martedì, 15 Giugno 2021
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Lago d’Aral? Come si uccide un mare interno in nome del “Sviluppismo”

Il modello economico marxista è stato in se stesso fallimentare, al di là della pessima prova di sé che ha fornito nei Paesi del socialismo reale, ma basterebbe recarsi sulle sponde desolate del lago d’Aral per averne una prova di Francesco Lamendola  

Quando il Turkestan, sotto la dominazione islamica, era una delle contrade più civili del mondo, e uomini eccezionali come il poeta-astronomo Omar Khayyam adornavano Samarcanda, la città dalle cupole dorate, con le meraviglie dell’arte e della scienza, un grande bacino interno di colore azzurre accoglieva le acque dei due grandi fiumi Syr Darja e Amu Darja, i leggendari Iaxartes ed Oxus degli storici  greci.

Era chiamato anche “il lago dalle mille isole” e cento e cento barche da pesca ne solcavano le acque, mentre una popolazione relativamente numerosa trovava sostentamento intorno alle sue sponde. L’agricoltura era stata introdotta in questa regione fin dal VII millennio prima di Cristo, e l’imponente apporto d’acque dei due immissari assicurava un costante ricambio di quelle che andavano perdute per evaporazione. In tempi geologici antichissimi, il lago d’Aral e il Marc Caspio  erano uniti in una vasta distesa di mare interno; e benché poi, in epoca storica, il graduale processo di essiccamento della regione fosse già assai avanzato (come osservò anche il geografo Petr Kropotkin, curatore delle voci Amu DarjaSyr Darja per l’Encyclopedia Britannica ai primi del Novecento), ancora alla metà del secolo trascorso la situazione non appariva compromessa e il lento processo di inaridimento avrebbe richiesto chissà quanti decenni prima che l’equilibrio idrico della regione fosse esplicitamente compromesso.

Poi, invece, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, tutto è accaduto molto in fretta e la catastrofe totale appare ormai irreversibile. Il lago, che aveva una superficie di 68.320 kmq. (profondità media: 16 m.) e un volume di 1.066 chilometri cubi, è oggi diviso in due bacini minori che si stanno rapidamente estinguendo. Peggio ancora, il fondo del lago è gravemente inquinato da sostanze velenose che l’uomo ha irrorato in abbondanza per uso agricolo e che l’acqua dei due fiumi vi ha scaricato senza posa. Già all’inizio degli anni ’70 il ritiro delle acque era divenuto un fenomeno evidente, ma nulla venne fatto per correre ai ripari, tanto che nel solo trentennio fra il 1960 e il 1990 la superficie lacustre è addirittura dimezzata (per gli aspetti tecnici e per i dati ci siamo serviti del lavoro di Sara Silvi: La morte del lago d’Aral: il triste destino di un’oasi del deserto, su L’Universo, Firenze, n. 1 del 2007, pp. 80-100, al quale rimandiamo per un ulteriore approfondimento e anche per la ricca bibliografia che contiene).

Il disastro è stato causato dalla dissennata politica economica del governo sovietico che aveva deciso, negli anni Cinquanta del Novecento, di liberare l’URSS dalla necessità di importare cotone dall’estero e che pianificò la coltivazione intensiva del cosiddetto “oro bianco” nelle vaste pianure del bassopiano Turanico (Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan). Ciò rese necessario procedere a un prelevamento sempre più massiccio di acqua dal Syr Darja e dall’Amu Darja per irrigare la zona circostante, caratterizzata da una forte aridità (si tratta, infatti, di una delle regioni meno piovose della Terra). Più che di un prelievo, si trattò di un saccheggio indiscriminato, che i tecnici sovietici condussero nell’assoluta noncuranza di una pianificazione di lungo periodo, comportandosi come se la risorse a disposizione – l’acqua, in questo caso – fosse praticamente inesauribile. E tutto questo fu fatto senza tener conto della circostanza che le continue fluttuazioni del prezzo del cotone sui mercati mondiali avrebbero in gran parte vanificato i forti investimenti compiuti, mentre la conversione agricola basata sulla monocoltura imponeva pesanti sacrifici alle popolazioni locali, diminuendo drasticamente le coltivazioni di piante alimentari e incidendo negativamente sul loro già modesto tenore di vita.

“Agli esordi del XX secolo le preziose acque dei due fumi gemelli del bacino dell’Aral scorrevano ancora pure e libere negli alvei dei loro corsi. Nel primo Novecento infatti, solo una minima percentuale della portata idrica delle due arterie veniva utilizzata per l’irrigazione, mentre quasi nulla era quella destinata ad usi industriali. Da un iniziale sfruttamento del 5%, si passò in poche decine di anni a prelevamenti che eguagliavano la disponibilità idrica totale del bacino, realizzati grazie alla costruzione di immensi serbatoi idrici, posti ala fnte o lungo il corso dei fiumi, e all’edificazione di una fitta ed articolata rete irrigua. Alle soglie del XXI secolo, ben il 92% del consumo di acqua della zona veniva impiegato nel settore agricolo, mentre solo il 2 ed il 3% rivestivano le esigenze dell’industria e degli usi municipali. Crescendo a dismisura i prelevamenti dai letti dei fiumi, l’ammontare idrico diretto all’Aral calò vertiginosamente; esso diminuì infatti da 56 a 43,3 kmc negli anni successivi al 1960, si ridusse a 16,7 negli anni Settanta e cessò totalmente nei primi anni Ottanta (O’Hara, Environmental Politics in Central Asia). Mentre per il periodo 1856-1960 l’afflusso totale è stato di 280 kmc, dal 1966 al 1970 di 235 kmc, esso si è drasticamente assottigliato a soli 10 kmc fra il 1981 e il 1985. Il risultato di questo apporto sempre più esiguo è stata la diminuzione di 690 kmc del volume lacustre dal 1960 al 1985, periodo nel quale, persino in anni più umidi della media, il letto dei fiumi è risultato arso in prossimità delle sponde.

“Per entrambi i fiumi si sono succedute annate di penose crisi idriche; dal 1974 al 1986 non una sola goccia del fiume Syr Darja ha bagnato il letto dell’Aral e lo stesso può dirsi per l’Amu Darja negli anni 1982, 1983, 1985, 1986 e 1989 (Bortnik V. N., KursavV., I., Tsytsarin A. G., Present Sratus and Possible  Future of the Aral Sea, in Post-SovietGeography, vol. 33, n. 5, 1992, pp. 315-323). Già nel 1980 si raggiunse la piena utilizzazione delle riserve idriche ed il deficit cratosi fra disponibilità e sfruttamento si è prolungato fino ai nostri giorni per gravare ancora pesantemente sugli anni a venire.

“In questo sinistro iter le variabili climatiche non hanno contribuito che all’8-15% dei cambiamenti occorsi.”

L’eccessiva espansione del territorio coltivato, ottenuta mediante un’opera capillare di canalizzaziome e di drenaggio delle acque dei due fiumi, insieme al pesantissimo inquinamento dovuto ai pesticidi e ai diserbanti utilizzati per migliorare la produttività dei raccolti, sono stati, quindi, i diretti responsabili del rapidissimo prosciugamento del Lago d’Aral. Come dire che l’uomo, ancora una volta, ha prelevato dalla natura più di quello che essa poteva dargli, e ad un ritmo tale da rendere impossibile la ricostituzione delle risorse.

Un fenomeno analogo, sia detto per inciso, è in corso sia nel Mar Caspio, sia – nella lontana Africa subsahariana – nel Lago Ciad. Nel caso del lago d’Aral, comunque – e anche del Caspio – ciò è avvenuto da parte di un governo comunista, che la propaganda ideologica degli anni Settanta presentava in Occidente come molto più compatibile di quelli capitalisti con le esigenze dell’ambiente e con il rispetto dell’equilibrio naturale.

Non vi sarebbe affatto da stupirsi circa gli scempi ecologici compiuti dai regimi del “socialismo reale”, se solo si ponesse mente al fatto che il marxismo è figlio di quel razionalismo ottocentesco che vede nel Logos strumentale e calcolante la più alta facoltà dello spirito umano e, nella dottrina dello sviluppo illimitato, la sua naturale prospettiva economico-sociale. Figlio dell’hegelismo e al tempo stesso dello scientismo, il marxismo condivide con esso tutti i pregiudizi borghesi sul “diritto” dell’uomo a dominare e manipolare illimitatamente la natura (come già aveva teorizzato Francis Bacon nella Nuova Atlantide); sulla netta separazione cartesiana di res cogitans (l’uomo) e res extensa (la terra, le piante e gli animali); sulla superiorità dell’uomo bianco rispetto alle altre razze (come aveva sostenuto Hegel nelle sue Lezioni di filosofia della storia) e, all’interno della razza bianca, sulla superiorità dei popoli anglosassoni rispetto, ad esempio, a quelli slavi; sulla necessità di considerare i fatti spirituali come una sovrastruttura ideologica di quelli materiali e, in particolare, dell’economia, secondo una linea di pensiero materialista che va da La Mettrie a Comte, ossia dall’Illuminismo al Positivismo.

Come per Hegel (ma non per Schelling), la natura, il mondo non sono dei valori in sé, ma un limite, una negazione, un ostacolo del pensiero che deve essere superato, soggiogato, sgominato; un nemico da abbattere e da mettere in catene; il caos e il primitivo che minacciano e sfidano la sfera  della “civiltà”; un non-valore contrapposto al valore del lavoro, che lo deve mettere a frutto e trasformare in bene economico.

Citando addirittura Ovidio, Marx esprime questa visione della terra in un passo altamente significativo del Capitale (Libro Terzo, 7a sez., cap. XXV: la formula trinitaria, ed. Alberto Peruzzo Editore, vol. 7, p. 873):

“E ora ecco la terra, la natura inorganica come tale, rudis indigestaque moles [massa rozza e caotica: Ovidio, Metamorfosi], il caos nella sua selvaggia primitività. Il valore è il lavoro; il plusvalore non può dunque essere la erra. La fertilità assoluta della terra influisce solo nel senso che una determinata massa di lavoro fornisce un certo prodotto, che è legato alla fertilità naturale del suolo. Le differenze nella fertilità del suolo comportano che le stesse quantità di lavoro e di capitale, dunque lo stesso valore, si esprimano in differenti quantità di prodotti agricoli, di modo che questi prodotti abbiano differenti valori individuali. Livellandosi, questi valori diventano valori di mercato, cosicché i «vantaggi del terreno fertile nei confronti di quello meno fertile… vengono trasferiti dal coltivatore o dal consumatore al proprietario terriero» (Ricardo, Principles,… p. 6).”

Dunque la terra è caos, materia informe, puro valore economico: mai di essa Marx parla in termini di valore estetico o affettivo; mai, soprattutto, come di un valore in sé. Per il discepolo di Hegel, la natura, essendo altro dall’uomo, non può che essere sostanza bruta e massa indifferenziata: il teatro e il mezzo della realizzazione di un profitto. In questa visione puramente antropocentrica, la liberazione dell’uomo verrà dalla macchina: basta che al principio della proprietà privata dei mezzi di produzione si sostituisca quello della loro socializzazione. Insomma, come ebbe a dire lo steso Marx, la filosofia del Capitale non è altro che un hegelismo rovesciato: basta capovolgerlo e oplà, il gioco è fatto e si passa da una concezione del mondo borghese e reazionaria ad una proletaria e progressista. Semplice, no?

Quello che resta da mettere in luce, di fronte all’enormità di disastri ecologici come quello del Lago d’Aral – o, su un altro versante, della centrale atomica di Cernobyl – è, oltre alla totale indifferenza ai valori dell’ambiente mostrata dai pianificatori dell’economia sovietica e alla loro colossale  ignoranza puramente tecnica, che tanta parte ha avuto nell’amplificare il disastro ecologico,  è che il fallimento della coltivazione intensiva del cotone è stato causato anche dalla bassissima produttività delle aziende statali e dalle ricadute dell’inquinamento stesso.

Ma tutto questo ha una sua logica. La visione marxista dell’economia è una visione tipicamente riduzionista; né potrebbe essere altrimenti, viste le sue premesse filosofiche generali. Come ogni riduzionismo che si rispetti, è anche una visione estremamente miope e limitata e quindi, in ultima analisi, autolesionista. Gli ingegneri e gli agronomi che hanno pianificato la fittissima rete di canali derivati dal Syr Darja e dall’Amy Darja a fini irrigui non si sono mai posti il problema se, alla lunga, un simile prelevamento d’acque fosse sostenibile dall’ecosistema. E non hanno saputo fare marcia indietro, o almeno correggere gli aspetti più dannosi del sistema da loro realizzato, nemmeno davanti all’evidenza del disastro che, come si è visto, risale all’inizio degli anni ’70 del XX secolo. Se la terra è una risorsa economica da sfruttare senza riguardo per niente e per nessuno, perché farsi tanti problemi?

Se non vi fossero mille altre ragioni per rendersi conto di come il modello economico marxista sia in se stesso fallimentare, al di là della pessima prova di sé che ha fornito nei Paesi del “socialismo reale”, basterebbe recarsi sulle sponde desolate del lago d’Aral, che un tempo non lontano era la perla dell’Asia centrale, fra le sabbie aride cariche di sostanze velenose che il vento fa mulinare incessantemente tra gli alberi delle imbarcazioni da pesca arenate per sempre sul suo fondo asciutto, per averne l’evidenza tangibile.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 07/11/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 26 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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