domenica, 13 Giugno 2021

Filosofia e natura

Prolusione del prof. Francesco Lamendola in occasione dell’apertura annuale dell’Orto Botanico Locatelli a Mestre (Venezia), presso il Parco della Bissuola, domenica 4 maggio 2003, in collaborazione con l’Associazione Filosofica Trevigiana

1. Ambivalenza della filosofia occidentale circa il rapporto fra essere umano e natura.

L’atteggiamento della filosofia occidentale nei confronti della natura è sempre stato duplice. Da una parte, da Talete in poi, essa si è sforzata di “costringere” la natura a  rivelare i suoi tesori, le sue leggi nascoste, la sua intrinseca razionalità (kòsmos significa, in primo luogo, “ordine”). Un atteggiamento, quindi,  di superiorità da parte dell’uomo in nome della propria razionalità, destinato inevitabilente a sfociare nel dualismo (e appunto per ricucire quella distanza fra uomo e natura si è sviluppata la dimensione “dionisiaca” della religiosità greca, basata sui culti misterici, orgiastici, panici).Il simbolo di questo tipo umano, aggressivo e predatore, è Ulisse, che doma la natura con l’inganno e la violenza (vedi l’accecamento del ciclope Polifemo) e chiude il cuore e i sensi alla sua bellezza (vedi l’episodio del canto delle Sirene).

Dall’altra parte, i filosofi hanno avvertito profondamente la nostalgia di un rapporto meno inquisitorio, meno presuntuoso, più libero e armonioso con la natura, cercando di recuperarne l’aspetto rasserenatore. Si pensi al Giardino di Epicuro, che divenne il simbolo stesso di quella particolare scuola filosofica. Si pensi a pagine famose della letteratura filosofica classica, come quella del Fedro di Platone ove Socrate discute il mistero dell’amore nella splemdida cornice della campagna ateniese sulle rive dell’Ilisso. La natura, quindi, come nostalgia di un mondo semplice e intatto, non contaminato dalle violente passioni umane, dai feroci egoismi: la mitica età dell’oro di poeti come Teocrito e, più tardi, Virgilio (o, perché no, il mito di Atlantide cantato da quel filosofo-poeta che è Platone).

2. Prevalenza dell’atteggiamento dominatore e utilitaristico nei confronti della natura “esterna”…

Storicamente, tuttavia, è prevalso l’atteggiamento dominatore e utilitaristico nella cultura e nella storia dell’Occidente, specialmente dopo Galileo e Cartesio. Nella filosofia occidentale moderna la natura è stata vista come materia bruta oppure, nel migliore dei casi (per esempio nell’idealismo tedesco) come “Spirito pietrificato”, non certo come un valore in sè stessa.

Se l’etica buddhista insegna che ogni uomo deve piantare almeno un albero nella propria vita (indipendentemente dal fatto di goderne poi i frutti), per restituire alla Terra madre (e ai nipoti) parte di quello che ha ricevuto in dono, l’etica occidentale ha visto per lo più nella natura una riserva di beni da saccheggiare come fossero inesauribili; addirittura, come un nemico da vincere e mettere in catene. Ancora oggi, se uno squalo o un leone uccidono un essere umano, non vengono subito cacciati a morte come “assassini”? Se una valanga uccide un alpinista, magari imprudente, non viene bollata la montagna come “assassina”? La stessa malattia, quando colpisce l’uomo (che pure ha dato e dà la morte a innumerevoli specie viventi), non è vista come una ladra e un’assassina?

C’è un esempio emblematico da fare, a questo proposito. Vi è, alla foce del Gange e a pochi chilometri da Calcutta, una foresta paludosa chiamata Sunderbans, popolata dalle tigri del Bengala. Ogni anno alcune decine di boscaioli, che vi si inoltrano per necessità economica, perdono la vita a causa delle tigri. Ma né ai taglialegna, né ai familiari delle vittime, né alle autorità indiane è mai passato per la testa di “vendicarsi” lanciando una rappresaglia contro gli animali. Certo, chi entra nella foresta prega gli dèi per la propria salvezza: nessuno desidera morire; ma odiare la tigre è inconcepibile: si tratta di un essere semidivino che esprime tutta la potenza e la magnificenza della natura. A tal punto la sensibilità hindu ha reso quel popolo rispettoso delle leggi della vita: e questo a meno di 100 chilometri da una metropoli di molti milioni d’abitanti! Immaginiamoci cosa accadrebbe se i media occidentali lanciassero il grido d’allarme che a qualche chilometro da New York, poniamo, un orso sbandato dai monti Allegheny ha sbranato nei boschi un turista. Crediamo che interverrebbe la Guardia Nazionale con elicotteri  e armi automatiche per far giustizia della “belva assassina e assetata di sangue” (e poi, tutto va monetizzato: il solito regista cinematografico ci ricaverebbe un bel film orripilante da cassetta).

3. …e di quella “interna”, ossia della psiche.

Ebbene, lo stesso atteggiamento, dominatore e utilitaristico, è prevalso in Occidente nei confronti della natura “interna”. Una intera dimensione del nostro essere è stata negata e ferocemente repressa (secondo Nietzsche, ciò è avvenuto da Socrate ed Euripide in poi; secondo altri, a partire dal Cristianesimo)., provocando nevrosi e psicosi, aggressività e infelicità. Solo oggi si comincia a riscoprire il valore del “selvatico” che è in noi: vedi, in proposito, le tesi propugnate dallo psicanalista Claudio Risè, dell’Università di Trieste. È come se l’uomo occidentale avesse dichiarato una duplice guerra alla natura: fuori di sè e dentro di sè. La devastazione e l’inquinamento sfrenato  della natura “esterna” procedono di pari passo con la repressione e l’avvelenamento di quella “interna”. Un medesimo filo rosso lega le politiche neo-liberiste che saccheggiano e distruggono l’ambiente naturale e le ossessioni demoniache che torturano la psiche di milioni d’uomini e donne “in carriera”,  rampanti e super-tecnologicizzati.

 La società occidentale è preda di un istrinto necrofilo che la porta a inseguire la propria autodistruzione mediante l’aggressione sistematica di ciò che non rientra negli schemi utilitaristici e omologanti del sapere strumentale. Distruggere una foresta che osa “resistere” al suo potere (come l’Amazzonia) o un modello politico-sociale che osa rifiutare le logiche esclusive del profitto economico privato (come il sandinismo o lo zapatismo) fa parte di una stessa crociata, di una stessa “guerra senza fine”.

4. Nemesi del logos violento e calcolante.

Ma oggi, nell’epoca dell’Impero, cioè del capitale globalizzato (l’espressione è di Toni Negri), abbiamo ormai raschiato il fondo della pentola. Non c’è quasi più niente da saccheggiare e da inquinare, perché tutto è già stato saccheggiato e inquinato. Noi ormai viviamo (come scrive Bill Mc Kibben) in un mondo post-naturale, e in una natura che abbiamo reso artificiale, sinteticae minacciosa. (Anche quest’anno, in molte parti d’Italia, i nidi delle rondini sono rimasti desolatamente vuoti, nonostante il ritorno della primavera. Ciò ricorda il famoso articolo “delle lucciole” di Pier Paolo Pasolini che, nella scomparsa delle lucciole, appunto, vedeva la metafora di un radicale sconvolgimento non solo ecologico, ma socio-culturale e antropologico,, all’insegna del “miracolo economico” e della distruzione finale del mondo pre-industriale).

Non si combatte più per le risorse naturali, ma per la spoliazione di questo mondo post-naturale. La seconda guerra del Golfo è stata l’ultima guerra per il petrolio e la prima per il nuovo “ordine” cimiteriale del mondo. Il vero affare, per il vincitore, non è lo sfruttamento del (poco) petrolio che rimane, ma la ricostruzione di quanto, con la guerra, è stato distrutto. Ossia: le guerre si fanno, ormai, per poter lucrare sulla ricostruzione di quanto si distrugge. Nemesi allucinante di un modello di sviluppo che continua a rimanere cieco e sordo perfino davanti ai disperati appelli della scienza “ufficiale” di fronte all’olocausto naturale in atto.

5. Passare al bosco, ovvero cavalcare la tigre.

Forse, quel che resta da fare oggi è, semplicemente, come dice Ernst Jünger, “passare al bosco” (il termine tedesco Waldgänger è pressochè intraducibile, poiché evoca  contemporaneamente l’idea del ritorno alla natura e quella, resistenziale, del “darsi alla macchia”): creare una rete di piccoli gruppi di “resistenti”, di persone che rifiutano le logiche aberranti del profitto e della tecnologia invasiva e fine a sé stessa; che non accettano  la demenza massificata e massificante del potere e della cultura dominante.

“Passare al bosco”: ribellarsi alla filosofia del dominio antropocentrico, inventarsi nuove strategie di resistenza ispirate alla riscoperta della dignità di tutto ciò che è vivente, anzi di tutto ciò che è natura (chi siamo noi per stabilire i confini tra vivente e non vivente?) e alla riconciliazione con il lato profondo e “selvatico”, rimosso o represso, del nostro Io più vero. O anche, per usare un’immagine evoliana (e non scandalizzi la citazione di Evola: nihil humanum a me alienum puto, salvo s’intende il giudizio politico): “cavalcare la tigre” di questo nero Kali Yuga, prepararsi a nuove strategie di lotta, che è l’equivalente del “passare al bosco” di Jünger.

Riscoprire il valore delle piante, dei prodotti naturali, delle fitoterapie, dello stesso potere curativo – anche in senso spirituale – della natura, come stiamo facendo ora, è parte significativa di una tale strategia resistenziale. Ne va della nostra sopravvivenza e, addirittura, ne va della nostra anima.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/02/2006 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Marzo 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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