lunedì, 14 Giugno 2021
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Ci siamo scordati com’è nato lo Stato italiano?

Fransoni e il silenzio “pedagogico”. Ci siamo scordati com’è nato lo Stato italiano? a scuola non lo insegnano: massone, anticlericale e anticattolico cioè in odio alla religione professata dal 99% della popolazione di Francesco Lamendola  

Probabilmente molti di noi si sono dimenticati e altri non l’hanno mai saputo, perché a scuola non lo insegnano, come è nato lo Stato italiano: massone, anticlericale, anticristiano e anticattolico, cioè in odio alla religione professata dal 99% della popolazione. E chi non ricorda il passato, non comprende il presente, né può guardare consapevolmente al futuro. In ultima analisi, chi ignora il passato non sa neppure chi sia egli stesso. Può darsi, ad esempio, che molte persone, di discreta o anche di buona cultura, non abbiamo mai sentito il nome di Luigi Fransoni. Logico: fa parte del silenzio “pedagogico” su ciò che è politicamente sgradito, e quindi storicamente indicibile, da parte della scuola e dei professori, in gran parte di sinistra e figli ideologici del ’68 di nefasta memoria. Come non si insegna, per esempio, che tutte le rivoluzioni moderne, agitate dalla massoneria e dal marxismo, da quella francese a quella messicana, si sono particolarmente accanite contro i cristiani, specie i cattolici; e che la grande era delle persecuzioni anticristiane non è stata quella dell’Impero romano, ma quella della modernità e del cosiddetto progresso, dalla fine del XVIII secolo a oggi, e che tuttora continua. Del resto, basta accendere la televisione per rendersene conto: si ammazzano e si perseguitano oggi i cristiani più di quanto sia mai accaduto in passato (anche nell’Impero romano, i cristiani godevano di lunghi periodi di remissione; oggi, specie nei Paesi islamici, no, mentre nei Paesi ex cristiani la persecuzione è più sottile, ma, in compenso, sistematica e capillare). Ma come fare a rendersene conto, se perfino il papa, il capo della Chiesa cattolica, nega con estrema energia che si possa parlare di un terrorismo islamico, e perfino dopo che gli hanno sgozzato uno dei suoi preti in chiesa, durante il Sacrificio della Messa, se ne esce a dire che anche nella società cattolica, dopotutto, si ammazzano le mogli o le suocere per delle beghe familiari?

Fransoni, genovese, era nato nel 1789, l’anno della rivoluzione francese, da nobile famiglia; ordinato sacerdote nel 1814, divenne vescovo di Fossano, in Piemonte, nel 1821, e, nel 1832, arcivescovo metropolita di Torino. Era lui, dunque, a reggere la diocesi della capitale sabauda allorché si abbatté sulla Chiesa piemontese la bufera della legislazione liberale e giurisdizionalista, iniziata con le leggi Siccardi del 1850 e culminata con la legge Rattazzi del 1855, che portò alla crisi Calabiana, e con le leggi eversive del 1866-67: legislazione poi estesa, a partire dal 1861, alle altre regioni confluite nel nuovo Regno d’Italia (il Veneto nel 1866, Roma e il Lazio nel 1870, Trieste, Gorizia, Zara e il Trentino-Alto Adige nel 1918). Dopo l’approvazione delle leggi Siccardi da parte del Parlamento di Torino, con il voto favorevole del ministro Pietro De Rossi di Santarosa (cugino del noto patriota liberale Santorre di Santarosa), l’arcivescovo esortò il clero a non piegarsi e, venuto in punto di morte, per malattia, il De Rossi di Santarosa (si sarebbe spento il 5 agosto 1850), e chiesto il Viatico, si vide domandare una pubblica ritrattazione del suo operato nel governo d’Azeglio, indi, avendola rifiutata, di vide negare sia il Sacramento dell’estrema unzione, sia, in un primo tempo, le esequie cristiane, per volontà del parroco di San Carlo, il padre servita Bonfiglio Pittavino, che agiva secondo le istruzioni dell’arcivescovo. Poi, nonostante Fransoni, per calmare gli animi accesissimi, avesse accondisceso a che l’uomo politico ricevesse le esequie cristiane, scoppiò una violenta gazzarra e, poco dopo, le autorità lo fecero addirittura arrestare e tradurre in prigione, nella fortezza di Fenestrelle, in Val Chisone, ove rimase un buon mese, prima di essere espulso e costretto all’esilio, in Francia, dove rimase fino alla morte, avvenuta a Lione il 26 marzo 1862, senza aver dato le dimissioni e resistendo perfino alle pressioni del papa, Pio IX, che avrebbe preferito poter nominare un nuovo arcivescovo nella capitale sabauda. A monte di questa decisione del governo piemontese – decisione inaudita, perché puniva con il carcere e l’esilio un prelato che aveva agito nelle sue funzioni sacerdotali, imputandogli a reato la manciata assoluzione di un peccatore – c’era, in effetti, una ruggine di vecchia data: si volle fargli pagare, molto probabilmente, un conto rimasto in sospeso due anni prima, allorché l’arcivescovo si era rifiutato di appoggiare la decisione di Carlo Alberto di muovere guerra all’Austria (la Prima guerra d‘indipendenza), cosa che già lo aveva costretto a una fuga mascherata in Svizzera, anche se, in quel caso, aveva potuto fare ritorno,  non senza essersi inimicato per sempre la massoneria e il partito “patriottico”. E solo due mesi prima della detenzione alle Fenestrelle, l’arcivescovo aveva scontato un altro mese di carcere, a Torino, per aver dato indicazioni al clero di non obbedire alle leggi Siccardi.

Così lo scrittore Teresio Bosco, sacerdote salesiano, ha rievocato quella vicenda, nella sua celebre biografia di san Giovanni Bosco, per ricostruire lo sfondo storico sul quale si staglia la figura del grande educatore della gioventù (altro che don Lorenzo Milani…), senza conoscere la quale non si comprende quali fossero i veri termini della questione relativa non solo ai rapporto fra Stato e Chiesa nel Piemonte, e poi nell’Italia unita, del XIX secolo, ma neppure quelli, interni alla Chiesa e al mondo cattolico, del cosiddetto cattolicesimo liberale e dei vari Gioberti, Rosmini, Manzoni (da: T. Bosco, Don Bosco. Storia di un prete, Torino, Elle Di Ci, 1987, pp. 236-238; 241):

24 marzo 1848. L’Arcivescovo Fransoni nel Duomo di Torino ha pregato solennemente per il re Carlo Alberto e il principe ereditario Vittorio Emanuele, che nella notte partiranno per il fronte della prima guerra d’indipendenza. Re e principe hanno partecipato alla sua preghiera, nel Duomo gremitissimo. All’uscita, l’Arcivescovo è fischiato sonoramente. I carabinieri si fanno largo a forza verso le squadre di studenti e di agitatori, ma essi si disperdono lanciando pesanti insulti verso Fransoni. Nelle ore seguenti, sotto le finestre dell’arcivescovado, si rinnovarono chiassate e sassaiole. Il ministro dell’Interno fa avvisare cortesemente ma fermamente Fransoni che non può garantire della sua incolumità. Si sa che l’Arcivescovo è contrario alla guerra contro l’Austria, e le reazioni sono imprevedibili., è invitato a “fare un viaggio”, in Svizzera.

29 marzo. Mons. Fransoni parte per Ginevra, dopo aver manifestato la propria indignazione contro un governo che non sa garantire l’incolumità dei suoi cittadini. È l’inizio dello scontro durissimo che, negli anni seguenti, contrapporrà Stato e Chiesa.

Dicembre 1849. La prima guerra d’indipendenza è definitivamente perduta. Nuovo re è Vittorio Emanuele II. Tante cose sono cambiate, ma il permesso all’Arcivescovo Fransoni di rientrare nella sua città non è stato ancora concesso. Mille preti e diecimila laici presentano una petizione al primo ministro d’Azeglio perché il ritorno di Fransoni sia consentito. A denti stretti, d’Azeglio accetta. Nel febbraio 1850, senza clamori, l’arcivescovo rientra in Torino.

Nella primavera di quell’anno è discusso alla camera il disegno di legge del ministro Siccardi. Propone di abolire la “convenzione sulle indennità” concordate nel 1841 tra il Regno di Sardegna e la Santa Sede; IL FORO ECCLESIASTICO, per il quale i preti macchiatisi di delitti comuni venivano giudicati da tribunali loro riservati; LA POSSIBILITÀ DI ACCRESCERE I BENI DELLA CHIESA mediante lasciati ed eredità; il diritto d’asilo, per il quale non si poteva arrestare nessuno in una chiesa o in un convento.

9 aprile. Il re firma la legge approvata dalla Camera e dal Senato. Il papa protesta vivacemente. Il Nunzio apostolico presso il governo piemontese lascia Torino. Gli arcivescovi di Torino (Fransoni) e di Cagliari (Marongiu) dichiarano la legge ingiusta e vietano ai preti di osservarla. Entrambi sono arrestati e imprigionati. Fransoni è condannato a un mese di carcere da trascorrersi nella Cittadella di Torino. Viene internato il 4 maggio. Uscirà il 2 giugno. […]

Agosto 1850. Il ministro dell’Agricoltura Pietro Derossi di Santarosa è in fin di vita. Chiede il Viatico. L’arcivescovo ordina al parroco di esigere pubblica ritrattazione per aver approvato la legge Siccardi.  Il ministro rifiuta e muore sena Viatico. Le bande anticlericali si scatenano contro l’Arcivescovo, i preti, i religiosi.  La tensione in città è gravissima. Il ministro della Guerra, Alfonso La Marmora, manda i carabinieri ad arrestare Fransoni. È il 7 agosto. Viene portato nella fortezza di Fenestrelle, presso il confine francese. Di qui, il 29 settembre, è accompagnato al confine. L’arcivescovo raggiunge Lione, dove vivrà esiliato fino alla morte, nel 1862. Il primo ministro d’Azeglio presenta in Parlamento un progetto legge per l’imposizione del matrimonio civile. I cattolici piemontesi (sono la grande maggioranza anche se al Parlamento per il quale vota il 2 per cento della popolazione, non son praticamente rappresentati) reagisce duramente. Il re dichiara che in coscienza non potrà mai firmare quella legge. D’Azeglio la ritira [… ] 1854. Si comincia a discutere in Parlamento un disegno di legge presentato dal ministro Rattazzi. Viene chiamato spregiativamente “la legge dei frati”. Il nuovo primo ministro Camillo Cavour ha dichiarato più volte che il principio che lo guida nella politica verso la Chiesa è “libera Chiesa in libero Stato”. La legge che Rattazzi (membro del suo governo) presenta è una flagrante violazione del principio. Essa propone di sopprimere gli ordini religiosi “non dediti all’istruzione, alla predicazione o all’assistenza ospedaliera”, cioè metà dei conventi del Piemonte. Lo Stato incamererà i beni degli ordini soppressi. “Era una intromissione dello Stato nella vita della Chiesa – scrive Francesco Traniello – specialmente grave per il fatto che il governo si arrogava il diritto di decidere quali ordini religiosi potevano ancora essere utili alla società, secondo un criterio per così’ dire produttivistico, Anzi, Cavour giunse ad affermare che gli ordini disciolti non erano più utili neppure alla Chiesa”. La legge, per le violente proteste da cui fu investita, fu chiamata da Cavour “maudite loi”, “legge maledetta”. […] Qualunque fosse lo stato d’animo del re, 13 giorni dopo la morte del suo ultimo nato egli firmò la “maudite loi” [n. 878 del 29 maggio 1855]. Furono soppressi 35 ordini religiosi, chiuse 334 case, sfrattati 5.456 fra preti, frati e suore. Ad essi furono negati i diritti civili di contrarre matrimonio, di possedere, di ereditare e di fare testamento. Persero anche il diritto al voto politico e amministrativo, perché non costituissero una milizia elettorale per il “partito reazionario”. Fu una grave violazione del diritto comune. A frati e suore fu assegnata una pensione o un assegno di lire 1,50 al giorno per gli uomini, e una lira per le donne, decurtati dell’imposta di ricchezza mobile. Lo Stato rivendicò pure la designazione dei vescovi. Tra Stato e Chiesa era guerra aperta.

Benissimo, dirà qualcuno; ma questa è storia vecchia, passata, dimenticata. A che scopo riesumare gli scheletri nell’armadio, agitare dei fantasmi? Rispondiamo: perché non è affatto storia vecchia, ma presente; e non sono affatto fantasmi, ma persone in carne e ossa. La sola differenza sostanziale è che la Chiesa cattolica non ha più, oggi, degli uomini che possiedano un centesimo della coerenza e del coraggio personale di un arcivescovo come Luigi Fransoni. Non è che siano cambiati realmente i rapporti fra la cultura laicista e anticlericale dello Stato italiano, che è nel suo DNA, e la Chiesa: quel che è cambiato è lo spirito della Chiesa stessa, clero e laici, a partire dal vertice della piramide: cioè dal collegio dei cardinali e dal pontefice stesso. Siccome la Chiesa odierna ha deciso, a suo tempo, di giocare tutte le sue carte nel farsi accettare dallo Stato, dalla società civile e dalla cultura profana, anche a prezzo di svendere la propria identità, la propria specificità e la propria coerenza, noi, oggi, tendiamo a non percepire neppure quanto sia innaturale e, in ultima analisi, quanto poco fedele al Vangelo, la condotta del papa, dei cardinali, dei vescovi e dei sacerdoti, per non parlare dei fedeli laici, in tutte quelle questioni etiche, sociali, politiche e culturali, nelle quali sono in gioco i valori essenziali del cristianesimo. Quando si è verificata, esattamente, questa svolta, questa autentica inversione ad “U”? Secondo noi, per l’Italia, l’inizio si colloca con la nascita della Repubblica democratica, nel 1946; o, se si vuole essere ancora più precisi, all’indomani della caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943. Il discorso, sul piano prettamente storico, sarebbe troppo lungo e ci riserviamo di tornarci sopra un’altra volta; per adesso, ci limitiamo ad osservare che si è trattato di un fenomeno che, pur avendo radici essenzialmente politiche, ha investito, contemporaneamente, la sfera più ampia della società, della cultura e della morale; e, inoltre, che si è trattato di un fenomeno non solo italiano, ma europeo e mondiale, consistente, in ultima analisi, nell’adeguamento della Chiesa cattolica e della cultura cattolica ai parametri della società e della cultura moderna. Insomma: fino alla prima metà del XX secolo la Chiesa ha lottato per conservare la propria identità, la propria missione, la propria alterita rispetto al “mondo”; dopo la Seconda guerra mondiale, si è progressivamente adeguata al nuovo paradigma culturale, quello della modernità, credendo, nel fare così, di essere riuscita a saltare sul carro vincente, e sia pure in extremis, senza rendersi invece conto di aver sottoscritto la propria condanna: perché, una volta entrata nel paradigma della modernità, era inevitabile che accadesse quel che oggi è sotto i nostri occhi, beninteso se siamo disposti a vederlo: l’appiattimento della Chiesa e della cultura cattolica sulle categorie del pensiero e della pratica laiciste, materialiste, edoniste, naturaliste e storiciste, il cui denominatore comune è la dittatura del relativismo contrabbandata sotto le vesti rassicurati della democrazia, del dialogo, della tolleranza e del rispetto del diverso. Ma la verità è che il diverso viene tollerato e accettato solo se ciò risulta funzionale al paradigma moderno: e del paradigma moderno è parte essenziale la distruzione della Chiesa o il suo svuotamento dall’interno, sino a renderla un innocuo giocattolo nelle mani dei poteri di questo mondo e, soprattutto, dei padroni della finanza mondiale, che sono, oggi, i veri padroni del mondo (realtà lucidissimamente denunciata, in tempi non sospetti, dal papa Pio XI, fin dagli anni ’30 del Novecento).

Questa, dunque, è la situazione presente, sempre se siamo disposti a guardarla in faccia e non preferiamo auto-ingannarci, come fanno, in buona o in cattiva fede, i cosiddetti cattolici progressisti, molti dei quali non sono altro che dei modernisti mascherati, ossia dei consapevoli seguaci di una eresia anticattolica e anticristiana. Certo, potemmo tentare di consolarci, si fa per dire, osservando che, in altri Paesi di tradizione cattolica (non possiamo dire “cattolici”, sia chiaro, ma, semmai, ex cattolici, il che significa, in pratica, pressoché anti-cattolici), le cose vanno ancor peggio: valga per tutti il caso del professore belga che ha osato esprimere un giudizio morale di segno negativo sulla pratica dell’aborto e che è stato abbandonato, scaricato e perfino criticato e condannato, nella maniera più netta, dalla chiesa “cattolica” (a questo punto le virgolette sono d’obbligo, come pure la lettera minuscola per il sostantivo) del suo Paese. Le cose sono arrivate al segno che i veri cattolici, seri e coerenti, vengono fatti passare per “fondamentalisti” e descritti come “rigidi”, addirittura come “ideologici” e fomentatori di divisioni (ma rispetto a chi o a che cosa?) e, naturalmente, come degli intolleranti, dei nemici del dialogo e della concordia fra gli uomini: e tutto questo non tanto da parte dei non cattolici, ma proprio dei sedicenti cattolici di segno progressista, nelle cui file milita ora anche il papa. A dispetto del fatto che Gesù stesso abbia detto: Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione…. D’ora innanzi in una casa il padre sarà contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia e la figlia contro la madre; la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera (cfr. Luca, 12, 51-53). Ma i modernisti e i cattolici progressisti, che sono anche, per vocazione e per convinzione ideologica, dei buonisti a tutto campo (con la sola eccezione dei cattolici veri, ai quali non fanno il minimo sconto, anzi, ai quali non riconoscono nemmeno la qualifica di cattolici), questo discorso non lo vogliono sentire, non lo vogliono accettare. Per loro, un cattolico “adulto” deve andare, per forza, d’accordo col mondo; e la sola maniera che conoscono, per andare d’accordo con esso, è quella di non dire mai di no alle sue richieste, alle sue pretese, ai suoi voleri. Altre maniere non ne conoscono, perché la cosa di cui hanno più paura e vergogna è quella di dispiacere al mondo, di passare per oscurantisti, tradizionalisti, bigotti e nemici del progresso: per cui sono sempre protesi nello sforzo di far vedere che sono più realisti del re, vale a dire che sono più progrediti dei progressisti laici. E pazienza se dispiacciono a Dio.

Un vescovo italiano disposto ad andare anche in prigione, se occorre, e sia pur simbolicamente, sia pure per un giorno o due, siamo certi che, oggi, non si troverebbe. Ma che stiamo dicendo, andare in carcere? Non se ne troverebbe uno disposto a pagare una multa, a subire un processo (da cui, magari, uscirebbe assolto), a incassare l’attacco della stampa laicista e progressista; al contrario: li vediamo fare la fila per esser intervistati dai maggiori giornali, per essere invitati in televisione, per far la ruota come pavoni davanti a un pubblico irreligioso e anticlericale: vedi lo sconcio discorso di monsignor Vincenzo Paglia sul defunto Marco Pannella, tenuto dietro invito dei radicali per commemorare le preclare virtù morali del grand’uomo. E se, ogni tanto, qualche vescovo e qualche abate, effettivamente, finiscono nelle maglie della giustizia, e perfino – scandalo supremo – nella lista nera della stampa e della televisione poltically correct, non accade mai che ciò avvenga per delle ragioni etiche e di principio, ma sempre e solo per squallide vicende di denaro o di abusi sessuali sui minori. Almeno il clero polacco, ungherese e degli altri Paesi che subirono la dittatura marxista, hanno sperimentato sulla loro pelle la durezza della persecuzione, e hanno mostrato di sapersi battere: come fece il vescovo di Trieste, Antonio Santin, quando la Jugoslavia si annetté una parte di quella diocesi. Ma gli altri? Se Cristo tornasse fra noi, troverebbe la fede nei suoi pastori?…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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