venerdì, 18 Giugno 2021
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Uscire dall’ipnosi, rompere il sortilegio

Uscire dall’ipnosi, rompere il sortilegio. Verso i cittadini onesti, che rispettano la legge e pagano le tasse, oggi visti come un problema per la neochiesa e molti magistrati rispetto una marea di falsi profughi che delinquono di Francesco Lamendola 

Nelle fiabe della nonna c’era spesso di mezzo un sortilegio: una manipolazione maligna della mente e del cuore del re o della regina, del principe o della principessa, da parte della strega cattiva o di qualche altro losco personaggio, che perseguiva i suoi fini inconfessabili e si serviva di tale strategia per impedire a chiunque di ostacolarla. A causa del sortilegio, il re o la regina, il principe o la principessa, non si rendevano minimamente conto di non percepire più la realtà come essa effettivamente era, e, in particolare, non riuscivano più a distinguere e riconoscere gli amici dai nemici, le persone altruiste da quelle interessate; di vivere in una sorta di esistenza parallela a quella reale, ma separati da quest’ultima mediante un muro invisibile, e proprio per questo invalicabile; di essere divenuti dei miseri zimbelli nelle mani di qualche astuto e malefico falso amico o consigliere, il quale riusciva a far fare ad essi tutto ciò che voleva, per il proprio esclusivo tornaconto, e con dolore, amarezza e angoscia di tutti gli amici leali e di tutte le persone che erano sinceramente affezionate nei loro confronti.

Ebbene, è proprio il caso di dire, con il buon vecchio Orazio, che de te fabula narratur, quella fiaba parlava proprio di noi: era una profezia riguardante noi stessi, la nostra generazione – quella che allora era bambina e che oggi è diventata adulta e ha dai cinquant’anni in su. A tale generazione è stato ancora possibile, nonostante i disastri e i misfatti del ’68, nonostante Che Guevara e don  Milani, Franco Basaglia e Alberto Moravia, il freudismo imperversante e la teologia della liberazione, è stato ancora possibile, dicevamo, ricevere, e in alcuni casi farne tesoro, gli ultimi raggi di luce prima che scendesse la notte. È stato ancora possibile ricevere, da genitori che erano ancora genitori e non adulti che giocavano a fare gli amiconi, da professori che erano ancora professori, ricchi di cultura e animati da passione, e non sciocchi ripetitori degli slogan sessantotteschi, e da sacerdoti che erano ancora dei veri sacerdoti e non i frutti guasti del falso ecumenismo e della protestantizzazione voluta e attuata dal Concilio Vaticano II, qualcosa di molto simile a una buona educazione. Un’educazione dove i valori morali e i contenuti intellettuali si sostenevano a vicenda; dove l’amore per l’onestà si intrecciava con l’amore per le cose belle, per la buona musica e per i libri classici; in cui amare la patria non era ancora un qualcosa di cui vergognarsi, e professarsi cattolici non significava mendicare perdono da tutte le parti, mostrandosi più audaci e irriverenti circa le cose sacre degli stessi modernisti, per farsi perdonare il “peccato” di credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo. Inoltre, cosa forse più importante di tutte, un’educazione in cui la sobrietà, la modestia, il pudore, il senso del limite, il saper dire “grazie” per tutto ciò che si riceveva, occupavano un posto centrale: perché nessuna educazione è buona se non parte dalla consapevolezza che il bambino deve essere abituato a uscire dal proprio ego e a dire “tu”, a riconoscere l’altro, a porlo, a valorizzarlo, a incoraggiarlo, a sostenerlo, e, nello stesso tempo, deve imparare a saper fare dei sacrifici, delle rinunce, e ad assumersi delle responsabilità, in proporzione alle sue forze e al suo raziocinio. Che non può restare un eterno bambino viziato, capriccioso, convinto che il mondo intero ruoti intorno a ciò che lui vuole, e che tutti quanti siano lì solamente per servirlo e adorarlo, per scusarlo e giustificarlo se non fa il suo dovere, né per magnificare le sue qualità e le sue virtù, vere o supposte che siano. Non tutti, questo è certo, hanno saputo far tesoro di questa educazione; non tutti hanno appreso a sviluppare il senso di responsabilità, né a coltivare la cultura e il senso del bello, né a porre un limite ai propri istinti e ai propri desideri, né a essere leali e di parola con gli altri; ma alcuni, sicuramente, sì.

Ebbene: oggi sono proprio questi a sentirsi traditi, rifiutati, scaricati, emarginati; a respirare l’amara sensazione che la società non sa che farsene di loro, del loro senso del limite, del loro senso del bello, della loro cultura e del loro amore per il sapere, del loro senso di fedeltà alla famiglia, alla chiesa e alla patria; del loro rispetto per il prossimo, l’ordine e la legge. Addirittura, si direbbe che la società odierna, specie nella persona dei suoi rappresentanti istituzionali, consideri tali qualità come dei disvalori, e provi fastidio e insofferenza per l’esistenza di tali persone; che non nasconda di credere che la miglior cosa che tali persone possano fare è sparire. In altri termini, ciò che era una virtù, sembra essere divenuto un vizio; ciò che era desiderabile, è divenuto molesto; ciò che i giovani dovevano sforzarsi d’imparare e mettere in pratica, è qualcosa da nascondere sotto il tappeto, come si fa con la sporcizia che gli estranei non debbono vedere, perché getterebbe il discredito su tutti gli abitanti della casa. Oggi l’ideale di cittadino non è più il mutilato Enrico Toti, che lotta strenuamente per difendere la patria e alla fine, prima di spirare, rimasto senz’armi, scaglia contro il nemico la sua stampella; no: oggi il  cittadino modello, e anche il sacerdote modello, è quel prete eritreo che, tenendosi in contato telefonico con i falsi profughi e con gli scafisti, organizza lo sbarco in Italia di centinaia di cosiddetti migranti, cioè di clandestini che in barba alle leggi si presentano come se fossero in pericolo, anche se hanno pagato migliaia di dollari per mettersi, da se stessi e consapevolmente, in quelle situazioni di pericolo. Meriti umanitari e cristiani così grandi, che il settimanale cattolico nazionale Famiglia Cristiana, un tempo il più amato e ora il meno venduto, gli dedica la copertina e lo paragona a un novello Mosè che salva il suo popolo dalle acque del Mar Rosso. Quello, oggi, è il modello da ammirare e da imitare: colui che aggira e disattende, sì, le leggi dello Stato, ma lo fa per un nobilissimo fine umanitario, lo fa perché siamo tutti fratelli e quindi i confini non hanno più ragione di esistere; lo fa perché è un filantropo, uno che ama i poveri e odia le ingiustizie, e allora cosa volete che siano delle inezie come i confini, la legalità, i documenti, il presentarsi in casa d’altri in chiedendo il permesso e non forzando la porta in ogni modo, e anche, nel frattempo, incominciando tranquillamente a commettere reati, come lo spaccio di droga sin dai primi giorni. E qui viene in mente quell’altro prete, italiano questa volta, che mette un cartello per diffidare i “razzisti” dall’entrare nella sua chiesa, non si sa bene con quale diritto, e dichiara che la sua patria sono gli stranieri, e li ama e li giustifica così tanto da non turbarsi nemmeno se proprio quelli che erano stati affidati alle sue cure, e alla sua responsabilità, se ne vanno durante il giorno a vendere droga ai giardinetti, così, tanto per ammazzare la noia e per ringraziare l’Italia dell’ospitalità che offre loro, a spese dei cittadini onesti, dando loro un alloggio, il cibo, il vestiario, il telefonino, tutto.

In buona sostanza: agli italiani delle generazioni nate fino agli anni ’60  era stato insegnato che la patria è un valore; che i confini sono ciò che protegge la patria; che l’esercito è lo strumento per difenderla da minacce esterne; e che tale sentimento, non può costituire una offesa per i cittadini delle altre nazioni, è, anzi, un contributo alla varietà e alla ricchezza del mondo. Stesso discorso per la fede religiosa: ai cattolici era stato insegnato che Dio è il padre di tutti gli uomini e che il cristiano ama tutti i suoi fratelli, ma, nello stesso tempo, che una è la strada che porta al vero Dio, e che amare gli uomini non significa mortificare la propria fede, e rispettare gli altri non significa farsi perdonare la “colpa” di essere cattolici; che pur amando tutti, il cattolico non ama gli errori delle false religioni e delle chiese scismatiche ed eretiche; che Lutero aveva torto marcio su tutta la linea, che i giudei non si salveranno se non riconosceranno che Dio è proprio quel Gesù che vollero veder morto, né si salveranno gli islamici, se non riconosceranno che con Gesù la Rivelazione è finita, non ci sono più stati altri profeti, e chiunque sia venuto dopo di Lui, dicendosi inviato da Dio, ma per dire cose diverse da quelle che Lui ha detto, non è nella verità, ma nell’errore. Ora succede che un tale patriota sia divenuto d’intralcio alla classe politica che per settant’anni ha governato questo Paese, la quale parla con disprezzo delle “piccole patrie”, con disprezzo della “liretta”, cioè della perduta sovranità monetaria, e peggio che con disprezzo, con livore ed acredine, di chi vuol proteggere i confini, perché ritiene che i confini non dovrebbero esistere e che chiunque vuol venire nel nostro Paese, ha tutto il diritto di farlo, e nessuno dovrebbe domandargli né chi sia, né da dove venga, né con quali intenzioni. Similmente la chiesa, oggi, pare che nutra fastidio, imbarazzo, e quasi un autentico disgusto nei confronti dei cattolici che restano saldamente ancorati alla verità che hanno ricevuto da piccoli: perché li accusa di essere rigidi, di essere ipocriti, di essere farisei, di non avere l’autentico spirito cristiano, di essere dogmatici, retrogradi, insensibili ai problemi degli uomini moderni, che sono, a quanto essa dice, dei problemi del tutto speciali, che richiedono uno speciale adattamento da parte di chi annuncia il Vangelo. E per uscire dal terreno della discussione astratta, diciamo pure che per molti vescovi, oggi, quei cattolici che si riuniscono delle veglie di riparazione per i gay-pride, costituiscono un problema; anzi, un problema talmente grave, da dover rispondere con delle “veglie di preghiera” contro l’omofobia, ovviamente da tenere nelle chiese: come se il peccato che Dio non perdona non sia il vizio impuro contro natura, ma il fatto di pregare affinché i peccatori si riconcilino con Dio. Allo stesso modo, per lo Stato e i rappresentanti delle istituzioni, in particolare per moltissimi magistrati, quei cittadini che reagiscono, esasperati, all’incredibile degrado della vita sociale provocato dallo scorrazzare di centinaia di migliaia di clandestini, e dal continuo arrivo di nuovi falsi profughi, sono loro il problema, quei cittadini, e non i clandestini, né gli invasori camuffati da profughi. Il problema, per quei signori, non sono gli stranieri che non vogliono integrarsi, gli imam che nelle moschee incitano all’odio contro i cristiani, le donne che se ne vanno per la strada indossando il burqa come una sfida, come una bandiera di guerra, come un preannuncio della futura sottomissione degli italiani alle loro leggi ed usanze, ma lo sono i cittadini onesti, che rispettano la legge e pagano le tasse. Il problema non sono i falsi profughi che vanno in giro per le strade a spacciare droga, a rubare e rapinare, ma i cittadini che pretendono di essere difesi meglio dallo Stato, che chiedono cosa lo Stato sia facendo per proteggerli, e che intanto chiedono di potersi difendere, a loro rischio e pericolo, almeno dentro i muri di casa propria, invece di lasciarsi aggredire, rapinare, picchiare, stuprare, uccidere. Sono loro il problema: perché incitano all’odio razziale, alla violenza, a farsi giustizia da sé, come se fossimo nel Far West.

Potremmo anche fare, e in tutti questi anni lo abbiamo sempre fatto, tutta una serie di esempi ancor più specifici, con casi concreti tratti dalle cronache quotidiane, e con tanto di nomi e cognomi. Per esempio: a quanto pare, il problema, per l’arcivescovo di Gorizia, non è che in una parrocchia della sua diocesi ci sia un capo scout che si è “sposato” in municipio con un uomo; no: il problema è il parroco che denuncia l’incompatibilità fra l’essere capo scout, portatore di una visione cristiana della vita, e l’essere omosessuale dichiarato e impenitente. Tanto è vero che, alla fine, ad essere allontanato dalla parrocchia è stato il parroco, non il capo scout, e tanto meno il vice-parroco che, fin dall’inizio, si era schierato senza riserve dalla parte di quest’ultimo, fra l’altro andando a presenziare alle “nozze” dei due uomini. Capito? Questa è la situazione, oggi. Allo stesso modo, il problema, per i magistrati di sinistra, che sono la grande maggioranza della loro categoria, non è costituito dai rom che rubano per la strada e nelle case, o i nigeriani che spacciano droga e sfruttano la prostituzione (delle loro stesse connazionali, attirate in Italia con l’inganno, per poi sbatterle sul marciapiede); no: il problema sono i poliziotti, sono i carabinieri che per uno stipendio di poco superiore ai mille euro, rischiano di prendersi una coltellata alla carotide ogni volta che chiedono i documenti a uno spacciatore nigeriano o che cercano di identificare un delinquente rom. Infatti, come la mettiamo se quel povero spacciatore si sloga una caviglia, mentre fugge per sottrarsi all’arresto? E se quel povero rom si lussa una spalla, mentre si divincola dagli agenti per scappare con la refurtiva dell’ultimo colpo? Eh, allora sì che sarebbe una cosa grave. Non è grave che ogni giorno questi stranieri, questi rom, i quali non hanno alcuna intenzione di guadagnarsi la vita onestamente, compiano centinaia di reati, da quelli contro il patrimonio e la proprietà, a quelli contro la persona, fino allo stupro, al pestaggio e all’omicidio; no: la cosa veramente grave, per loro, è che le forze dell’ordine possano provocare dei danni fisici ai delinquenti, e Dio ne guardi se poi ci scappa il morto. Se, per esempio, un gioielliere, o un tabaccaio, o anche un agente in servizio, sparando per legittima difesa, e colpiscono a morte un delinquente: quello, per i nostri magistrati progressisti e buonisti, è il crimine, quello è lo scandalo. E subito uno stuolo d’intellettuali di sinistra, di politici di sinistra, di preti e vescovi di sinistra, si precipita a fare eco alla loro santa indignazione; mentre il tam-tam della stampa e delle televisioni, tutti rigorosamente progressisti, mondialisti e immigrazionisti, chiede incessantemente la testa del “giustiziere”, del pistolero, del fascista che ha fatto ricorso alle maniere forti, come se fosse uno sceriffo, o si fosse autonominato giustiziere alla Charles Bronson.

E allora? E allora, sveglia: adesso o mai più. È necessario uscire dall’ipnosi e rompere il sortilegio…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Ottobre 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 28 Ottobre 2020

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