lunedì, 27 Settembre 2021
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Come ci s’innamora della botanica

Sovente le passioni degli adulti hanno origine da un seme gettato nell’infanzia e che attecchisce misteriosamente nelle profondità dell’anima, creandovi una magica atmosfera e lasciando una impressione indelebile di Francesco Lamendola  

Sovente le passioni degli adulti hanno origine da un seme gettato nell’infanzia e che attecchisce misteriosamente nelle profondità dell’anima, creandovi una magica atmosfera e lasciando una impressione assolutamente indelebile.

A volte questo seme sembra essere stato gettato per caso, a volte intenzionalmente dai genitori, da un insegnante, da un parente o da un amico di famiglia; tutto poi dipende se il terreno in cui cade è propizio, se cioè l’anima è disposta ad accogliere quello stimolo e se finirà per aprirsi ad esso in una successiva fioritura; e, naturalmente, dipende anche dal momento e dalle circostanze adatti, perché non basta lo stimolo, bisogna anche che il tempo e il modo siano favorevoli.

I bambini sono estremamente sensibili alla dimensione affettiva dei rapporti umani e, in buona misura, ciò vale anche per gli adolescenti e per i giovani: essi non accolgono una suggestione sulla base di un ragionamento, ma di una simpatia o di una antipatia istintive; e da ciò si comprende quanto è importante che i genitori e gli insegnati trovino la maniera giusta di rivolgersi a ciascun bambino, perché non esistono modalità pedagogiche valide in astratto.

Nel caso delle scienze naturali, è importante, anzi fondamentale, che vi sia un adulto capace di far leva sulle potenzialità creative e fantastiche del bambino; invece di annoiarlo con letture o con dotte esposizioni teoriche, si tratta di portare il bambino in mezzo alla natura e di fargli ammirare la bellezza delle creature viventi, spiegandogli i fenomeni con parole semplici e chiare e non mortificandolo con formule scientifiche, che ancora non sarebbe in grado di afferrare, ma, al contrario, stimolando le risorse della sua immaginazione.

Tutto, per il bambino, è immerso in una dimensione “magica”; anche le creature e i fenomeni del mondo naturale, quindi, saranno percepiti da lui secondo questa particolare angolatura; l’importante è che le radici dell’interesse attecchiscano nel vivo humus della sua anima. In seguito, se questa sarà la sua vocazione, lui stesso avvertirà il bisogno di inquadrare le nuove conoscenze entro un quadro di riferimento più razionale e preciso, più oggettivo e metodico; ma senza mai sacrificare del tutto, senza mai spegnere la dimensione della fantasia e della creatività.

Una passeggiata sotto le stelle, in una bella sera d’estate, nella quale un papà racconta a suo figlio dell’esistenza di pianeti lontani, forse abitati, o del fenomeno delle stelle cadenti; in cui gli spiega come la luce di quegli astri, che noi ora vediamo brillare alti nel firmamento, è partita, in realtà, migliaia di anni fa, per cui quel che vediamo di loro non è il presente, ma il passato: tutto questo può lasciare una traccia profonda nell’anima di quel bambino, può alimentare i suoi sogni, può spingerlo, nel corso del tempo, ad indirizzare il suo interesse verso la facoltà di astronomia o, magari, verso studi di fisica e di matematica.

Una gita o una piccola escursione in montagna, durante la quale un adulto aiuta un ragazzo a leggere, negli strati rocciosi, la successione delle epoche geologiche, o a riconoscere i fossili di antichi animali marini, spiegandogli che in tempi antichissimi quelle montagne non esistevano, né esisteva la terraferma, ma vi era una vasta laguna tropicale: anche questa può essere una felice occasione per indirizzare i pensieri e le fantasie di quel ragazzo verso il mondo affascinante della geologia, della mineralogia, della paleontologia.

La stessa cosa vale per il mondo meraviglioso degli animali e delle piante. Non solo chi vive in campagna, ma anche chi vive in città avrà sicuramente la possibilità di accompagnare un bambino a fare una passeggiata in un giardino o in un prato di periferia, oppure lungo il fiume dalle rive incorniciate di salici, pioppi ed ornielli e dalle acque cullanti lunghi fasci di alghe d’acqua dolce; di fargli vedere il muschio sulla corteccia degli alberi e i licheni che si abbarbicano su un antico muretto in rovina; di insegnargli a distinguere le diverse specie di arbusti e le numerose varietà di fiori dai mille colori incantevoli.

Vi sono poi i giardini botanici e i musei di storia naturale, così come vi sono dei libri illustrati per ragazzi che invogliano ad approfondire le cose e accarezzano la fantasia con le loro fotografie e i loro disegni di paesaggi tropicali e di lontane foreste; per non parlare di certi documentari trasmessi dalla televisione, molto ben fatti, che sono stati pensati espressamente per un pubblico giovanile o, comunque, non specialista, senza tuttavia rinunciare alla esattezza e al necessario rigore scientifico (sarebbe anche un modo di far capire al bambino che la televisione può essere adoprata anche per vedere qualcosa di diverso dai soliti cartoni animati giapponesi o, peggio, dagli squallidi programmi per adulti, come i cosiddetti reality show).

Un bambino che sia accompagnato da un adulto a visitare quel giardino, quel museo, o che gli regali quel libro – non un adulto qualsiasi, ma una persona di cui il bambino abbia stima e fiducia e verso la quale egli provi un certo grado di simpatia e di affetto – sarà potentemente stimolato a far tesoro di quelle esperienze, a riporle con gratitudine nella propria memoria e, forse, magari a distanza di anni, a coltivare una passione, per esempio a raccogliere campioni botanici in un erbario di sua creazione, e infine a indirizzarsi verso una scelta universitaria.

Così racconta il celebre neurologo-scrittore Oliver Sachs nel suo libro «L’isola dei senza colore» (titolo originale: «The Island of Colorblind and Cycal Island», New York, 1996; traduzione italiana di Isabella Blum, Milano, Adelphi, 1997, pp. 207-14):

«Quando avevo cinque anni, il nostro giardino a Londra era pien di felci: una grande giungla che cresceva alta sopra la mia testa […] Mia madre e una mia zia che mi era molto cara adoravano il giardinaggio e avevano il pollice verde: uno dei miei primi ricordi è l’immagine di loro due che lavorano fianco a fianco in giardino, fermandosi spesso a contemplare con tenerezza compiaciuta le giovani fronde e i germogli delle felci arricciati “a pastorale”. Il ricordo di quelle felci e di quella botanica serena, quasi idilliaca, finì per associarsi, in me, al senso dell’infanzia, dell’innocenza, di un tempo prima della guerra. […]

Durante la guerra, mia zia era direttrice di una scuola del Chesire (una “scuola all’aria aperta”, come veniva chiamata), immersa nella Delamere Forest. Fu lei che per prima in quei boschi mi mostrò. Fu lei che per prima in quei boschi mi mostrò alcuni equiseti, alti qualche decina di centimetri, che crescevano nel terreno umido vicino alla rive dei corsi d’acqua. Me ne faceva toccare i fusti rigidi e articolati, spiegandomi che erano fra le piante viventi più antiche e che i loro antenati, “Calamites”, simili ai bambù, alti il doppio degli alberi che avevamo intorno, erano di dimensioni gigantesche e formavano densi boschi di alberi enormi: un tempo, centinaia di milioni di anni fa, quando anfibi giganteschi sguazzavano nelle paludi primordiali, essi ricoprivano la Terra. Mi mostrava come gli equiseti fossero ancorati al terreno da una rete di radici, rizomi flessibili che inviavano stoloni a ogni fusto.

Poi cercava minuscoli licopodi per mostrarmeli, con le loro foglie squamiformi; anche questi, mi diceva, un tempo avevano avuto la forma di alberi alti più di 30 metri, con enormi tronchi coperti di scaglie e sormontati dalle fronde e dai coni. Di notte sognavo quegli equiseti e quei licopodi silenziosi e torreggianti sui paesaggi acquitrinosi e sereni di 350 milioni di anni fa: un Eden paleozoico, che mi lasciava un senso di esaltazione e di perdita, al mio risveglio. […]

Spesso la zia mi portava al Museo di Storia naturale di Londra, dove c’era un giardino fossile pieno di “Lepidodendra”, antichi licopodi arborei il cui tronco frastagliato di scaglie romboidali li rendeva simili a coccodrilli, e di “Calamites”, gli equiseti arborei dal fusto più slanciato. Nel museo, mi portava a vedere i diorami del Paleozoico (con titoli come “Vita in una palude del Devoniano”), che […] divennero i nuovi paesaggi dei miei sogni. Volevo vederle VIVE, queste piante gigantesche, subito, e sentii spezzar misi il cuore quando la zia mi disse che non esistevano più equiseti o licopodi arborei, che tutta quella flora gigantesca se n’era andata, era scomparsa – sebbene gran parte di essa, aggiunse, fosse sprofondata nelle paludi, dove nel corso di eoni sera stata compressa e si era trasformata in carbone (una volta, giunti a casa, ruppe un nodulo di carbone e mi fece vedere i fossili che conteneva).

Poi, con un balzo in avanti di 100 milioni di anni, passavamo ai diorami del Giurassico (“L’età delle cicadine”) e la zia mi mostrava questi alberi grandi e robusti, tanto diversi da quelli del Paleozoico. Le cicadine avevano enormi coni e grandi fronde all’apice e un tempo erano state le forme di vita vegetale dominante; era in mezzo a esse che volavano gli pterodattili, ed era di esse che si nutrivano i dinosauri giganteschi. Non ne avevo mai visto uno vivo, ma questi grandi alberi, simili come sono a una sorta di incrocio tra una felce e una palma, con i loro tronchi spessi e massicci sembravano più credibili, meno alieni, degli inconcepibili “Calamites” e “Cordaites” che li avevano preceduti.

Nelle domeniche d’estate, prendevamo la vecchia District Line per i Kew Gardens, inaugurata nel 1877, sulla quale erano ancora in servizio molte vetture elettriche dell’anno inaugurale. L’ingresso costava un penny e con quella cifra si poteva visitare tutto il giardino, con i suoi ami viali, le sue conche, la pagoda del diciottesimo secolo e le grandi serre con la struttura di vetro e ferro, che erano le mie preferite.

Le visite alla ninfea gigante “Victoria regia”, nella sua serra speciale, alimentarono in me il gusto per l’esotico; le sue grandi foglie, diceva la zia, potevano facilmente sostenere il peso di un bambino. La pianta era stata scoperta nelle regioni selvagge della Guyana e il nome le era stato imposto in onore della giovane regina Vittoria. […]

Quando fui più grande, e visitai per la prima volta Amsterdam, scoprii il suo piccolo, bellissimo Hortus Botanicus triangolare: era molto antico e vi si respirava ancora un’aria medievale, un profumo dei giardini di erbe, dei giardini dei monasteri, dai quali erano derivati poi tutti gli orti botanici. C’era una serra particolarmente ricca di cicadine, che ospitava anche un esemplare antico, nodoso e contorto per l’età (o forse per il fatto di essere confinato in vaso, con poco spazio a disposizione), del quale si diceva fosse la più antica pianta in vaso del mondo. […]

Ma c’è una differenza infinita fra un giardino, per quanto grandioso, e la natura allo stato selvatico, dove ci si può fare un’idea più tangibile delle reali complessità e delle dinamiche della vita, delle forze che spingono le specie verso l’evoluzione e l’estinzione. E io bramavo di vedere quelle piante nel loro contesto – non piantate, non etichettate, non isolate in mostra; volevo vederle crescere fianco a fianco con i ficus del Banian e i pandani, circondate dalle felci; volevo vedere l’intera armonia e la complessità di una giungla di cicadine in scala reale: il paesaggio dei miei sogni di bambino fatto realtà vivente.»

La cosa più importante è che l’adulto trasmetta al bambino un atteggiamento di stupore verso il mondo della natura, cosa a cui il bambino è già naturalmente predisposto, ma che va incoraggiata e alimentata. Il bambino deve percepire la meraviglia dell’adulto, il senso di riverenza e di ammirazione che lo pervade davanti allo spettacolo straordinario della natura, che si tratti di una montagna che svetta maestosa e si staglia nella luce rosseggiante del tramonto, oppure di una semplice foglia d’albero che sussurra nel vento e sulla quale si muove un minuscolo insetto, che vede in essa un piccolo mondo.

Non c’è niente di peggio che un adulto si ponga davanti alla natura con atteggiamento presuntuoso, saccente, spogliato di senso del mistero e di senso del limite; che il bambino legga nelle sue parole e nei suoi gesti un arido interesse strumentale, una supponenza intellettuale, un pregiudizio scientista: perché, indipendentemente dalle convinzioni religiose di quell’adulto, delle quali, evidentemente, egli è perfettamente libero, ciò equivarrebbe a distruggere la poesia insita nella contemplazione della bellezza. E la natura è bellezza in sommo grado.

Quando l’adulto fornisce le sue spiegazioni a un bambino che gli chiede quanto sono lontane le stelle o quanti anni può vivere un albero, dove vanno le rondini quando partono in autunno e come fa il ragno a tessere così perfettamente la sua tela, deve farlo con serenità e con precisione, se possibile (magari con l’aiuto di un libro o di una ricerca informatica), ma senza dargli l’impressione che ogni cosa sia stata compresa e chiarita una volta per tutte, che non esista più alcun mistero, che la mente umana sia capace di rispondere a qualsiasi interrogativo.

Al contrario, è necessario fargli capire, o meglio fargli sentire, che le risposte della scienza sono sempre parziali e provvisorie; che l’uomo non ha alcun motivo per inorgoglirsene, visto che ogni epoca ha dovuto rivedere, in modo più o meno radicale, le fermissime convinzioni di quella precedente; e che dopo aver aperto dieci, cento, mille porte con la chiave della ragione, restano ancora infinite porte che l’uomo non potrà mai aprire da solo, perché non ne possiede la chiave, ma che possono, semmai, essere aperte solo passando a un altro livello di conoscenza, che non è inferiore a quello razionale, semmai superiore – perché la contemplazione è conoscenza, e conoscenza in sommo grado -, ma che richiede altri presupposti, altri strumenti e, soprattutto, un diverso atteggiamento intellettuale e spirituale.

L’invito all’amore per i fenomeni della natura, così, può diventare propedeutico all’invito a rivolgere uno sguardo verso il mistero più alto, il mistero dell’essere, che non è fuori di noi, ma dentro di noi; davanti al quale è giusto che l’uomo, anche il più intelligente e il più sapiente, si senta piccolo e umile, perché egli non è il padrone e tanto meno il creatore di ciò che esiste, ma l’ospite fortunato di una Terra meravigliosa, nella quale non si trova per caso, ma appunto per potersi porre delle domande appassionate e generose.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 26/07/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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