa della loro sporadicità e lentezza, non hanno mai riportato a drastiche modificazioni. L’azione del montanaro, pur essendo stata molte volte irrazionale, ha sempre dato possibilità di recupero all’ambiente originale; prova evidente è data dal ripristino naturale dei tipi di vegetazione in corrispondenza dei pascoli abbandonati.

Siamo così giunti a tempi relativamente recenti, l’uomo della montagna è sceso a valle attratto da una vita più comoda. È questo il periodo in cui estesi disboscamenti hanno procurato l’aumento della franosità e delle alluvioni. Questo è il momento in cui l’uomo della pianura agisce a favore della montagna con grandi opere di imbrigliamento e con estesi rimboschimenti. Ma è anche l’inizio di una attività che mette in evidenza nuovi tipi di impatto umano con il territorio montanaro compromettendone l’equilibrio. Si tratta di tutte quelle opere oggi identificabili in una unica denominazione: “insediamenti turistici”. Al di là delle valutazioni economiche e paesaggistiche dell’uso dell’ambiente montano, gli insediamenti turistici e le attività del tempo libero potrebbero trovare una oro giustificazione se il fruitore fosse preparato attraverso una educazione di base, ad una conoscenza della vegetazione e ad un uso del territorio entrambi analizzati sotto un’ottica unica: “la conservazione della natura”. Far sì che sia una presa di coscienza sugli squilibri causati da improvvide attività umane,  dalle più grandi alle più piccole, dagli incendi dei boschi ai danni diretti e indiretti alla fauna, dall’intenso rimaneggiamento e calpestio della lettiera dei boschi alla indiscriminata raccolta di funghi e fiori, vera rapina al patrimonio naturale della montagna, così ben conservato dal suo naturale abitante, il montanaro.»

Bisogna dunque ammettere che il secondo movimento di popolazione, quello dalla pianura verso la montagna, formato non solo da imprenditori e operatori turistici, ma anche da persone interessate a costruire o acquistare una casa di villeggiatura nelle vallate alpine, non ha avuto unicamente effetti negativi (questa sarebbe una visione ingenuamente manichea delle dinamiche antropiche relative all’ambiente montano), ma ha introdotto anche una nuova sensibilità, almeno negli elementi più preparati e avveduti, tale da stimolare un approccio meno utilitaristico e meno frettoloso con l’ambiente alpino, sia da parte dei residenti, sia da parte dei villeggianti.

È a questa nuova forma di presenza che si deve la creazione di musei della montagna, sia di tipo etnografico, che naturalistico; la valorizzazione folkloristica, gastronomica, fotografica, ecc. delle popolazioni e dei territori alpini; l’ideazione e la creazione, appunto, di giardini botanici alpini, grazie ai quali i turisti e i villeggianti hanno la possibilità di accostarsi alle bellezze vegetali di quel particolar ambiente, imparando a rispettarlo e tralasciando la vecchia, pessima abitudine di tornare a casa con un lauto bottino di specie floreali, comprese quelle più rare (come genziane, potentille, rododendri e stelle alpine), dopo aver saccheggiato i prati e i boschi di montagna. Il giardino alpino serve, dunque, a proporre un modello di coesistenza intelligente fra uomo e specie vegetali ed è, pertanto, un valido strumento culturale e didattico per diffondere una efficace coscienza ecologica…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Febbraio 2015

Del 15 Settembre 2020

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