lunedì, 21 Giugno 2021
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Difendere le ultime foreste del pianeta per salvare il bene inestimabile della biodiversità

Difendere le foreste del pianeta per salvare il bene inestimabile della biodiversità. Il ruolo insostituibile che la biodiversità svolge nel mantenere l’equilibrio ecologico e indirettamente la sopravvivenza dell’uomo stesso di Francesco Lamendola 

Nel precedente articolo «Irlanda 1847: come l’aver distrutto la biodiversità ha condannato un popolo a morire di fame» (sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice) abbiamo già messo in evidenza il ruolo insostituibile che la biodiversità svolge nel mantenere l’equilibrio ecologico e, indirettamente, nella sopravvivenza dell’uomo stesso.

Abbiamo visto, ad esempio, come biodiversità sia sinonimo di variabilità genetica ed ecosistemica; e, nonostante la parola italiana conservi una sfumatura vagamente negativa (diverso come deviante dalla norma), in inglese biodiversity significa varietà e molteplicità; meglio sarebbe, quindi, tradurlo con  biovarietà o varietà della vita.

Un sistema biologicamente vario è un sistema che possiede in se stesso gli anticorpi per reagire alla proliferazione di organismi dannosi e per ripristinare il proprio equilibrio. Ed è per questo che a Nairobi, il 22 maggio 1992, le Nazioni Unite hanno varato la Convenzione sulla Diversità Biologica, alla quale le varie nazioni del mondo hanno cominciato ad aderire nel quadro delle Convenzioni di Rio de Janeiro dello stesso anno.

Ora, la biodiversità è custodita essenzialmente dalle foreste vergini, in particolar modo da quelle pluviali della fascia equatoriale: Africa centrale, bacino amazzonico e Arcipelago indo-malese (Borneo e Nuova Guinea in modo particolare); ed è appunto tale ambiente naturale che viene distrutto, letteralmente a vista d’occhio. Si parla di una superficie di foresta vergine pari ad un campo da calcio che se ne va ogni due secondi; per l’Africa, nel giro degli ultimi trenta-quarant’anni la superficie delle foreste pluviali si è ridotta in maniera impressionante, di qualcosa come due terzi e anche più.

Ma quanta biodiversità è contenuta in una foresta pluviale tropicale, esattamente?

La risposta è: quasi incalcolabile. Parliamo di centinaia di specie vegetali e di decine di specie animali per ogni ettaro di foresta; laddove, nelle foreste dei climi temperati e di quelli temperato-freddi (come il Nord America o l’Asia settentrionale), è possibile che su un ettaro di superficie non si riscontrino che una sola o, magari, due o tre specie vegetali. Anche la foresta magellanica, nel sud del Cile, è di tipo pluviale; ma il clima è temperato freddo e, pertanto, anch’essa risulta piuttosto povera di specie.

Eppure, si continua a distruggere la foresta tropicale a ritmo industriale: e non solo per lo sfruttamento del legname o per fare spazio all’agricoltura di sussistenza, ma per creare vaste aree di colture cerealicole destinate all’alimentazione degli animali da carne, allevati per rifornire il mercato della carne dei Paesi ricchi (anche se la deforestazione viene spesso dipinta come mirante a sfamare le popolazioni affamate del Sud della Terra).

Ne abbiamo già parlato in un altro articolo, «Superare la cultura della bistecca per salvare la biosfera e noi stessi» (sempre sul sito di Arianna), denunciando la cosiddetta «Hamburger connection».

Infatti, una cultura alimentare irresponsabile, sostenuta dalle raccomandazioni di migliaia e migliaia di medici (solamente occidentali, però), vorrebbe che l’essere umano non possa sopravvivere se non mangiando carne in quantità; che solo la carne offra le sostanze necessarie al sostentamento dell’organismo; che dei genitori, i quali non nutrano i propri bambini a Nutella e bistecche, commettano più o meno un delitto contro la salute delle loro creature.

Mangiare molta carne, preferibilmente al sangue, e bere molto vino, è giudicato uno stile alimentare da “veri uomini”; mentre una dieta vegetariana e un uso limitato di vino è considerato cosa “da donne”, e non certo in senso elogiativo. Il che ci fa avvertiti che dietro la cultura della bistecca vi è anche un atteggiamento maschilista e una psicologia fondamentalmente aggressiva. L’uomo – si dice – è da sempre cacciatore; uccidere gli animali per cibarsene è nel suo DNA.

Dunque, le foreste vergini vengono distrutte essenzialmente perché noi possiamo seguitare a rimpinzarci di carne estrogenata presso i locali di McDonald’s, con danno gravissimo per la nostra salute e con un danno ancor più grave per l’ecosistema mondiale.

Dicevamo che la foresta pluviale tropicale è il regno della biodiversità, frutto di un rapporto ideale fra alte temperature, abbondanti precipitazioni piovose e intensità della radiazione solare che, a sua volta, provoca una altissima percentuale di umidità atmosferica e, pertanto, la continua formazione di nubi imbrifere.

Come scrive Anthony Huxley nel bel volume «Eredità verde. Il patrimonio del mondo vegetale» (titolo originale: «Green Inheritance», London, William Collins Sons & Co. Ltd, 1984; traduzione di Carla Sborgi, Milano, Touring Club Italiano, 1989, pp. 33-34):

«La vegetazione della foresta pluviale tropicale è incredibilmente complessa.  Per prima cosa, solitamente non bi predomina nessuna pianta in particolare. Così, per esempio, in un ettaro e mezzo di foresta malese sono stati trovati 227 tipi di alberi, anche se di alcuni di questi vi possono essere soltanto uno o due esemplari. Un’area analoga nei boschi decidui del Michigan può invece contenere forse soltanto una decina di specie, però con molti individui per ciascuna di esse; e così nella foresta di conifere vicino al Circolo Artico, la stessa superficie può presentare anche una sola specie di alberi.

Un secondo livello di complessità deriva dall’enorme quantità di piante e dalle loro diverse forme di esistenza. Per il sostegno, le piante hanno talvolta delle radici hanno talora delle radici a trampolo disposte in modo da ricordare e tende dei Pellirosse (cosa curiosa, molte di queste perdono l’originario fusto centrale quando raggiungono una certa altezza.). In altri casi si trovano piante che utilizzano per sostegno radici rinforzate con ramificazioni laterali che si addentrano nel terreno per soli 50 centimetri. Molti altri alberi invece non possiedono simili “strutture” e si sostengono a vicenda. Se si pratica una sezione trasversale di foresta, gli alberi a tronco sottile cadono perché le loro radici non hanno capacità di ancoraggio.

La foresta pluviale contiene alcuni alberi molto grandi, alti perfino 50 metri, e, sotto, svariati strati (op piani), non sempre chiaramente distinti, di alberi più piccoli. […]

All’interno di questa folta foresta, il livello di umidità dell’aria si quadruplica scendendo dalla volta al suolo, ma vento, piovosità e temperatura (con le sue variazioni hanno il loro valore minimo al suolo e quello massimo sopra la volta. […]

Soprattutto sui rami più alti e allargati degli alberi della volta vi è una fitta crescita di felci, orchidee, bromeliacee, e altre epifite, che si accontentano di una quantità limitata di umidità, che assorbono dall’aria e dai detriti che si accumulano intorno alle loro radici. Aeree di fissaggio. Alcune crescono un po’ più in basso, soprattutto grosse felci.

Licheni, muschi e alghe colonizzano tutti i livelli della foresta, trattando alo stesso modo i tronchi  degli alberi e le rocce. E ovunque sul suolo, sulle foglie cadute,  sui tronchi degli alberi, vi saranno funghi, dalla sorprendente gamma di forme e di colori. Essi servono a decomporre la sostanza organica nei suoi elementi costituenti, così da creare nutrimento ai vecchi alberi della foresta e alle giovani piante che sperano di aprirsi un varco per raggiungere il sospirato livello di luminosità, senza restare soffocate.»

Uno studio di Greenpeace di circa dodici anni fa (al quale ci rifacciamo in questa parte del presente articolo) ha condotto alla stesura di un «Atlante mondiale delle Foreste», basato sul censimento degli ultimi paesaggi forestali ancora intatti presenti sul nostro pianeta.

Purtroppo, il quadro della situazione – già poco confortante -, deve considerarsi ulteriormente compromesso, perché, nei primi anni del XXI secolo, la tendenza alla progressiva distruzione delle foreste non è affatto diminuita, nonostante alcuni tentativi, da parte di governi e istituzioni pubbliche, di porre un freno al fenomeno.

In primo luogo, emerge che le ultime aree forestali intatte della Terra sono concentrate in sette grandi regioni fitogeografiche:

1)      la foresta amazzonica e altre zone di foresta pluviale dell’America latina tropicale (34% dell’intero patrimonio forestale intatto dell’intero pianeta);

2)      la foresta pluviale temperata della Patagonia: in pratica, il versante sud-occidentale delle catena andina, annaffiato dalle abbondanti piogge portate dai venti prevalenti occidentali, che soffiano dall’Oceano Pacifico; mentre il versante atlantico è arido e ricoperto da una rada vegetazione steppica (appena l’1% delle foreste intatte della Terra);

3)      la foresta pluviale tropicale dell’Africa (che corrisponde all’8% del totale mondiale dei paesaggi forestali intatti);

4)      la foresta pluviale del Sud-est asiatico e del Pacifico, che va dall’Indocina, attraverso l’arco delle isole indo-malesi, fino alla Nuova Guinea e all’Australia; ad essa è affine, ma con caratteri parzialmente diversi, la foresta pluviale della Nuova Zelanda, che, nella parte sud-occidentale dell’isola del Sud, ricorda la foresta pluviale temperata della Patagonia cilena (in totale, si tratta del 7% dei paesaggi forestali intatti del nostro pianeta);

5)      la foresta boreale del Nord America (Alaska, Canada e alcune zone degli Stati Uniti), caratterizzata da un clima temperato-freddo e da una marcata povertà di specie (in totale, il 28% dei paesaggi forestali intatti del mondo);

6)      le foreste dell’Europa, concentrate fra la Scandinavia e la Russia centro-settentrionale, ma presenti anche, su aree limitate, in quasi tutte le altre regioni del nostro continente, e quindi prive di unità morfologica: si va dalla taiga delle regioni artiche alla macchia mediterranea  della Corsica, della Sardegna, dell’Italia meridionale e della Grecia (complessivamente, si tratta di meno del 3% dei paesaggi forestali intatti);

7)      la foresta boreale della Siberia, collegata a quella di altre regioni dell’Asia settentrionale, come la Manciuria, la Corea, l’Arcipelago giapponese; anch’essa, come quella del Nord America, povera di specie, a paragone delle foreste tropicali (con il 19% dei paesaggi forestali intatti del mondo).

A queste ultime zone di foresta ancora intatta si ricollega anche una ricca fauna di uccelli, mammiferi, anfibi, rettili e pesci d’acqua dolce, nonché di insetti e altri animali inferiori, purtroppo gravemente minacciata e, in diversi casi, ormai sull’orlo dell’estinzione.

Impossibile fare qui un elenco delle principali specie animali legate all’ecosistema della foresta: dal giaguaro del’Amazzonia, al Cervo delle Ande nella regione patagonica, al gorilla di montagna dell’Africa orientale, al rinoceronte di Sumatra, alle numerose specie di uccelli del Paradiso della Nuova Guinea, al grizzly, al caribù e al lupo grigio delle Montagne Rocciose, all’orso bruno d’Europa, alla tigre siberiana nella taiga dell’Asia settentrionale.

Per farsi un’idea della prodigiosa ricchezza di specie – e quindi dell’altissimo livello di biodiversità – delle foreste tropicali, ricordiamo che nella sola Nuova Guinea sono state censite 17.000 specie di piante, 233 di mammiferi, 650 di uccelli e 275 di rettili. Ma molte specie devono ancora essere scoperte; e accade che ne vengano trovate anche di dimensioni non piccole (come abbiamo ricordato nel precedente articolo «La scoperta del Dingiso, canguro arboricolo della Nuova Guinea», sempre sul sito di Arianna Editrice).

Bisogna inoltre ricordare che non solo la fauna, ma anche numerose popolazioni umane sono legate all’ecosistema della foresta, nel quale hanno trovato rifugio gli ultimi gruppi tribali non ancora assimilati ai modi della «civiltà» moderna. Tale è il caso di numerosi gruppi di Indios dell’Amazzonia, dei Mapuche della Patagonia, dei Pigmei del bacino del Congo, dei Papua della Nuova Guinea (isola in cui sono state contate oltre 1.000 lingue: un sesto di tutte le lingue parlate nel mondo), degli Eyak e dei Cugach dell’Alaska, dei Komi, dei Sami e dei Nenets della Russia settentrionale, e di vari popoli dell’area siberiana ed estremo-orientale.

Per farsi un’idea del ritmo pazzesco con cui procede la deforestazione a livello mondiale, basterà dire che la metà delle foreste distrutte negli ultimi diecimila anni sono state distrutte nel corso degli ultimi ottanta anni; e che la metà di tale distruzione si è verificata nel breve arco di tempo compreso fra gli anni Settanta e la fine del XX secolo.

Il tasso di estinzione di piante ed animali si è moltiplicato di mille volte rispetto al ritmo che esisteva prima della comparsa dell’uomo; e la comunità scientifica prevede che, entro la metà del XXI secolo (ossia, fra soli quarant’anni)  tale ritmo sarà divenuto diecimila volte più veloce.

Ci troviamo di fronte alla sesta grande ondata di estinzioni a livello planetario: la prima e l’unica di esse che sia legata agli effetti della presenza umana.

Non c’è bisogno di spiegare che cosa accadrà, se non riusciremo a porre un freno a tutto questo; e quali saranno le conseguenze per la specie vivente che ne è direttamente responsabile, ossia la nostra.

Troppo a lungo ci siano considerati i padroni e i signori del pianeta e i dominatori della natura; è tempo che modifichiamo radicalmente il nostro modo di porci nei confronti delle altre specie viventi, pena l’autodistruzione.

La nostra impronta ecologica deve farsi più lieve: dobbiamo imparare a camminare sui sentieri del mondo con passo più leggero. Dobbiamo imparare a consumare meno acqua, a ridurre il fabbisogno energetico e ad orientarlo verso le fonti di energia rinnovabile.

Dobbiamo imparare a piantare alberi, mano a mano che li tagliamo per le necessità economiche; a riciclare la carta; a difendere le ultime foreste intatte, grande polmone verde della Terra, che assorbe anidride carbonica ed emette ossigeno.

Le foreste sono un patrimonio dell’intera umanità, e non solo delle nazioni in cui si trovano; meno ancora, devono essere considerate come un oggetto di sfruttamento indiscriminato da parte delle società multinazionali.

Le foreste vergini sono un bene di tutti, che non ha prezzo: continuare a distruggerle in maniera irresponsabile, significa commettere un crimine contro tutte le specie viventi e contro le generazioni future.

Vi sono ancora molte specie che non sono state nemmeno scoperte dai biologi: distruggere le ultime foreste vorrebbe dire condannare all’estinzione delle specie viventi che la scienza non ha fatto nemmeno in tempo a conoscere.

Proseguire nell’opera dissennata di deforestazione, pertanto, equivarrebbe a sottrarre al nostro pianeta le ultime risorse di ossigeno per alimentare l’intero ecosistema, e per consentire la sopravvivenza di noi tutti.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 5 Novembre 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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