giovedì, 4 Marzo 2021
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Le foreste di faggi dell’emisfero australe: un intrigante problema fitogeografico

Il quesito. Le foreste di faggi dell’emisfero australe: un intrigante problema fitogeografico. Come ha potuto, questo albero dall’ampia chioma e dalle grandi dimensioni essere tanto diffuso in regioni fra loro così distanti di Francesco Lamendola 

Il genere Nothofagus comprende circa 35 specie di alberi che vivono esclusivamente nell’emisfero meridionale, sparse fra l’America del Sud, l’Australia, la Nuova Zelanda e alcune altre isole dell’Oceania. È imparentato con il genere Fagus che vive nell’emisfero settentrionale: in America del Nord, in Europa, in Asia fino al Pacifico, fra Cina e Giappone. Tuttavia, mentre il collegamento fra le terre emerse dell’emisfero boreale è relativamente facile, perché sono tutte contigue, compresa l’America e l’Asia orientale (Stretto di Bering) o collegate da isole, come l’Europa e l’America del Nord (Islanda, Groenlandia, Terra di Baffin, Terranova), quello fra le terre dell’emisfero australe appare estremamente problematico, date le vaste distese oceaniche che le separano. Pertanto, la domanda che lo studioso della distribuzione delle piante non può non porsi, osservando le terre in cui attualmente si trova il Faggio antartico, è la seguente: come ha potuto, questo albero dall’ampia chioma e dalle grandi dimensioni, essere tanto diffuso in regioni fra loro così distanti e, soprattutto, separate da freddi mari tempestosi, che si estendono senza interruzione per migliaia di chilometri?

Collegato a questo interrogativo, ce n’è poi un altro: il Nothofagus è, semplicemente, la varietà australe del nostro Faggio boreale? È semplicemente un genere della famiglia Fagacee, oppure costituisce, da sé solo, una famiglia separata? Fino a circa mezzo secolo fa, diciamo fino agli anni Sessanta del XX secolo, prevaleva la risposta affermativa: i botanici pensavano che l’ordine Fagali comprendesse tanto il Fagus dell’emisfero settentrionale, quanto il Nothofagus dell’emisfero meridionale. Da allora, però, negli ambienti scientifici si è fatta sempre più strada l’idea, che oggi è ormai prevalente, secondo la quale il Nothofagus rappresenti una famiglia separata, costituita da un solo genere, quello delle Nothofagacee. L’elemento principale a sostegno di questa interpretazione è stato offerto da uno studio più approfondito delle caratteristiche del frutto nei due generi, Fagus e Nothofagus, che avrebbe evidenziato l’esistenza di  una maggiore diversità di quanto non fosse sembrato agli studiosi dei secoli scorsi. Nel 2009, i botanici riuniti nello Angiosperm Philogeny Group III, che lavorano alla classificazione delle specie basandosi soprattutto sulla filogenetica molecolare, hanno confermato la tesi secondo cui Nothofagus è realmente una famiglia separata, sia pure all’interno delle Fagali; tuttavia bisogna aggiungere, per scrupolo di verità, che la questione deve essere considerata tuttora aperta. Vedremo che il primo interrogativo che ci eravamo posti si può spiegare alla luce del secondo, per cui partiamo da questo.

Il genere Nothofagus, solitamente, viene suddiviso dai botanici in quattro sottogeneri o sezioni: Nothofagus propriamente detto, che è peculiare dell’America Meridionale, rappresentato da cinque specie; Brassospora, presente esclusivamente nella Nuova Guinea e nella Nuova Caledonia, e che, con ben diciannove specie, costituisce il sottogenere più consistente, oltre che il più antico, come attestano i resti fossilizzati; Fuscospora, presente sia in America del Sud, sia in Australia e in altre isole dell’Oceania, con cinque specie; e infine Lophozonia, rappresentato, a sua volta, tanto nel Sud America che nell’Oceania, e di cui si conoscono attualmente sette specie. In tutto, quindi, le specie finora conosciute sono trentasei; ma non è escluso che possano crescere di numero, non tanto per la scoperta di nuovi esemplari, quanto per il riconoscimento di differenze significative all’interno di specie che attualmente sono considerate unitarie.

Fra le cinque specie del sottogenere Nothofagus, le tre più importanti sono N. antarcticaN. betuloides e N. pumilio. La prima è stanziata nell’Arcipelago della Terra del Fuoco e, trovandosi presente anche a Sud del Canale di Beagle, nell’isola Hoste, costituisce la specie arborea più meridionale del mondo, a 55° di latitudine Sud (cfr. il nostro saggio Il limite antartico della vegetazione arborea, pubblicato sulla rivista Il Polo dell’Istituto Geografico Polare, n. 3, 1986, pp. 29-35, e ripubblicato parzialmente sul sito di Arianna Editrice, il 12/06/2006). La seconda è nativa sia della terra del Fuoco, sia della Patagonia meridionale; la terza è diffusa nella Terra del Fuoco, ma anche nelle Ande, sia sul versante cileno che su quello argentino, e si spinge verso Nord fino alle Torri del Paine ed alla regione del Lago Nahuel Huapì. Delle tre, adattate a sopravvivere in un clima estremamente severo – che, nella stagione invernale, può scende anche a venti o trenta gradi sotto zero, è l’ultima, N. pumilio, quella che raggiunge le maggiori dimensioni, fino a trenta metri d’altezza e un metro e mezzo di diametro, beninteso se il luogo è adatto e, soprattutto, riparato dai venti, che, nella regione magellanica, soffiano con violenza impressionante; e si spinge fino a 2.000 m. di quota sul livello del mare. Se le condizioni ambientali sono avverse, e via, via che si sale verso le quote più alte (ma si tenga presente che il limite delle nevi perenni si abbassa quanto più si scende verso le alte latitudini, tanto che, all’altezza del Circolo Polare antartico, si trova al livello del mare), si presenta come un faggio nano, dal portamento strisciante, più simile a un arbusto che a un albero. Il suo legno è di qualità talmente buona che trova un uso frequente nella costruzione di mobili. Va notato che per più di metà dell’anno, esattamente per sette mesi, questa specie lascia cadere le foglie e le riprende con il ritorno della buona stagione; infatti è nota agli abitanti di quelle regioni con il nome generico di “faggio nano deciduo”. Le altre due specie arrivano fino a un massimo di 25 metri d’altezza e si somigliano abbastanza, ma la prima, N. antarctica, è anch’essa decidua, mentre la seconda, N. betuloides, è nota come “faggio sempreverde”. Secondo gli indigeni Ona, oggi estinti, e che erano chiamati anche Selknam, dal tronco del N. antarctica poteva nascere uno spirito soprannaturale, Kmantah, vestito d’una corteccia di faggio.

A parere di alcuni botanici, il genere Nothofagus avrebbe migrato verso il mezzogiorno allorché, durante il Cretaceo, sia le altre Fagacee, sia le Betulacee, avrebbero intrapreso la migrazione verso settentrione; e ciò avvenne a causa della deriva dei continenti, che portò alla frammentazione dell’unica massa di terra emersa allora esistente. Nell’emisfero Sud, il supercontinente Gondwana si frammentò in parecchie zolle minori, mentre quello settentrionale, la Laurasia, rimase a lungo più compatto, essendo l’Europa e il Nord America unite per mezzo della Groenlandia. Lo slittamento progressivo del Sud America, dell’Africa, dell’Australia e dell’Antartide, le une lontane dalle altre, potrebbe spiegare la diffusione del Faggio australe in regioni del mondo che, oggi, sono non solo separate, ma lontanissime fra di loro. In effetti, resti fossili di Nothofagus sono stati rinvenuti anche in Antartide, un continente, che, allora, godeva di un clima ben diverso da quello odierno, assai più mite: un clima temperato che, in certe zone (allora anche il Polo Sud occupava una posizione diversa dall’attuale) era, probabilmente, perfino sub-tropicale. Tuttavia, resti fossili di Nothofagus sono stati rinvenuti anche in India, nella Penisola del Deccan. Ciò non è in contrasto con quanto detto sopra, perché, fino al Cretaceo, l’India faceva pare anch’essa del Gondwana, e solo in seguito ha iniziato a “migrare” verso Nord, a causa dello scorrimento della relativa zolla, fino a oltrepassare l’Equatore e a saldarsi con l’Asia, generando il corrugamento himalaiano.

Ha scritto il naturalista e paleontologo britannico Edwin H. Colbert nel suo saggio Animali e continenti alla deriva, un piccolo classico nel suo genere (titolo originale: Wandering Lands and Animals, 1973; traduzione dall’inglese di Marco Papi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1979, pp. 104-105):

La distribuzione delle piante e degli animali attuali può dare qualche indizio sull’esistenza del Gondwana? Molti studiosi degni di credito hanno affermato più volte che è proprio così; si citano numerosi esempi in proposito: la presenza, nell’emisfero australe, del faggio del genere “Nothofagus”, che è documentato in Sud America, in Australia, in Nuova Zelanda e Nuova Caledonia; quella dei dipnoi (i pesci polmonati) in Africa, in Sud America e in Australia. Occorre però precisare che i faggi del’emisfero meridionale, o almeno parte di essi, possono benissimo testimoniare di un processo di propagazione dovuto ai venti, mentre i dipnoi sono i lontani discendenti di pesci cosmopoliti nel Triassico e anche in epoche più remote. Tralasceremo altri esempi relativi a piante e animali attuali che sono stati citati come rappresentanti viventi della flora e della fauna dell’antico Gondwana. In alcuni casi, i fenomeni che si pongono a monte delle attuali distribuzioni possono effettivamente essere testimonianze dell’esistenza  del Gondwana, ma in molti altri si osservano i risultati di processi di diffusione diversi e più recenti da una regione continentale all’altra. I fattori che hanno determinato la distribuzione della fauna e della flora, quale risulta dalla storia terrestre dal Permiano e dal Triassico in poi, sono troppi e troppo complessi perché sia possibile e lecito considerare gli organismi attuali come “prove” sulla realtà e sulla forma del Gondwana. Occorre in ogni caso essere estremamente prudenti. Philip J. Darlington, autore di approfonditi studi sulla biogeografia degli organismi moderni e di quelli estinti – studi notevoli per l’accuratezza e la serietà delle interpretazioni – ha scritto che “la distribuzione delle piante e e degli animali che osserviamo oggi non rivela dove si trovassero eventuali antiche connessioni. Soltanto nel tardi Cretaceo, e soprattutto nel Terziario, la distribuzione delle piante e degli animali incomincia a rivelare specifiche connessioni tra le terre e delimitazioni nelle distese degli oceani, ma tali testimonianze sono troppo tarde per avere un peso nelle ipotesi sulla deriva dei continenti” (P. Darlington, “Zoogeography: The Geographical Distribution of Animals”, John Wiley & Sons, Inc., New York, 1965, p. 197; N. d. T.). Stando così le cose, concentreremo la nostra attenzione sulle testimonianze fossili, come peraltro abbiamo già fatto. Le prove a favore dell’esistenza dell’antico supercontinente Gondwana nell’emisfero australe sono numerose; come abbiamo visto, esse sono in parte di natura fisica e in parte paleontologiche…

Ora, se Nothofagus è una famiglia sé stante, invece di chiedersi come ha fatto a migrare sempre più a Sud, bisognerebbe chiedersi se è proprio vero che per spiegare la sua diffusione c’è bisogno di ricorrere alla deriva dei continenti e allo slittamento delle zolle (o “placche”) terrestri sulle rocce semifluide del sottostante mantello. I semi delle piante, infatti, sono capaci di superare, trascinati sul filo delle correnti marine, delle distanze enormi, conservando intatta la loro facoltà germinativa. Ci sembra, pertanto, che la prudenza mostrata da Philip J. Darlington, e, poi, da Edwin H. Corbett, sia pienamente giustificata: prima di arrivare alla conclusione che la diffusione del Nothofagus nel Sud America, in Australia, Antartide, India e isole dell’Oceania, sia dovuta alla frantumazione del Gondwana, si può anche pensare che sia avvenuta per opera del vento e delle correnti marine.

Un principio scientifico fondamentale insegna che non si può provare una teoria per mezzo di un’altra teoria. Che la vastissima diffusione dei Faggi australi nell’emisfero meridionale sia la prova, o una delle prove, dell’esistenza del Gondwana, non è lecito affermarlo con assoluta certezza, anche se la cosa è possibile, e, anzi, addirittura probabile; perché sappiamo che tale diffusione può anche essere avvenuta scavalcando ampie distese marine, specialmente nelle epoche in cui il livello degli oceani si era abbassato a causa delle glaciazioni, e quindi le piattaforme continentali erano, in tutto o in parte, emerse alla superficie. A quel punto, “passare” dalla Terra del Fuoco, poniamo, fino alla Nuova Zelanda, non sarebbe stato molto più difficile che, per il Fagus settentrionale, passare dalla Siberia all’Alaska, anche se lo Stretto di Bering non ci fosse mai stato e queste due terre si fossero trovate molto distanti l’una dall’altra.

Non si deve esagerare l’importanza della paleontologia come scienza sussidiaria della geologia. Le testimonianze fossili aiutano a comprendere  quale doveva essere la configurazione delle terre e dei mari nelle ere più remote, però i fossili sono solo una delle testimonianze relative alla eventuale contiguità di terre che, al presente, sono ben distanti fra loro. Il caso del Nothofagus è più ambiguo e complesso di quello della flora a Glossopteris, di cui abbiamo già parlato (cfr. il nostro articolo: La differenziazione delle flore paleozoiche nei supercontinenti di Laurasia e Gondwana, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 25/08/2010). Esistono ancora delle zone bianche, sulla mappa della fitogeografia, che attendono di essere riempite; e questo le conferisce un elusivo, arcano fascino…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Ottobre 2016

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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