martedì, 21 Settembre 2021
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La maledizione della chimica, come una metastasi, dalla terra al corpo umano

La maledizione della chimica come una metastasi dalla terra al corpo umano. Non si tratta di criminalizzare l’industria chimica, né di bandire una crociata contro la plastica, ma di mostrarne alcuni effetti perversi di Francesco Lamendola 

In Friuli, evidentemente, non erano ancora arrivate le «magnifiche sorti e progressive» della modernità e, specificamente, dell’industria chimica.

Quando la mia famiglia si trasferì nel Veneto, all’inizio degli anni Settanta, uno spettacolo insolito e curioso, tutt’altro che piacevole, colpì la mia attenzione: quello costituito da decine e decine di sacchetti di plastica che pendevano, come oscene decorazioni, dai rami dei salici lungo le rive dei fiumi, deturpando insopportabilmente il paesaggio rurale.

Nella mia ingenuità di ragazzino, mi chiedevo, con indignazione, chi mai potesse essere tanto barbaro e tanto malvagio da dedicare il proprio tempo a un così esecrabile passatempo. Solo in seguito compresi che ciò era opera delle alluvioni: ogni volta che le piogge facevano ingrossare i fiumi, i sacchetti di plastica abbandonati presso le rive andavano a impigliarsi fra i rami e lì rimanevano, offrendo quel desolante spettacolo di squallore.

Strano ma vero, non ne avevo mai veduti prima, benché avessi trascorso gli anni dell’infanzia e della primissima adolescenza a scorrazzare in bicicletta, con gli amici, per la campagna friulana, comprese le rive dei fiumi e dei ruscelli, ovunque piantando l’accampamento dei cow-boys o dei pellirossa e battendo le colline ed i boschetti a palmo a palmo, sulle piste d’immaginari nemici o alla scoperta di mitici tesori.

La produzione illimitata di sacchetti di plastica, che hanno via via sostituito la borsa di vimini per fare la spesa, così come i supermercati e, oggi, gli ipermercati hanno sostituito le botteghe a conduzione familiare, sono uno dei tanti aspetti che ha assunto, negli ultimi decenni, la proliferazione dei prodotti chimici e specialmente della plastica e dei suoi derivati. Essa si basa su di una nuova filosofia degli acquisti e, in prospettiva, su una nuova filosofia della vita: quella dell’«usa e getta», del« tutto e subito», del «pronto è bello».

Peraltro, i danni e le ferite che l’alluvione della plastica ha inferto alla nostra società e al nostro paesaggio non si limitano alla dimensione estetica, come l’irreparabile imbruttimento degli argini fluviali – che, in questa parte d’Italia specialmente, offrirebbero uno dei paesaggi naturali più ameni che si possano immaginare. Essi investono altre sfere, ancora più delicate, se possibile, come quella della terra coltivata – e, quindi, dei cibi di cui ci nutriamo – e dell’abbigliamento, compreso quello intimo, con serie conseguenze per la nostra salute e il nostro benessere personale.

La terra.

È stato l’avvento della chimica a segnare l’inizio della fine per la civiltà contadina, nobile civiltà che, con i suoi valori secolari, anzi  millenari, aveva tenuto insieme la famiglia e la società nel suo complesso. Quando il contadino ha appreso il segreto che, irrorando la terra di prodotti chimici per eliminare le piante infestanti e i parassiti delle coltivazioni e per sostituire i fertilizzanti naturali, poteva aumentare considerevolmente il raccolto e, quindi, il profitto, è incominciata la fine. Da lì è iniziata la strada che ha portato all’attuale degenerazione: con la viticoltura, ad esempio, che non si può più nemmeno concepire senza l’irrorazione dei vigneti con sostanze chimiche altamente pericolose, perché cancerogene, da parte degli elicotteri.

E come l‘avvento della meccanizzazione ha segnato la fine del paesaggio agrario con la distruzione delle siepi, questo elemento caratteristico della campagna, con la sua specifica microflora e microfauna – perché dove prima passava il carro a trazione animale, ora non passavano più i trattori sempre più potenti e voluminosi -, così l’avvento della chimica ha segnato la fine del sano rapporto fra la terra e il contadino, basato su profondi valori e sul senso della stretta, necessaria interdipendenza fra l’uomo e la natura.

La terra, diceva un vecchio contadino, è come la donna: ti dà molto se la tratti bene; ma, se pretendi troppo da lei, finirà per non darti più nulla. E che altro è l’impiego sempre più massiccio della chimica in agricoltura, se non una incessante, brutale pretesa di strappare alla terra sempre di più, senza limite e senza riconoscenza, come se ella fosse una cava da saccheggiare illimitatamente e, alla fine, una discarica ove gettare i prodotti di rifiuto?

Così, ad un rapporto olistico, è subentrato un rapporto riduzionistico: ci si è dimenticati che la terra è una madre e una sorella che ci dà il necessario, se noi la trattiamo con delicatezza e gratitudine; se non ci dimentichiamo che non può essere equiparata ad una fabbrica basata sulla catena di montaggio, ove tutto quello che conta è la produzione spinta al massimo, senza riguardo alcuno per i suoi tempi e per i suoi ritmi.

Un tempo, i bambini potevano correre a piedi scalzi sulla terra di un campo arato di fresco: essa era tenera e molle, accogliente; ora sarebbe impossibile camminarvi a piedi nudi: le zolle sono diventate dure e taglienti come vetro, effetto della sostituzione dei concimi di origine animale con i fertilizzanti a composizione chimica.

Un tempo, durante la vendemmia, era un piacere inframmezzare la lieta fatica del lavoro mangiando qualche grappolo di uva appena colta; ora sarebbe impossibile: la quantità di pesticidi e fitofarmaci depositati sulle viti è tale che solo accostare un grappolo al viso provoca una intensa lacrimazione e, al termine della giornata di lavoro, i vendemmiatori se ne tornano a casa con il mal di testa: figurarsi cosa accadrebbe mangiando quell’uva senza lavarla accuratamente. Ma sia chiaro che, anche lavandola, il problema non si risolve: le sostanze chimiche penetrano all’interno del frutto, così come avviene con le mele, le pere, le albicocche. E, ingeriti quei frutti, le sostanze velenose entrano in circolo nell’organismo; così come avviene dopo aver mangiato la carne di animali che sono stati nutriti con cereali trattati chimicamente.

Se, poi, dalla terra si passa all’ambito dell’abbigliamento e, quindi, del corpo umano, il panorama si fa, se possibile, ancora più allarmante.

Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine: l’abitudine a vestirci in maniera antigienica, solo per seguire le ultime, stupide mode imposte dal cinema, dalla televisione e dalla pubblicità delle industrie di settore; ma si tratta di abitudini che hanno un alto costo in termini di salute, anche per i giovani, più esposti alle sirene di una moda assurda, che induce a comportamenti tanto narcisisti ed esibizionisti, quanto altamente dannosi per la salute.

La moda di non portare più la canottiera o, per le donne, il reggiseno, indossando le camicie – spesso ad alta percentuale di tessuto sintetico, a sua volta trattato con prodotti chimici – direttamente sulla pelle, è sommamente nociva, perché la sudorazione, non trattenuta da indumenti di lana, ristagna sulla pelle; peggio ancora avviene con la moda di indossare delle mutandine minuscole, che stringono i genitali e che sono, anch’esse, di fibra sintetica, che crea le condizioni per il formarsi di una flora batterica la quale dà luogo a fastidiose e pericolose infezioni.

E pensare che ci esponiamo a tutto questi per sentirci più belli, più sportivi, più giovani, e, in ultima analisi – confessiamolo – più attraenti e seducenti dal punto di vista sessuale! Così come è per questo che le ragazze e le donne si sottopongono alla tortura di stare tutto il giorno su dei tacchi altissimi, che danneggiano la colonna vertebrale; di costringere i piedi entro scarpe strette, che ostacolano la circolazione sanguigna; di uscire, anche la sera e non solo d’estate, con il ventre e la schiena generosamente scoperti, esponendosi all’insorgere di reumatismi che, con l’avanzare degli anni, costituiranno un vero e proprio tormento, oltre che una limitazione della tanto sospirata e decantata libertà di movimenti.

Quanto male si può fare a se stessi, inseguendo il miraggio di diventare sempre più belli, più seducenti, più liberi e disinvolti; quanta ignoranza e quanto poco reale amore di sé, rivelano simili comportamenti.

Scriveva la dottoressa Miriam Stoppard, nota giornalista inglese di questioni mediche e igieniche, nel suo libro «Donna, vivere sana e felice» (titolo originale: «Everywonan’s Lifeguide», London, Dorling Kindersley Limited, 1983; traduzione italiana di L. Penati e altri, Milano, Mondadori, 1983, p. 47):

«Negli anni Quaranta e Cinquanta è iniziata la moda delle fibre sintetiche, quali nailon, terital, helanca, filanca, ecc. che sono meno gradevoli da portare e meno sane delle fibre naturali. Le fibre sintetiche in generale non assorbono bene il sudore, e questo può provocare un senso di disagio;  la pelle rimane umida e a volte appaiono delle eruzioni. Molto spesso le infezioni vaginali sono causate da calzemaglie di nailon che non permettono la traspirazione. Le fibre lavorate fittamente, come i collant, perdono la loro elasticità, e quando indossate un paio di collant li troverete, al’inizio,piuttosto confortevoli per la loro capacità di contenimento. Se poi vi mettete un paio di stivali stretti, le calze aderiranno più che mai al piede e di conseguenza le dita del piede, rimaste schiacciate per la maggior parte della giornata in questa stretta innaturale, saranno doloranti e sensibili. Possiamo dire che i collant sono spesso responsabili, quanto le scarpe, di infiammazioni e dolori ai piedi, e in più accentuano i disturbi vaginali, le infezioni e le perdite. Le fibre sintetiche possono provocare allergie della pelle a causa dei componenti chimici con i quali vengono trattate nel processo di lavorazione e di finitura. Alcuni prodotti chimici, come gli ossidanti, sono considerati dai dermatologi potenti agenti sensibilizzanti in grado di provocare eruzioni allergiche nei soggetti più sensibili.»

Non si tratta di criminalizzare l’industria chimica né di bandire una crociata contro la plastica, divenuta ormai pressoché insostituibile; ma di mostrare a quali effetti perversi ha portato l’eccessiva fiducia nell’una e la proliferazione incontrollata della seconda.

È certo che molti oggetti di plastica non sono indispensabili e che potrebbero essere sostituiti da oggetti di origine naturale altrettanto funzionali e non sempre più costosi, di certo più facilmente riciclabili; e che, se ciò non avviene, è per ragioni psicologiche dovute a stili di vita irrazionali e dispersivi, più ancora che a causa delle inesorabili leggi del mercato.

Così come è un dato di fatto che gli impianti industriali chimici sono di gran lunga i più pericolosi per la salute umana e per l’ambiente, ragion per cui dovrebbero essere dislocati in zone di massima sicurezza e non particolarmente delicate dal punto di vista dell’equilibrio ambientale: come, notoriamente, è il caso della Laguna di Venezia, uno degli ecosistemi più fragili che esistano in Italia e dove, ovviamente, la nostra classe dirigente ha pensato bene di collocare il maggior polo dell’industria chimica nazionale, quello di Porto Marghera, che dà lavoro a più di 5.000 persone, tra le fabbriche e l’indotto…

La crescita a dismisura dell’industria chimica e il dilagare dei prodotti plastici non sono, ad ogni modo, eventi casuali, ma, al contrario, sono il risultato di un paradigma culturale che vede il trionfo del principio quantitativo su quello qualitativo; che vede l’affermarsi di una filosofia del dominio e dello sfruttamento selvaggio delle cose, contro una filosofia della contemplazione e del rispetto fra uomo e ambiente, fra uomo e altri viventi.

Né si può considerare casuale il fatto che l’industria chimica, basata sulla manipolazione della materia, si sia pienamente dispiegata durante i conflitti economici e militari che hanno caratterizzato il XX secolo, il secolo degli orrori, e anzi, in gran parte, grazie ad essi e alle richieste degli apparati militari: essa ha ricevuto un impulso formidabile e decisivo da quanto di peggio l’umanità ha saputo fare nella propria storia, fino a spingersi, a partire dal 1945, alle soglie della possibilità di una totale autodistruzione.

Certo, non è l’industria chimica, in se stessa, che reca la colpa dell’uso che ne è stato fatto e che tuttora ne viene fatto, nonostante le catastrofiche conseguenze che esso lascia chiaramente intravedere, in termini di inquinamento, di disastro ambientale e di progressivo peggioramento della qualità della vita.

Come si può dare la colpa alla chimica, cioè ad un fattore esterno, quando gli esseri umani non sono nemmeno capaci di vestirsi in maniera da rispettare e proteggere la propria salute?

I sinistri trionfi della chimica sono solo uno degli effetti, non la causa, del nostro attuale malessere…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 16/12/2010 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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