venerdì, 17 Settembre 2021

Giardini di vita

Prolusione all’apertura  annuale dell’Orto Botanico Locatelli, a Mestre (Parco della Bissuola), in collaborazione con l’Associazione Filosofica Trevigiana del Maggio 2003. Il giardino come luogo sacro, simbolico e mitologico di Francesco Lamendola  

L’essenza profonda dell’essere umano ha una tale nostalgia della natura e della sua armonia che, quando ne è esiliato (o autoesiliato, specie per la nemesi tecnologica) ricostruisce, appena può, quell’angolo di natura mitizzata che è il giardino. Il termine più prosaico di “chortos” (orto) viene da Senofonte sostituito, per descrivere i giardini pensili di Babilonia, con quello di “paradeisos” che è una grecizzazione del persiano “pardes”, da cui il nostro “paradiso”. E la differenza fra “gortos” e “paradeisos” non è solo quella tra tra orto e giardino: i giardini persiani e babilonesi erano anche orti, ma non nel senso puramente utilitaristico ed economicistico che la parola, oggi,  ha acquisito. Come scrivono Pietro Porcinai e Attilio Mordini in Giardini dOoccidente e d’Oriente, “le piante che ornavano le terrazze degli stessi giardini pensili della regina Semiramide non dovevano soltanto alla loro bellezza il diritto di abitare un tale monumento… Molte piante venivano coltivate per i loro frutti  o per le essenze che ne venivano estratte; certo, non si trattava di piante utili per il cibo che comunemente se ne sarebbe potuto trarre, bensì di piante necessarie per ottenere droghe e stupefacenti, atti ad aiutare la chiaroveggenza, la divinazione, la medicina sacra e la magia; piante, insomma, che potevano aiutare l’uomo al conseguimento di quella che allora, nella civiltà mesopotamica, era considerata la perfezione. Il mago era infatti l’uomo perfetto, così come paesaggio perfetto era il giardino da cui lo stesso mago traeva i suoi ingredienti.”

Giardino, dunque, come luogo sacro, simbolico e mitologico; giardino come nostalgia di benessere, di gioia, di pace e d’infinito, come aspirazionea una pienezza esistenziale e sapienziale. Giardino come simbolo di vita: e simbolo così potente che la capacità, magica, di far fiorire un giardino in pieno inverno (cioè in pieno dominio della morte), nei climi temperati e continentali d’Europa, fu per tutto il Medioevo considerata come la magia per eccellenza. Michele Scoto, per esempio, il filosofo e mago (ricordato anche da Dante, Inferno, XX, 16 sgg.) che operò alla corte di FedericoII di Svevia., secondo l’Anonimo Fiorentino fece comparire “essendo di gennaio, viti piene di pampini et con molte uve mature.” Un prodigio analogo è attribuito a Simon Mago da parte del Libro di San Cipriano, e altrettanto si dice che compisse Alberto Magno. Secondo Kurt Seligman (Lo specchio della magia), quando convitò in Colonia il conte d’Olanda, Guglielmo II, benchè si fosse nel colmo dell’inverno, fece apparecchiare le tavole nel giardino del convento. Gli ospiti lo trovarono ricoperto di neve, ma si erano appena seduti che la neve sparì ed il giardino olezzò di fiori fragranti, mentre gli uccelli volavano intorno come d’estate e gli alberi s’ammantavano di verde. Lo stesso prodigio avrebbe ottenuto, in tempi più vicini a noi, il dottor Faust. Ma questi produsse i suoi fiori invernali non con la magia naturale, come Alberto, ma con la magia nera e con l’aiuto del diavolo.”

Anche il  Boccaccio descrive la magia del giardino d’inverno: una prima volta nel Filocolo (IV, questione III; ed. Quaglio, IV, 31 sgg.) e una seconda nel Decameron (Giornata decima, novella quinta), sempre come forma di magia nera operata da un negromante.[ Su tutta la questione si confronti anche l’articolo Il giardino d’inverno, di F. Lamendola, sulla rivista Graal, numero di maggio-giugno 2004.]

Ma ecco la descrizione del giardino d’Alcinoo, re dei Feaci ospitali, nel VII canto dell’Odissea (versi 112 sgg.): “Fuori dall’atrio, vicino alle porte, si apre un vasto giardino: da una parte e dall’altra lo cinge una siepe. Grandi alberi crescono qui rigogliosi, peri, melograni, meli dai frutti lucenti, fichi dolcissimi, olivi fiorenti. Non finiscono mai di dar frutto, per tutto l’anno fioriscono, d’inverno e d’estate per tutto l’anno, e sempre il soffio di Zefiro fa nascere alcuni, altri matura. La pera sulla pera invecchia, sulla mela la mela, l’uva sull’uva, il fico sul fico. C’è una vigna piena di grappoli, alcuni sono messi a seccare al sole, in luogo aperto,  di altri fanno vendemmia, altri ancora li pigiano; ma vi sono anche grappoli acerbi, appena fioriti, e altri che cominciano a maturare. Lungo l’estremo filare crescono, ben ordinate, piante di ogni sorta che fioriscono per tutto l’anno. E vi sono due fonti, una scorre per tutto il giardino, l’altra, da parte opposta, sotto la soglia dell’atrio scorrendo raggiunge l’alto palazzo…” (traduzione di Maria Grazia Ciani).

Ed ecco il giardino della “lieta brigata” del Decamerone, come lo descrive Boccaccio nell’Introduzione alla Terza Giornata: “Esso avea dintorno a sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime, tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le quali facevan gran vista di dovere quello anno assai uve fare; e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardino rendevano, che mescolato insieme con quello di molte altre cose che per lo giardino olivano, pareva loro essere tra tutta la spezieria che mai nacque in Oriente: le làtora delle quali vie tutte di rosaj bianchi e vermigli e di gelsomini erano quasi chiuse… Nel mezzo del quale (giardino)… era un prato di minutissima erba, e verde tanto che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietà di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e di cedri, i quali, avendo i vecchi frutti et i nuovi et i fiori ancora, non solamente piacevol ombra agli occhi, ma ancora all’odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli. Iv’entro non so se da natural vena o da artificiosa, per una figura la quale sopra una colonna che nel mezzo di quella diritta era, gittava tanta acqua e sì alta verso il cielo, che poi non senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea… Il veder questo giardino, il suo bello ordine, le piante e la fontana co’ ruscelletti procedenti da quella, tanto piacque a ciascuna donna et a’ tre giovani, che tutti cominciarono ad affermare che, se Paradiso si potesse in terra fare, non sapevano conoscere che altra forma, che quella di quel giardino, gli si potesse dare né pensare, oltre a questo, qual bellezza gli si potesse aggiungere.”

Marsilio Ficino, nel secondo libro del De vita, l’opera magico-astrologica in cui (citando autori come Michele Scoto e Pietro d’Abano) afferma gl’intimi legami che congiungono il mondo terreno col mondo celeste, legami cui presiede l’Anima del Mondo (concetto ripreso dal Timeo di Platone), scrive tra l’altro – con speciale riferimento a coloro che hanno oltrepassato “sette volte sette anni”:…la natura delle cose verdeggianti, finché sono verdi, non solo è viva, ma anche giovane, e trabocca quindi di umore salubre e di spirito vivace. E così, tramite l’odore, la vista, l’uso, la frequentazione fa penetrare in noi lo spirito giovanile. Passeggiando invero tra piante verdeggianti, ricerchiamo nel frattempo la causa per cui il colore verde più degli altri ristora la vista e le fa una gradevole e al tempo stesso salutare impressione.” (cap. 14).

Rifacendosi non solo alle dottrine di Platone, ma anche a quelle di Plotino, Proclo, Porfirio, Giamblico, Psello, Dionigi Areopagita, nonché ai Libri ermetici e ad Apollonio di Tiana, Marsilio Ficino (1433-1499), dopo aver composto i diciotto libri Sull’immortalità dell’anima e sulla felicità eterna, con il De vita si fa coraggioso banditore di una concezione magica e astrologica del mondo (mentre il suo amico Giovanni Pico della Mirandola scriveva le Disputationes adversus astrologiam divinatricem in 12 libri, pare anche sotto l’influsso di Girolamo Savonarola).

Nei tre libri del De vita, dedicato a Lorenzo il Magnifico e pubblicato nel 1489, Ficino identifica le anime celesti con le stelle e sostiene che gli astri influiscono sui fenomeni naturali del mondo sub-lunare e anche sul comportamento dell’uomo; il suo rifiuto delle tesi più fatalistiche della cosiddetta astrologia giudiziaria non basta peraltro a evitargli un’accusa di negromanzia da parte della Chiesa. La magia e l’astrologia svolgono la funzione di coadiuvare l’uomo a decodificare gli arcani legami che uniscono le differenti parti di cui è composto l’universo (il corpo, le qualità,  l’anima, l’angelo e infine Dio, secondo una scala ascendente di perfezione). Nel terzo libro, dedicato al re umanista ungherese Mattia Corvino e intitolato Su come ottenere la vita dal cielo, si spinge sino ad affermare che tramite immagini o amuleti l’uomo può catturare la potenza delle stelle e utilizzarla ai suoi fini, così come difendersi dal loro eventuale influsso negativo. Sono tesi audaci, che tuttavia ribadisce nell’Apologia, chiedendosi: “Perché dunque, pieno di paura, temi il nome di Mago? Non furono forse i magi i primi ad adorare Cristo?” Inoltre, Ficino rifiuta la “magia profana, che si che si fonda sul culto dei dèmoni”, mentre esalta la magia naturale, “che per mezzo di cose naturali raccoglie i benefici celesti per la buona salute dei corpi.”

Ecco: la buona salute dei corpi e delle anime: questo è lo scopo che si prefigge, scrivendo il De vota: la salute dei corpi come seguace della medicina di Galeno, quella delle anime come seguace di Platonee di Plotino (che egli considerò sempre come conciliabili con la dottrina cristiana). E le piante con le loro virtù, le medicine che da esse l’esperto naturalista ricava, la scoperta dell’efficacia terapedutica del verde e quindi del giardino, la conoscenza degl’influssi astrali e il loro controllo a beneficio dell’uomo: tutto questo serve a preservare e a prolungare la vita umana, non come valore in sé, ma come mezzo per raggiungere la perfezione spirituale attraverso la conoscenza della verità. È giusto cercar di vivere a lungo, non per cieco attaccamento a una piano d’esistenza effimero e caduco, ma perché molti anni sono necessari al saggio per costruire il proprio itinerario di “docta religio”  ovvero di “pia philosophia”. La conoscenza della struttura dell’universo, quindi, permette di comprendere la sostanziale unità divina, resa possibile dalle forze attive e dalle affinità che permeano e collegano tra loro i vari gradi dell’essere.

“L’Anima del Mondo – scrive Ficino nel primo capitolo del libro terzo – ha in sé per potere divino le ragioni seminali delle cose almeno quante sono le idee nella mente divina, e per mezzo di queste ragioni fabbrica altrettante specie nella materia.” Vi è dunque una piena corrispondenza fra il mondo delle idee divine (di chiarissima derivazione platonica) e il mondo delle specie presenti nel mondo sub-lunare. Inotre, riprendendo la dottrina di Plotino (Enneadi, IV, 3, 10), afferma che sull’uomo agiscono non solo le stelle ed i dèmoni (“come un legno preparato con lo zolfo accoglie in séuna fiamma”), ma anche direttamente l’Anima del Mondo ovunque presente: Questa anima infatti, secondo i Platonici più antichi, con le sue ragioni costruì in cielo, oltre alle stelle, figure e parti di queste, tali che anch’esse fossero in certo modo figure, e impresse in tutte queste figure determinate proprietà. E così nelle stelle, cioè nelle loro figure, parti e proprietà, sono contenute tutte le specie delle cose inferiori e le loro proprietà” (traduzione di Alessandra Tarabocchi Canavero, Ruscono editore, 1995).

Curioso il fatto che noi, “evoluti” cittadini del XXI secolo, solo ora e con fatica cominciamo a riscoprire quei legami essenziali, vitali e insostibuibili che ci legano al mondo delle piante, delle pietre, degli astri come un tutto unitario e inseparabile. Strano che ci siamo così a lungo scordati, dalla cosiddetta rivoluzione scientifica del XVII secolo in poi (ma forse, come diceva Karl Jaspers, la nostra scienza è non-sapere), di essere nel pieno senso della parola, figli della terra e del cielo. Forse perché avevamo scordato l’arte di contemplare (non di soppesare strumentalmente, quello l’abbiamo fatto anche troppo) i fiori che allietano di colori e di profumi le nostre primavere, le stelle che brillano alte nel cielo, costante richiamo al mistero del mondo, del nostro esserci, del nostro ultimo destino.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 16/06/2006 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Aprile 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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