domenica, 13 Giugno 2021
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La scomparsa delle siepi dal paesaggio agrario segno e metafora dell’aggressione della modernità

La scomparsa delle siepi dal paesaggio agrario segno e metafora dell’aggressione della modernità. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 qualcosa è cambiato anzi è cambiato tutto le siepi vennero estirpate ovunque di Francesco Lamendola  

C’era una volta la siepe.

Sissignori: la siepe: un elemento del paesaggio agrario che movimentava la prospettiva, che abbelliva la campagna, che offriva rifugio a un’intensa vita animale:  il tasso (Meles meles), la puzzola (Mustela putorius), la faina (Martes foina) il moscardino (Muscardinus avellanarius), la donnola (Mustela nivalis), il topo selvatico (Apodemus sylvaticus), il riccio (Erinaceus europaeus), il toporagno (Sorex araneus), per citarne solo alcuni, vivevano nei pressi dell’ambiente della siepe agraria spontanea; e una parte di essi frequentava anche le siepi artificiale che delimitavano i campi o che costeggiavano i fossi e i canali d’irrigazione.

C’era poi una gran quantità di uccelli che ne rallegravano le chiome, con i loro vivaci colori e con i loro richiami. Tra quelli nidificanti nell’ambiente di pianura del Veneto e del Friuli si possono ricordare la tortora selvatica (Streptopelia turtur), il cuculo (Cuculus canorus), l’averla piccola (Lanius collurio), il canapino (Hippolais poliglotta), l’usignolo, ricordato anche da Virgilio nelle «Georgiche» (Luscinia megarhuncos), la gazza (Pica pica), il merlo (Turdus merula) e il verdone (Carduelis chloris).

Tra gli uccelli di passo e svernanti nelle siepi ricordiamo, invece, lo sparviero (Occipiter nisus), lo scricciolo (Troglodytes troglodytes), il gufo comune (Asio otus), il regolo (Regulus regulus), il beccafico (Sylvia borin), il pettirosso, l’ultimo a far sentire la sua vivace presenza nel silenzio nebbioso di novembre (Erithacus rubecula), il tordo sassello (Turdus iliacus) e lo zigolo muciatto (Emberiza cia).

Numerosi, poi, gli insetti e gli altri invertebrati: il ragno crociato (Aranesu diadematus), il calabrone (Vespa crabro), la mosca scorpione (Panorpa communis), l’icneumone (Ophion luteus), la coccinella (Coccinela septem-punctata), la lucciola, di pasoliniana memoria (Luciola italica), la chiocciola ( Cepaea nemoralis), la chiocciola degli orti (Helix aspersa), il carabo coriaceo (Carabus coriaceus).

Le siepi erano costituite da una varietà di vegetazione, per lo più arbustiva, che non avrebbe trovato condizioni di vita adatte nella penombra del bosco; ma che, raccolta ai margini di esso o, appunto, lungo i margini dei campi, costituiva un manto vegetale compatto e caratteristico, talvolta così fitto e intricato, da risultare assolutamente impenetrabile sia agli uomini che agli animali di grande e media taglia.

Tra essi vanno ricordati l’acero campestre, il biancospino  – cantato da Giovanni Pascoli -, il gelso, il sambuco, il ligustro, l’edera, la vitalba. Tipiche dell’ambiente umido delle siepi cresciute in riva ai fiumi o ai fossi, erano il salice rosso, l’ontano, la sanguinella, la frangola e il caprifoglio. E poi, ancora, tipiche delle siepi artificiali con funzione prevalentemente ornamentale erano il nocciolo, il fico, il nespolo, il prugnolo, la rosa di macchia, il pruno domestico e il corniolo: tutte essenze caratterizzate da fiori e bacche dai colori variopinti e, a volte, dall’intenso profumo.

La siepe era, dunque, un ambiente ecologico ricco e interessante, oltre che un elemento del paesaggio antico e molto caratteristico; erano un pezzetto di natura semiselvatica in mezzo ai campi coltivati e ai vigneti, non privo di valore economico (come nel caso del gelso, le cui foglie erano utilizzate per l’allevamento del baco da seta); e che, non ultimo dei loro pregi, offrivano ombra e frescura nelle calde giornate estive, e un angolino di riposo al contadino, durante la breve siesta per il pranzo del mezzogiorno.

Una volta, dunque, c’erano le siepi.

Poi, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta (parliamo almeno per il Veneto e il Friuli, le regioni che meglio conosciamo), qualcosa è cambiato.

Anzi, è cambiato tutto. Nel giro di pochi anni, quasi prima che vi fosse stato il tempo per accorgersene, le siepi vennero estirpate quasi ovunque: così, drasticamente, senza un rimpianto o un ripensamento.

Il paesaggio agrario ne risultò radicalmente modificato: privato delle siepi, esso divenne improvvisamente più uniforme, più monotono, più “vuoto”. Di colpo, si vide quanto le siepi avessero contribuito a vivacizzare e movimentare l’ambiente; la loro scomparsa significò anche l’allontanamento delle specie di animali e di uccelli che vi trovavano rifugio o vi cercavano, nell’intrico spinoso della vegetazione, il loro nutrimento o la loro preda.

Le siepi vennero distrutte perché, con la meccanizzazione dell’agricoltura, costituivano ormai un intralcio al passaggio dei macchinari: vennero sacrificate al nuovo signore dei campi, il trattore. Se prima erano state una risorsa (per i legname, per i frutti, per le foglie), strettamente integrata nell’ambiente naturale e nelle esigenze economiche del contadino, ora erano divenute un impiccio che andava eliminato il più in fretta possibile.

Del resto, in quel breve volgere di anni, tutto stava cambiando, sia nel paesaggio urbano che in quello agrario: e, come nelle città venivano sventrati i vecchi quartieri e abbattute le vecchie abitazioni, per far posto ai moderni condomini (o, magari, alle orribili villette a schiera), così nelle campagne l’intero paesaggio veniva ristrutturato, sacrificando, insieme alle siepi, i viali di pioppi, i filari di salici bianchi, i gelseti da fronda, i fossati d’irrigazione.

Stava accadendo, nella Valle Padana, ciò che nelle campagne dell’Europa nord-occidentale si era verificato già parecchi decenni prima: l’industrializzazione dell’agricoltura; l’irruzione della chimica nelle concimazioni; la sostituzione del lavoro umano, aiutato dagli animali, con l’impiego massiccio delle macchine. La terra dei campi, non più concimata dal letame, divenne dura, tagliente: una terra industrializzata anch’essa, priva di dolcezza, ove era impossibile camminare scalzi senza ferirsi le piante dei piedi (come aveva ancora potuto fare il “ragazzo della Via Gluck”, nella canzone di Celentano, prima di trasferirsi in città a seguito del “boom” economico).

Messi al bando i sentimentalismi, la terra fu vista, in tutto e per tutto, come una risorsa da sfruttare al massimo, con qualunque mezzo: anche irrorandola di micidiali pesticidi, senza misura e senza scrupoli di natura morale. Nella grande proprietà si pensava, ormai, unicamente a massimizzare il profitto; nella piccola, a preservare le attività che potevano essere mantenute, dopo la trasformazione del contadino in operaio di fabbrica, che lavorava la terra nei ritagli di tempo e nei fine settimana: senza più amore, senza più senso estetico. E, se la cosa poteva essere logica dal punto di vista dei grandi proprietari che, tanto, sulla terra non erano mai vissuti, inspiegabile fu invece il comportamento dei piccoli coltivatori, che gettarono nel cestino della spazzatura secolari tradizioni, per introiettare subitamente la mentalità produttivistica dell’imprenditore rampante e senza scrupoli, interessato unicamente al quattrino.

In quei dieci anni circa, fra il 1968 e il 1978 circa, si consumò il grande crimine: la secolare civiltà contadina scomparve senza colpo ferire, travolta (come avrebbe detto Verga) dalla “fiumana del progresso”; e, con essa, scomparve quell’elemento gentile e biologicamente ricchissimo, che era stato costituito dalla siepe, sia spontanea che artificiale. Lo spazio serviva tutto e serviva subito, per far fruttare al massimo la cerealicoltura intensiva che aveva preso il posto delle colture diversificate che, prima, erano state condotte con metodi familiari e non aziendali.

Anche le stalle dei piccoli coltivatori si svuotarono: a che scopo mantenere cinque o sei mucche e qualche vitello, quando ormai era impossibile competere con le grandi aziende del settore caseario? E così, un altro pezzo di quel caro, vecchio mondo sparì in pochi anni: quello che aveva visto l’uomo e l’animale lavorare insieme, fianco a fianco, per coltivare la terra e per assicurare un modesto quantitativo di latte, sia per il consumo interno, sia per la vendita nella piccola latteria locale. Oramai, si era affermata l’epoca del latte a lunga conservazione prodotto dalle grandi aziende, finanziate dalle banche o dagli enti locali: e quelle poche bestie nella stalla erano divenute una romanticheria d’altri tempi, un lusso insostenibile.

Ma noi, che abbiamo avuto il privilegio di vedere ancora quel mondo; di giocare a nascondino, da bambini, nelle mangiatoie delle mucche; di ammirare il cartello con il nome di ogni singola bestia, appeso sopra la greppia di ciascuna, quasi fossero creature umane e non solo strumenti per la produzione di latte e carne, conserviamo un grato ricordo e una immensa nostalgia di quell’epoca che sembra ormai così lontana, ma dalla quale ci separano appena pochi decenni.

Scrive Michele Zanetti nel suo pregevole volume «Il fosso, il salice, la siepe» (Nuova Dimensione Editrice, Portogruaro [Venezia], 1998, pp. 190-93):

«Se soltanto due decenni fa si fosse parlato di tutela delle siepi, l’argomento avrebbe suscitato, con le immancabili critiche, soltanto una diffusa indifferenza per l’oggettiva astrazione nei confronti della realtà. Sino ai primi anni sessanta, infatti, il paesaggio agrario della pianura veneta appariva organizzato secondo schemi storicamente acquisiti e consolidati. I soprassuoli che ne caratterizzavano l’aspetto erano quelli tipici di una conduzione basata sull’impiego di tecniche e materiali tradizionali ed entro certi limiti ancora autarchica. Concimi, materiali accessori per attrezzi e strutture, risorse energetiche, risorse alimentari complementari, tutto o quasi veniva direttamente prodotto dal fondo stesso ed in tale equilibrio dinamico, di particolare correttezza bio-ecologica, la siepe agraria spontanea veniva ad assumere un ruolo di importanza non trascurabile.

Lo stesso paesaggio agrario di bonifica della bassa pianura, caratterizzato dalla presenza del latifondo, ma appoderato a mezzadria secondo schemi ispirati all’antica architettura degli spazi, poteva vantare una non trascurabile dotazione di siepi subspontanee.

Il declino della struttura siepe, inteso come progressivo affievolirsi dei legami utilitaristici tra questa stessa, la tecnica e l’economia agrarie, avvenne in concomitanza con le grandi trasformazioni dell’ambiente rurale avviate verso la fine degli anni sessanta.

Si trattò di un complesso di trasformazioni di carattere economico-produttivo e bio-ecologico che investì con progressione crescente l’ecosistema agrario della pianura veneta, determinando nel volgere breve di un decennio l’alterazione irreversibile della tradizionale fisionomia del paesaggio rurale.

Molla di spinta per questa ennesima rivoluzione agraria, così come per la quasi totalità delle trasformazioni ambientali prodotte dall’uomo, furono precise ragioni economiche. Necessità di un allineamento tecnico-produttivo con le più avanzate realtà europee, ma soprattutto rincorsa al profitto, resa possibile dalla semplificazione delle tecniche produttive e dal miraggio tecnologico chimico-meccanico, furono certo i due elementi centrali di tale processo. La grande proprietà scoprì che chimica e meccanica, appunto, consentivano di prescindere dall’elemento umano inteso come forza lavoro diretta, nella quasi totalità. La stessa piccola proprietà, raccogliendo la stimolante offerta del capitalismo industriale per il “posto in fabbrica”, optò per il progressivo disimpegno dal lavoro agrario tradizionale e diretto, a favore anche in questo caso dei surrogati tecnologici più avanzati. Processo, quest’ultimo, favorito in qualche misura dallo smantellamento della struttura di conduzione mezzadrile e dal conseguente formarsi di una notevole quantità di piccolissime proprietà, polverizzate attorno al nucleo centrale del grande latifondo.

Con l’avvento delle nuove tecnologie, imposto come si è detto dall’obiettivo del profitto per la grande proprietà e dall’esigenza di migliori condizioni di vita per i piccoli proprietari, entrò irrimediabilmente in crisi l’intero sistema di relazioni. Conseguenza immediata fu la demolizione dell’antico e sperimentato equilibrio bio-ecologico tipico dell’ecosistema agrario. Lo stesso ambiente agrario tradizionale, pertanto, subì una conversione drastica verso modelli diversi, impostati su un sistema di relazioni notevolmente articolato ed amplificato, al punto da includere industrie, sistemi di trasporto e comunicazione ed apparati di produzione energetica anche particolarmente lontani dalla realtà agro-produttiva propriamente intesa. Gli elementi paesaggistico-funzionali del vecchio assetto agrario subirono evidentemente un progressivo e rapido processo di smantellamento. Le motivazioni a sostegno di tali interventi furono innanzitutto l’oggettiva “inutilità” delle tradizionali strutture paesaggistiche, ma anche il diretto intralcio, con conseguenti costi produttivi, che queste rappresentavano per le nuove tecniche e metodologie di produzione.

Tra queste ultime erano, ovviamente, le siepi, estirpate ovunque, ma con maggiore determinazione ancora una volta là dove, come nel latifondo della bassa pianura bonificata, la grande disponibilità di mezzi economici permetteva una rapida sostituzione delle tecnologie tradizionali con quelle nuove. Altre e di importanza non certo inferiore errano tuttavia le strutture paesaggistiche od i biotipi agrari cancellati dalla nuova realtà; si ricordano qui, ad esempio, i fossati irrigui e drenanti, le sponde erbose di questi stessi, gli stradoni,  le classiche pianta de “con le viti maritate agli olmi”, i filari di vecchi salici bianchi a capitozza, i gelseti da fronda, i grandi viali di pioppo e, da ultimo, le stesse abitazioni rurali.

La conseguenza finale, non certo difficile da verificare nella pianura veneta, è rappresentata dalla creazione del paesaggio della monocoltura cerealicola intensiva ed appunto dal nuovo sistema agrario “chimizzato”. Si tratta in sostanza di un grande deserto cerealicolo che va allargandosi anno per anno e che si estende ormai su gran parte della Padania, compresa ovviamente l’appendice veneta del grande bacino planiziale.

Sulle conseguenze di questo processo di desertificazione che per molti versi presente aspetti inquietanti, proprio perché prodottosi in una fase storico-culturale in cui la scienza dell’ambiente avrebbe dovuto guidare le stesse trasformazioni ambientali, molto è stato detto e scritto. Quasi sempre, però, critiche e valutazioni negative sono intervenute con il senno di poi ed a seguito di stimoli dovuti a eventi catastrofici. Questi ultimi, tra l’altro, incombono ormai quotidianamente sulla qualità della vita, salute e sicurezza delle popolazioni padane e tuttavia la logica della “libera disponibilità” delle risorse non sembra trovare grandi oppositori nei vari livelli dell’amministrazione del bene pubblico. Obiettivo primario ed indiscusso rimane il profitto da un lato ed il posto di lavoro sul versante opposto, con la conseguenza non logica, ma accettata dai più, che la salute dell’ambiente, intesa come equilibrio bio-ecologico con dirette conseguenze sulla qualità della vita umana, rappresenta una condizione del tutto accessoria.»

Far rivivere l’ambiente naturale delle siepi non è impossibile, ma è impresa estremamente ardua; anche e soprattutto perché una tale operazione avrebbe un senso solo se concepita e realizzata nel contesto di una trasformazione cultuale di cui molti parlano, da alcuni anni a questa parte, ma poco o nulla si è visto, a livello di comportamenti pratici.

Sarebbero necessari, ovviamente, anche interventi e finanziamenti degli enti pubblici e dello Stato; bisognerebbe far riscoprire i vantaggi, anche economici, del recupero di questo particolare elemento paesaggistico; bisognerebbe inculcare nei giovani una maggiore sensibilità ecologica e proporre, a coloro che ancora vivono di agricoltura, un modello di economia che sia compatibile con la preservazione di valori anche di tipo ecologico ed estetico.

Bisognerebbe, inoltre, che i finanziamenti pubblici venissero concessi a quei coltivatori i quali si impegnano a rispettare o ripristinare caratteristiche specifiche del paesaggio agrario tradizionale; così come vengono dati a quei proprietari di immobili che ristrutturano edifici rustici nel rispetto dell’architettura originaria e del contesto paesaggistico.

Infine, bisognerebbe premiare, con agevolazioni e sgravi fiscali, quei coltivatori che scelgono una agricoltura di tipo biologico, rinunciando all’uso di prodotti chimici e offrendo al consumatore frutta, verdura, miele, latte e carne non adulterati e, quindi, non dannosi per la salute.

Il ritorno delle siepi nel nostro paesaggio agrario vedrebbe anche un ritorno di specie vegetali e animali che stanno scomparendo o che, in certe zone, sono già scomparse, contribuendo al ristabilimento di un equilibrio ecologico naturale, ove le specie dannose per l’agricoltura vengono eliminate da altri organismi viventi e non dall’uso massiccio di prodotti chimici che inquinano le falde acquifere, contaminano i raccolti e provocano la scomparsa anche di specie animali utili e benefiche per le coltivazioni.

Dovremmo reintrodurre il concetto che la terra è una madre generosa per coloro che ne usano con amore e con rispetto, mentre diviene matrigna quando l’uomo si lascia prendere dalla smania del profitto ad ogni costo.

C’è bisogno di ricordare che i peggiori disastri ambientali, dalla tracimazione della diga del Vajont alle grandi esondazioni del basso Po e dell’Arno, segnarono appunto l’avvento, nel corso degli anni Sessanta, di questa nuovo tipo di paesaggio agrario, impoverito e “desertificato” dall’introduzione indiscriminata di macchinari e prodotti chimici, oltre che da sconsiderati interventi idrogeologici sul territorio?

Eppure – lo ripetiamo – non è scritto nel libro del destino che le cose debbano continuare in questo modo: agli errori si può porre rimedio; o, almeno, ci si può impegnare per farlo.

Certo, può sembrare solo un bel sogno.

Tuttavia, ricordiamo una canzone brasiliana che dice: «Quando uno sogna da solo, è solamente un sogno. Ma quando si sogna tutti insieme, è la realtà che incomincia».

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 08/11/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Gennaio 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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