venerdì, 17 Settembre 2021
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Mistero e poesia della foresta primeva in una pagina di Joseph Sheridan Le Fanu

Mistero e poesia della foresta primeva in una pagina di Joseph Sheridan Le Fanu. Le foreste primeve sono quasi scomparse dalla faccia dell’Europa: resiste quella di Bialowieza in Polonia ove pascolano gli ultimi bisonti europei di Francesco Lamendola  

Le foreste primeve, oggi, sono quasi scomparse dalla faccia dell’Europa: resistono solo la foresta di Bialowieza, in Polonia, ove pascolano gli ultimi bisonti europei; la foresta di faggi dei Carpazi, in Romania, e quella tedesca, pure di faggi, nell’Isola di Rügen: poca cosa, paragonata alle immense foreste descritte da Giulio Cesare nelle pagine suggestive del «De Bello Gallico», come la Selva Ercinia, nelle quali vagavano animali quasi favolosi, come il gigantesco uro («Bos taurus primigenius»), le quali, al tempo dei Romani, e, prima ancora, dei Celti, ricoprivano come un vello impenetrabile gran parte del nostro continente.

Pure in Italia la foresta primeva era alquanto estesa, specialmente nelle regioni settentrionali: la Selva Lupanica, la Selva Fetontea erano così fitte e impenetrabili che vi si poteva camminare per delle giornate intere, senza mai scorgere la luce diretta del sole. Con la centuriazione, poi, e soprattutto con i disboscamenti, resi necessari dalla costruzione delle grandi flotte con le quali affrontare la potenza cartaginese e dominare il Mediterraneo, tali immense foreste, poco a poco, scomparvero. Erano già un ricordo ai tempi di Virgilio, che, nel VII libro dell’«Eneide», descrive in alcuni versi bellissimi lo stupore delle navi troiane che risalgono il corso del Tevere sotto la verde galleria dei boschi secolari, ove regna una pace profonda. Gli ultimi lembi si ridussero alle pendici delle Alpi, dove i terreni erano meno favorevoli all’agricoltura e dove l’effettiva sovranità romana era più recente e meno radicata; poi anch’essi cedettero sotto la scure dell’uomo.

Eppure, negli ultimi secoli dell’Impero e nei secoli dell’alto Medioevo, si assiste a un grandioso ritorno della vegetazione boschiva: i campi coltivati regrediscono, mentre paludi, lande e foreste si allargano a macchia d’olio, le città si contraggono, le strade cadono in abbandono, ponti e valichi di montagna, privi di manutenzione, divengono inagibili e le comunicazioni s’interrompono. I fiumi, non più disciplinati, straripano; borgate e abbazie scompaiono, travolte dalla furia delle acque selvagge, sì che a fatica ne sopravvive, confusa, la memoria; e gli orsi, i cinghiali, soprattutto i lupi, tornano a farsi avanti, in branchi numerosi e famelici, fin sotto le porte delle città e dei paesi semi-abbandonati, menando strage fra le greggi ed assalendo, non di rado, anche gli esseri umani.

Si ha un bel dire, oggi, che la cattiva fama del lupo, storicamente, è immeritata; non è così: per secoli, questo audace carnivoro costituisce un pericolo reale per gli abitanti delle campagne e dei borghi; e le cronache locali, i registri parrocchiali, sono pieni di annotazioni relative alle aggressioni mortali condotte dai lupi contro gli esseri umani, bambini e donne specialmente. Vi sono regioni rurali che vivono letteralmente nel terrore, ancora in pieno XVIII secolo: il caso più celebre è, probabilmente, quello – mai risolto – della cosiddetta Bestia del Gévaudan, che seminò lo spavento e il raccapriccio in una remota e isolata regione della Francia occitanica; ma ve ne sono stati diversi altri simili, un po’ dovunque, anche in Italia.

Queste foreste “ritornate”, però, sono foreste di seconda generazione: non sono più le foreste primeve; e, anche se riempiono di stupore e di paura l’uomo medievale, per l’oscurità impenetrabile che vi regna e per le presenza minacciose che nascondono, ivi comprese quelle di ordine soprannaturale – tanto che Chretién de Troyes vi ambienta numerose avventure dei suoi eroi alla ricerca del Santo Graal -, nondimeno si tratta di boschi che, per quanto folti ed estesi, non possiedono più la vetustà e l’intrico formidabile delle foreste primordiali, quelle che mai avevano conosciuto la scure dell’uomo e che, da tempi immemorabili, avevano ospitato una fauna quanto mai numerosa, varia e selvaggia.

Nel racconto «The Fortunes of Robert Ardagh» (tradotto in italiano con il titolo, forse più sbrigativo, ma sicuramente più efficace, de «Il Patto col Diavolo», lo scrittore irlandese Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873) ci offre la romantica e suggestiva descrizione di una foresta primeva, l’ultima della sua isola natale, mettendola a confronto con la bruttezza che il Progresso – sono gli anni del Positivismo trionfante, dell’utilitarismo e del pragmatismo come  abito “ufficiale” della filosofia europea, e specialmente britannica – sparge ovunque, mano a mano che la sua avanzata distrugge le vestigia del passato, così nell’ambito del mondo naturale, come in quello delle città e delle borgate rurali.

È un pezzo di bravura che merita di essere riletto con attenzione e gustato sino in fondo, pur se, nella traduzione, inevitabilmente perde almeno una parte del suo fascino e del suo sottile sapore originario (da: J. S. Le Fanu, «Tre casi del dr. Hesselius», traduzione dall’inglese a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Roma, Newton Compton, 1994, pp. 37-8):

«Nel sud dell’Irlanda, ai confini della Contea di Limerick, vi è una piccola zona, lunga due o tre miglia, assai interessante per il fatto di essere uno dei pochi luoghi, in questo paese, in cui trovano ancora asilo alcuni residui dell’antica foresta primeva. Hanno poco o niente della maestosità delle foreste americane, poiché le asce hanno abbattuto gli alberi più vecchi e imponenti, ma nel piccolo bosco che è sopravvissuto, esistono ancora tutte le selvagge e gradevoli peculiarità della natura. Una struttura spontanea, irregolare, i panorami, nelle cui prospettive il placido bestiame bruca pacificamente l’erba, le rinfrescanti radure, dove tra felci ondeggianti  occhieggiano le rocce grigie, i fusti argentei delle annose betulle e i tronchi nodosi delle venerabili querce, i rami grotteschi, sui quali non osa alzarsi  nessun falcetto implacabile, la verde e soffice distesa dei prati, la scacchiera di ombre e luci, i lussureggianti cespugli selvatici,  i muschi ed i licheni, tutti sono ugualmente incantevoli nella freschezza primaverile, oppure nella tristezza e nel disfacimento dell’autunno,  e la loro bellezza è di quel tipo che riempie il cuore di gioia e fa appello alle emozioni con un potere che appartiene soltanto alla natura.

Questo bosco superstite risale dalla base fino al crinale di una lunga processione di colline irregolari; forse, in tempi lontani, era soltanto l’estrema propaggine di una sterminata foresta che si estendeva sull’intera pianura sottostante.

Ma ora, ahimè, dove siamo precipitati?  Dove ci ha trascinati la marea della civilizzazione? Essa è passata sopra una terra che non era pronta ad accoglierla, ed ha lasciato il vuoto dietro di sé: noi abbiamo perduto le nostre foreste, ma i nostri dilapidatori rimangono. Abbiamo distrutto tutto ciò che è bello e pittoresco,  mentre abbiamo conservato tutto quello che la barbarie ha di più ributtante.

Tra le brume spiraleggianti di questo bosco corre una forra, una gola profonda in cui l’immobilità  dello scenario è rotta dal cupo borbottio di un ruscello montano che, tuttavia, nella stagione invernale si gonfia fino a diventare un torrente rapido e impetuoso.

C’è un punto in cui la forra cala a picco in un’angosciosa strettoia, le cui due pareti precipitano per un centinaio di metri, quasi perfettamente verticali. Gli alberi selvatici che hanno piantato le loro radici nelle spaccature della roccia si sono talmente intersecati e avvinghiati tra loro, che a stento si può sorgere il ruscello che scintilla tra la schiuma laggiù, come esultando tra il silenzio e la solitudine che lo circondano…»

Anche Hester Prynne, la protagonista de «La lettera scarlatta», si addentra in una foresta primeva nordamericana, insieme alla figlioletta Pearl, per incontrarsi con il reverendo Dimmesdale, in una cornice naturale che rievoca il Paradiso terrestre e la condizione d’innocenza dell’uomo anteriormente al peccato originale (cfr. il nostro articolo «L’orrore sacro dei boschi risveglia la facoltà mitica del ragazzo», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 09/06/2013); anche Nathaniel Hawthorne, come Joseph Sheridan Le Fanu, è uno scrittore che sente con urgenza drammatica il problema religioso ed è, si direbbe – come, del resto, il nostro Alessandro Manzoni -, sgomento davanti al mistero del Bene e del Male. E non vi è forse una profonda foresta, sia all’inizio del viaggio di Dante nell’Aldilà, sia quand’egli giunge in cima alla montagna santa?

Le Fanu, peraltro, a tutto avrebbe creduto, tranne al fatto che i posteri lo avrebbero ricordato come scrittore di racconti gotici, alcuni dei quali, come «Carmilla», «Il tè verde» e «Il giudice Harbottle», sono giudicati giustamente come dei veri capolavori di quel particolare genere: egli aveva riposto tutta la sua speranza di gloria letteraria nei lunghi romanzi storici che, invece, sono stati pressoché dimenticati sia dalla critica, che dai lettori.

Eppure, c’è una cosa che nemmeno i suoi odierni estimatori hanno, forse, sufficientemente considerato: che, tematiche “gotiche” a parte, Le Fanu è un poeta, un grande poeta in prosa, che sente come pochi altri le forze vive della natura, i boschi, le sorgenti, i monti, le brughiere e i tramonti attraversati dagli ultimi raggi del sole morente; il tutto avvolto nei veli avvincenti del folklore irlandese, nella credenza antichissima circa la presenza reale delle fate, delle streghe, del “piccolo popolo” degli gnomi dei boschi.

La foresta primeva descritta in questo brano da Le Fanu, che un botanico designerebbe come perfetto esempio di foresta temperata delle regioni dominate dai venti prevalenti occidentali (e il cui corrispondente, nell’emisfero australe, sono le foreste di araucarie, di eucalipti, di faggi antartici del Cile meridionale, dell’Australia sud-occidentale, della Tasmania e della Nuova Zelanda sud-occidentale; la definizione è del geografo Renato Biasutti, nel suo splendido libro «Il paesaggio terrestre»), evidenzia, in effetti, il rigore descrittivo dello scienziato, ma è, nello stesso tempo, vivificata da un poderoso afflato lirico.

Il fitto sottobosco nel quale ci trasporta la lettura del racconto di Le Fanu, caratterizzato da felci, muschi e licheni, aggiunge un fascino sottilmente inquietante ad un paesaggio forestale severo e imponente, dominato dai grandi alberi plurisecolari e dai tronchi solenni e maestosi, simili alle colonne di una cattedrale gotica a cielo aperto: uno scenario naturale che unisce la silenziosa grandiosità di un Eden ritrovato con lo stupore incantato d’un remotissimo mondo fiabesco, che si credeva irrimediabilmente smarrito o dimenticato.

Chi, vivendo in città, e non amando la natura, o non curandosi di essa, non ha mai fatto l’esperienza di penetrare in una vera foresta, con la luce del giorno, o magari nell’oscurità della notte, rischiarata appena dalla luce lunare; chi non ha mai ascoltato le sue voci, i suoi sussurri, i suoi silenzi: lo stormire delle foglie, il richiamo degli uccelli, il ronzio degli insetti; chi non ne ha mai aspirato il profumo di resina, chi non si è perso ad ammirare la danza delle lucciole, nelle dolci sere d’estate; chi non ha mai provato a farsi piccolo, a lasciar andare il proprio ego, per consentire alla foresta di parlargli, sussurrandogli ciò che non aveva mai udito prima, e che mai più gli sarà dato udire: costui non può capire, non può comprendere tutto il fascino arcano, la profonda e indimenticabile epifania che una tale esperienza riserva a chi sia capace di accoglierla.

Perché le cose ci vengono incontro, e ci parlano, quando noi siamo pronti e disposti ad accoglierle e ad ascoltarle; ma, se non siamo quasi neppure capaci di vederle, esse rimangono mute per noi, ed è come se non ci fossero. Esiste, per noi, solo quel giorno che ci trova ben desti e intensamente desiderosi di viverlo; solo quel domani che aspettiamo con forza e che sappiamo abbracciare con vero amore e con infinita gratitudine. Tutto il resto non ci riguarda; parlerà forse ad altri, ad altri rivolgerà le sue misteriose parole, ma non a noi: perché non ne saremo stati degni. Tutto ciò che è bello, vero e buono, bisogna guadagnarselo, mostrando di meritarselo; non viene regalato a chi non lo sa apprezzare, meno ancora a colui che non lo sappia vedere.

C’è un ruscello, che mormora e canta in mezzo alla foresta, scivolando sopra i sassi del fondo, che formano cento piccole cascatelle; le fronde dei faggi, stormendo nel vento leggero, gettano cento e cento macchie di ombra e di luce su di esso, creando tutto un gioco di sole e oscurità; genziane, ranuncoli e margherite crescono presso le sue sponde, frammiste alle felci e agli equiseti, e il picchio verde, dall’alto dei rami, fa risuonare la sua forte e squillante risata; mentre la coda dello scoiattolo s’intravede in mezzo al fogliame, allorché il grazioso roditore si sposta, correndo agilissimo, da un angolo all’altro.

Questa è la verde casa della natura. Impossibile non sentirsi con l’anima in pace, quando si è in un luogo simile. È forse la nostalgia d’un passato antichissimo a ridestarsi nell’anima, allorquando, dimentichi di ansie e preoccupazioni, a volte vere, a volte inutili, ci abbandoniamo alla sua magia?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Maggio 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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