giovedì, 24 Giugno 2021
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Modi “giusti” e modi “sbagliati” di accostarsi al mondo della natura?

Ecologia e ambiente. Modi “giusti” e modi “sbagliati” di accostarsi al mondo della natura? e specialmente di far accostare ad esso un bambino o un ragazzo? Quello della caccia è un caso abbastanza eloquente di Francesco Lamendola  

Ci sono modi “giusti” e modi “sbagliati” di accostarsi al mondo della natura, e specialmente di far accostare ad esso un bambino o un ragazzo?

Quello della caccia è un caso abbastanza eloquente. Senza dubbio vi  è un accostamento al mondo della natura, vi è una frequentazione di luoghi selvatici, vi sono anche una certa conoscenza degli animali e delle loro abitudini, uno stimolo allo spirito di osservazione e il legittimo piacere di immergersi in un ambiente naturale; ma tutto questo basta a controbilanciare il fatto che gli animali vengono perseguitati a morte e che la natura è vista solo in funzione di una attività venatoria che dà piacere a chi la pratica, ma che è discutibile sia da un punto di vista etico, sia, vista la situazione determinatasi negli ultimi decenni, da un punto di vista strettamente ecologico?

Appostare dei piccoli uccelli di passo per ucciderli, sfruttando l’inganno del richiamo di altri uccelli tenuti in gabbia, è, a parte ogni altra considerazione, una maniera corretta di avviare un bambino alla conoscenza del mondo della natura? Ci sembra che si possa dubitarne; e lo diciamo senza alcuna volontà di fare del moralismo. Insegnare l’uso delle armi è di per sé una cosa discutibile; e lo è altrettanto il fatto di non tenere in alcun conto la sofferenza e la morte di altri esseri viventi, per inseguire la mera soddisfazione di un desiderio umano.

Lasciamo perdere il discorso sulla coerenza totale e sul vegetarianismo; limitiamoci ad osservare che una cosa è cibarsi di un animale allevato a scopo alimentare, altra cosa è sopprimere un animale libero per semplice divertimento. Certo, una filosofia coerente vuole che chi è contrario alla caccia, lo sia anche all’alimentazione carnivora, e noi la sottoscriviamo in pieno; questo, però, non autorizza a confondere cose fondamentalmente diverse. Un adulto che insegna a un bambino a rispettare gli animali, e poi lo conduce in trattoria a mangiare bistecche di capriolo, è incoerente; ma un adulto che porta con sé quel bambino a una battuta di caccia non è solo incoerente, gli dà anche un esempio sbagliato di come ci si accosta al mondo della natura.

E tuttavia, è innegabile che, a loro modo, anche gli allevatori di uccelli da richiamo e perfino molti cacciatori amino la natura. Non si può demonizzare la loro passione venatoria, pur disapprovandola; e non ci si può impancare  a censori di antichissime tradizioni, come la “Sagra dei osei” di Sacile, di cui abbiamo documenti fin dal 1274, cioè di prima che venisse scritta la «Divina commedia» e che continua a svolgersi annualmente, la prima domenica dopo ferragosto. Si tratta di riti e di momenti di socialità che s’impongono per la loro storia secolare e che, pur se si configurano come un travisamento del vero amore per la natura (gli uccellini da richiamo sono venduti in minuscole gabbiette dove non possono neanche aprire le ali e dove sia la mangiatoia che l’abbeveratoio sono posti all’interno, per guadagnare spazio, il che implica che il cibo e l’acqua vengano inevitabilmente sporcati dalle feci), non vanno condannati senza appello, perché, comunque, costituiscono per molte persone, e soprattutto per molti bambini, una delle poche occasioni per accostarsi al mondo incantato degli uccelli, ai loro colori, al loro canto melodioso.

Se si vuole, è una questione analoga a quella dei circhi e degli zoo. Sarebbe meglio che non ci fossero, almeno per quel che riguarda gli animali; ma, una volta che ci sono, e la loro tradizione è antica di secoli, sarebbe ingiusto e astrattamente moralistico condannarli in blocco, facendo di tutta l’erba un fascio. Perché ci possono essere dei circhi e degli zoo ove gli animali, tutto sommato, sono trattati meglio di quanto farebbe un allevatore privato, oppure nei quali rappresentanti di specie a rischi possono sopravvivere, mentre nel loro habitat si estinguerebbero.

Oltre a ciò, il circo e lo zoo sono un luogo in cui la maggior parte dei nostri bambini hanno la possibilità di vedere dal vivo degli animali che, altrimenti, potrebbero vedere solo sulle pagine di un libro illustrato: esattamente come un orto botanico offre loro la possibilità di vedere, riunite in un solo luogo, piante esotiche che, nella loro vita, non avranno mai l’occasione di ammirare, tranne forse pochissimi di loro.

Ma torniamo alle fiere degli uccelli canori. Specialmente quando sono molto antiche, intorno ad esse si crea una cultura ornitologica, se così vogliamo chiamarla, spontanea e popolare, che alimenta, specialmente nei bambini, un sincero amore per la natura. E questa, di per sé, è una cosa buona, anche se non buono è il contesto di prigionia e di costrizione degli animaletti in cui le fiere si svolgono, come pure discutibile è la ragione economica ultima che le alimenta: la vendita di uccelli da richiamo per gli appassionati della caccia. Sta di fatto, però, che molte persone visitano tali fiere anche soltanto per il piacere di ammirare gli uccellini canori e per udirne il canto; e molte persone, specialmente per desiderio dei bambini, le acquistano non per utilizzare le bestiole come richiamo venatorio, ma semplicemente per godere della loro compagnia.

Così rievoca la nascita della sua passione per il mondo degli uccelli Graziano Fabris nel suo libro «A scuola di fauna» (edito a cura ella Settore gestione della fauna della Provincia di Treviso, 2005, pp. 19-21):

«Era il 28 agosto 1953. Allora poco più che decenne, convinsi mio padre ad accompagnarmi a Sacile dove avrei potuto vedere per la rima volta la grande fiera degli uccelli di cui tanto avevo sentito parlare. “Beppi”, mio padre, a differenza di suo padre, mio nonno, non c’era mai stato e conosceva a malapena la strada per arrivarci. Ricordava solamente che “nonno Nino” partiva da Varago, ovviamente a piedi, dopo la frugale cena del sabato sera, quando il sole non era del tutto calato, attraverso la Piave fra Maserada e Cimadolmo, là dove il guado era più facile e con in tasca qualche “palanca” andava puntualmente ogni anno alla “Sagra dei Osei”. Nonno Nino amava gli animali, anche se aveva una particolare predilezione per gli uccelli, e, a ricordarlo anche dopo la sua morte, sono rimasti per anni conficcati sul muro davanti a casa i chiodi fatti a mano sui quali appendeva le gabbie con dentro Fringuelli e Tordine. Dalla fiera, egli tornava sempre con qualche esemplare che, con infinito amore, deteneva allietandosi del loro canto. Quando nonno Nino morì, io non ero ancora nato; i suoi uccelli furono donati ad altri appassionati e, a testimoniare quella sua grande passione, rimasero per lunghi anni quei chiodi sul muro, che nonna Maria non volle mai togliere. Ricordo quella mia prima volta, dopo oltre cinquant’anni, dopo oltre cinquant’anni, come se fosse ieri. Andai a letto molto presto, perché la sveglia era prevista per l’una di notte, ma ovviamente non chiusi occhio; finalmente sarei andato alla fiera, finalmente avrei visto tanti uccelli tutti insieme e questo stato d’animo non mi permetteva certo di addormentarmi,. Mio padre, falegname provetto, mi aveva costruito tre bellissime gabbie, e così avevo evitato di spendere dei soldi per il loro acquisto e potei conservare interamente quelle mille lire, frutto d tante piccole “mancette” per i lavoretti fatti in casa. Con quei soldi, avrei potuto acquistare (ma temevo tanto che non bastassero) un fringuello, un lucherino, un cardellino e magari anche qualche altro piccolo uccellino. Quando mio padre venne per svegliarmi, mi trovò già in piedi, vestito e con una dose abbondante di brillantina sui capelli, ero già pronto per la partenza. Sistemate due gabbie sul portapacchi della bici di mio padre e una sulla mia (in realtà la bici, era di mia madre), partimmo per la “grande avventura”. Sulla Piave non c’era acqua e così, sia pure con qualche difficoltà di orientamento (era una notte senza luna), riuscimmo ad attraversare le Grave di Papadopoli, per proseguire “di là” della Piave alla volta di Sacile. Dopo Codognè fummo sorpassati e sorpassammo altri ciclisti e soprattutto pedoni, vecchi e giovani che si dirigevano sicuramente verso la stessa meta, trainando de carrettini carchi di gabbie: seppi  più tardi che erano i concorrenti ai concorsi canori, ma pure venditori e compratori che provenivano dalla sinistra Piave.

Cento e più volte chiesi a mio padre quanta strada mancasse e che ora fosse, quando finalmente comparve un cartello con la scritta “SACILE”, che la fioca luce dei fanali rischiarò per un attimo. Eravamo arrivati e sulle strade, erano ormai le quattro del mattino, c’era ormai molta gente. Sistemate le bici in “custodia”, ci avviammo con le gabbie in mano verso quello che lo comprendemmo fatti pochi passi, era il centro del paese, il cuore della fiera. Un forte e sgradevole odore di vischio e un vociare sempre più intenso, mi fece capire che eravamo davvero arrivati. Man mano che albeggiava, potei vedere quella gente: me la ricordo ancora con il cappello all’alpina e la piuma di fagiano sulla testa, i pantaloni alla “zuava” 8abbottonati appena sotto il ginocchio) e la giacca di velluto (ad agosto) “ciucciata” (strettissima) da non starci quasi dentro. Mi ricordo tantissimi giovani, ragazzi e bambini di tutte le età,  con gli zoccoli e con i capelli tagliati all’”umberta” (una moda di quei tempi che voleva i capelli tagliati cortissimi,  come li portava il Re, ma in realtà per andare meno volte dal barbiere e quindi risparmiare dei soldi) e quindi con la testa ricoperta  di un berretto dalle fogge più svariate. E poi le tane gabbie posate per terra, lunghe e base e tutte piene di uccelli in vendita. Sopra queste gabbie su un pezzo di carta gialla (fatta con la paglia) i vari prezzi: Lucherini 250 £, Fringuelli 300 £, Cardellini 280£. Con un rapido calcolo, capii che i soldi, che tenevo stretti nel pugno  dentro la tasca, mi sarebbero bastati e che, finalmente, avrei potuto avere i miei primi animaletti, nello specifico degli uccellini. Ripercorrendo a ritroso  sotto il sole allo zenit la stessa strada percorsa nel buio pesto la notte precedente, mi sembrò enormemente più lunga, interminabile. Tuttavia non senza qualche peripezia, giunsi ne tardo pomeriggio finalmente a casa con i miei piccoli Amici.

Quei chiodi, piantati sul muri davanti a casa molti anni prima da mio nonno, ritornarono utili,  perché vi appesi quelle mie prime gabbie.  E qui ricordo il volto di mia nonna, che, sorprendendomi davanti alle stesse con l’identica espressione  egli occhi che per tanti anni aveva visto a mio nonno, pianse commossa…».

Modi “giusti” e modi “sbagliati” di accostarsi alla natura, dunque? E chi potrebbe dire che fosse sbagliato questo modo, nato spontaneamente nel cuore e nella mente di un bambino, alimentato da tanto entusiasmo e sorretto da tanta passione?  Chi, se non un animalista cattedratico e supercilioso, potrebbe impancarsi a giudice e sentenziare che quel modo sia “sbagliato”, perché non tiene conto della sofferenza dell’animale, costretto entro una piccola gabbia di legno ed è basato, quindi, unicamente sul piacere egoistico del suo proprietario? Chi, se non un cupo moralista o un accanito misantropo, potrebbe giudicare che quelle occasioni di socialità, che portavano migliaia di persone ad incontrarsi per condividere una comune passione, anche provenienti da luoghi lontani, a piedi, in bicicletta, dopo una notte insonne, su strade polverose e malagevoli, erano in se stesse sbagliate e magari poco “civili”?

Gli animalisti dovrebbero andarci piano, prima di sparare a zero nei confronti di simili manifestazioni: anche qui, è sbagliato fare di tutta l’erba un fascio. Una cosa è una corrida, barbara usanza e sia pure antica di secoli (il che dimostra che la vetustà non rappresenta un valore in se stessa) e un’altra cosa, e ben diversa, è una innocua fiera degli uccelli, che può servire, e certamente serve, ad accendere la scintilla dell’amore per la natura e per gli animali in tanti bambini che la visitano, accompagnati dai loro genitori.

Un uccellino allevato in gabbia, se fosse lasciato libero, non riuscirebbe a sopravvivere: questo è il fatto. E se, per godere del concerto del canto di svariate specie di uccelli, bisogna entrare in un bosco e porsi pazientemente in attesa, è naturale che l’uomo, da sempre, abbia provato l’impulso di portare quelle dolci note a casa propria, ingabbiando gli uccelli. Non è una bella cosa dal punto di vista degli uccelli, ma non è neanche del tutto una cosa cattiva. Molte persone che allevano gli uccelli li amano sinceramente, a loro modo, e manifestano sensibilità e delicatezza d’animo.

Del resto, un discorso analogo si potrebbe fare per la passione dei fiori recisi. Sarebbe meglio che le piante venissero coltivate a terra o, almeno, in vaso, sempre (purché non miniaturizzate con procedimenti innaturali, quali il “bonsai”); però, dal momento che molte persone amano i fiori, ma relativamente poche possiedono un giardino o una terrazza sufficientemente ampia, non si può condannare la loro passione per i fiori recisi, che abbelliscono l’ambiente domestico e spandono intorno il loro profumo festoso. Per quanti vivono in città e specialmente per i bambini, non sono poi molte le maniere di accostarsi al mondo della natura; e qualcosa è sempre meglio che niente…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/10/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

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