lunedì, 20 Settembre 2021
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La raccolta dei funghi è dannosa per l’equilibrio ecologico del bosco?

La raccolta dei funghi è dannosa per l’equilibrio ecologico del bosco? Molti pensano che l’andare a funghi sia una attività non solo moderatamente sportiva e decisamente piacevole, ma anche perfettamente innocua di Francesco Lamendola

Molti pensano che l’andare a funghi sia una attività non solo moderatamente sportiva e decisamente piacevole, ma anche perfettamente innocua o, per essere più esatti, perfettamente compatibile con la tutela dell’equilibrio ecologico esistente nei nostri boschi.

Ma è proprio così?

Innanzitutto, bisogna distinguere tre differenti tipi di funghi: micorrizici, saprofiti e parassiti.

I funghi micorrizici – studiati per la prima volta in modo esaustivo da B. Frank, dell’Istituto reale di agronomia di Berlino, nel 1885, partendo dall’osservazione di un rapporto costante fra la presenza dei tartufi e quella di certe specie arboree -, vivono sostanzialmente in simbiosi con gli alberi, soprattutto querce e castagni. L’albero cede elementi nutritivi al fungo, e quest’ultimo apporta ad esso sali nutrivi e gli rende numerosi altri servigi, ad esempio proteggendolo da funghi patogeni mediante speciali secrezioni. Il tartufo, il boleto e numerosi funghi mangerecci sono micorrize, così come lo è la pericolosissima “Amanita muscaria”.

I funghi saprofiti sono in grado, per mezzo di particolari enzimi, di decomporre le sostanze organiche morte: foglie, rami e tronchi d’albero, in sostanze chimiche più semplici, di cui si nutrono. Svolgono quindi un compito utilissimo, anzi, indispensabile nell’ecosistema della foresta: è grazie ad essi che gli organismi morti vengono decomposti e si crea nuovo spazio per altre forme di vita. Appartengono a questo gruppo le spugnole, gli agarici e vari piccoli funghi con il caratteristico cappello.

Infine i funghi parassiti non si insediano su dei tessuti morti, ma aggrediscono degli organismi vivi e sono quindi dannosi, essendo responsabili di un gran numero di malattie che colpiscono gli alberi. Nemmeno gli alberi più grandi e robusti possiedono difese sicure contro di essi: una volta che questi ultimi si sono insediati sotto la corteccia, la battaglia è persa ed è solo questione di tempo.

È evidente, pertanto, che i raccoglitori di funghi, prelevando quelli utili e specialmente le micorrize, provocano un danno all’equilibrio dell’ecosistema boschivo, anche se la sua gravità dipende, come è evidente, dall’intensità e dalla frequenza dei prelievi. Contrariamente  a quello che si potrebbe pensare, occorrono diversi anni perché una vegetazione fungina possa adeguatamente ricostituirsi dopo essere stata saccheggiata dall’uomo, senza contare che i danni causati indirettamente agli alberi si faranno sentire per un lungo arco di tempo.

In poche parole, là dove la raccolta dei funghi avviene in maniera troppo massiccia e troppo continuata, il bosco non riesce a smaltire adeguatamente gli organismi morti e le piante vive trovano maggiori difficoltà a nutrirsi e a proteggersi dagli agenti patogeni. A ciò si aggiunga il fatto che moltissimi raccoglitori, specialmente se provenienti dalla città (i “cercatori di funghi della domenica”), conoscono poco e male le specie di funghi commestibili e quando poi li portano ad analizzare da un esperto, se ne vedono scartare una percentuale notevolissima; il che significa che una grande quantità di funghi utili – non per l’uomo, ma per i singoli alberi e per il bosco nel suo insieme – sono stati raccolti e distrutti senza la minima ragione. Per questo in quasi tutte le parti d’Europa le amministrazioni forestali sono dovute intervenire, ponendo dei limiti ben precisi alla raccolta dei funghi, sia per quantità che per durata.

Insomma, l’andare a funghi è una attività meno innocente di quel che si potrebbe immaginare, anche se chi la pratica può trovarla assolutamente naturale e riceverne una gratificazione profonda, che risale forse agli istinti antichissimi dell’uomo primitivo: in questo caso, l’istinto della raccolta dei frutti spontanei, così come, nel caso del cacciatore, si potrebbe ipotizzare una sopravvivenza dell’istinto venatorio.

In buona sostanza, sono tre i fattori che rendono così amata e praticata la raccolta dei funghi: il piacere di avere in tavola un prodotto sano e naturale; il piacere, specialmente per quanti abitano in città, di concedersi una bella e salutare escursione in un ambiente incontaminato, come le foreste; infine la soddisfazione di aver ottenuto queste due cose senza dover spendere un centesimo e senza dover fare la fila al supermercato.

Ha osservato Christian Küchli nel suo saggio «Alberi e funghi» nel volume collettaneo «Boschi e foreste per l’uomo» (titolo originale: «Wälder für die Meschen» di C. Küchli, Bern, Kümmerly & Frey Geograpischer Verlag, 1984; traduzione dal tedesco di Francesco Saba Sardi, Milano, Touring Club Italiano, 1985, pp.210-12):

 «In autunno si direbbe che le foreste europee siano grandi magazzini durante i saldi; ogni anno più numerosi, i raccoglitori di funghi rincasano con cesti sempre più ricolmi, al punto che la raccolta di queste crittogame, che per molti gitanti costituisce una sorta di placido ritorno alla natura, si trasforma a volte in un vero e proprio saccheggio; negli anni di abbondanza, si direbbe che i cercatori di funghi spuntino dal terreno ancor più in fretta delle oro vittime, e ben pochi fra essi son in grado di riconoscere le diverse specie.

Gli esperti dell’istituto di botanica dell’Università di Zurigo devono dichiarare “non commestibile”, quando non addirittura “velenoso”, un terzo degli esemplari loro presentati e ordinarne la distruzione. Esempi da far accapponare la pelle sono moneta corrente: in un solo paniere c’era addirittura mezzo chilo di amanita falloide (specie mortale), vale a dire una decina di funghi, l’ingestione di minuscoli frammenti dei quali basta a provocare una gravissima intossicazione.

Nelle regioni dell’Europa centrale, di solito tra un’annata buona e l’altra passano cinque anni, e da venti a venticinque per quelle eccezionali. La formazione delle carpofore dipende da diversi fattori essenziali: insolazione, temperatura del’aria e del terreno, volume delle precipitazioni, tasso idrometrico del suolo. Il comportamento degli altri microrganismi rispetto ai funghi e la concorrenza tra le specie fungine sono anch’essi importanti, ma il loro ruolo è ancora poco conosciuto. Anche la modalità  di sfruttamento della foresta ha il suo peso: dal momento che numerose crittogame intrattengono con partner specifici determinati rapporti micorrizici, l’introduzione di nuove essenze nel corso del ringiovanimento della foresta dà evidentemente origine ala diffusione di nuovi funghi.

Certi interventi silvicoli, come la creazione di radure, possono modificarle condizioni climatiche a livello del suolo e influire sulla crescita dei funghi.  Qualora i sentieri si rivelino insufficienti, i taglialegna devono entrare nella foresta con pesanti trattori, le cui ruote schiacciano il terreno e ledono le radici degli alberi insieme ai miceli dei funghi. Le alterazioni del sostrato provocano nella vegetazione cambiamenti che possono ripercuotersi negativamente sulla vita del micelio e sulla formazione del carpoforo. […]

Dopo un periodo in cui d funghi se ne sono visti pochi, mentre aumentava il numero dei raccoglitori, sio è giunti a temere per l’esistenza stessa delle crittogame la cui sopravvivenza, se è importante per l’amatore, lo è ancora più per la foresta, e dunque per l’uomo in generale. In alcuni cantoni svizzeri sono stati promulgati regolamenti intesi alla protezione dei funghi; nei Grigioni sono limitate sia la raccolta a pochi giorni della settimana sia la quantità pro capite, provvedimento più che necessario in quanto le foreste erano letteralmente invase da orde di raccoglitori muniti addirittura di walkie-talkies. […]

L’efficacia di questi interventi è assai discussa dai micologi poiché la protezione dei carpofori è legata a tutta una serie  di fattori naturali. […]

La raccolta non è l’unico modo che ha l’uomo per recare pregiudizio alle crittogame, le quali patiscono anche per l’indebolimento del loro albero-partner, con conseguente riduzione dei carboidrati che ne ricevono. L’inquinamento atmosferico, imputabile in tutto e per tutto all’uo0mo, contribuisce al deperimento di numerosi alberi e ha inevitabilmente ripercussioni negative sulla crescita e la moltiplicazione dei funghi.»

Dunque, la raccolta dei funghi, specialmente se condotta in maniera disordinata e intensiva, rischia di trasformarsi in un danno non indifferente per i nostri boschi, nei quali l’interazione fra alberi e funghi “utili” ha impiegato molti anni per raggiungere un equilibrio ottimale.

Si potrebbe obiettare che un tempo, quando le società europee erano prevalentemente agricole, la raccolta dei funghi era praticata intensivamente e non già dai villeggianti domenicali, ma da quasi tutti i membri delle comunità rurali, che vi vedevano un completamento abituale della dieta a base di polenta, pasta, uova e verdure; eppure i boschi non ne soffrivano ed erano in grado di reggere la costante pressione esercitata da uomini e bestie.

Ma i boschi non ne soffrivano appunto perché la raccolta dei funghi era praticata con una certa intelligenza, con un certo senso del limite e, soprattutto, nel contesto di un rapporto nel complesso equilibrato fra l’uomo e l’ambiente. Il bosco era una cosa viva, periodicamente tenuto in ordine mediante il taglio delle piante più vecchie, il continuo tracciato dei sentieri da parte di uomini e animali, la raccolta delle foglie e l’innesto di nuove piante. Tutto ciò contribuiva al rinnovo dell’humus e alla pulizia del sottobosco; e si aggiunga che molti funghi parassiti di origine esotica non si erano ancora visti.

Questa è la ragione per cui la maggior parte dei boschi italiani non protetti appaiono, oggi, in uno stato di abbandono e di più o meno accentuato degrado. Il bosco, almeno nella maggior parte delle regioni europee, non è un pezzo di natura a sé stante, ma il risultato di un secolare processo di interazione con l’uomo e con gli animali domestici (oltre, ovviamente, con quelli selvatici, che però da sempre vi abitano e hanno un minore impatto ecologico).

Da quando, al sorgere della civiltà comunale, verso l’XI secolo, venne fatta la grande ripartizione fra terreni arabili e terreni incolti (che non erano solo quelli forestali, ma anche quelli paludosi, oppure quelli lasciati al pascolo del bestiame), che si è mantenuta ancor oggi, sia pure con una costante erosione dei secondi da parte dei primi, il bosco si è sempre più configurato come un ambiente naturale profondamente legato alla presenza umana, non fosse altro che per la costante presenza dei taglialegna, dei carbonai e dei cacciatori, regolari e di frodo.

Anche se può sembrare perfettamente naturale, quindi, un bosco europeo dei nostri giorni ha comunque un aspetto ben diverso dalle foreste primeve di due o tremila anni fa. È stato attraversato in lungo e in largo, sfruttato dal punto di vista economica, periodicamente bruciato e ripiantato, anche in seguito a incendi involontari, ma comunque prodotti dalla presenza umana. Molto spesso le essenze arboree sono state selezionate con cura e differiscono parecchio da quelle della vegetazione originaria: nuove specie sono state introdotte, in parte volontariamente per ragioni economiche o paesaggistiche – ad esempio, per la velocità della crescita dopo un incendio disastroso -, in parte involontariamente, per la comparsa spontanea di nuove essenze che si sono rivelate più competitive di quelle originarie, per esempio più resistenti alle ondate di nuovi parassiti, venuti, anch’essi, da regioni lontane, come l’Asia e le due Americhe.

All’occhio esercitato del naturalista non sfugge, anche percorrendo un bosco di notevole ampiezza e di origini antiche, quanto è opera della natura e quanto, in un modo o nell’altro, dell’uomo; come le vipere, per dirne una, siano divenute troppo numerose per la scomparsa dei rapaci, a sua volta causata dalla eccessiva pressione antropica; o come il tappeto di foglie sia eccessivamente spesso per la rarefazione dei funghi saprofiti e dei micro- organismi decompositori.

La conclusione è che non si può prelevare continuamente dalla natura sena restituirle mai nulla e senza neanche concederle il tempo necessario per ricostituire quanto è stato prelevato. Questo vale anche per la raccolta dei funghi, che costituisce, certamente, un piacere legittimo e fondamentalmente sano, ma che va praticata con un minimo di competenza e, più ancora, di consapevolezza ecologica, affinché non degeneri in una attività caotica e distruttiva.

Soprattutto, vale sempre l’aurea massima: davanti alla natura bisogna assumere una attitudine umile e rispettosa; essa non è un grande magazzino da saccheggiare, ma la nostra antica dimora ospitale.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 12/09/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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