domenica, 13 Giugno 2021
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Una città senza giardini pubblici è come una casa che non riceve mai il sole

Oggi si sta assistendo ad un fenomeno tristissimo: l’appropriazione degli spazi di verde pubblico da parte di gruppi che ne fanno aree di bivacco di Francesco Lamendola  

La città non può fare a meno del verde; e non solo del verde privato, che è a disposizione solo di alcuni e che influisce assai poco sull’aspetto complessivo della paesaggio urbano, ma soprattutto del verde pubblico; il quale, a sua volta, non può ridursi a qualche fila di viali alberati, a qualche siepe spartitraffico, a qualche aiola in corrispondenza di piazze o rotatorie, ma che deve esprimersi attraverso ragguardevoli superfici adibite a giardino o a parco: con tutte le piante ed anche con tutti gli animali (sissignori: con tutti gli animali) che esse sono suscettibili di ospitare, beninteso senza danno o pericolo per la popolazione umana.

Il verde cittadino, insomma, non può essere pensato puramente e semplicemente in funzione della viabilità automobilistica, e meno ancora in funzione banalmente esornativa; deve essere concepito come un polmone per la città stessa, o meglio, come una serie di polmoni, come un vero e proprio sistema respiratorio, e ciò anche nel senso letterale del termine. Infatti, quanto maggiore è la quantità di alberi e di piante che un giardino, o una serie di giardini, possono ospitare, oltre naturalmente ai viali alberati, alle siepi, alle aiole, ai parcheggi pubblici delimitati da alberi, oltre che il verde degli istituti scolastici e universitari, delle strutture ospedaliere, degli orti botanici, e  quello dei giardini privati, e tanto maggiore sarà il contrasto all’inquinamento, specialmente se le amministrazioni comunali e gli urbanisti avranno la sensibilità e le conoscenze per impiantare quelle specie arboree, a cominciare dal platano, dal frassino e dal bagolaro, che maggiormente si prestano ad “assorbire” le sostanze di scarico rilasciate dai motori a scoppio – il monossido di carbonio, il biossido di zolfo, il mercurio, il piombo, l’arsenico, il cadmio, eccetera – tutte velenose e più o meno gravemente cancerogene.

Alla funzione ambientale e igienica bisogna affiancare quella puramente estetica: perché una città povera di verde è brutta, puramente e semplicemente; non esistono architettura tanto belle e armoniose, tanto originali e affascinanti, che valgano a far dimenticare che la città, di per se stessa, è un luogo artificiale, di interesse utilitaristico, dove si vendono e si comprano merci e dove si trattano affari, e dove l’occhio rischia di non trovare niente di bello, niente di disinteressato (nemmeno uno straccio di panchina  per sedersi, quando si è stanchi di camminare!), se gli amministratori pubblici e gli urbanisti non si danno da fare per “umanizzarla”, il che non si può fare se non permettendo alla natura, cacciata dalla porta, di rientrare almeno dalla finestra: di portare il soffio della vita, delle stagioni, il canto degli uccelli, i colori delle chiome degli alberi, il profumo della terra smossa e bagnata dopo la pioggia.

Ma gli amministratori e gli urbanisti non operano nel vuoto; la città non è mai una tabula rasa, un foglio bianco sul quale essi possono scrivere quel che vogliono, abbattendo dei caseggiati qua, edificando di bel nuovo là, senza tener conto di nulla e nessuno. Ogni città possiede una sua fisionomia, una sua storia, una sua anima; e nel solco di quella tradizione gli uomini sono chiamati ad accompagnarne la vita, lo sviluppo, l’arricchimento, senza però stravolgere l’opera delle generazioni precedenti: perché né gli urbanisti, né gli amministratori pubblici sono dei piccoli dèi cui il Fato abbia concesso mano libera di creare e distruggere a piacer loro, meno ancora con la scusa di un non meglio specificato “progresso”: perché un progresso che non tenga conto della tradizione, della storia, degli uomini che vivono in quella città, non è affatto progresso, ma semplicemente una forma tecnologicamente avanzata di barbarie.

Oltre a ciò, bisogna aggiungere che la città è il risultato del sentire, del pensare e dell’agire di ciascuno dei suoi abitanti e di ciascuna delle sue generazioni; per cui, se gli speculatori edilizi si permettono di fare scempio di interi quartieri, o se gli urbanisti osano indossare i panni di qualche dio capriccioso e onnipotente, o se, infine, la piccola e la grande criminalità si impadroniscono di essa, delle sue strade, delle sue piazze, e impongono il coprifuoco dopo le otto di sera, e talvolta anche in pieno giorno, respingendo gli abitanti entro la cerchia (relativamente) protetta delle pareti domestiche, e cacciandoli via dai luoghi pubblici, dai ritrovi, dalle osterie, dai bar, dai cinema, dai giardini, e perfino dagli stadi calcio, ciò accade perché la cultura civica di quegli abitanti si è dissolta sotto i colpi del consumismo, dell’edonismo banale, dell’individualismo egoista, della strafottenza e dell’irresponsabilità collettiva. Lo stesso può dirsi quando montagne di spazzatura si accumulano sulle strade, ammorbano l‘aria e deturpano la visuale, gettando, oltretutto, il discredito internazionale su quella città: i cittadini devono fare debitamente mea culpa e ammettere che, se le cose sono arrivate a un tal punto, la colpa non può essere, sempre e solo, di qualcun altro, del sindaco, degli assessori, del servizio di nettezza urbana, ma di ciascuno di loro personalmente, e non solo come utenti degli spazi pubblici ma anche come elettori: perché quel sindaco, quegli assessori, quei responsabili della nettezza urbana li hanno eletti loro.

La cultura del verde urbano, dunque, è segno di maturità, di civiltà, di responsabilità; e la si misura non solo da quanto verde pubblico esiste, ma anche da come è tenuto, e non solo a livello di pulizia, ma anche, per esempio, dal modo in cui vengono eseguite le potature sugli alberi dei viali e dei giardini, o da come viene gestita la coabitazione degli umani con i piccoli animali che dimorano nei giardini e fra gli alberi. Nei giardini della Hofburg, a Vienna – per esempio – è possibile vedere gli scoiattoli saltellare sui rami dei grandi alberi e perfino a terra, senza troppa paura della presenza umana: pare quasi che sia possibile vederseli saltare in mano, se la si allunga verso di essi. Questo tipo di rapporto fra l’uomo e l’animale, in un contesto urbano, non s’improvvisa nello spazio di un mattino: è il risultato di una coesistenza secolare, di una civiltà matura e consapevole, di un rispetto verso la natura che si realizza nell’arco di numerose generazioni, con pazienza, con tenacia, con particolari accorgimenti educativi e didattici: perché tali cose possono, o no, far parte della cultura complessiva di un popolo, ma è certo che, se nessun adulto le insegna ai bambini, specialmente con l’esempio concreto, finiranno per scomparire.

Scrivono Sergio Frugis e Francesco Le Moli nel libro «Il Giardino» (Touring Club Italiano, 1985, pp. 27-37):

«Per chi vive in un appartamento di città, andare ai giardini può anche diventare una necessità, come è necessario respirare. In realtà, anche se non sempre, l’aria di un giardino pubblico è molto diversa da quella del resto della città; la sapiente opera architettonica nel disporre gruppi  di alberi maestosi accanto a prati rasati contornati da vistose aiuole, apre al visitatore una visione di quiete, silenzio e tranquillità.

In questo scenario quasi irreale di aiuole, cespugli, alberi e animali, fra le lucide foglie di piante esotiche, ciascuno di noi può giocare abbandonandosi alla fantasia, dimenticando la città che pure è lì intorno, a poche decine di metri; il rumore del traffico, attutito, non riesce a scacciare il sottile fascino dell’avventura che rivive in noi mentre percorriamo sentieri innocui ma misteriosi che il gioco popola di personaggi fantastici, fiere selvagge e popoli lontani.

L’idea del giardino assume per l’uomo un significato liberatorio. Non per nulla, dal grigiore fumoso del periodo della rivoluzione industriale è nata, proprio in Inghilterra, l’idea della “città giardi9no”. La “città giardino” chiaramente dovrebbe rendere più vivibile la vita quotidiana di chi è costretto o ha scelto di vivere la maggior parte della propria esistenza tra la casa e l’ufficio, o il negozio, o la fabbrica.

Tuttavia, nonostante tate teorizzazioni, spesso giardini e aree a verde pubblico sorte di recente, di naturale non hanno nulla e al contrario dei parchi e dei giardini dei secoli scorsi non costituiscono nemmeno una integrata natura “artificiale” piena di vita. Basta una passeggiata in una di queste realtà moderne e confrontarla con l’esperienza che si ricava dalla visita di un giardino pubblico, magari minuscolo ma concepito in funzione di se stesso e non dei fabbricati che gli sono sorti intorno, per accorgersi della incredibile differenza di vita che esiste tra loro. Nel primo caso capita spesso che la varietà di uccelli è limitatissima e incontriamo qui come in qualsiasi piazza cittadina, piccioni, passeri, qualche storno e rondoni, come quelli che si aggirano gridando attorno ai campanili e alle torri.

Nel giardino pubblico “vecchia maniera”, oltre alle specie citate, troviamo facilmente, a seconda delle stagioni, merli, pettirossi, cince, capinere, verdoni e cardellini, pigliamosche e altre specie ancora, a seconda della regione in cui ci troviamo.

In certi casi addirittura è solo nel giardino pubblico che resistono specie che nella campagna sono scomparse. Ciò che abbiamo detto per gli uccelli vale anche per molti insetti, soprattutto farfalle e coleotteri, per i piccoli mammiferi e per certi rettili come i verdi ramarri.

Quando il giardino pubblico comincia ad avere dimensioni rispettabili e in esso si alternano diversi paesaggi, magari con giochi d’acqua e fontane, ecco che la vita si fa ancora più ricca. Per citare qualche esempio concreto, a Villa Borghese, a Roma, nidifica la gallinella, tipico abitatore di palude; a Milano, ai Giardini pubblico, in pieno centro cittadino, nidifica il colombacci, e al Parco ducale di Parma, anch’esso in pieno centro, nidificano e si fanno comodamente ammirare il picchio muratore (che non è un vero picchio) e la ghiandaia. Eppure non c’è nulla di più progettato in anticipo, di geometricamente realizzato di un giardino pubblico come quelli citati.

Naturalmente la varietà e la quantità del popolamento animale dipende anche dall’età del giardino e dei suoi alberi e arbusti. Tutto ciò non assolve l’aria impersonale e sterilizzata di tanti nuovi giardini, dove spesso oltre all’uomo un unico altro essere vivente trionfa: il gatto.»

Insomma: il verde pubblico e i giardini urbani – come, del resto, ogni altro frutto dell’agire umano – riflettono la cultura e l’anima della civiltà di cui sono espressione. Se la cultura dominante è puramente utilitaristica, le città continueranno, probabilmente, ad avere dei giardini pubblici, nonostante la speculazione edilizia tenda a cementificare ogni superficie possibile, per farla fruttare al massimo in termini di profitto economico; però non saranno giardini a misura d’uomo, ma saranno, anch’essi, brutti e volgari, o insulsi, senz’anima, senza poesia, né fantasia, né bellezza. Saranno delle anonime superfici adibite al verde: così, tanti metri quadrati, tanti alberi e cespugli, secondo un calcolo puramente ragionieristico; saranno monotoni e banali nella scelta degli alberi, delle piante e dei fiori, e privi di autentica vita animale. Saranno delle aree tristi a cielo aperto, asettiche, quasi più simili a dei cortili carcerari, che a delle aree naturali.

I giardini pubblici sono uno degli elementi più importanti che consentono di umanizzare il paesaggio urbano, il quale, di per sé, sarebbe tendenzialmente disumano. Una città potrebbe esistere ospitando solo negozi, supermercati, uffici, banche, studi medici, dentistici e notarili, asili d’infanzia e scuole (anche senza uno straccio di verde), qualche bar e ristorante, qualche rivendita di sigarette – e, naturalmente, automobili: ma sarebbe orrenda e invivibile. Una città del genere sarebbe un luogo di alienazione, di angoscia e di pazzia: un luogo ideale perché se ne impadroniscano i soggetti peggiori, asociali, brutali, assuefatti a tenere dei comportamenti incivili o francamente criminali. E, naturalmente, la criminalità illegale – usura, prostituzione, spaccio di droga – e quella legalizzata – slot machines, case da gioco, locali di spogliarello – sarebbero pronte ad offrire, l’una e l’altra, i loro “paradisi artificiali”, i loro tristi surrogati di una vita decente o le illusioni che permettano di sopravvivere in un simile inferno, illudendo i deboli e gli ingenui, o semplicemente i disperati, ma prolungando, in realtà, il loro stato di abbrutimento cronico.

Oggi si sta assistendo ad un fenomeno tristissimo: l’appropriazione degli spazi di verde pubblico, nel cuore delle nostre città, da parte di individui e di gruppi che ne fanno altrettante aree di bivacco, nonché le basi operative da cui pianificare e attuare una strategia di violenza e di intimidazione ai danni della comunità che lavora, che alleva i figli, che studia, che produce, che assiste gli ammalati, che offre servizi utili ai propri concittadini. Sporcizia e siringhe infette, o addirittura campi abusivi semi-permanenti, marcano la loro presa di possesso del territorio.. Ebbene: a mali estremi, estremi rimedi. Bisogna ripulire e bonificare quelle aree, a muso duro. Il buonismo non è più una virtù…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Dicembre 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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