lunedì, 1 Marzo 2021
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È giusto che il vento, per vivificare le grandi foreste, spazzi via migliaia di umili poponi?

È giusto che il vento, per vivificare le grandi foreste, spazzi via migliaia di umili poponi L’uomo non può redimersi dal male da se stesso tanto meno potrebbe redimere il male che intenzionalmente colpisce i suoi simili di Francesco Lamendola

È giusto che il vento, per vivificare le grandi foreste, spazzi via migliaia di umili poponi o che scoperchi il tetto delle case di tanta povera gente? Fuor di metafora: è giusto che la grande storia, per manifestarsi negli eventi e nelle figure dei capi e dei condottieri, da Alessandro Magno a Napoleone, calpesti e travolga al suo passaggio, senza neanche avvedersene, la modesta esistenza di innumerevoli esseri viventi, i quali erano felici della loro vita tranquilla e non chiedevano altro che di poterla gustare ancora un poco?

Da sempre, le filosofie d’ispirazione idealista e storicista vorrebbero convincerci che i conti tornano e che nulla v’è da obiettare se, per costruire la grandezza degli uni, continuamente viene infranto il piccolo mondo degli altri; da Hegel e Croce, ci si ripete che tutto ciò che è reale è anche razionale e che tutto ciò che è razionale è anche reale, con il che ci dovremmo mettere il cuore in pace una volta per tutte e dichiararci contenti e soddisfatti dell’andamento complessivo della storia universale.

Il passerotto, il cui nido è stato distrutto perché le ruspe hanno abbattuto l’albero su cui era costruito, dovrebbe sentirsi ricompensato, o almeno rasserenato, dal fatto che quell’albero, insieme a migliaia di altri, è stato abbattuto in nome del Progresso, per fare posto a una moderna autostrada che consentirà a milioni e milioni di autovetture di sfrecciare in un tempo molto più breve da un capo all’altro del Paese.

Oppure no?

Oppure, per quel passerotto che ha visto distruggere brutalmente il suo nido e stritolare i suoi piccoli sotto i cingoli delle ruspe meccaniche, nemmeno un milione di autostrade, né tutto il Progresso del mondo, potranno mai risarcirlo e consolarlo del suo dolore di umile creatura, che domandava soltanto di poter continuare la sua vita di sempre?

Ma per i seguaci della religione del Progresso, così come per i seguaci delle filosofie idealiste e storiciste, fermamente riduzioniste e razionaliste, tutti questi non sono che arzigogoli e sentimentalismi senza costrutto, inutili passatempi intellettuali per gente che non ha nulla di meglio da fare. Per il passerotto, però, lo ripetiamo, non si tratta di arzigogoli, né di sentimentalismi, ma, al contrario, di una realtà estremamente concreta e drammaticamente immediata.

Non si venga a obiettare che il passerotto non ragiona e non prova dolore come un essere umano; che non ragioni, non sappiamo; che non provi dolore, è tutto da dimostrare; e, in ogni caso, questo nostro passerotto ci serve come simbolo di una condizione universale: quella delle vittime, anche umane, ma non solo umane, dei grandi disegni della natura e della storia, che sembrano curarsi poco o niente del diritto individuale alla felicità, tutti presi dalle «magnifiche sorti e progressive» di una razionalità talmente astratta, da perdersi oltre la barriera delle nuvole.

Una visione olistica del reale, che sia anche consapevole del bisogno di felicità inscritto nell’atto di nascita di qualunque essere vivente, sa che tutto è collegato a tutto e che esiste una misteriosa circolarità nei processi della natura e della storia, ma non sottovaluta il prezzo da pagare in termini di sofferenza dei singoli esseri e si pone, pensosa, a interrogarsi sul senso di tutto ciò e soprattutto alla sfida che rappresentata, anche per la marcia trionfale di un Giulio Cesare, dalla singola casetta di contadini saccheggiata e data alle fiamme al passaggio degli eserciti; della sfida morale, intendiamo, perché quella casetta grida vendetta o, perlomeno, domanda un perché, e continuerà a domandarlo fino a che qualcuno non le avrà dato una risposta.

Così, dunque, rifletteva su tale mistero il professor Guido Capitolo – docente di filosofia e poi preside del Liceo Scientifico «Giovanni Marinelli» di Udine dal 1941 al 1960, quando venne stroncato prematuramente da un infarto, a soli cinquantaquattro anni -, nel breve ma incisivo saggio «Le grandi foreste e i poponi» (da: «Scritti inediti», nel volume «Quarant’anni del Liceo Scientifico “G. Marinelli”, 1923-1963», Udine, Del Bianco, 1963, pp. 124-26):

«Pare che nel 1864 ci sia stato in Francia un terribile terremoto che commosse profondamente l’opinione pubblica. Non sono storicamente documentato ed ignoro i particolari della tragedia, ma ho sott’occhio una lettera di Gustave Flaubert, che cercava una consolazione nella sciagura.

Il nostro consueto errore, secondo il geniale artista francese, è di voler vedere tutti gli eventi “sub specie hominis”. Ci pensiamo al centro della creazione e on vogliamo orgogliosamente ammettere tutto ciò che contrasta con quella illusione. C’è, invece, in ogni evento un senso riposto che ci sfugge e che è indubbiamente di una utilità superiore. Noi non dobbiamo voler sopprimere gli uragani perché sono state distrutte le coperture dei nostri poponi, come non dobbiamo voler sopprimere il vento perché ha scoperchiato la nostra casa. Chi ci assicura che quell’uragano che ha distrutto i poponi e che ha scoperchiato la casa non ha accresciuto il respiro alle grandi foreste? Quali garanzie noi abbiamo che il terremoto ed il vulcano che hanno sconvolto delle città non abbiano fecondato un altro angolo più vasto dell’universo?

Benedetto Croce assentiva ed estendeva il pensiero del Flaubert agli eventi della storia umana, ammonendo che essi si devono accogliere con animo forte, quali essi siano, senza giudicarli mai, accettandoli come momenti originali ed essenziali del circolo di una realtà, che non può essere che razionale.

Io non sono un filosofo e neppure un poeta, anche se qualche volta mi pare di essere un pensatore mancato e un artista fallito, che ricava dalle due attività tutti i tormenti e tutte le debolezze, senza ricevere le consolazioni che le accompagnano. La natura del pensatore mi rende trasognato di fronte alla realtà, che si dissolve in continui problemi, vissuti sempre come tali, senza che mai riescano ad ordinarsi in una visione organica del mondo e senza che da essi scocchi masi quella scintilla che potrebbe rendere più salda e più chiara l’azione. La natura dell’artista mi rende commosso e trepidante di fronte alle più leggere sfumature dei sentimenti, senza che mai possa abbandonarmi ad una pura contemplazione, con cui gli stati d’animo, sciogliendosi in canto, sarebbero dominati e purificati.

Forse è per questo che io non riesco ad andare d’accordo con Gustavo Flaubert e con Benedetto Croce: mi dispiace, naturalmente per me e non per il grande Maestro italiano o per l’insigne romanziere francese, ma io non tollero assolutamente che per il comodo delle foreste si distruggano degl’innocenti poponi. Io non ho mai versato una lagrima sul destino delle grandi foreste e non m’importa nulla se il fiero vento occidentale della rande ode dello Shelley  ne faccia la sua cetra, le distrugga o ne accresca il respiro:io sto dalla parte dei poponi e dell’umile tetto delle case scoperchiate; io esigo per essi la massima considerazione e protesto con energia contro un universo che si fonda sul privilegio e che rovina delle città per fecondare degli angoli ignoti e più vasti dell’infinito.

Napoleone “folgorante in solio” mi lascia indifferente; mi appare anzi meschino e mi fa sentire che la “più vasta orma” dello spirito creatore era stampata su d’una materia assai volgare. Il “triste esilio” non riesce a commuovermi perché su quella sventura continua a proiettarsi l’ombra di una miserabile grandezza. Le mie simpatie e le mie commozioni vanno tutte alle sterminate legioni di soldati semplici che caddero sui campi di battaglia; e, se è vero, come diceva lo Herder, che “la Provvidenza va diritto al suo scopo passando sopra milioni di cadaveri”, io ho le mie riserve da fare su d’una Provvidenza del genere. Delle due guerre mondiali che io ho avuto la ventura di vivere, lo spettacolo più lacrimevole è quello di tutti i contadini ed operai quasi analfabeti, di tutta quella povera gente che fu strappata alla terra in cui viveva felice e che fu trasportata a morire in regioni sconosciute, per ideali ignoti, che ai sapienti dovevano poi rivelarsi ipocriti e volgari.

Ero un ragazzino delle scuole elementari quando sentii narrare per la prima volta dal maestro l’episodio di Cesare che trovandosi in uno sperduto villaggio delle Alpi, a coloro che deridevano quegli abitanti rivolse le superbe parole: “preferirei essere il primo in questo villaggio che il secondo in Roma”. Io non riuscii a comprendere l’ammirazione del maestro per quelle parole ed anzi oscuramente insorse nella mia anima una così profonda antipatia per Cesare che, quando si giunse agl’idi di marzo, il ferro di Bruto, che nel maestro suscitava commozione per l’ucciso ed esecrazione per l’uccisore, trovò in me profonda comprensione e completa assoluzione. Io sentii allora oscuramente per Cesare, il quale orgogliosamente voleva essere il primo in qualsiasi luogo, e i derisori degli umili abitatori di un villaggio delle Alpi erano di eguale bassa statura e che di mille cubiti al di sopra erano quei valligiani, storditi dall’apparizione delle folgoranti e possenti aquile romane, disturbati nel loro lavoro che, essendo compiuto con semplicità di spirito e con profondità di fede, era nella storia dell’universo più alto e più fecondo di quello che s’illudevano di compiere i loro dominatori.

Un rozzo spirito domina nel mondo e quindi nelle scuole, dove vengono presentati modelli di discutibile grandezza: la storia della civiltà forse avrà inizio quando tutti impareranno a rispettare i poponi; quando tutti sentiranno che la distruzione dei poponi e lo scoperchiamento dei tetti delle umili case non trovano giustificazione alcuna nell’Accresciuto respiro delle grandi foreste o nella fecondazione di angoli più vasti dell’universo.»

Queste riflessioni denotano una mente acuta e un animo profondamente sensibile, turbato davanti al mistero del male nel mondo e non pago della astratta consolazione che, da quel male, scaturirà forse un bene di ordine superiore: perché quel bene, se pure vi sarà, recherà vantaggio ad altri esseri e ad altre generazioni, mentre il male che lo ha preceduto e, forse, reso possibile, non potrà mai essere tolto e continuerà a pesare su coloro che l’hanno sofferto.

E tuttavia, pur riconoscendo che di un mistero si tratta e che non esiste, in termini umani, né potrebbe esistere, una spiegazione soddisfacente, in grado di rendere giustizia alle vittime innocenti, qualche osservazione può essere svolta per fare un po’ di maggiore chiarezza nel labirinto sconsolato in cui sembra dibattersi, senza trovare una possibile via d’uscita, il pensiero espresso dal professor Capitolo e che certamente è condiviso da altre anime nobilmente pensose.

Innanzitutto, è necessario operare una distinzione fra il male che proviene dalla natura e quello che proviene dalla storia: naturale l’uno, artificiale l’altro. Il male che proviene dalla natura – terremoti, eruzioni vulcaniche, malattie virali – è tale per coloro che lo subiscono, ma non è tale in senso assoluto: a meno di cadere nell’errore antropocentrico, già denunciato da Lucrezio nel «De rerum natura» e ribadito da Leopardi nelle «Operette morali», di immaginare, del tutto arbitrariamente, che il mondo sia stato fatto espressamente per noi umani e che l’universo intero non abbia altro fine che assicurarcene e conservarcene la signoria.

Rifiutare il pregiudizio antropocentrico, peraltro – lo osserviamo di sfuggita e procediamo oltre -, non significa che ci si debba precipitare a testa bassa nell’esagerazione opposta, vale a dire quella di affermare l’assoluta casualità e insignificanza della vita umana: questa sarebbe una conclusione assai maggiore della premessa; la premessa, infatti, è soltanto che l’universo non è stato fatto per l’uomo e che questi non ne è il fine, il centro ed il padrone assoluto.

Dunque: il terremoto, se distrugge le case degli uomini, per questi ultimi è un male, ma non lo è in senso assoluto; e in parecchi casi, nel mondo della natura, ciò che è male per gli uni è, invece, un bene per gli altri. La stessa malattia è un bene per i virus e i microbi che proliferano nell’organismo da essi aggredito, e la morte è un bene per i funghi e per i micro-organismi decompositori, nonché per l’insieme dell’equilibrio ecologico. Che cosa sarebbe del mondo, se non vi fosse la morte? La sovrappopolazione lo avrebbe reso invivibile da moltissimo tempo e avrebbe arrecato ai viventi sofferenze molto più terribili della morte stessa.

Certo, chi ha perso la casa, o addirittura i propri cari, sotto le rovine causate da un terremoto, soffre e non è consolato dal pensiero che quell’evento non era diretto contro di lui, né dal pensiero che la pretesa degli uomini di essere i signori del creato è del tutto ingiustificata; però lo rende meno amaro, in quanto lo inscrive in una fatalità che rientra nell’ordine universale, ordine al quale ciascuno di noi appartiene e senza il quale nessuno potrebbe vivere, così come le foglie non possono vivere senza l’albero da cui si sviluppano le gemme, e alle cui radici ritorneranno, quando il soffio dell’autunno le avrà fatte cadere al suolo.

Il male causato dalla storia è di tutt’altra specie: è un male umano, il più delle volte intenzionale, anche se di una volontà non sempre facilmente individuabile; così come è difficile individuare il vero responsabile della morte di un vecchietto che attraversa la strada con passi tremanti e viene travolto e ucciso da un’automobile lanciata nella sua corsa. È responsabile colui che era al volante e che, forse, guidava in maniera imprudente, o addirittura in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti? Oppure lo è la vecchiaia della vittima, che ha reso meno pronti i suoi riflessi e più lente le sue reazioni? Oppure, ancora, lo sono le caratteristiche del tracciato stradale, tali da rendere poco visibile, per i pedoni che devono attraversare, l’approssimarsi delle automobili? O semplicemente l’eccesso di traffico automobilistico? E, in ultima analisi, i ritmi della vita moderna e il cosiddetto progresso, a cominciare dal suo mito fondante, la velocità?

Nel caso di un assassinio, o di una guerra, o di una persecuzione politica, religiosa, etnica, le cose sono solo in apparenza più chiare, anche se è fortissima la tentazione di semplificare tutto addossando l’intera responsabilità a dei singoli individui. In realtà, anche in tali casi vi è sempre un concorso di molteplici fattori scatenanti ed è arbitrario isolare uno di essi per dichiararlo il solo ed unico “colpevole” d’ogni cosa. Questo non significa attenuare le responsabilità individuali; significa allargare il quadro, nella consapevolezza che nessun evento umano nasce dal nulla e scompare nel nulla, ma ciascun evento esercita una serie di azioni e reazioni a catena, che si ripercuotono nello spazio e nel tempo, allargandosi come i cerchi sulla superficie dell’acqua.

Rimane comune la domanda: perché? Perché esiste il male e perché a pagarne il prezzo sono, così spesso, i piccoli e gli innocenti? Crediamo che l’unica risposta onesta sia che tale è la conseguenza del bene inestimabile della libertà umana. Se l’uomo non fosse libero, non sarebbe responsabile dei propri errori e, forse, ne commetterebbe anche di meno, o non ne commetterebbe affatto. Una Provvidenza meccanica, sistematica, capillare, volgerebbe ogni cosa verso il bene ed eliminerebbe ogni inutile sofferenza dal mondo. Ma sarebbe bello, vivere in un mondo del genere?

Da qualunque lato si consideri la cosa, rimane sempre valida l’ipotesi di Leibniz, che noi viviamo nel «migliore dei mondi possibili», tanto scioccamente sbeffeggiata da Voltaire e proprio con l’argomento della “crudeltà” del terremoto (in quel caso, del disastroso terremoto di Lisbona del 1755); non nel migliore in assoluto, non in un mondo perfetto. Il mondo è imperfetto, perché la libertà umana presuppone la possibilità continua dell’errore, della colpa, del male. E l’uomo non è un angelo, non è un “buon selvaggio” che la civiltà ha corrotto e incattivito, come volevano gli illuministi: è un miscuglio di bene e di male, che, con le sue sole forze, tanto spesso fa il male anche quando avrebbe voluto fare il bene – il tragico paradosso messo a nudo tanto efficacemente da sant’Agostino, contro l’eresia pelagiana che voleva l’uomo buono in se stesso e capace di fare il bene e di raggiungere la salvezza sostanzialmente con le sue sole forze.

Il senso della religione e la necessità della redenzione scaturiscono da qui, da questo circolo vizioso che l’uomo, da solo, sembra impossibilitato a oltrepassare. Se egli non fosse libero, forse non commetterebbe più il male, perché vedrebbe solo il bene; ma, per poter essere libero, egli deve vedere sia il male che il bene; e, di fatto, egli sceglie sovente il male, sia quando lo preferisce francamente al bene, sia quando, suprema ironia, si sforza di perseguire il bene, o almeno un determinato bene parziale, ma, pur senza averlo voluto, o almeno senza averlo preventivato, finisce per fare il contrario di ciò che avrebbe voluto fare.

L’uomo non può redimersi dal male da se stesso; tanto meno potrebbe redimere il male che intenzionalmente colpisce i suoi simili e anche gli altri esseri viventi: dalla cavia torturata in un laboratorio in nome del Progresso, al passerotto il cui nido viene distrutto in nome del medesimo Progresso. Ogni volta che l’uomo, intenzionalmente o no, fa il male, tende a giustificarsi adducendo la ragione superiore di un ordine più perfetto, rappresentato dal Progresso. Per redimere il male, bisogna che a prenderlo su di sé non sia un semplice uomo, ma un Dio che ha voluto farsi uomo…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 17/10/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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