giovedì, 24 Giugno 2021
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Stalin vinse la “corsa” su Berlino nel 1945 giocando con i dadi truccati

Stalin vinse la corsa su Berlino nel ’45 giocando con i dadi truccati. La battaglia di Berlino combattuta dal 16 aprile al 2 maggio 1945 pose termine alla II^guerra mondiale in Europa ma creò le premesse per la Cortina di ferro di Francesco Lamendola  

La battaglia di Berlino, combattuta dal 16 aprile al 2 maggio 1945 fra 766.000 tedeschi, con 1.500 carri amati, 9.300 cannoni e 1.700 aerei, ma con soli 94.000 difensori effettivi nella città vera e propria, contro 2,1 milioni di russi, con 6.250 carri armati, 41.600 cannoni e 7.500 aerei (dati forniti da Glantz-House ne «La Grande Guerra Patriottica dell’Armata Rossa») pose termine alla Seconda guerra mondiale in Europa, ma creò – anche – le premesse per la difficile situazione politica post-bellica, con la Germania e la stessa Berlino spaccate in due da quella che, meno di un anno dopo, sarebbe diventata la «Cortina di ferro», simbolo e segno tangibile della Guerra fredda.

Orbene, la battaglia di Berlino fu combattuta esclusivamente fra Tedeschi e Sovietici; gli eserciti anglo-americani, benché – all’inizio di aprile del 1945 – fossero a una distanza di quasi tre volte minore dalla capitale del Terzo Reich, rimasero praticamente con le armi al piede sulla linea dell’Elba e stettero a guardare, lasciando che le divisioni corazzate di Stalin vi entrassero per prime e la conquistassero da sole, creando un “fatto compiuto” irreversibile, che avrebbe pesato per oltre quarant’anni nella storia d’Europa e del mondo. Perfino l’aviazione degli Alleati, a partire dal 16 aprile, sospese i voli di bombardamento sulla capitale tedesca (che avevano già provocato da 50 a 60.000 morti fra la popolazione civile), lasciando campo libero agli aerei russi.

Come si spiega il fatto che Eisenhower, giunto con un esercito formidabile a soli 80 km. da Berlino, si fermò e permise ai Sovietici, che ne distavano ancora più di 200, di compiere il balzo finale e la prendessero, senza aspettare alcun concorso da parte degli Alleati occidentali? Si trattò di una circostanza di carattere puramente tecnico e militare, oppure vi giocarono un ruolo determinante considerazioni di carattere politico? E, se sì, fu un calcolo giusto o sbagliato quello di Eisenhower – vale a dire, di Roosevelt – di “cedere il passo”, nella conquista della capitale tedesca e di gran parte dell’Europa centrale, al “compagno “  Iosif Vissarionoiv Dzugasvili, detto Stalin?

Apparentemente, la decisione alleata di sospendere l’avanzata sulla capitale nemica e, pertanto, di cedere il passo ai Sovietici nella “corsa su Berlino”, fu dovuta a ragioni di carattere militare. Eisenhower, comandante supremo alleato in Europa, era riluttante all’idea di pagare un alto prezzo in vite umane – beninteso, le vite dei suoi soldati – “solo” per conquistare la capitale hitleriana, così come il suo collega MacArthur, nello scacchiere del Pacifico, era restio a effettuare uno sbarco in Giappone, per gli elevati costi umani che ciò avrebbe comportato. Entrambi non erano solo dei capi militari, ma nutrivano ambizioni politiche – Eisenhower diventerà, nel 1953, il trentaquattresimo presidente degli Stati Uniti – e, quindi, erano molto attenti agli aspetti politici e propagandistici, oltre che a quelli strettamente militari, della guerra. Dietro ad essi, in ogni caso, c’era l’imperiosa volontà politica del presidente Roosevelt (Churchill era solo formalmente un alleato “alla pari”, per non parlare di De Gaulle, semplice comprimario), il quale, benché morente di tumore, aveva già da tempo stabilito che “l’onore” (e, ovviamente, anche l’onere) di entrare per primo a Berlino spettava a Stalin. Roosevelt, a detta di molti osservatori, soffriva di un vero e proprio complesso di inferiorità morale nei confronti di quest’ultimo: i 400.000 morti subiti dalle Forze armate statunitensi, senza alcun danno alla popolazione civile e alle città degli Stati Uniti, lo facevano arrossire di vergogna davanti al dittatore sovietico, pensando che la Russia aveva pagato alla causa comune un tributo complessivo di circa 22 milioni di vittime, fra militari e civili.

Così ha rievocato quella vicenda il giornalista e saggista Giuseppe Mayda – un vecchio comunista che nel 1956 stracciò la tessera del suo partito per protesta contro i fatti d’Ungheria, e che era specializzato in questioni relative alla Seconda guerra mondiale, scomparso ai primi di febbraio del 2014 – nel suo articolo «La caduta di Berlino» (apparso sulla rivista mensile «Storia Illustrata», Milano, maggio 1970, pp. 22-23):

«Il segnale fu dato da tre razzi verdi arancione che forarono, fulminei, l’oscurità sopra il fiume ricadendo sull’altra sponda. Di colpo, nella notte senza nubi e senza luna, undicimila cannoni (uno ogni quattro metri di linea di combattimento) cominciarono a sparare lungo i 43 chilometri della testa di ponte sull’Oder tenuta dai 768.000 uomini del 1° fronte bielorusso del maresciallo Georgi Zukov. Il tambureggiamento durò 25 minuti. Quasi contemporaneamente – a sud, sulle rive orientali della Neisse, da Gübin a Forst – i dodicimila pezzi di artiglieria del 1° fronte ucraino guidato dal maresciallo Ivan Stepanovic Konev, forte di 511 mila soldati, aprirono il fuoco contro le posizioni tedesche. Erano le 5 antimeridiane, ora di Mosca (in Germania gli orologi segnavano le 3) del lunedì 16 aprile 1945 e i sovietici iniziavano la loro ultima battaglia della seconda guerra mondiale: quella per la conquista di Berlino. Oggi, a venticinque anni distanza, è possibile ricostruire con esattezza perché avvenne e come si svolse questa battaglia che costò la vita a circa 150.000 soldati russi e ad altrettanti civili berlinesi. La decisione di difendere la capitale tedesca fino all’ultimo uomo fu uno dei più notevoli errori di Hitler quale capo militare: colto di sorpresa sia dall’obiettivo scelto dall’avversario (Berlino) che dalla tremenda portata dell’offensiva sovietica (condotta con 180 divisioni in larga parte corazzate) il Führer negò  alle proprie armate d’oriente il consenso a manovrare il profondità per creare una nuova linea di attestamento, inchiodandole invece sull’Oder – come aveva fatto a Mosca nel dicembre 1941 e a Stalingrado nel novembre 1942 – e fissando arbitrariamente lo “Schwerkpunkt” in una Berlino che, nonostante la roboante propaganda nazista, era assolutamente impreparata a resistere all’urto. ”Tenere il fronte dell’Oder – scrisse Hitler in una direttiva generale alle truppe – è il presupposto per il mutamento delle sorti della guerra”. Il gruppo degli eserciti della Vistola venne così sacrificato a questo assurdo principio: fino all’ultimo istante il Führer, che da mesi ormai mostrava di disprezzare apertamente la realtà, si illuse in un decisivo apporto delle “armi segrete”, sul piano militare, e nella speranza – su quello politico – che l’alleanza anglo-russa-americana si spezzasse dinanzi al dilagare degli eserciti di Stalin nel centro dell’Europa. Per quanto riguarda gli inglesi e gli statunitensi (giunti nell’aprile 1945 ad 80 km. dalla capitale tedesca mentre i sovietici ne distavano ancora almeno 200) la conquista di Berlino da parte dei russi rappresentò, dal punto di vista del futuro assetto dell’Europa, una vera e propria sconfitta: i capi militari, specie gli americani, che sul nostro continente detenevano l’effettiva direzione della guerra, non avevano valutato l’importanza di Berlino; fra quelli politici, Roosevelt cercava di evitare ogni attrito con Mosca e Churchill rimaneva un profeta inascoltato.

Il 1° aprile 1945 Zukov e Konev erano stati ricevuti da Stalin nel suo ufficio al Cremlino per concordare il “colpo finale” contro le superstiti forze armate tedesche: un mese e mezzo prima Varsavia e Vienna erano cadute in mano sovietica; la Prussia era stata tagliata fuori dal Reich dagli uomini di Rokossovskij ed ora americani e inglesi, forzato il Reno, stavano riversandosi sull’Elba e l’impero nazista, che un tempo spaziava dal Caucaso all’Atlantico, era ridotto ad un corridoio largo appena 300 chilometri  nel cuore della Germania. E in mezzo a quel corridoio c’era Berlino.Disteso nella branda di ferro, dietro la grande scrivania sulla quale lavorava e consumava i pasti, Stalin aveva chiesto ai suoi due marescialli: “Ebbene, compagni, secondo voi chi prenderà Berlino? Noi, o gli Alleati?”. Senza esitare Zukov aveva prontamente risposto: “Noi, compagno Stalin”. Allora il dittatore si era alzato e, con una grossa matita rossa, aveva tracciato su una carta geografica della Germania le due direttrici di marcia: a nord Zukov doveva investire in pieno Berlino; per Konev, a sud, era riservato un compito strategicamente più importante ma di certo meno glorioso, egli avrebbe dovuto distruggere le forze tedesche nelle periferie meridionali della capitale proseguendo soprattutto verso l’Elba per congiungersi al più presto con gli americani.

Una settimana più tardi, l’8 aprile, il maresciallo inglese Montgomery, che aveva chiesto ad Eisenhower dieci nuove divisioni per un attacco decisivo su Berlino, si era sentito rispondere di no dal comandante supremo alleato: “… Sono disposto a riconoscere – gli aveva telegrafato ‘Ike’ – che quella città investe [sic] una notevole importanza politica e psicologica ma le truppe tedesche che proteggono Berlino sono un oggetto ben più importante. Proprio su quelle truppe voglio incentrare la mia attenzione. Naturalmente, se mi si dovesse offrire l’occasione di conquistare Berlino senza subire gravi perdite, lo farei…”. Bradley, infatti, aveva appena terminato di dire ad Eisenhower che un’offensiva su Berlino sarebbe certamente costata la vita di “almeno” 100.00 soldati alleati. Invano Churchill aveva insistito in appoggio alla proposta di Montgomery. Lo Stato Maggiore americano era convinto (a torto) che l’ultimo nucleo nazista, capeggiato da Hitler e dai massimi gerarchi del Terzo Reich, si sarebbe ritirato per una estrema resistenza, con altre “armi segrete”, il residuo delle forze corazzate e i migliori reparti SS, nel Ridotto Nazionale, cioè le montagne della Baviera meridionale, la leggendaria fortezza (in realtà mai esistita in quel luogo) dell’imperatore Federico Barbarossa. Il 12 aprile Roosevelt, stroncato al male, era deceduto; il suo successore, Truman, benché convinto che politicamente fosse desiderabile per le potenze occidentali raggiungere Berlino prima dei russi, “non poteva certo capovolgere una politica che il suo illustre predecessore aveva così energicamente appoggiata, e che i suoi capi di Stato Maggiore continuavano a sostenere”. Malinconicamente, Churchill aveva confidato in una lettera a Eden: “A quanto sembra gli Alleati occidentali non sono per il momento in grado di attaccare Berlino”.»

Può anche essere che, oltre al desiderio di risparmiare le vite dei propri soldati e oltre al complesso d’inferiorità di Roosevelt rispetto a Stalin, abbia giocato anche, nella decisione degli Alleati occidentali di lasciare che fossero i Sovietici ad entrare per primi a Berlino, un episodio storico di quasi due secoli prima, quando un altro esercito russo, nel corso della Guerra dei Sette Anni, aveva occupato Berlino nel 1760, costringendo alla fuga il re Federico II di Hohenzollern (senza contare che la capitale prussiana era già stata occupata una prima volta dagli Austriaci, nel corso dello stesso conflitto, nel 1757). In quel caso, la conquista rissa non aveva creato un precedente, non aveva gettato una particolare ipoteca sugli assetti futuri dell’Europa, né sugli equilibri all’interno della coalizione anti-prussiana. Tuttavia, se mai questo parallelo si presentò alla mente di Eisenhower, di Roosevelt e dei loro principali collaboratori e consiglieri, le due situazioni erano completamente diverse e non paragonabili. La Guerra dei Sette Anni ebbe, sì, alcune caratteristiche di una moderna “guerra totale”, ma non certo nei termini in cui questo aspetto si pose nel corso della Seconda guerra mondiale: in particolare, quella non ebbe una dimensione “ideologica”, perché i sovrani del XVIII secolo erano tutti dei monarchi e quasi tutti dei monarchi assoluti, sia pure con diverse sfumature, tanto in una coalizione (Austria, Russia e Francia) che nell’altro (Prussia e Inghilterra); solo la monarchia inglese aveva un carattere costituzionale, ma l’Inghilterra partecipava al conflitto quasi esclusivamente dal punto di vista finanziario, marittimo e coloniale. In Europa, la posta in gioco era l’avvenire della Prussia come aspirante grande potenza, e tanto Federico II che i suoi avversari continentali, a cominciare da Maria Teresa d’Asburgo, erano “despoti illuminati”, secondo la formula illuminista cara a Montesquieu e Voltaire.

Invece nel 1945, fra gli Alleati occidentali e i Sovietici, esisteva una netta e inconciliabile contrapposizione ideologica: era stata solo la necessità di fronteggiare un nemico comune che li aveva tenuti insieme (senza dimenticare, peraltro, che nel 1939 Stalin si era accordato con Hitler; che i due si erano spartiti la Polonia e una bella fetta dell’Europa centro-orientale; e che nel 1940 il dittatore sovietico aveva mandato a quello nazista un telegramma di felicitazioni per la conquista di Parigi e per la travolgente vittoria nella campagna di Francia). In simili condizioni, non occorreva essere dei profeti per sapere che, non appena concluse le operazioni militari, la rivalità fra i due sistemi politici, economici e sociali, sarebbe esplosa in tutta la sua virulenza. Che dire, allora, della decisione alleata di lasciarsi “soffiare” Berlino sotto il naso, per un riguardo al compagno Stalin? Come avrebbe osservato il buon vecchio Talleyrand (se pure non fu il buon vecchio Fouché), riferendosi all’affaire del duca d’Enghien: «È stato peggio di un crimine; è stato un errore»…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Novembre 2015

Del 28 Ottobre 2020

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