lunedì, 14 Giugno 2021
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L’arte del giardino non richiede un professionista, ma un esperto amante delle piante

La società si faccia carico di una assunzione del valore paesaggistico, estetico e salutistico del giardino, sia pubblico che privato di Francesco Lamendola  

Esistono ancora e, senza dubbio, sempre continueranno ad esistere dei giardini, pubblici e privati:  perché la domanda a cui rispondono è antica quasi quanto l’uomo, quella di un piccolo paradiso in cui ritrovare il legame perduto con il verde e la pace della natura (tale è l’etimologia persiana della parola giardino, passata nel greco “paràdeisos” e da qui nel latino e nell’italiano).

La domanda che dobbiamo porci è se possiamo accontentarci di un po’ di verde domestico, come che sia, o se possiamo e dobbiamo fare sì che la sua progettazione e la sua realizzazione siano in qualche modo pensate e dirette da una mano esperta, o, quanto meno, secondo criteri di intelligenza, buon gusto, opportunità, che a loro volta scaturiscono sia dalla pratica del giardinaggio sia da un cultura di carattere botanico, agronomico e, perché no, architettonico (c’è stato un tempo, infatti, in cui l’arte del giardinaggio era considerata, né più n meno, un ramo dell’architettura).

Ai nostri giorni, la democratizzazione dei rapporti sociali e l’avvento di un capitalismo finanziario sempre più “virtuale” e sempre più lontano dalla sfera dell’economia reale fanno sì che, da un lato, si sia largamente diffusa la convinzione che chiunque, purché ne abbia i mezzi materiali, può costruire un giardino, anche se sprovvisto di conoscenze adeguate, esperienza e buon gusto (ma il relativismo oggi dominante nega che vi sia una oggettività del “buon gusto”); dall’altro che si possa delegare a figure di professionisti del giardinaggio tanto la realizzazione, quanto la cura e la manutenzione dei giardini, i quali hanno bensì l’esperienza, ma, sovente, non la conoscenza teorica e che, in fatto di buon gusto, sono inclini a seguire le mode del momento e ad assecondare qualunque capriccio o stravaganza del proprietario.

Per esempio, dall’uso e dall’abuso di determinate essenze vegetali, che andavano particolarmente di moda in precisi momenti storici, si può stabilire approssimativamente la data di realizzazione di un certo giardino. Un esempio per tutti: il pur bello e decorativo cipresso dell’Arizona, “Cupressus arizonica Greene”, intorno agli anni ’60 e ’70 del Novecento, è stato impiantato fino alla sazietà in moltissimi giardini pubblici e privati, e, in seguito, abbandonato, per il sopraggiungere di nuove mode e di altre tendenze. Si tratta di indicatori alquanto empirici e forse un po’ approssimativi, e nondimeno estremamente significativi, allo stesso modo in cui si può valutare la data di costruzione di una casa o di una villetta da certe caratteristiche architettoniche, e perfino dal tipo degli infissi, delle ringhiere dei balconi, delle maniglie dei cancelli e dei canceletti, oppure da certi peculiari (e, fortunatamente, irripetibili) elementi decorativi dei giardini e dei cortili, come i nanetti di gesso alla Walt Disney: che sono, sì, onnipresenti ed eterni, ma specialmente legati ad una precisa stagione dell’edilizia residenziale privata e ad un certo, ben preciso ambito socio-culturale della piccola borghesia italiana, negli anni del cosiddetto “miracolo economico”.

Tutti, crediamo, si rallegrano quando, percorrendo le strade e i viali di una città, possono ammirare delle ampie estensioni di verde e nessuno, probabilmente, preferirebbe affacciarsi dalle finestre di casa propria e vedere dei muri di cemento anziché alberi, siepi, prati e aiole fiorite; la questione è se questi “polmoni verdi” di una società urbana e industrializzata, come la nostra, debbano essere lasciati al caso o se valga la pena di promuovere una autentica cultura del giardinaggio, con una propria dignità e autonomia e con dei parametri estetici riconosciuti e, almeno entro i limiti del possibile, condivisi.

Anche l’osservatore distratto, infatti, non può non notare delle note stridenti, quando l’asfalto di una strada o le lastre di un marciapiede si spaccano continuamente per l’affiorare delle radici di un filare di pini, piantati, evidentemente, in maniera poco intelligente; e non può non soffrire nel vedere interventi di potatura tardivi, rozzi, barbarici, che decapitano, ad esempio, un bel viale di platani, nel mese di marzo, quando la fioritura delle gemme è ormai avanzata, per non parlare di quelle capitozzature degli alberi – a volte, persino di bellissimi alberi secolari! – che trasformano le piante in poveri monconi destinati alla morte.

Ci sembrano illuminanti le riflessioni svolte in proposito da Paola Casarotti nel suo breve saggio «Qualche appunto sulla figura del “giardiniere”» (in: Autori Vari, «Giardini di Vicenza», Banca Popolare Vicentina,  1994, pp. 127-30):

«Il rapporto dialettico di arte e natura, che sta alla base del fenomeno “giardino”, ci svela, quando lo verifichiamo concretamente, attraverso l’analisi dei reperti ancora esistenti ed esperibili, nell’immaginario della letteratura e nei testi di specifica trattatistica, redatti in diversi periodi storici, una serie di interessanti momenti problematici. Ciò informa ad esempio, come mutò nel tempo la stessa relazione dell’uomo nei confronti della natura e del paesaggio, come si accrebbe la conoscenza dei fenomeni naturali, come si accrebbe quella delle tecniche agronomiche ed idrauliche, come cambiò – ed è ciò che qui ci interessa – il ruolo svolto dall’artista ideatore e dal giardiniere realizzatore nella ideazione e nella formazione di spazi verdi.

Selezioniamo a questo punto, proprio la figura, che sul piano dell’informazione storica, resta ancora abbastanza enigmatica, quella appunto del “giardiniere”.

Nella vicenda del giardino, al di là del Medioevo, quando il giardiniere è per lo più semplice agricoltore, sino all’esperienza (peraltro piuttosto programmatica che effettiva) obbediente alla ideologia britannica del “Landscape” di cui più avanti diremo, l’artificio architettonico compositivo controlla ed anzi determina la rappresentazione della flora: le specie vegetali scelte secondo rigidi principi di intenzione formale e allegorica, venivano su precise indicazioni di volontà artistica, piegate riordinate dalla cura attenta  ed esperta del “giardiniere”: il quale con zappa, marre, badili, vanghe, forbici… realizzava siepi, viali, labirinti e spalliere. Nei trattati cinquecenteschi, per esempio, del Soderini o del Riccio, accanto a numerosi consigli sulla scelta più adatta di piante da usare nei giardini per l’alternanza della fioritura e dei colori nel succedersi delle stagioni (ma anche per il significato simbolico ad esse attribuito),  puntualmente ci si rimette alle esperte mani dell’attento giardiniere. Il Taegio nel suo poema “La Villa” (opportunamente segnalato da Alessandro Tagliolini) annoterà che “l’accorto “Giardiniero” (…) incorporando l’arte con la natura fa che d’ambedue ne riesca una terza natura. Quella dell’arte del giardino, unione perfetta di ideali artistici e di abilità tecnico-colturale”.

Il “giardiniere”, suo interprete nell’ordine della definizione materiale e che sovente associava alle conoscenze agronomiche e botaniche l’esperienza del controllo, uso e manipolazione dell’acqua, in quanto artigiano-meccanico capace di trasferire sul terreno e immagini e le fantasie dell’artista ideatore, mettendo i “segreti del mestiere” al servizio dei numerosi committenti, ebbe nel ‘500 e nel ‘600, allorché la sua figura comincia a percepirsi, perlopiù un ruolo subalterno, per quella sua condizione  meccanica, rispetto a quello, di dignità liberale, dell’inventore, ma anche dello stesso architetto statuario allorché fosse convocato ad abbellire il giardino.[…]

Se in epoca barocca, il rapporto arte-natura  produce l’idea del giardino-parco nel territorio come elemento ordinatore della campagna convertendo, per realizzarla, un’estensione dei compiti professionali tradizionali dell’architetto (un esempio emblematico: Le Nôtre), nulla sembra invece cambiare per la condizione del giardiniere che con i suoi  semplici attrezzi, adatti alla potatura, alla lavorazione manuale delle piante, continuò ad essere anonimo esecutore. […]

Sarà solo nel Settecento inoltrato che la dimessa figura acquisterà una nuova dimensione e piena dignità: accanto all’affermarsi della poetica ispirata alla rivendicazione dei valori spontanei della natura (Addison: “La bellezza del giardino e il suo valore artistico aumentano quanto questa assomiglia alla natura”), si viene delineando un operatore, giardiniere-paesaggista, capace, grazie alle sue conoscenze specifiche e alla sua tecnica, di creare la natura utilizzando gli stessi materiali della natura e disponendoli nello stesso ordine (Morel, 1776).

Si tratta però di una vicenda complessa. La vicenda di nuovi valori estetici (influenzata tra l’altro  dall’interesse e dallo studio del giardino cinese) nell’arte del giardino, come s’è indietro adombrato, si fondava su un’illusione e un’ambiguità: la scena del verde restava comunque soggetta alle regole, sebbene meno rigide e costrittive di un’arte topiaria che, incoraggiata dai vivaisti, imponeva immagini fantasiose e banali, le stesse che Francis Bacon un secolo prima aveva criticato nel suo celebre saggio sui giardini definendole “puerili”.

La polemica crebbe soprattutto stimolata da alcuni letterati ed intellettuali; lo stesso Alexander Pope, progettista del proprio giardino di Twickenham, diresse accuse sarcastiche contro i vivaisti del tempo, interessati più a svuotare i magazzini e a proporre disegni a loro profitto. Di nuovo J. Addison si scagliava sulla moda topiaria, in un suo saggio sul godimento del bello affermava. .., per conto mio preferisco guardare un albero con tutto il suo lussureggiante spandersi di rami e ramoscelli che non quando  potato e ridotto a figura geometrica; e non posso fare a meno di pensare che un frutteto in fiore è molto più delizioso di tutti i piccoli labirinti del parterre più finito”. […]

Un secolo più tardi, il barone Ernouf osservava che il creatore di giardini, “artiste horticulteur”, doveva possedere molte conoscenze teoriche e pratiche: egli cioè doveva essere contemporaneamente agronomo,  geologo, botanico, architetto, pittore, poeta, filosofo.

Ma così, mentre si individuava la preparazione necessaria  al “paesaggista” per operare nel giardino, si venivano già profilando le ragioni di una nuova crisi imminente.

Con la suddivisione, nell’Ottocento, dell’agronomia in più settori di studio e di intervento, nasceva l’orticoltura, come scienza del giardinaggio, e la somma di saperi concentrata sul “giardiniere2 si spezzava, , riducendo quella figura ai ruoli del mero sapere botanico, e così rischiando di renderla nuovamente subalterna! Le inevitabili reazioni, a livello teorico,sono state ricche di proposizioni; tra le quali il tentativo di recuperarla integralmente alla sfera dell’architettura.

A tutt’oggi l’Arte del giardino sembra essere priva di un suo specifico statuto, sicché continua ad essere vera la figura professionale del giardiniere, divenuto troppo spesso un professionista privo di preparazione e di connotazione culturale autentica.»

Da quanto siamo andati sin qui esponendo, emerge, a nostro avviso, il bisogno che la società si faccia carico di una assunzione più consapevole del valore paesaggistico, estetico e salutistico del giardino, sia pubblico che privato; e ciò attraverso una mobilitazione sia del mondo della cultura, della scuola e dell’università, sia dei singoli cittadini, e specialmente di quelli che si trovano nella fortunata condizione di poter disporre di una certa superficie, per quanto modesta, da destinare al godimento di un po’ di verde privato, magari per il gioco dei bambini o per lo svago delle persone anziane.

Quali essenze vegetali piantare, come, dove, secondo quale criterio; come distribuire gli spazi, secondo quale disegno, con quali finalità pratiche e decorative; come comportarsi nei confronti degli uccelli che eleggessero il giardino a luogo privilegiato per nidificare, e anche nei confronti di altri eventuali ospiti inattesi, a due o a quattro zampe; a quali sostanze fertilizzanti e antiparassitarie fare ricorso, quali rischi accettare, quali limiti porre all’impiego di eventuali prodotti chimici; quale “filosofia” adottare nei confronti della caduta delle foglie e, in genere, dello “sporco” che il giardino stesso produce, specialmente nella stagione autunnale, e del lavoro supplementare che comporta: tutto questo non dovrebbe essere lasciato al caso e all’improvvisazione, ma dovrebbe far parte di una progettualità consapevole, almeno tanto quanto lo sono la disposizione e l’arredamento degli ambienti interni della casa.

Allo stesso tempo, non crediamo che il giardinaggio sia una scienza, semmai un’arte; ma un’arte che è alla portata di tutti, o, quanto meno, di tutte le persone che possiedono un minimo di saggezza, di senso estetico e di sano spirito pratico. In linea di massima, non crediamo che sia necessario avvalersi di un giardiniere professionista, almeno per le piccole superfici verdi, ma che i suoi consigli e le sue indicazioni possano essere preziosi e talvolta necessari, affidandosi, per il resto, al buon senso e al proprio gusto personale. Certo, sapere che esiste una fase lunare adatta per questo o quell’intervento sulle piante, può rivelarsi assai utile. Ma la cosa più importante è amare le piante…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 26 Luglio 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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