venerdì, 17 Settembre 2021
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Luddismo: rivolta dei perdenti o profezia di un altro futuro possibile?

I luddisti e la loro guerra alla rivoluzione industriale. Nell’era della globalizzazione una recensione all’edizione italiana del libro di Kirkpatrick Sale uno dei più noti tra i pensatori ecologisti americani ribelli al futuro di Francesco Lamendola  

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 7 del 1999, anno XX, pp 5-7, dei “Quaderni” dell’Associazione Filosofica Trevigiana, ora Associazione Eco-Filosofica, ed è la recensione all’edizione italiana del libro di Kirkpatrick Sale “Ribelli al futuro. I luddisti e la loro guerra alla rivoluzione industriale”, Arianna Editrice, Casalecchio (Bologna), 1999. Titolo originale: “Rebels against the future. The luddites and their war on the industrial revolution”, 1996.

      Kirkpatrik Sale è uno dei più noti tra i pensatori ecologisti americani. Editorialista di “The Nation”, collabora con il “New York Times”. Tra i suoi libri si ricordano “The Conquest of the Paradise”, “Human Scale” e “Dwellers in the Land”, quest’ultimo tradotto in italiano in “Le regioni della natura” (ed. Eléuthera). Con “Ribelli al futuro” si liberano finalmente i luddisti dalla vecchia caricatura di ottusi demolitori di macchine e li si ricolloca nella loro legittima prospettiva: profeti di quello che l’industrialismo avrebbe significato per la maggior parte degli uomini e delle comunità.

      Una profezia più che mai attuale, nell’era della globalizzazione.

KIRKPATRICK  SALE: RIBELLI AL  FUTURO

      Ma chi erano, dunque, quei famosi, anzi famigerati luddisti, quegli operai inglesi che nel 1811-13 prendevano d’assalto i telai meccanici per la lavorazione della lana, al tempo della prima grande Rivoluzione industriale?

      I libri di storia, e specialmente quelli scolastici, ce li hanno sempre  dipinti come degli ottusi nemici  del progresso; degli ignoranti retrogradi incapaci di comprendere che l’economia capitalista, ad ogni rivoluzione delle tecniche produttive, dei trasporti e delle comunicazioni, dopo una inevitabile crisi di assestamento, possiede  in sé la virtù prodigiosa di riassorbire la manodopera in eccesso e di assicurare benessere e prosperità per tutti. Ma essi furono soltanto questo?

      In un documentato saggio storico, Ribelli al futuro, il noto pensatore ecologista statunitense Kirkpatrick Sale  ricostruisce la genesi, lo sviluppo e la fine del movimento luddista nelle cinque contee dell’Inghilterra centro-settentrionale (Lancashire, Yorkshire, Cheshire, Derbyshire  e Nottinghamshire) che già avevano visto, secoli prima, le leggendarie gesta di Robin Hood, in nome di un ideale di giustizia sociale e di libertà. L’edizione italiana di quest’opera (Arianna Editrice, 1999) è arricchita da una prefazione di Giannozzo Pucci che va dritta al nocciolo del problema, evidenziando come “i luddisti combatterono un tipo di macchine che contenevano un modo di produzione ingiusto non solo verso di loro, ma verso tutti gli altri popoli e la natura. In questo senso furono l’unico movimento popolare che avesse colto il problema morale del processo industriale ai suoi albori”.

      Il libro di Kirkpatrik Sale, infatti, come già il titolo, provocatoriamente, lascia intuire, dimostra con dovizia di documentazione che i luddisti non combatterono il Progresso, ma una certa tecnologia al servizio della logica spietata del massimo profitto con il minimo dei costi di produzione e, quindi, della manodopera. Essi insorsero non solo contro i telai meccanici e la logica immorale dell’egoismo padronale, ma anche a favore  della restaurazione della civiltà artigiana e rurale, basata su un sistema produttivo che inseriva il singolo lavoratore in una rete di solidarietà sociali, e che le recinzioni delle terre comunitarie dei villaggi, alla fine del 1700, aveva già messo drammaticamente in crisi.

      Oltre a una ricostruzione rigorosa sul piano storico, Ribelli al futuro offre spunti di riflessione più che mai di attualità al lettore non distratto dalle apparenti diversità fra l’Inghilterra delle guerre anti-napoleoniche, e il mondo d’oggi. È giusto che la vita umana sia subordinata a fredde leggi economiche?  È giusto che l’essere umano sia considerato una semplice appendice del capitale? È accettabile una tecnologia che non si cura dei costi umani del cosiddetto progresso, ma solo e unicamente dei profitti  di una ristretta classe sociale? Fino a che punto dobbiamo subire il ricatto di un siffatto, malinteso “progresso”?

      La vicenda dei luddisti ci ricorda che ogni rivoluzione tecnologica del capitalismo ha prodotto crisi drammatiche di disoccupazione, miseria e sfruttamento. Alla seconda rivoluzione industriale di fine ‘800, ad esempio, l’Europa rispose cacciando sui bastimenti degli emigranti milioni e milioni di lavoratori disoccupati: fu quello il suo modo di disinnescare le tensioni sociali conseguenti alla dilagante caduta della domanda di lavoro.

      La rivoluzione produttiva attuale, basata sull’energia nucleare e sull’elettronica, sta già falcidiando milioni di posti di lavoro in Europa e nel mondo. Ma politici, politologi ed economisti, tutti rigorosamente devoti alla causa del liberismo economico (che è la dottrina imperante nella fase odierna del capitalismo, caratterizzata da una schiacciante prevalenza del capitale finanziario su quello produttivo) ci promettono che combatteranno una strenua battaglia per sconfiggere la disoccupazione. Addirittura!  E, in nome del Cielo, come sarà mai possibile, se i calcolatori elettronici  sostituiranno il lavoro manuale ad un ritmo ben più inesorabile dei telai meccanici, contro i quali si battevano i luddisti?

      Si tratta di ripensare l’economia; di ripensare la tecnica; di ripensare il progresso; di reimparare, in fondo, a pensare. Che cos’è il progresso? Come lo si può definire? Si può definire progredita una società tutta protesa alla conquista del benessere materiale, oltretutto per una ristretta minoranza d’individui, e sorda e cieca alle più autentiche istanze di benessere spirituale, intellettuale, morale?

      Il libro di Kirkpatrick Sale chiama ciascuno di noi a risolvere, entro di sé, questi problemi che – ci si passi la boutade – sono davvero troppo seri per essere lasciati nelle mani prezzolate di politicanti ed economisti, sempre pronti ad adorare il Vitello d’Oro dell’ideologia “vincente” di turno. Per dirla con le parole dell’Autore, “l’industrialismo, fondato su macchine finalizzate allo sfruttamento e alla produzione ad esclusivo vantaggio dell’uomo, è in rotta di collisione con la biosfera. Le società industrializzate, benché in grado di creare l’abbondanza materiale per pochi e il benessere fisico per tutti, sono, tuttavia, afflitte dalla disuguaglianza, dall’ingiustizia, dall’instabilità e dall’inciviltà, deficienze che tendono ad aumentare, più che a ridursi, con il progresso tecnologico” (pag. 250).

      E ancora: dopo aver profetizzato il crollo del sistema politico-economico attuale, vuoi per un collasso ecologico, vuoi per l’esplosione delle sue insanabili contraddizioni interne, Kirkpatrick Sale afferma: “… sarà necessario, per i sopravvissuti, avere una visione del mondo che li ispiri a vivere in armonia con l’ambiente e a forgiare le tecnologie entro i limiti e gli obblighi imposti dalla natura, cercando non di conquistare, dominare e controllare le specie e i sistemi del mondo naturale – perché il fallimento dell’industrialismo avrà dimostrato ormai la sua follia-, ma di comprendere, obbediree amare la natura e di incorporarla nel proprio animo e nei propri strumenti. È compito dei neo-luddisti, ora forti dell’esperienza passata, preparare e preservare quel complesso di conoscenze, quella ispirazione, per tutte le generazioni future” (pag. 254).

      Progresso sostenibile, società cooperativistica, neo-umanesimo e sensibilità ecologista dovranno, dunque, essere i punti fermi di tale rinnovata concezione del mondo e dei rapporti fra uomo e uomo, fra uomo e ambiente (anzi fra persona e persona, perché la stessa definizione “uomo” cela un’insidia antropocratica e anti-femminile).

      Dopo aver letto il libro di Kirkpatrick Sale, comunque, una domanda sorge spontanea. Chissà che non sia proprio necessario attendere il collasso del capitale, per rifondare un diverso modello di società e di cultura; ma che si possa, fin da ora, adoperarsi attivamente ad affrettare la scomparsa di un tipo di economia e di mentalità che non meritano di sopravvivere?

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Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 14/09/2006 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Febbraio 2018

Del 15 Settembre 2020

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