martedì, 21 Settembre 2021
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Il Borneo, le zanzare, il DDT: una lezione di ecologia pratica

Il Borneo, le zanzare, il Ddt. Uno dei danni più gravi, che ha introdotto nella “cultura occidentale” la cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII sec. è stato senza dubbio “l’approccio riduzionista” al mondo della natura di Francesco Lamendola  

Uno dei danni più gravi che ha introdotto nella cultura occidentale la cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo è stato, senza dubbio, l’approccio riduzionista al mondo della natura, concepita non più in termini finalisti, ma meccanicisti: perché una macchina si può smontare e rimontare a piacere, anzi, lo si deve fare, se non si vuole perderne il controllo: e così ci si è regolati nei confronti della natura, e ancora non ci si è fermati.

Meccanicismo vuol dire che la natura, ridotta a “res nullius” a disposizione del primo che la prenda, del primo che vi pianti un cartello di proprietà (cosa che faceva inorridire, ad esempio, i Pellirossa dell’America Settentrionale, nei loro primi rapporti con l’uomo bianco), altro non è che un gigantesco deposito di materie prime da saccheggiare e una altrettanti gigantesca discarica a cielo aperto per lo smaltimento dei prodotti di rifiuto; e le creature viventi non umane altro non sono che la cartesiana “res extensa”, corpi da sfruttare sino al limite estremo: cioè fino all’estinzione delle specie non giudicate utili, e fino alla totale manipolazione (oggi, fino alla clonazione e alla modifica del patrimonio genetico) per quelle ritenute utili.

Il tutto senza limiti né fine e nemmeno speranza di posa, stante la funesta dottrina del Progresso illimitato introdotta dall’Illuminismo e ormai talmente radicatasi nella nostra mentalità, da apparire come del tutto logica e auto-evidente, a dispetto della sua palese assurdità: come si può pensare ad un Progresso illimitato, cioè in continua espansione (sempre più industrie, sempre più merci, sempre più consumi, sempre più benessere, sempre più popolazione), in un pianeta dalle risorse limitate?

E riduzionismo vuol dire che su questa grande macchina della natura, scritta – dice Galilei, con la sua caratteristica modestia – in caratteri matematici, e che solo pochi eletti scienziati sanno leggere, si può intervenire a livello locale, secondo il proprio progetto utilitario, senza minimamente preoccuparsi di quello che può succedere nell’ambiente, vicino o lontano, come conseguenza dell’azione effettuata. Una macchina è solo una macchina; e, quando è stato sostituito un pezzo difettoso, non c’è altro di cui preoccuparsi. Il meccanico si preoccupa forse di come potrebbero reagire alla sostituzione gli altri pezzi della macchina?

Solo che, dopo tutto, la natura, forse, non è una macchina; è qualcosa di molto più complesso; forse è qualcosa di simile a un organismo vivente, e, in ogni caso, comprende la vita di milioni e milioni di organismi, tutti legati fra loro da rapporti di reciproca necessità e, quindi, accomunati da un unico destino. Inutile dire che, fra le tante specie viventi, ce n’è anche una chiamata “uomo”, la quale tuttavia, curiosamente, si comporta come se della natura non facesse parte e come se potesse dissociare il proprio destino da quello di tutte le altre, con le quali condivide il non trascurabile dettaglio di abitare il pianeta Terra.

Ora, come abbiamo visto, gli uragani arrivano a spazzare le coste del Nord America fino alla latitudine di New York; eppure, gli uragani nascono nei mari tropicali, e, se pure giungono a lambire le medie latitudini, dovrebbero perdere gran parte della loro potenzialità distruttiva. Questo, secondo l’andamento naturale delle cose; ma, quando il nostro modello di sviluppo inquinava irreparabilmente l’atmosfera, non avevamo previsto che l’effetto serra, determinato appunto dall’inquinamento atmosferico, avrebbe causato una modificazione climatica e “tropicalizzato” le acque e le terre poste alle medie latitudini, cioè nella fascia temperata. Ora lo vediamo, ma solo perché i catastrofici effetti di tale cambiamento si ritorcono contro di noi.

Un buon esempio di quel che si deve intendere per “riduzionismo” è l’uso che si è fatto, e che ancora si continua a fare, dei prodotti chimici allo scopo di eliminare le piante e gli insetti parassiti, oltre che per concimare artificialmente i campi e per ottenere piante e animali più grandi, raccolti più abbondanti e, quindi, maggiori profitti economici; e, in particolare, l’uso che si è fatto del DDT, allo scopo di eliminare le zanzare e altri insetti giudicati nocivi.

Ma “nocivi” per chi? Per l’uomo? Certamente la zanzara, in modo particolare la zanzare anofele, si può considerare una specie nociva per l’uomo; ma la sua esistenza non riguarda solamente l’uomo, bensì anche altre specie viventi; senza contare che le zanzare, antiche milioni di anni, sono, come tutti gli altri insetti, animali estremamente resistenti e coriacei da eliminare. Se scompaiono sul momento, ricompaiono poi in forme più robuste, praticamente immunizzate contro gli agenti insetticidi; e la stessa cosa è stata osservata per le altre specie che sono state prese a bersaglio di campagne di disinfestazione chimica, come i ratti. Oltre a ciò, succede che tali campagne spazzino via non solo la specie che è stata individuata come nociva e meritevole di distruzione, ma anche altre specie, che non hanno altra colpa se non quella di far parte del medesimo ambiente e della stessa catena alimentare di quella votata alla distruzione; e le conseguenze, sul medio e lungo periodo, possono essere gravissime e pressoché incontrollabili.

Possono venire distrutte specie utili insieme a quelle dannose, perché un agente chimico concepito per la distruzione della vita non guarda in faccia a nessuno; inoltre i veleni così immessi nell’aria, nella terra e nell’acqua, infettano l’ambiente e finiscono per inquinare anche l’organismo degli esseri umani, che si nutrono di piante e animali presenti in quel determinato ambiente, e che si dissetano e si lavano utilizzando quelle sorgenti e quelle falde acquifere.

Un caso emblematico e clamoroso di tale effetto domino è offerto dalla campagna contro le zanzare lanciata oltre cinquant’anni fa nell’isola del Borneo, nell’Arcipelago indo-malese, da parte niente meno che della Organizzazione Mondiale della Sanità: perché i grandi organismi economici e culturali sovranazionali sono anch’essi profondamente permeati di cultura scientista, meccanicista e riduzionista e non mostrano maggiore saggezza, nei confronti della natura e dell’ambiente, di quanta ne mostrino abitualmente dei soggetti privati unicamente dediti alla ricerca del profitto, come le grandi compagnie commerciali o i grandi complessi industriali, o di quanta ne mostri il piccolo agricoltore brasiliano che, cronicamente affamato di terra da coltivare, brucia in modo indiscriminato lembi di foresta amazzonica per dissodare pochi acri di terreno, i quali, nel giro di alcuni anni, si inaridiranno e diventeranno una steppa desertica.

Hanno scritto Adele Bianchi e Parisio Di Giovanni nella loro «Biblioteca di scienze sociali» (Torino, Paravaia, 2000, vol. 3, «Popolazione e ambiente», pp. 52-53):

«Il via alla svolta ecologica, alla rivoluzione intellettuale che ha portato in primo piano i problemi ambientali,  stato dato da “Primavera silenziosa”, un libro del 1962, scritto dalla biologa Rachel Carson. In breve tempo negli Stati Uniti si passò dall’ignoranza delle questioni ambientali e dal disinteresse a una serie di iniziative spontanee e istituzionali.

Nel 1962, quando “Primavera silenziosa” venne pubblicato per la prima volta, – scrive Al Gore, vice-presidente dell’amministrazione Clinton – la parola “ambiente” non faceva parte del vocabolario politico. In poche città, in particolare Los Angeles, lo smog era diventato fonte di preoccupazione più per la visibilità che per la minaccia alla salute pubblica.

“Primavera silenziosa” è un atto di accusa contro il DDT ed altri pesticidi, scritto con partecipazione, ma documentato e sereno. L’autrice sostiene che i pesticidi sono poco efficaci, perché gli insetti col tempo diventano resistenti, mentre sono dannosi per l’uomo (favorendo tra l’altro l’insorgenza di cancri) e per altri viventi e causano squilibri negli ecosistemi. Quando il libro uscì, la voce di una studiosa isolata si levava non solo contro le grandi industrie chimiche, ma anche contro una pratica e una tradizione consolidate: le campagne di disinfestazione venivano condotte persino dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e l’inventore del DDT era stato insignito del premio Nobel (e a ragione, visto che il DDT aveva permesso di sconfiggere malattie endemiche come la malaria). La risonanza dello pera però fu tale che ben presto governi e organismi internazionali riconsiderarono l’uso di pesticidi. Negli Stati Uniti fu istituita una commissione di studio che convalidò le tesi di Carson.

Qualche anno prima che uscisse “Primavera silenziosa”, si erano avute avvisaglie dei danni che può provocare un pesticida turbando l’equilibrio di un ecosistema. Nel 1955 l’OMS intraprese una campagna di disinfestazione del Borneo, una delle isole maggiori dell’Indonesia, per combattere la malaria, la cui incidenza era altissima (colpiva quasi il 90% della popolazione). Fu usato il DDT e la campagna ebbe successo, liberando l’isola dalla malaria. Dopo qualche tempo però nacquero inconvenienti. Scomparvero i gatti e dilagar noi topi, portatori di malattie come il tifo e la peste dei roditori. Inoltre nei villaggi crollarono diversi tetti di capanne. Questi inconvenienti erano il risultato di un’alterazione dell’ecosistema dell’isola.

Il DDT, intervenendo nelle catene alimentari, aveva favorito alcune specie di viventi e ne aveva distrutto altre. I gatti erano morti perché si nutrivano di lucertole, che a loro volta si nutrivano di insetti: il DDT penetrato negli insetti aveva finito per avvelenare anche i gatti. La popolazione dei tipi era cresciuta, perché questi animali, per le loro abitudini nutritizie., non erano esposti al rischio di avvelenamento e perché erano venuti meni i loro predatori abituali. I tetti erano crollati perché erano fatti dio fogliame. Il DDT aveva ucciso, oltre alle zanzare bersaglio della disinfestazione, le vespe, predatori abituali dei bruchi, che si nutrivano di foglie. L’aumento della popolazione dei bruchi aveva determinato il crollo dei tetti.

La situazione venne sanata ripopolando l’isola di gatti e ricostruendo i tetti crollati. Tuttavia l’ecosistema era stato turbato e occorsero decenni per un ritorno alla normalità. L’assalto dei topi e dei bruchi erano timidi segnali di quella che Carson nel suo libro chiama “rivolta della natura”.»

Quel che è accaduto nel Borneo, per la campagna internazionale contro le zanzare, è accaduto e continua ad accadere in ogni angolo del nostro pianeta, con modalità sostanzialmente simili, e con l’unica differenza che la cultura scientifica, oggi, in teoria ha compreso l’errore fondamentale del riduzionismo e ha fatto proprie le acquisizioni di una visione olistica della natura, nondimeno le politiche di devastazione dell’ambiente continuano come se niente fosse, portandoci ogni giorno un poco più vicini all’orlo del baratro.

Talvolta gli effetti collaterali degli agenti chimici si sono manifestati in maniera drammatica direttamente nei confronti degli esseri umani: così è stato per la somministrazione del talidomide alle donne incinte, negli anni Cinquanta e Sessanta, sostanza che ha provocato la nascita di innumerevoli bambini con gravissime malformazioni agli arti; perché la medicina rientra in pieno nel paradigma scientista, materialista e riduzionista e il corpo umano è divenuto, certo al di là delle intenzioni degli scienziati, il laboratorio sperimentale involontario ove praticare ogni sorta di manipolazioni a base di sostanze chimiche e di pratiche altamente invasive.

Ogni cultura esprime il livello di rispetto per l’ambiente, e per lo stesso essere umano, che la sua consapevolezza ha raggiunto: solo una cultura olistica, che veda e riconosca il legame necessario esistente fra tutti gli enti della natura, sia di natura materiale che spirituale – aspetto, quest’ultimo, particolarmente ostico al paradigma scientista oggi imperante -, può evitare che si verifichino situazioni incontrollabili e drammatiche, come quella dovuta alla campagna contro le zanzare del Borneo o come l’impiego del talidomide sulle donne incinte, prodotto che sembrava ideale per combattere la nausea e per facilitare la gravidanza (era stato sperimentato per tre anni, dalla ditta tedesca Cheemie Grünenthal, sugli animali, e successivamente distribuito in una cinquantina di Paesi).

Urge, dunque, un profondo ripensamento: della scienza, dello sviluppo economico, dell’idea di Progresso illimitato, dello stesso ruolo dell’uomo nell’ambito della natura. La filosofia della manipolazione deve cedere il passo ad una filosofia più rispettosa, più lungimirante, più pacifica nei confronti degli altri enti e nei confronti dell’ambiente, oltre che dell’uomo stesso: perché l’uomo, anche se non sempre se ne rende conto, è, in realtà, la prima vittima del suo atteggiamento sbagliato, della sua presunzione, della sua arroganza nei confronti del pianeta ospitale in cui dimora, e che gli offre tutto il necessario per vivere.

Senza tale ripensamento, coraggioso e radicale, non ci sarà alcun futuro per le nuove generazioni…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Settembre 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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