domenica, 7 Marzo 2021
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Breve la vita felice di David Douglas, il botanico innamorato delle foreste del Nord

Botanica. Breve la vita felice di David Douglas, il botanico innamorato delle foreste del Nord. Si dedicò alla ricerca di nuove specie vegetali nel Nord-Ovest americano e che fece conoscere per primo al mondo europeo di Francesco Lamendola  

Ci eravamo già occupati, in un precedente articolo, della bella e interessante figura del botanico scozzese David Douglas (1799-1834), che dedicò la sua breve vita alla ricerca di nuove specie vegetali e che fece conoscere al mondo europeo, per primo, l’incomparabile bellezza delle specie arboree prosperanti nelle foreste vergini del Nord-Ovest americano (cfr. «David Douglas o la vita affascinante di un botanico in perpetua ricerca di avventura», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 30/05/2012).

Vogliamo ora riprendere il discorso, approfondendo l’aspetto propriamente biografico di questo scienziato-naturalista che fu, a suo modo, anche un poeta, o, quanto meno, un uomo che sapeva apprezzare infinitamente le bellezze della natura: non per nulla la sua vita si svolse nel contesto culturale del Romanticismo, mentre artisti come Caspar David Friedrich e William Turner esploravano il fascino segreto dei boschi, dei tramonti, delle vallate e mentre scrittori come Ralph Waldo Emerson o poeti come Walt Whitman celebravano la freschezza e l’incanto di un rapporto contemplativo e non utilitaristico con la natura.

Le spedizioni geografiche e botaniche nel Nord-Ovest del continente nordamericano erano complicate, nei primi quattro decenni dell’Ottocento, dallo status politicamente incerto di quella immensa e quasi spopolata regione: alle piccole tribù di amerindi si applicava teoricamente, ma solo teoricamente, la sovranità di ben quattro potenze: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Spagna (cui subentrò, nel 1821, il Messico, quale erede dei suoi possedimenti coloniali) e, infine, la Russia. Le ultime due uscirono di scena per prime – il Messico con il Trattato di Guadalupe-Hidalgo del 1848; la Russia, definitivamente, nel 1867, con la vendita dell’Alaska agli Stati Uniti. Le prime due rimasero in competizione e infine risolsero il loro contenzioso con il Trattato dell’Oregon, sottoscritto nel 1846, con il quale la frontiera tra il Canada britannico e gli Stati Uniti d’America venne fissata definitivamente, e in modo assolutamente pacifico (le due potenze si erano già affrontate in un aspro conflitto dal 1812 al 1815) lungo la linea del quarantanovesimo parallelo di latitudine Nord, dalle Montagne Rocciose allo Stretto Juan de Fuca, lasciando alla Gran Bretagna tutta l’isola di Vancouver.

Pertanto, qualsiasi iniziativa “scientifica” proveniente da una di queste parti doveva vedersela, oltre che con le grosse difficoltà logistiche legate ad un territorio ancora selvaggio e incontaminato, abitato da popolazioni native assai fiere e, di fatto, pressoché indipendenti (l’accanita resistenza dei Nasi Forati, o Nez Percé, venne piegata definitivamente dall’esercito statunitense soltanto nel 1877), anche con la sospettosa gelosia delle altre potenze, ciascuna delle quali rivendicava gran parte del territorio conteso ad esclusione delle altre, sebbene nessuna avesse avuto, sino a quel momento, la forza sufficiente o l’interesse per procedere ad una penetrazione e ad una occupazione effettiva di quelle immense solitudini.

Fra tutte, comunque, era il regno di Gran Bretagna e Irlanda quello che possedeva maggiori mezzi finanziari e tecnici, nonché maggiori competenze scientifiche, per allestire una spedizione naturalistica con prevalenti interessi botanici; gli Inglesi possedevano, nei Royal Botanic Gardens di Kew, una istituzione scientifica di prima grandezza, i cui collaboratori avevano le necessarie conoscenze e l’esperienza adeguata per simili imprese. Inoltre il governo britannico – che, dopo la vittoria su Napoleone, stava allargando a macchia d’olio il suo smisurato impero coloniale nei cinque continenti -, era da sempre interessato alla conoscenza dei prodotti naturali dei Paesi extra-europei, in vista di un loro possibile sfruttamento commerciale, e, in particolar modo, all’eventuale importazione, nella madrepatria o nelle proprie colonie tropicali, di tutte quelle specie vegetali la cui coltivazione avrebbe rappresentato un valido potenziale economico.

Di David Douglas è stato delineato questo ritratto da uno dei più conosciuti enologi e botanici dell’area anglosassone (da: Hugh Johnson, «Gli alberi»; titolo originale: «The International Book of Trees», Mitchel Beazley Publishers, 1973; traduzione di E. G. Steinmann e M. Mariani, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1974, pp. 46-7):

«Le prime cognizioni sull’eccezionale ricchezza della flora della costa occidentale americana furono il risultato del viaggio del capitano Vancouver, compiuto nel 1792. Il suo botanico era lo scozzese Archibald Menzies. Questo riferì, con giustificato entusiasmo, ciò che aveva visto: alberi alti il doppio di qualsiasi altro albero fino ad allora conosciuto, come “Pseudotsuga menziesii” “Picea sitchensis”, “Chamaecyparis nootkatensis” o cipresso d’Alaska, e “Sequoia sempervirens”.

John Bartram aveva progettato una spedizione verso le regioni occidentali già molti anni prima, ma solo 37 anni dopo la sua morte il suo progetto venne realizzato, quando Thomas Jefferson organizzò il viaggio di Lewis e Clark. Fra i quaranta uomini che facevano parte della spedizione mancava purtroppo un botanico ed essa fece ritorno dopo due anni riportando solo una modestissima raccolta di semi e senza nemmeno far cenno ai giganteschi alberi citati da Menzies.

Quando nel 1824 Londra decise di inviare un botanico, Joseph Banks era già morto e Kew si trovava momentaneamente a corto di denaro e in sfavore per ragioni politiche. Così la Horticultural Society (fondata nell’anno stesso in cui Lewis e Clark lasciavano Saint-Louis per il loro viaggio) che sovvenzionò la spedizione. Per raccomandazione del grande William Jackson Hooker , che in quel tempo era a Glasgow ma che sarebbe divenuto più tardi il più illustre direttore di Kew, il prescelto fu David Douglas, figlio di uno scalpellino di Scone nel Perthsire, botanico autodidatta, che aveva fatto colpo su Hooker per le sue doti fuori dal comune.

Il coraggio è una virtù comune a tutti i raccoglitori di piante e la storia delle loro imprese, e talora della loro fine avventurosa, è stata oggetto di parecchi buoni libri. Ma le imprese di Douglas superano quelle di tutti gli altri. Egli possedeva la tenacia caratteristica degli scozzesi e si accinse all’esplorazione delle regioni nordoccidentali con fanatica energia, tanto che gli indiani trattavano questo “uomo delle erbe” col massimo rispetto.

Vestito di un cappotto di tessuto scozzese e portando con sé del tè come unico genere di conforto (ne beveva litri e litri), Douglas viaggiò per migliaia di chilometri attraverso un paese privo di strade, spesso completamente solo, portando sulle spalle (e sollevandolo sopra il capo nel guadare i gelidi torrenti) un incredibile carico di piante, semi e strobili (una volta vi aggiunse anche due aquile vive!). Se aveva la speranza di trovare una nuova specie arborea nulla riusciva a fermarlo e proseguiva il suo cammino sia che fosse bagnato fradicio o ferito o affamato.

La sua prima spedizione lungo il fiume Columbia (senza contare gli otto mesi e mezzo impiegati per raggiungerlo, di cui almeno sei settimane solo per superare il pericoloso sbarramento sabbioso presso la foce) durò dall’aprile 1825 al marzo del 1827, quando i imbarcò sull’”espresso” della Hudson Bay Company per far ritorno in patria. Il bottino riportato da questo viaggio comprendeva (oltre a molte altre piante erbacce) “Pseudotsuga menziesii”, “Picea sitchensis”, “Abies procera”, “Acer macrophyllum”, “Pinus ponderosa”, “Pinus lambertiana”, “Pinus coulteri” e “Pinus monticola”. Egli scrisse a Hooker: “ella comincerà a pensare che fabbrico pini a mio piacimento”. La seconda spedizione al fiume Columbia ebbe luogo nel 1830. Questa volta Douglas toccò anche la California e fece di Monterey la sua base operativa. Inviava in Europa casse piene di sementi; infatti lo scopo prefisso non era soltanto la scoperta di nuove piante ma anche la loro introduzione in Europa. E bisogna dire che egli svolse così efficacemente l’incarico affidatogli, che le nuove specie furono subito messe in circolazione ed entrarono a far parte di numerosissime collezioni. Mentre ancora egli era accampato nelle selve, i suoi alberi diventavano ben noti in patria.

Uno dei suoi clienti più famosi fu il Giardino botanico di Pietroburgo. Lo zar invitò Douglas a passare dall’Alaska e dalla Siberia durante il suo viaggio di ritorno in Inghilterra. Nel 1833, pieno di entusiasmo, si mise in viaggio da Fort Vancouver, ma questa spedizione doveva aver termine per un incidente che gli capitò nell’interno della Columbia Britannica. Ed egli dovette far ritorno dopo un naufragio in canoa, scoraggiato e privato di un occhio. Douglas morì diciotto mesi più tardi nelle Hawaii: cadde in un recinto di tori e venne ucciso da un animale infuriato. Aveva solo trentacinque anni.»

I viaggi avventurosi e le epiche traversate del botanico David Douglas possono essere confrontati solo con quelli dei suoi tre famosi compatrioti del XIX secolo: James Bruce (1730-1794), che penetrò nella misteriosa Abissinia e raggiunse la sorgente del Nilo Azzurro; Mungo Park (1771-1806), coraggiosissimo esploratore dell’Africa, ove perse la vita, annegando nelle acque del Niger; e David Livingstone (1813-1873), medico e missionario nel continente africano, il più celebre di tutti, anche per la scoperta delle spettacolari Cascate Vittoria.

Douglas si distingue da loro per le finalità puramente scientifiche, e più precisamente botaniche, dei suoi viaggi: se la sua curiosità fosse stata di tipo geografico; se – ad esempio – si fosse riproposto di esplorare il corso dei grandi fiumi, o di scalare e studiare le grandi montagne del Nord-Ovest americano; oppure se fosse stata di tipo etnologico, ed egli si fosse dedicato all’osservazione delle varie tribù e popoli amerindi dell’Oregon, dello Stato di Washington e della Columbia Britannica, delle loro lingue, dei loro usi e costumi, delle loro credenze religiose, crediamo che la sua fama sarebbe stata molto maggiore e il suo nome sarebbe oggi annoverato accanto a quelli dei più grandi esploratori. Al suo tempo, infatti, vastissimi spazi al’interno dei continenti, e anche nella parte settentrionale del Nord America, apparivano ancora bianchi sulle carte geografiche: erano gli ultimi decenni dei viaggi dì esplorazione veri e propri, avventurosi, romantici, intrepidi e pericolosi; e Douglas possedeva sia la tempra fisica e psicologica, sia la preparazione culturale per segnalarsi in quel campo.

La sua tragica fine, consumatasi improvvisamente nelle isole Hawaii e dovuta alla misteriosa caduta in una trappola ove si trovava un toro selvaggio, che lo incornò e lo calpestò a morte, può essere ascritta ad una imperscrutabile fatalità, ma anche ad un vero e proprio delitto: fin da allora vi furono dei sospetti nei confronti di un personaggio un po’ ambiguo, un cacciatore inglese, Edward Gurney, detto Ned, dalla cui capanna si era allontanato poco prima. Qualcuno sussurrò che questi lo avesse spinto deliberatamente nella buca, allo scopo di provocarne la morte per poterlo derubare; ma rimasero soltanto voci senza riscontro, e non venne formalizzata alcuna accusa. Il corpo di David Douglas venne sepolto presso la Mission House di Honolulu; un monumento, più tardi, venne eretto nel luogo ove aveva trovato la morte, a Kaluakauka.

Quando il bestione infuriato lo uccise, Douglas era nel fiore dell’età e del vigore fisico: aveva appena trentacinque anni, e chissà quanti altri viaggi, quante altre scoperte avrebbe potuto fare, se il destino gli avesse concesso ancora un po’ di tempo. Quasi si stenta a credere che abbia potuto percorrere migliaia di chilometri ed esplorare immense regioni selvagge, nell’arco di una vita che è stata, in fondo, così breve. A ciò si aggiunga la lentezza dei viaggi per mare, che dilatava a dismisura i “tempi morti” dei suoi viaggi,  e il fatto che, prima dell’apertura del Canale di Panama, i velieri che dall’Europa erano diretti ai porti della costa occidentale nordamericana, per passare dall’Oceano Atlantico al Pacifico, dovevano affrontare la lunghissima e pericolosa rotta di Capo Horn – disseminata da centinaia di relitti dei naufragi -, circumnavigando l’America Meridionale in tutta la sua estensione. Ma Douglas, nella sua immensa passione naturalistica, non era uomo da trascorrere in ozio nemmeno le settimane dedicate alla navigazione: nel 1824, ad esempio, approfittò di una sosta all’isola cilena di Juan Fernandez (Mas a Tierra, oggi denominata Robinson Crusoe) per dedicarsi allo studio di quella flora eccezionale, ricca di specie endemiche di altissimo interesse (cfr. il nostro saggio: «Un santuario della natura unico al mondo: le isole Juan Fernandez», pubblicato parzialmente sul sito di Arianna Editrice, in data 11/01/2008, e, in versione integrale, su «Il Corriere delle Regioni», il 01/08/2015). Anche laggiù è rimasta una traccia del suo passaggio…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Aprile 2018

Del 15 Settembre 2020

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