giovedì, 24 Giugno 2021
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La dottrina della “Guerra giusta” e l’eredità di Machiavelli

Uno degli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki è stato quello di introdurre una straordinaria ipocrisia nello sviluppo del concetto della guerra di Francesco Lamendola

Uno degli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki è stato quello di introdurre una straordinaria ipocrisia nello sviluppo del concetto della guerra. Dopo il 1945, nessun uomo politico e quasi nessun pensatore politico hanno più osato magnificare la guerra in quanto tale, ma si sono limitati a presentarla quale strumento di difesa (magari preventiva!) e, dunque, introducendo il nuovo concetto di “guerra giusta”, ovviamente per distinguerlo dalla esecrata “guerra ingiusta”, tipica dei regimi politici brutali e meritevoli di scomparire dalla faccia della Terra. Nei vari Paesi del mondo, a partire da quelli democratici, i vari Ministeri della Guerra sono stati sostituiti da altrettanti “Ministeri della Difesa”, in genere affidati a personalità non militari, in modo da sottolinearne il carattere tecnico e, per così dire, neutro.

L’ipocrisia si è spinta a livelli ineffabili, negli ultimi ani del XX e nei primi del XXI secolo, con l’introduzione del concetto di “operazioni di pace” quale sinonimo rassicurante e “politicamente corretto” di quello di guerra, in genere tutt’altro che difensiva e meno ancora “umanitaria”. Così, anche i militari caduti nel corso di tali operazioni “di pace” vengono presentati come eroi e martiri di un ideale pacifico, se non addirittura pacifista; mentre si tace all’opinione pubblica, interna e internazionale, il fatto che sempre più in tali presunte operazioni “di pace” vengono arruolati ambigui personaggi denominati contractors (ambigui anche dal punto di vista giuridico); in pratica, dei mercenari ingaggiati da agenzie private e specializzati in compiti di intelligence (volgarmente detta spionaggio) e, più spesso, di repressione, detenzione di prigionieri, uso di ogni mezzo (leggi: tortura) per strappar loro notizie utili dal punto di vista militare. Si tratta di miliziani super-pagati e che godono, praticamente, di assoluta carta bianca, non solo nello svolgimento delle loro funzioni militari, ma anche per tutto ciò che riguarda eventuali “effetti collaterali”: ossia, per parlarci chiaro, stragi e maltrattamenti di ogni tipo inflitti alla popolazione civile – sempre, beninteso, per il bene della “causa”, ossia della “pace”.

Ma quali sono oggi, esattamente, le basi ideologiche della dottrina della “guerra giusta”, e dove affondano le loro radici? Strano ma vero, tale dottrina si può considerare una diretta filiazione della dottrina machiavellica del “fine che giustifica i mezzi”. Infatti, così come il segretario fiorentino sosteneva che la vera pietà non è quella del chirurgo che esita ad amputare l’arto del paziente in pericolo di vita, ma quella di chi, come Cesare Borgia, restituì alla Romagna “pace e sicurezza”, e sia pure con metodi brutalmente radicali, allo stesso modo i moderni sostenitori della “guerra giusta” e delle “operazioni di pace” sostengono che l’unico modo di assicurare la pace (e quella che, secondo loro, è la sua inseparabile compagna, la democrazia), è quello di rimuovere con la forza tutte le possibili cause di tensione e disordine, ovviamente su scala planetaria. E poiché solo la superpotenza americana è materialmente in grado di realizzare un simile programma, questa è diventata la dottrina politica degli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda, con lievi differenze di sfumature tra il Partito Repubblicano e quello Democratico.

È evidente che una tale impostazione del problema della pace, associato automaticamente (anche se, spesso, artificialmente) a quello dell’ordine e della sicurezza internazionali, non può che sfociare della dottrina della sovranità limitata di tutti gli altri Stati ed in quella della “guerra permanente”, poi corretta goffamente in enduring freedom, “libertà duratura”, contro il “terrorismo” (un contenitore, quest’ultimo, che va bene per ogni genere di avversario, anche per l’Iraq di Saddam Hussein, che non aveva alcun legame con gruppi terroristici).

La logica conseguenza di tutto ciò è che al concetto tradizionale di guerra come “intervento militare” si  è sostituito quello di “operazioni internazionali di polizia”, cercando di accreditare l’invasione di Stati indipendenti e sovrani (come l’Afghanistan), appunto, come semplici operazioni di polizia; da realizzarsi con massicci bombardamenti aerei, con l’uso abbondante di armi non convenzionali (chimiche, batteriologiche, ecc.) e con un limitato pattugliamento dei principali nodi strategici; affidando alle forze locali “amiche e alleate” (in realtà, eserciti fantoccio) il molto più  oneroso controllo complessivo del territorio, e buona parte delle operazioni eufemisticamente chiamate di “controguerriglia”.

Machiavelli, dunque, aveva teorizzato, senza fronzoli e senza ipocrisie, quell’uso illimitato della forza che, oggi, trova la sua applicazione pratica all’ombra di sistemi politici e di dottrine politiche umanitaristiche, democratiche e “liberali”. E ci sembra non privo d’interesse andare a rileggerci quel che di tale dottrina ha scritto non un filosofo politico o un teorico militare, bensì un intellettuale cristiano fuori dagli schemi, quale fu l’americano Thomas Merton (Prades, Francia, 1915- Bangkok, 1968), monaco cistercense, uno degli osservatori più lucidi e acuti della grave crisi etico-politica della seconda metà del XX secolo.

Scriveva dunque Thomas Merton nella sua raccolta di saggi Semi di distruzione (titolo originale: Seed of Destruction, The Abbey of Getshemani, 1964; traduzione italiana di Franco Bernardini Mazzolla, Milano, Garzanti, 1966, pp.67-76):

“È probabile che la dottrina della «guerra giusta» e i limiti morali che imponeva abbia talvolta mitigato la barbarie delle guerre medievali. Sappiamo che quando fu inventata la balestra il suo uso fu vietato dalla Chiesa che giudicava quest’arma perversa e crudele.

“Tuttavia durante il Rinascimento, Machiavelli, uno dei padri della Realpolitik, fu sinceramente disgustato dalla tiepidezza e dalla scarsa efficacia con la quale certi principi conducevano le guerre. È istruttivo leggere Il principe, in cui Machiavelli espone le sue teorie di governo, e vedere fino a che punto le sue tesi pragmatistiche, per non dire ciniche, sull’importanza e la condotta delle guerre sono esattamente le stesse che vengono in pratica oggigiorno nella lotta internazionale per l’egemonia. È difficile sapere se i più bellicosi degli uomini politici dei nostri tempi abbiano letto Machiavelli, ma si sente che egli corrisponde al loro modo di sentire: anch’egli è uomo che non tollera idee sciocche sull’impiego sentimentale e timido della forza. Poiché le considerazioni morali non interessano Machiavelli, possiamo dedurne che egli rigetti la teoria della guerra giusta, e, in un certo senso, siamo in grado di comprendere l’evidente disprezzo ch’egli prova per l’assurda ginnastica mentale alla quale Roberto il Pio doveva ricorrere per giustificare i propri istinti bellicosi. È certo più pratico, una volta che abbiamo deciso di fare la guerra, agire senz’altro, senza cominciare a giurare di non combattere per poi immaginare delle circostanze eccezionali che ci sciolgano da questo giuramento. Possiamo ammettere che sia una grande perdita di tempo e di energia che può condurre a errori fatali e alla sconfitta. In un mondo in cui regna la politica di forza, è certo che la coscienza è un grande impaccio. Ma è anche certo che in qualsiasi  situazione, una coscienza che cerchi di gabbare la legge e di giustificare le proprie debolezze rappresenta non soltanto un impaccio ma una remora fatale, perché essa è sostanzialmente irragionevole.

“Potremmo quasi dire che l’attuale lotta per l’egemonia offra all’uomo due evidenti possibilità e che noi possiamo dimostrarci logici in due maniere: o tacitando completamente la coscienza e agendo con assoluta crudeltà, o purificando la nostra coscienza e affinandola finché non segua esattamente le leggi della morale e della carità cristiana. Nel primo caso è certo che ci distruggeremo l’un l’altro. Nel secondo, avremo probabilità di sopravvivere. Questo è l’insegnamento di Giovanni XXIII.

“Il principe, dice Machiavelli, non deve «avere altro obietto né altro pensiero… fuora della guerra» (XXIV, 1). Deve sapere che ad essere disarmato non ottiene altro effetto che di rendersi spregevole. (XXIV, 2).  E per non essere tentato di rallentare la propria vigilanza e di rassegnarsi all’idea della pace, il principe deve imparare a non essere troppo buono: «Perché uno uomo, che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene ruini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità» (XV,1).

“Il principe, insomma, dev’essere pratico e dare una buona opinione di sé, come diremmo oggi; conviene che sia temuto piuttosto che amato (a meno che non riesca a essere l’uno e l’altro), ma bisogna anche che ciò sia per buone ragioni. Non deve dare ascolto né alla propria coscienza né ai propri sentimenti. Non dev’essere virtuoso quando ciò non gli rechi alcun vantaggio, né mostrarsi troppo buono, troppo generoso o troppo degno di fede. Non perda tempo a osservare le forme legali o a mantenere la propria parola, a meno che non gli sia utile. La virtù è stata la rovina di molti principi, dice ancora Machiavelli; perciò è meglio appoggiarsi alla forza.

“«Dovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo è delle bestie; ma, perché il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Pertanto, a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo» (XVIII, 2).

“Questo genere di senso pratico è ammesso, ma raramente dichiarato così apertamente, nel nostro secolo in cui la forza prevale sul diritto. Fa piacere vederlo esprimere con una franchezza così rude, così divertente,, così spoglia di ogni equivoco. Machiavelli giustifica questa linea di condotta con delle ragioni che costituiscono, a loro modo, una specie di ‘umanesimo’. La crudeltà, egli dice, è dopo tutto più pietosa di una indulgente dolcezza, la quale, a lungo andare, conduce solo al disordine e al caos. Meglio essere risoluti come Cesare Borgia (Machiavelli ammira senza riserve i Borgia). «Era tenuto Cesare Borgia crudele; nondimanco quella sua crudeltà aveva racconcia [riassettata] la Romagna, unitola, ridottola in pace e in fede. Il che se si considerrà bene, si vedrà quello essere stato molto più pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele, lasciò destruggere Pistoia» (XVII, 1).

“È esattamente l’argomento che sentiamo oggi. L’unica speranza di veder regnare l’ordine e la pace, secondo i ‘realisti’, risiede in una politica dura, inflessibile e intransigente. Ecco, a lungo andare, l’atteggiamento che è ‘pietoso’ e che genera la pace.

“D’altra parte, Machiavelli non esaltava soltanto l’apparenza  della crudeltà, benché fosse un minimo necessario. Considerava una delle principali qualità di Annibale la sua innata brutalità che gli permise di mantenere l’unità dell’esercito!

“Mentre sant’Agostino pone la questione della guerra su un piano interiore, preoccupandosi dell’intenzione el cristiano di fare una guerra giusta, Machiavelli considera la coscienza cosa assolutamente trascurabile.

“Egli s’interessa dei fati brutali della lotta per la egemonia, lotta in cui la coscienza crea solamente delle incertezze e per conseguenza conduce alla sconfitta. La morale, sì, interviene efficacemente; è quindi assurdo occuparsi di questioni morali, che in ogni caso non hanno grande importanza perché le vicissitudini della lotta per l’egemonia possono esigere in qualsiasi momento che vengano respinte come bagagli inutili.

“Per Machiavelli il potere è fine a se stesso. Le persone e i sistemi politici non sono che mezzi per conseguirlo. Ora il mezzo principale è la guerra, non una guerra ‘giusta’, ma una guerra vittoriosa. Per Machiavelli ciò che importa è di vincere. Come avrebbe detto Clausewitz, nei nostri giorni di Realpolitik: «Sarebbe assurdo introdurre nella filosofia della guerra un principio di moderazione. La guerra è un atto di violenza spinto al suo estremo limite».

“È questa la filosofia che ha dominato la politica di Hitler. E il resto del mondo, nonostante le sue buone intenzioni, è stato costretto a ispirarvisi per poterlo vincere.

“Con le tecniche moderne, la dottrina della distruzione e della violenza totali è accettata pubblicamente.

“Il sottosegretario alla Difesa degli Stati Uniti, Roswell Gilpatric, ha dichiarato nel 1961: «Non ridurremo la nostra potenza nucleare. Personalmente, io non ho mai creduto alla possibilità di una guerra atomica limitata. Non vedo come si potrebbe assegnarle dei limiti quando si fa uso delle armi nucleari».

“Machiavelli, però, non impersona il carattere del Rinascimento. Leonardo da Vinci, il genio tipico di quell’epoca, concepì un progetto di sottomarino che egli stesso distrusse senza farlo conoscere avendo compreso che una costruzione di quel genere avrebbe avuto il solo scopo di ataccare proditoriamente e segretamente il nemico nel corso di una guerra navale, il che, ai suoi occhi, era iniquo.

“Benché Il principe sia l’espressione chiara e netta dei principi della politica di forza, guardiamoci dal supporre che il sistema attuale sia puramente e semplicemente machiavellico perché questo sarebbe un grave errore.

“si. È, al contrario, ragionevole pensare che ai nostri tempi Machiavelli avrebbe agito secondo principi diversi e più originali, perché non viviamo più in un secolo di prìncipi guerrieri e di città che siano altrettanti stati indipendenti. Sarebbe stato indubbiamente capace di scoprire i miti romantici che avvolgono la lotta per l’egemonia (per esempio le idee di un messianismo proletario, nazionalista o razzista), e avrebbe certamente riconosciuto l’importanza d’un controllo razionale dei vasti progressi che, in realtà, dominano i nostri sistemi politici.

“Machiavelli ha scritto la sua opera per i monarchi in un’epoca in cui gli uomini credevano nel diritto divino dei regnanti. Ma dopo di lui il pensiero politico si è considerevolmente evoluto. Il ‘principe’ è stato sostituito dallo ‘Stato sovrano’ e le rivoluzioni che hanno cercato di liberare gli uomini dalla tirannide della monarchia assoluta li hanno condotti sotto quella, più sottile e più totale, di una astrazione. Come le matematiche, gli affari e la tecnologia, per potersi sviluppare, hanno avuto bisogno di scoprire lo zero, così il potere politico ed economico ha avuto bisogno delle astrazioni anonime dello Stato e delle corporazioni, con la loro irresponsabilità illimitata, per arrivare alla sovranità assoluta. Cosicché, paradossalmente, nel corso  dei secoli passati, generalmente considerati secoli di schiavitù, l’individuo contava in realtà molto più di quanto non conti nell’alienazione dell’attuale totalitarismo economico, militare e politico.. E l’uomo moderno – irresponsabile, anonimo, solitario -, i cui pensieri e le cui decisioni provengono da un ente invisibile, diventa lo strumento perfetto dei sistemi organizzati con la forza. In tali condizioni, la politica è sufficiente a se stessa e assorbe tutto in sé. Allora la vita e la morte, non soltanto degli individui, delle famiglie e delle città, ma di intere nazioni e civiltà, devono assoggettarsi alla cieca potenza di forze amorali e inumane. La ‘libertà’ e la ‘autonomia’ di una certa minoranza esistere in apparenza; ma loro compito sarà soprattutto discernere la direzione della corrente storica predeterminata e a navigare nello stesso senso, non contro. È inutile insistere sulle possibilità demoniache di una tale situazione.

“Queste note sommarie su Machiavelli sono, naturalmente, tanto schematizzate da diventare ingenue. Non hanno la pretesa di giudicare la sua filosofia politica da un punto di vista storico o critico, ma soltanto di esporre alcune nozioni popolati sul ‘machiavellismo’. È una filosofia che l’Inghilterra e l’America hanno tradizionalmente considerato infame e perciò non sarebbe giusto attribuirle delle anomalie che hanno altre cause ben definite.

“Machiavelli, che voleva essere implacabile, conduceva una vita triste, inoffensiva, e scrisse questa opera perversa per ottenere una posizione stabile presso un potente protettore. Nell’atmosfera di una morale meno ‘meridionale’, accade talvolta che la stessa crudeltà pratica venga predicata con l’aria più rispettabile. Il naturalismo radicale e il materialismo di Hobbes sono ugualmente intransigenti nel respingere le ambiguità e i possibili sentimentalismi di una coscienza troppo sensibile. Per Hobbes, il fondamento della morale è l’obbedienza allo Stato, despota onnipotente, e all’istinto di conservazione e di godimento.

“Gli interessi egoistici dell’individuo sono moderati dal potere dello Stato. Per Hobbes, la legge naturale è semplicemente la legge «primitiva e brutale» d’una lotta nella quale i potenti schiacciano i deboli, lotta anch’essa dominata dalla forza del despota Leviathan, lo Stato, che mantiene l’ordine con la violenza. Questa confusione tra la legge naturale radicata nell’essenza dell’uomo quale essere libero e ragionante, e la legge naturale, stato di fatto empirico e primitivo, ha avuto gravissime conseguenze (cfr. Maritain, La philosophie morale).

“Essa ha indiscutibilmente influenzato in America, forse anche a loro insaputa, i moralisti cristiani, perché Hobbes ha contribuito a creare il nostro clima nazionale di crudo individualismo, al pari di Bentham e di Mill. Anche in questi, l’idea che la natura è il fondamento della morale diventa sempre statistica, materialistica e edonistica. Il calcolo interessato del «massimo benessere per il massimo numero» fa scomparire infine le ultime tracce dell’idea del bene, cosa buona e giusta in sé, per sostituire ad essa quella del bene, cosa vantaggiosa. La giustizia è rimpiazzata dai «buoni affari», e benché l’idea dei «buoni affari» rivesta una certa bonarietà ingannevole, è indubbiamente meno spietata e cinica nella sua essenza della dottrina politica di Machiavelli. Quando è ottimista, pè di una moralità poco elevata e sterile. Quando è pessimista, scusa tutte le ingiustizie a condizione di non esserne la vittima o di avere i tribunali dalla propria parte. In entrambi i casi questa teoria, nonostante i suoi slogan demagogici, rappresenta un’idea piuttosto degradata dell’uomo.

“Lo sforzo di Kant per restituire alla morale una base solida, l’idea del dovere puro, non è riuscito a risanare il cima del pensiero morale. L’etica kantiana degenera facilmente in sentimentalismi religiosi o in insulsaggini morali. E dopo di lui c’è la confusione: l’insistenza di Hegel sulla potenza dello Stato di fronte al «prodigioso potere del Negativo», e le altre filosofie nelle qual è implicita la violenza. La dialettica marxista del determinismo storico, il suo umanesimo dal quale la persona umana è assente rendono l’uomo incapace di superare le forze del progresso umano che lo circondano. Il positivismo è anch’esso, e anche più delle teorie di Bentham e di Mill, statistico e amorale: una dottrina sociologica insignificante e insulsa. Ma ha avuto una profonda influenza sul pensiero ‘morale’ della ‘libera impresa’. C’è da stupirsi a vedere dei pensatori cristiani, scandalizzati dal modo in cui il Rapporto Kinsey tratta la morale sessuale, accettare con tanta sollecitudine un metodo non meno amorale e statistico per risolvere altri problemi cruciali, quando viene impiegato da Herman Kahn e da tutti coloro che si servono di calcolatori elettronici.”

Ci sembra che pochi filosofi della politica abbiano saputo cogliere con altrettanta chiarezza la funzione svolta da Machiavelli nello scardinare non solo il muro divisorio fra etica e politica, ma le basi stesse dell’etica occidentale; se è vero, come afferma von Clausewitz, che la politica altro non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi e che, pertanto, l’etica della guerra non piò differire sostanzialmente dall’etica della pace, una volta che una determinata civiltà abbia accettato la prima sul piano pratico e teorico.

Il danno che Machiavelli ha provocato all’etica occidentale, sotto le apparenze di realismo e pragmatismo, è stato immenso; ripreso da Hobbes e posto alla base della moderna statolatria (Il terribile mostro Leviathan di cui parla l’Antico Testamento), ha avuto ripercussioni fortissime e dirette sull’economia politica e sul pensiero di Bentham e J. S. Mill; né l’etica kantiana dell’imperativo categorico è stata in gradi porvi riparo. È inutile, infatti,  che la coscienza mi dica: tu devi, se la società nella quale vivo ha fatto proprio il pragmatismo e l’utilitarismo esasperato che riduce ogni soggetto a un oggetto delle altrui brame, e che stravolge ogni valore in un fine pratico da raggiungere per motivi di mera convenienza.

Fra tutti i pensatori che, nell’epoca moderna e contemporanea,si sono occupati delle ripercussioni del pensiero politico di Machiavelli si segnala in modo particolare Antonio Gramsci. La sua interpretazione del moderno “principe” come il partito totalitario nasce da una riflessione matura e originale sul fenomeno del fascismo, ma ricade in un estremismo eguale e contrario a quello che, in teoria, vorrebbe combattere. Una volta che si ammette che il principe del XX secolo non sarà altri che il moderno partito di massa finalizzato a un controllo capillare della società, poco importa sapere – da un punto di vista filosofico – se quel partito si connota, sul piano politico, come “nero” o come “rosso” o di qualunque altro colore.

Ecco quel che scrive Antonio Gramsci nelle sue Noterelle sulla politica di  Machiavelli (in Gramsci, le opere a cura di Antonio A. Santucci, Roma, Editori Riuniti, 1997, pp. 355-359):

“Il Principe del Machiavelli potrebbe essere studiato come una esemplificazione storica del “mito”  sorelliano, cioè di una ideologia politica che si presenta non come fredda utopia né come dottrinario raziocinio, ma come una creazione di fantasia concreta che opera su un popolo disperso e polverizzato per suscitarne e organizzarne la volontà collettiva. Il carattere utopico del Principe è nel fatto che il “principe” non esisteva nella realtà storica, non si presentava al popolo italiano con caratteri di immediatezza obbiettiva, ma era una pura astrazione dottrinaria, il simbolo del capo, del condottiero ideale; ma gli elementi passionali, mitici, contenuti nell’intero volumetto, con mossa drammatica di grande effetto, si riassumono e diventano vivi nella conclusine, nell’invocazione di un principe, «realmente esistente». (…)

“Il moderno principe, il mito-principe non può essere una persona reale, un individuo concreto, può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente l’azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito, la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendano a divenire universali e totali.(…)

“La ragione dei successivi fallimenti dei tentativi di creare una volontà collettiva  nazionale-popolare è da ricercarsi nell’esistenza di determinati gruppi sociali, ce si formano dalla dissoluzione della borghesia comunale, nel particolare carattere di altri gruppi che riflettono la funzione internazionale dell’Italia come sede della Chiesa e depositaria del Sacro Romano Impero ecc. Questa funzione e la posizione conseguente determina una situazione interna che si può chiamare ‘economico-corporativa’, cioè, politicamente, la peggiore delle forme di società feudale, la forma meno progressista e più stagnante: mancò sempre, e non poteva costituirsi, una forza giacobina efficiente, la forza appunto che nelle altre nazioni ha suscitato e organizzato la volontà collettiva nazionale-popolare e ha fondato gli Stati moderni. Esistono finalmente le condizioni per questa volontà, ossia quale è il rapporto attuale tra queste condizioni e le forze opposte? Tradizionalmente le forze opposte sono state l’aristocrazia terriera e più generalmente la proprietà terriera nel suo complesso, ,col suo tratto caratteristico italiano che è una speciale ‘borghesia rurale’, eredità di parassitismo lasciata ai tempi moderni dallo sfacelo, come classe, della borghesia comunale (le cento città, le città del silenzio).  Le condizioni positive sono da ricercare nell’esistenza di gruppi sociali urbani, convenientemente sviluppati nel campo della produzione industriale e che abbiano raggiunto un determinato livello di cultura storico-politica. Ogni formazione di volontà collettiva nazionale-popolare è impossibile se le grandi masse dei contadini-coltivatori non irrompono simultaneamente nella vita politica. Ciò intende Machiavelli attraverso la formazione della milizia, ciò fecero i giacobini nella Rivoluzione francese, in questa comprensione è da identificare un giacobinismo precoce nel Machiavelli, il germe (più o meno fecondo) della sua concezione della rivoluzione nazionale. Tutta la storia dal 1815 in poi mostra lo sforzo delle classi tradizionali per impedire la formazione di una volontà collettiva di questo genere, per mantenere il potere ‘economico-corporativo’ in una situazione internazionale di equilibrio passivo.”

Per Gramsci, dunque, Machiavelli non è un teorico della politica che ha avuto un peso determinante nel pensiero etico e politico mondiale, ma “soltanto” il teorico di una situazione tutta italiana, caratterizzata da un cronico ritardo della borghesia e, quindi, dalla necessità di suscitare una forza collettiva nazional-popolare capace di svolgere una funzione “giacobina”, ossia “progressiva”, nello sviluppo della società italiana. Tutti i tentativi di suscitare una tale forza sono, finora, falliti davanti alla resistenza puramente egoistica e conservatrice delle classi al potere; ma ora l’organizzazione del proletariato rurale e la nascita di un consapevole proletariato industriale sembrano presentare, per la prima volta, le condizioni storiche affinché tale coscienza possa svilupparsi.

A questo punto, è chiaro che, per Gramsci, il partito comunista può svolgere la funzione di “moderno principe”, ossia di coagulare attorno a sé, di organizzare e di condurre alla vittoria una tale coscienza nazional-popolare: una volontà collettiva che tende a diventare universale e totale. Evidentemente con qualunque mezzo, dato che “il fine giustifica i mezzi” e la rivoluzione giacobina, per il suo carattere progressista e suscitatore di forze vive, è un bene in se stessa, auto-evidente e auto-giustificantesi.

Si torna, dunque, per tal via, al punto da cui Machiavelli era partito, e il cerchio si chiude: l’Italia ha bisogno di un principe, per debellare le forze conservatrici della storia, ossia la borghesia puramente parassitaria  nata dallo sfacelo della borghesia feudale; questo principe non può essere che il partito comunista; ergo, il destino storico dell’Italia (come vuole la dialettica hegeliano-marxista della tesi-antitesi-sintesi) è quello di realizzare le proprie magnifiche sorti e progressive per mezzo ed all’ombra del partito comunista.

Possibile che l’intelligentissimo Gramsci non si fosse accorto che il principe del comunismo esisteva già e non era affatto “solo” un partito, ma un uomo in carne ed ossa, proprio come Cesare Borgia, e si chiamava Stalin? Che se Cesare Borgia, a Senigallia, aveva ammazzato a tradimento (con il plauso di Machiavelli) cinque o sei capitani e signorotti romagnoli, per dare solidità e sicurezza al suo Stato, Stalin, per realizzare la collettivizzazione forzata delle campagne, aveva fatto fuori qualche milione di contadini conservatori e parassiti, i kulaki? E che anche l’Italia aveva il suo piccolo (molto, molto piccolo) principotto, quel Palmiro Togliatti che, alla scuola di Stalin, stava imparando a temprar lo scettro in attesa che le circostanze gli offrissero l’occasione di rientrare in Italia per governarla come un proconsole di quello?

Certo, anche questo è molto italiano.

Bisogna concluderne che il machiavellismo è divenuto, sì, la dottrina politica (non dichiarata, ma reale) dell’Occidente e dell’attuale superpotenza mondiale; ma che in esso vi è anche un elemento squisitamente italiano, cronicamente malato di presbiopia, che lo porta a vedere benissimo miserie e debolezze dei suoi avversari, ma non altrettanto chiaramente le proprie debolezze e le proprie miserie.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 01/02/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Del 10 Ottobre 2020

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