venerdì, 18 Giugno 2021
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La vallonea, la quercia sacra a Giove: un autentico poema della natura

La vallonea la quercia sacra a Giove: un autentico poema della natura. La vallonea, «Quercus macrolepis» detta anche quercia greca è una pianta arborea appartenente alla famiglia delle Fagacee (genere Quercus, sezione Cerris) di Francesco Lamendola

La vallonea, «Quercus macrolepis», detta anche quercia greca, è una pianta arborea appartenente alla famiglia delle Fagacee (genere Quercus, sezione Cerris), caratterizzata da una cupola molto grande che è il prodotto più tipico della pianta, utilizzato nell’industria conciaria e nella fabbricazione di inchiostri e tinte.

Ci serviamo, per la sua presentazione generale, della descrizione che ne fanno Romano Gellini e Paolo Grossoni nella «Enciclopedia Agraria Italiana» (Roma, Ramo Editoriale degli Agricoltori, 1985, vol. XII, p. 883).

È un albero imponente, che generalmente raggiunge i 10-15 metri d’altezza ma che, in alcuni esemplari secolari, può superrare di molto queste dimensioni; la sua chioma globosa, inoltre, ne fa una specie dal portamento superbo, rispetto alla quale pochi altri alberi europei possono reggere il confronto.

L’apparato radicale è molto sviluppato, tuttavia si espande poco in profondità. I rametti sono tomentosi (ossia ricoperti da una fine peluria), di colore giallo-bruno da giovani, che poi, nella maturità, diventano glabri e tendenti al grigio.

Le gemme sono ovoidi con apice ottuso; le perule apparenti sono embriciate (cioè disposte come le spine di un pesce o come le tegole di un tetto), tomentoso-pubescenti e di colore bruno, talvolta circondate da brevi stipole.

Le figlie sono alterne, con un picciolo lungo da 2 a 3 centimetri,lobate per 3-6 paia di lobi piuttosto grandi e di forma triangolare; da giovani sono decisamente pelose, mentre in seguito il loro aspetto cambia in maniera radicale, poiché diventano glabre e lisce nella pagina superiore, mentre in quella inferiore rimangono tomentose.

Una caratteristica singolare di questo albero è che la defogliazione avviene in epoca molto tardiva, e cioè nel periodo del germoglia mento, vale a dire in piena estate (anche se è vero che, trapiantata al di fuori del suo areale, la vallonea anticipa la caduta delle foglie all’inizio dell’inverno); e la si deve al fatto che, nei climi caldi ai quali si è adattato, è l’estate non l’inverno il momento più impegnativo per la sue funzioni vitali.

La vallonea è una specie monoica (cioè in cui le parti fertili maschili e femminili sono portate dallo stesso individuo) con fioritura primaverile; la maturazione, di norma, è biennale, anche se può talvolta avvenire in un solo anno.

La ghianda è grosso (infatti può raggiungere 4 x 2 centimetri), ombelicata; l’endocarpo (la porzione più interna del frutto, quella che racchiude il seme) è finemente vellutato; essa, inoltre,. È quasi completamente avvolta da una cupola emisferica che, come si è detto, è di notevoli dimensioni, con un diametro che varia da 4,5 a 6 centimetri e con squame tomentose.

Il suo areale è la Penisola Balcanica, le isole del Mare Egeo e l’Asia Minore.

In Italia è stata introdotta – forse dai Saraceni, forse dai monaci basiliani – nei secoli del Medioevo ed è localizzata, con un numero relativamente modesto di esemplari, in una piccola zona della Penisola Salentina, in Puglia, specialmente nel bosco di Tricase, dove il Fiori ha segnalato un individuo colossale, alto 24 metri e con una circonferenza di 3,45. La chioma ha unì’’ampiezza di ben trentacinque metri e ciò le ha recato il nome di quercia dei cento cavalieri”, una autentica meraviglia della natura.

La sua età dovrebbe aggirarsi sui settecento anni; dunque quest’albero straordinario, nato nel XII secolo, era già grande e robusto al tempo in cui Dante scriveva i versi della «Divina Commedia» e si deve considerare come uno dei più antichi esseri viventi d’Italia.

La vallonea è una specie eliofita, cioè amante del sole e timorosa dell’ombra (dal greco: «hélios» e «filèin»), poco esigente verso il terreno e molto xerofila, cioè adatta a vive in periodi di prolungata siccità o in terreni aridi e semidesertici. Resiste bene al caldo, ma non sopporta temperature inferiori ai 18° centigradi sotto lo zero, dunque non resiste agli inverni delle aree continentali o delle zone di montagna.

La vallonea cresce spesso associata al mirto, al lentisco e al cerro; in Grecia, che è il suo ambiente tipico – da cui la demoni nazione popolare -, cresce di preferenza nel “Lauretum” caldo, insieme ad oleandri, pini domestici, carrubi e ginepri (precisiamo che il “Lauretum” è la zona fitoclimatica più calda nello schema di classificazione di Mayr-Pavari e prende il nome dell’alloro o «laurum nobilis»).

Tuttavia, anche se di preferenza si associa ad altre specie arboree, la vallonea può anche costituire dei piccoli popolamenti autonomi.

Il legno di quest’albero è duro e trova le medesime applicazioni di quello del rovere: vale a dire che è uno dei più pregiati e viene usato per costruire pavimentazioni, mobili, biotti d’invecchiamento di vini e liquori e così via.

Scrivono Fabio Cassola e Franco Tassi nella enciclopedia naturalistica «Conoscere la natura d’Italia» (Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1983-85, vol. 9, p. 127):

«Tra le cinquecento diverse specie di querce che, dal livello del mare alle alter quote montane, occupano ogni spazio loro confacente nel mondo e soprattutto nell’emisfero boreale, la vallonea (“Quercus macrolepis”) è probabilmente una elle più interessanti: sia per i suoi caratteri inconfondibili, sia per la storia tutta speciale cui, nelle terre di antichissima civiltà del Mediterraneo orientale, essa appare legata. Se la quercia era per antonomasia nell’antichità l’albero sacro a Giove, vuole la mitologia che l’oracolo di Dodona in Epiro fosse proprio la maestosa vallonea, la quale manifestava ai fedeli la volontà della somma divinità pagana con un semplice stormire di fronde.

Ma la vallonea, detta anche valonita o balanita, è anche la più bella quercia di Puglia o d’Italia, oggi ridotta a pochissimi esemplari nel “corno d’Ausonia”, e cioè nella penisola salentina, la cui storia passata, con provenienza dalle terre mediterraneo-orientali dove è sicuramente indigena, resta ancora tutto sommato abbastanza misteriosa.  Spontaneamente diffusa nella parte meridionale della penisola balcanica (Albania, Grecia, Bulgaria), nell’Asia minore e nel Medioriente (Turchia, Rodi, Siria, Libano, Giordania e Israele), vuole la tradizione che sia giunta in Italia tra il XIII e il XV secolo portata dai monaci basiliani che tentavano di sfuggire alle persecuzioni dell’epoca; oppure, secondo altri, intorno all’anno mille dai Saraceni. Diffusa largamente in Puglia dal Medioevo in poi, la vallonea ha potuto probabilmente giungere ai giorni nostri solo per una serie di circostanze favorevoli, tra cui non si può omettere di ricordare la meritoria campagna di salvaguardia e promozione condotta da Gaetano Stella verso l’inizio dell’Ottocento, periodo aureo dell’agricoltura salentina.

Ben riconoscibile dalle foglie coriacee, grossolanamente dentate e dal’enorme ghianda racchiusa per due terzi nella vellutata cupola esternamente irta di squame, la vallonea è un albero di medie dimensioni, che talvolta però raggiunge portamento maestoso (un magnifico esemplare dall’amplissima chioma, presso Tricase, detto “l’albero dei cento cavalieri”, si dice abbia 700 anni di età), ma che normalmente si adatta a crescere anche in forme modeste e stentate presso i muretti a secco, nelle pendici collinari assolate, sulle brulle emergenze rocciose, ovunque possa sfuggire alla mano rapinatrice dell’uomo.

Non è sempreverde come il leccio, la sughera o la quercia spinosa, né spogliante come il cerro, il farnetto, la rovere, la farnia o la roverella: può definirsi piuttosto un albero semispogliante, perché ha la curiosa abitudine di perdere le foglie molto tardivamente, addirittura in piena estate (“Le piante in questi luoghi hanno imparato a dormire l’estate – scrive infatti Raffaele Congedo, che più d’ogni altro si è adoperato nello studiare e difendere la vallonea – perché l’inverno è il più mite di tutto il basso bacino del Mediterraneo).

“Poema ligneo dell’estremo meridione”, la vallonea è certamente il più singolare albero del Salento, in cui tutto stupisce e desta meraviglia.

Era in passato largamente coltivata e diffusa, perché le ghiande turgide come castagne (dette “galle di levante”) venivano mangiate, e le grandi cupole venivano sfruttate nella conceria per l’estrazione del tannino, e in particolare per tingere le pelli di color bruno scuro (la polvere da concia era venduta nell’arte del “pelacane” con il nome italiano di vallonea, che pare derivasse dalla città albanese di Vallona, al centro di un fiorente commercio).

Oggi però gli alberi sopravissuti sparsi qua e là nel Salento non superano di molto il centinaio;: ve ne sono una settantina presso Tricase, in località Boschetto; una dozzina al bosco Curti-Pertrizzi di Cellino San Marco e altrettanti in località Collemi presso Brindisi; qualcun altro nei pressi di Corigliano d’Otranto, Casamassella e Tuturano; e infine due esemplari si trovano persino a Lecce (in Viale Gallipoli, di fronte all’Intendenza di Finanza), relitti viventi di un antico orto botanico smantellato agli albori del Novecento. Per questo occorre salvaguardare nel modo più accurato ciò che resta della vallonea salentina – che i botanici ritengono appartenere a una forma peculiare, dalle forme diverse rispetto alle progenitrici orientali -, cercando di diffonderla nuovamente, come elemento prezioso e tutelare, nell’aspro paesaggio della Murgia meridionale.»

Ancora Franco Tassi, nel prezioso volume «Aree protette d’Italia» (Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1985, pp.198-99), precisa:

«Il valore botanico della zona [vale a dire il Bosco di Tricase] è tale che essa è stata inserita nell’elenco dei biotopi pugliesi meritevoli di protezione elaborato dalla Società Botanica Italiana , per non comprometterla, si è giunti a proporre e ottenere la costosa derivazione di una strada in costruzione. E, in effetti, la presenza della vallonea nel tacco dello stivale suscita interrogativi affascinanti: perché si tratta di una quercia molto diffusa in tutte le zone orientali del Mediterraneo, e specialmente in Albania, Grecia e Turchia, ma strettamente confinata in Italia a pochi luoghi della Puglia meridionale. Secondo alcuni studiosi, tra cui Raffaele Congedo, l’introduzione  della quercia sarebbe avvenuta artificialmente, nei secoli X e XI, ad opera dei monaci basiliani approdati nel Salento per sfuggire alle persecuzioni ottomane. Secondo altri, invece, il singolare albero sarebbe vissuto qui da tempi ben più remoti: e rappresenterebbe un esempio classico della diffusione transionica. E cioè della vicenda biogeografia per cui molte piante e animali si diffusero spontaneamente tra le penisole balcanica e italica, sfruttando i ponti di terraferma che, migliaia di anni fa, dovettero esistere nel bacino adriatico in concomitanza con l’abbassamento del mare dovuto all’intensa formazione di ghiacci del periodo glaciale.»

Affine alla vallonea è il fragno («Quercus trojana»), con il quale, talvolta, viene confusa (cfr. il pur pregevole «Dizionario di Botanica», Milano, Rizzoli, 1984) e che è originario della stessa regione geografica, situata fra il Mar Jonio e il Mar Nero, con una piccola popolazione italiana localizzata tra la Puglia e la Basilicata.

Oltre al notevole valore economico, dovuto specialmente al tannino che si estrae dalle sue cupole (mentre  nella quercia mediterranea si estrae dalla corteccia della radice: cfr. Cappelletti, «Trattato di Botanica», Torino, U.T.E.T., 1964), la vallonea possiede un incomparabile valore storico e paesaggistico, trattandosi di un albero al tempo stesso bello, antico e rarissimo nel nostro Paese, per quanto abbastanza diffuso al di là del Mare Jonio.

È giusto, dunque, che ogni sforzo venga fatto per preservarne la sopravvivenza in Italia e, se possibile, per rafforzarne la presenza, data l’esiguità delle popolazioni attualmente censite. Avere cura del proprio patrimonio naturale, non meno che di quello artistico e culturale, si addice ad una società che sappia riconoscere l’importanza della gelosa custodia delle proprie radici, della propria specificità, della propria armonia con l’ambiente in cui vive.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 13/06/2010 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 26 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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