domenica, 19 Settembre 2021
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Piante velenose: minaccia o rIsorsa?

Da sempre un alone di mistero e di paura circonda le piante velenose nella storia umana. La conoscenza dei loro effetti, la capacità di estrarne e di manipolarne le minacciose virtù di Francesco Lamendola  

Da sempre un alone di mistero e di paura circonda le piante velenose nella storia umana. La conoscenza dei loro effetti, la capacità di estrarne e di manipolarne le virtù, spesso accompagnata da precise nozioni di tipo astrologico e astronomico oltre che medico e fisiologico, ha fatto sì che le persone in possesso di tali abilità fossero avvolte da una nube di timore reverenziale ma anche da una ostilità  appena dissimulata.

Diciamo subito che il campo delle piante velenose è un prodotto della deformazione antropocentrica, tipica specialmente delle culture occidentali. Velenose, infatti, per chi? La corteccia del tasso (“Taxus baccata”) è velenosa, e così pure le foglie, tanto che l’albero, anticamente, era chiamato “albero della morte”; e tuttavia cavalli e bovini spesso mangiano tranquillamente i rami del tasso, senza risentirne affatto. Anche nei confronti dell’essere umano, comunque, le stesse proprietà velenose possono tramutarsi in medicamento, purchè prese nelle dosi e nelle modalità opportune. Ciò che può dare una morte rapida e spietata (la freccia degli indios amazzonici intrisa di curaro) può difendere la vita, agendo ad esempio come cardiostimolante. La pianta, in se stessa, non è “buona” né “cattiva”: tutto dipende dall’uso che ne  viene fatto. Ma a noi, figliastri della civiltà tecnologica che ha reciso, e da gran tempo, i legami organici con la natura-madre, questa fondamentale distinzione sfugge completamente. Per noi gli enti naturali sono buoni o cattivi tout-court, in base agli effetti immediati e secondo una prospettiva esclusivamente utilitaristica: l’incendio spontaneo che distrugge chalets e villaggi turistici è cattivo (anche se necessario in natura per il rinnovo del manto boschivo), come cattivo è il rapace che preda qualche piccolo animale domestico (anche se utile, in definitiva, per l’uomo stesso, poiché distrugge le vipere che rendono insicure le nostre passeggiate in montagna). Così, gli effeti della presunzione antropocentrica, ossia che il mondo sia fatto per nostro uso e consumo, si mescolano e si sommano a quelli della miopia e dell’utilitarismo gretto e meschino.

C’ è stato un tempo in cui, figli della terra grati e consapevoli, gli uomini sapevano vedere al di là dell’utile economico immediato: vivevano immersi in un rapporto olistico e armonioso con la natura, la sapevano ascoltare e interagivano responsabilmente con essa. L’indiano delle Grandi Pianure nordamericane uccideva quel numero di bisonti di cui aveva bisogno per sopravvivere, e non di più: fare diversamente sarebbe stato non solo uno spreco insensato, ma un sacrilegio nei confronti della divinità. Ancor oggi, le ultime popolazioni umane che vivono a livello etnologico, come certi Boscimani del Kalahari (Africa meridionale), conoscono perfettamente gli animali, le piante, il clima, le stagioni: si muovono a loro agio nelle pieghe della natura così come un abitante di Londra o di Parigi si muove a suo agio fra i meandri della metropolitana o negli ascensori dei grattacieli.

L’avvento delle prime civiltà urbane (la mesopotamica, l’egizia, ecc.) ha incrinato irreparabilmente tale rapporto diretto fra il cacciatore-raccoglitore e la madre terra. Ciò è iniziato in un tempo relativamente remoto: gli scavi di Gerico, in Palestina, dimostrano che circa 10.000 anni fa nel Medio Oriente già si costruivano città murate, che separavano nettamente la popolazione dalla natura circostante. In questa fase storica, quella dei primi agricoltori,si è consumata quella dissociazione fra uomo e natura che ha portato una classe speciale di individui a farsi depositari della conoscenza delle proprietà medicinali e venefiche delle piante, dapprima come sacerdoti di culti istituzionalizzati (in Assiria, Babilonia, Egitto, Grecia, Roma, mondo celtico); e poi, dopo il crollo del mondo antico, come individui che esercitavano in proprio tali attività. Certo, i monaci del Medioevo hanno sempre tenuta viva, accanto alla pratica del giardinaggio, quella della fitoterapia; ma non più, come nelle civiltà antiche, in quanto membri di un clero oraganizzato e finalizzato a celebrare la fecondità della natura, bensì come portatori di un’ideologia dualistica che cercava di conciliare il lato materiale con quello spirituale dell’esistenza (“ora et labora”) partendo, però, da una concezione nettamente contrappositiva (terra/cielo, corpo/anima, ecc.). In tale contesto, la conoscenza delle virtù attive delle piante non poteva che portare a una diversificazione totale di ruoli: da un lato chi coltiva, studia e manipola le piante a scopo medicinale e scientifico nell'”orto dei semplici” in un’ottica di tipo esclusivamente utilitaristico, che sfocerà nella realizzazione degli orti botanici di tipo universitario; dall’altro chi lo fa per ereditare dagli antichi (e scomparsi) maghi-sacerdoti una forma di dominio sulle forze nascoste della natura, che presuppone però una forma di panteismo o quantomeno di ricostruzione dell’originario legame “magico” fra uomo e natura. Questa seconda direzione di sviluppo tenderà sempre più a separasi dalla cultura ufficiale, sia laica che religiosa, a partire dall’Umanesimo e dal Rinascimento, fondamentalmente perché non ne condivide il quadro di riferimento culturale, e a ripiegarsi nell’ambito di un sapere “popolare”, individualistico, anticonformista e perciò potenzialmente sovversivo.

Giungono così a maturazione le condizioni per la marginalizzazione e, in una fase più avanzata, per la repressione fisica di quelle persone che, in ambito ormai esclusivamente popolare, ma non senza espliciti richiami alla cultura pre-cristiana (e quindi al paganesimo), praticano la manipolazione delle piante per estrarne i principi attivi. Ciò che è consentito al professore universitario e ai suoi allievi (o, in un diverso contesto e con diverse finalità, ai monaci di conventi ed abbazie), diventa sospetto o, peggio, condannabile da parte di individui privati che tendono a sfuggire al controllo delle istituzioni pubbliche, lo stato e la chiesa. Nasce così, gradualmente, la figura sinistra della strega e dello stregone, di colui che pratica lo studio delle piante all’interno di un disegno diabolico di magia nera e che, spesso, svolge le funzioni di veneficio per conto di individui senza scrupoli e disposti a pagare per liberarsi di un coniuge scomodo, o per ereditare rapidamente da un parente che tarda a morire.

La stregoneria, peraltro, non è affatto un’invenzione di donnette ignoranti o di inquisitori fanatci: è esistita in forme massicce, esiste tuttora e, probabilmente, continuerà ad esistere anche in futuro. Ciò non significa, ovviamente, giustificare le stragi di migliaia e migliaia di esseri umani, condannati al rogo in base a confessioni estorte con la tortura. Significa semplicemente che non tutte le confessioni erano false. Sovente la pratica della stregoneria s’intrecciava con quella del veneficio; magia nera e assassinio mediante il veleno andavano di pari passo. La cosa risulta evidente in episodi come quello scoperto nella Francia di Luigi XIV dal capo dela polizia, La Reynie, che condusse all’arrestro di molte persone facenti capo a una spietata avvelenatrice, La Voisin, che vennero mandate a morte per l’enormità dei loro delitti. Fra l’altro, celebravano la messa nera accompagnando la cerimonia con l’assassinio rituale di un bambino. Ma quando si scoprì che le tracce di questa vasta organizzazione conducevano direttamente alla favorita, o meglio ex favorita, del re, Madame de Montespan, per evitare uno scandalo che avrebbe offuscato la stesa monarchia giunse dall’alto l’ordine di bloccare ogni ulteriore sviluppo dell’inchiesta.

Giunti a questo punto, tuttavia, preferiamo rinunziare a un approfondimento della stregoneria, che ci allontanarebbe dal nostro argomento. A noi importava evidenziare come lo scollamento verificatosi nella cultura occidentale fra lo studio delle piante officinali condotto in ambito medico e scientifico all’ombra delle istituzioni accademiche  e quello, relegato all’ambito delle culture popolari e subalterne, in una prospettiva magico-terapeutica o magico-venefica, ha probabilmente contribuito a quel discredito e a quell’atteggiamento di timore e avversione che caratterizzò per secoli le relazioni fra il corpo sociale e gli individui dediti, a titolo privato, alla manipolazione delle piante per estrarne sostanze dai poteri segreti.

La figura della strega-levatrice si è confusa con quella della strega-avvelenatrice; mediante una conoscenza proibita, questi outsider sociali che sfuggivano al controllo delle istituzioni, stato e chiesa, e spesso ostentavano un comportamento anticonformista e quindi potenzialmente eversivo, hanno finito per dominare e ossessionare non solo l’intera società, ma anche qualche segreto terrore dell’inconscio collettivo. In un’epoca in cui l’aborto procurato con le erbe velenose era pressocchè l’unico sistema per sbarazzarsi di un parto indesiderato, le competenze di chi era pubblicamente ricercato per aiutare le nascite, finirono per rivelarsi pericolosamente simili a quelle di chi era ricercato in segreto per provocare la morte del nascituro. È anche così che si spiega, a nostro avviso, il processo graduale di demonizzazione della figura della strega, vera o supposta; né possiamo dire che la cosa sia avvenuta in modo del tutto arbitrario.

Ci preme comunque, piuttosto che ricostruire – in questa sede – i meccanismi psicologici o sociali che diedero inizio alla grande ondata di paura che produsse i grandi processi per stregoneria, far notare come questi ultimi infuriarono non tanto nell’Europa medioevale, bensì nei secoli XVI e XVII, cioè dopo il Rinascimento e nel pieno della cosiddetta Rivoluzione scientifica. Come mai? A nostro avviso, in ciò ebbe parte quel processo di frattura tra uomo e natura che non si consumò nelle pretese oscuriutà del Medioevo, ma nei presunti lumi del moderno razionalismo. Gli ultimi tenui legami tra coscienza dell’io e coscienza della natura come un tutto, che erano sopravvissuti attraverso tutto il Medioevo, a partire dall’età umanistica si sfilacciarono definitivamente. Il cartesianesimo riprese e approfondì il dualismo esasperato di origine manichea, che la cultura giudaico-cristiana aveva trasmesso in eredità agli albori della civiltà moderna. In una concezione del mondo contrappositiva e intollerante, dominata da una dicotomia irriducibile tra terra e cielo, tra materia e spirito, tra aldiqua e aldilà, era forse inevitabile che la vita si trasformasse in un perenne campo di battaglia tra opposte tendenze. L’antica concezione olistica, secondo la quale l’uomo non è radicalmente altro dalla natura, ma parte inseparabile di essa, sopravviveva appunto nella mentalità magica e nella pratica degli erboristi o delle erboriste-maghe-levatrici-astrologhe; cioè sopravviveva in essi proprio quel residuo di mentalità pre-cristiana che non accettava il dualismo categorico della cultura dominante. In quanto pre-cristiana, la loro mentalità era, letteralmente, pagana; dunque, stante le concezioni etico-religiose del tempo, di ispirazione diabolica. Qui sta la radice prima dei grandi processi contro la stegoneria: nella volontà di estirpare una volta per tutte quanto di non-dualista, di pagano era sopravvissuto sotto la vernice del cristianesimo, addirittura mescolandosi alle forme del culto cristiano (si pensi, per fare solo un esempio, ai riti della fertilità camuffati da feste di questo o quel santo cattolico).

Ma è giunto il tempo che l’essere umano si sforzi di ricucire quello strappo, di ricomporre quella frattura che il dualismo cartesiano tra “res cogitans” e “res extensa” ha aperto nella coscienza della civiltà occidentale, e che l’esasperato utilitarismo economicistico ha aggravato e approfondito a dismisura. È tempo che ci riconciliamo con il non-io della natura (compreso il nostro corpo), alla luce di una visione olistica secondo la quale tutto, anche la psiche individuale, è non-io, perché – come insegna il buddhismo theravada – è dalla identificazione della coscienza con l’io che nascono tutte le illusioni, compresa quella di una distinzione, o addirittura di una contrapposizione, tra uomo e natura. Non vi può essere distinzione perché non vi è mai stata una natura distinta e separata dalla coscienza cosmica; dunque tutto ciò che vediamo, tutto ciò che cade sotto i nostri sensi e che siamo soliti chiamare “natura” non è altro da noi, ma è parte della stessa illusione per cui noi ci crediamo tanti io finiti e separati, mentre non siamo che aspetti molteplici di un’unica realtà trans-fenomenica, assoluta e permanente: il Nulla, il Nirvana dal punto di vista del contingente, ma l’ineffabile Tutto dal punto di vista di ciò che è., dal punto di vista dell’Essere.

Nel mondo fenomenico in cui giorno per giorno viviamo, tuttavia, sarebbe buona regola guardare alla natura come alla nostra madre, la quale – diceva san Francesco – “ne sustenta et governa”, e senza la quale non possiamo nulla, non siamo nulla. Figliastri della civiltà tecnologica, noi ci siamo vergognati della nostra madre naturale, l’abbiamo oltraggiata e insozzata, partendo dall’ingenua semplificazione che ciò che è buono per noi esseri umani deve essere buono in assoluto, e ciò che è cattivo per noi deve esserlo senz’altro. Così abbiamo dichiarato guerra a tutta una serie di organismi vegetali e animali, perché riducevano i nostri profitti economici o infastidivano le nostre comodità o presunzioni. Ma le capre abbandonate sulle isole dei mari australi, perché i balenieri avessero a disposizione carne fresca durante le loro lunghe crociere di caccia (non esistendo allora altri sistemi di conservazione), se sono state un bene per poche centinaia di esseri umani, hanno costituito una catastrofe ecologica per intere specie vegetali e animali, e cioè un male assoluto dal punto di vista della natura.

Solo l’ecologia profonda può consentirci di ristabilire un corretto rapporto con la natura, perché solo essa può aiutarci a comprendere che l’essere umano non può ergersi a misura unica e universale di ciò che è buono o cattivo in natura, come se il mondo intero fosse a sua illimitata disposizione. L’orgoglio dell’uomo che non si sente più parte della natura e che la vuol domare dall’esterno, cominciato a Gerico circa 10.000 anni fa, ha raggiuntoi livelli minacciosi con la pratica della clonazione, della manipolazione genetica, della fecondazione artificiale, dei trapianti di organi sempre più sofisticati, della consapevole immissione nell’atmosfera di enormi quantità di gas industriali, al punto da produrre drammatici sconvolgimenti climatici. Quel che è accaduto recentemente a New Orleans dovrebbe ricondurci a una visione più umile, più saggia, più rispettosa della natura, della quale ci siamo incautamente improvvisati apprendisti stregoni.

In natura non hanno alcun significato concetti come “bene” e “male”, così come li intende l’essere umano; la natura non si occupa che della sopravvivenza delle specie, per essa i singoli individui non sono che concrezioni cellulari atte ad assicurare tale sopravvivenza (da ciò appunto scaturisce la necessità, per l’uomo, di cercare il proprio fine in una dimensione trans-naturale). “Bene” è ciò che favorisce la vita delle specie, “male” ciò che la ostacola; è inutile chiedersi se la pianta parassita sia un bene o un male per l’organismo ove si insedia, se il cuculo che getta fuori dal nido gli altri nidiacei sia, per loro, un bene o un male. Il punto di vista morale è sempre relativo. Male è la morte per la gazzella uccisa dal leone, bene per gli animali che si ciberanno del suo corpo e, in ultima analisi, per la specie delle gazzelle, sfoltita degli individui meno adatatti a riprodurre  con successo il proprio patrimonio genetico.

La domanda che dovremmo invece farci è: vogliamo assecondare la grandiosa opera della natura, accettando dignitosamente il nostro ruolo all’interno di essa; o vogliamo distruggere tutto ciò che non ci è utile o comodo, e manipolare senza limite alcuna ciò che, invece, riteniamo di nostro vantaggio e utilità?

Vista da questo punto di vista, la pratica della coltivazione e dello studio delle piante velenose non dovrebbe essere che un aspetto del nostro sforzo di riconciliazione con la madre natura. Le piante velenose non vanno considerate come una sorta di errore della natura, un qualcosa di sbagliato e imbarazzante come il piccolo serpente che, incontrato da bambini sul sentiero di montagna, massacravamo a colpi di pietra, credendo di fare cosa meritoria. Come dicevamo all’inizio, le stesse proprietà tossiche delle piante che possono provocare la morte, adoperate in modi e quantità opportune possono difendere la vita e curare svariate malattie. Dobbiamo avere un atteggiamento di rispetto nei loro confronti, riconciliarci con esse, dissipare per sempre quell’aura tenebrosa che le ha avvolte, nella nostra cultura dualistica e antropocentrica, per secoli e secoli.

Le piante velenose, così come quelle medicamentose (e la distinzione, ripetiamo, non è sempre facile), sono, forse, in ultima analisi uno specchio fedele di quanto si trova all’interno del nostro io, e sia pure del nostro io illusorio e impermanente. Le nostre qualità morali, come già osservava Platone nella “Repubblica”, non sono buone o cattive in astratto, ma a seconda del contesto in cui le sviluppiamo: sono buone l’audacia e la violenza del guerriero nel colmo della lotta, ma non nella pacifica vita cittadina; ciò che è bene in un ambito, diviene male in un altro. Eppure non può esservi luce senza un poco di tenebra, né tenebra senza un poco di luce; non salute senza malattia, né malattia senza salute; non verità senza menzogna, né menzogna senza una piccola parte di verità; non ying senza yang, e viceversa. Tale è la visione armoniosa del cosmo e dell’esistenza, che solo una consapevolezza olistica può donare all’uomo: abbiamo bisogno di tutte le cose che alimentano, arricchiscono e rinvigoriscono la vita, che dicono sì alla vita (come voleva il buon vecchio Zarathustra nietzschiano); e, al tempo stesso – e qui sta la difficile, ma necessaria mediazione – di tutte le cose che ci permettono di guardare oltre, di capire il signifcato dell’illusione fenomenica, di aspirare alla grande liberazione che coincide con il non attaccamento, con l’abbandono dell’iperattivismo, con il rifiuto delle semplificazioni , con l’obbedienza gioiosa alla legge del Dharma.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 08/04/2006 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Gennaio 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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