venerdì, 24 Settembre 2021
HomeSTORIAPersonalità storicheCome l’ammiraglio Doenitz sfuggì di misura alla condanna a morte nel processo...

Come l’ammiraglio Doenitz sfuggì di misura alla condanna a morte nel processo di Norimberga

Come l’ammiraglio Doenitz sfuggì di misura alla condanna a morte nel processo di Norimberga. La condanna a 10 anni suscitò la sorpresa, il dissenso e perfino lo sdegno di non pochi esponenti dello stesso schieramento alleato di Francesco Lamendola  

Benché gli Alleati, nella condotta della guerra marittima, e anche di quella sottomarina, si siano resi responsabili, durante la Seconda guerra mondiale, di numerose violazioni del diritto internazionale e di alcuni veri e propri crimini di guerra, nondimeno, al processo di Norimberga, tentarono di addossare all’ammiraglio Karl Doenitz, comandante della Marina tedesca dal 30 gennaio 1943 (in sostituzione dell’ammiraglio Erich Raeder) la responsabilità di una condotta criminale nelle operazioni sottomarine, con relativa condanna a morte; e fu solo per l’abilità e il coraggio mostrati dal suo avvocato difensore se ciò venne evitato, anche se il tribunale non rinunciò ad infliggergli comunque una condanna a 10 anni di reclusione, che suscitò la sorpresa, il dissenso e perfino lo sdegno di non pochi esponenti dello stesso schieramento alleato.

Fra i crimini alleati nella guerra navale possiamo ricordare il trattamento inumano riservato ai soldati italiani, catturati nella battaglia di El Alamein, e trasportati verso la prigionia a bordo del mercantile armato «Laconia», al punto che, quando un siluro tedesco colpì la nave, affondandola, il 12 settembre 1942, al largo dell’isola Ascensione, le sentinelle inglesi e polacche respinsero con le armi il tentativo di quei poveretti di uscire dalle stive per guadagnare il ponte e tentare di mettersi in salvo sulle scialuppe (cfr. il nostro precedente articolo: «Una pagina al giorno: Mozzare le mani ai naufraghi, di A. Trizzino», pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 29/05/2009, recentemente ripubblicato sul «Il Corriere delle Regioni»); per non parlare del bombardamento aereo, da parte di un «Liberator» statunitense, del sommergibile tedesco U.156, impegnato nel rimorchio dei sopravvissuti, che pure esponeva una bandiera della Croce Rossa e che aveva comunicato, via radio, la natura umanitaria dell’operazione in cui era impegnato, bombardamento che costrinse il sommergibile a tagliare i cavi con cui stava rimorchiando le scialuppe di salvataggio e ad immergersi prontamente, abbandonando al loro destino i naufraghi. Rimasero tuttavia nei paraggi altri due sommergibili tedeschi e l’italiano «Comandante Cappellini», quest’ultimo appartenente alla squadra di Bordeaux, cosa che permise di limitare il bilancio della tragedia, che rimase comunque altissimo: oltre 1.600 uomini, in maggioranza italiani, perirono in quelle acque, soprattutto a causa del comportamento degli Alleati, contrario non solo alle norme di guerra, ma anche alle regole più elementari e doverose dell’umanità e della civiltà.

L’ammiraglio Doenitz era accusato, in particolare, di avere ordinato la guerra sottomarina “senza restrizioni”, ossia indiscriminata, vale a dire senza dare un preavviso alle navi attaccate e senza preoccuparsi di mettere in salvo gli equipaggi nemici; e questo specialmente dopo l’emissione del “Triton null”, un ordine di servizio ai comandanti dei sommergibili che ribadiva e inaspriva il precedente ordine permanente numero 154, in base al quale non si doveva prestare soccorso agli equipaggi delle navi affondate, cosa che violava l’Accordo Navale del 1936 (articolo 22) stipulato a Londra e sottoscritto anche dal governo tedesco. Naturalmente nessuno dei giudici si sognò di ricordare che il “Trition null” fu una diretta conseguenza della vicenda del «Laconia» e del tentativo di un aereo statunitense di affondare il sommergibile tedesco impegnato a prestare soccorso ai naufraghi. Tanto meno qualcuno si sognò di porre la guerra sottomarina tedesca (e italiana) nella giusta prospettiva storica e strategica, ossia come la sola possibile e realistica risposta, proporzionata alla gravità dell’offesa, al blocco marittimo con il quale la Gran Bretagna e, poi, gli Stati Uniti, cercarono – come del resto già avevano fatto nel corso della Prima guerra mondiale – di ridurre alla fame il nemico, o, per meglio dire, l’intero continente europeo, attaccando e affondando qualsiasi nave, anche neutrale, diretta verso i porti delle potenze dell’Asse o verso quelli dei Paesi da essa occupati.

L’accusa rivolta all’ammiraglio tedesco, però, era assurda anche considerata in se stessa, a prescindere dal contesto difensivo della guerra sottomarina condotta dalle potenze dell’Asse, dal momento che Karl Doenitz aveva fatto, con i suoi sottomarini, esattamente la stessa cosa che avevano fatto i Britannici con i loro, nelle acque dell’Oceano Atlantico e del Mare del Nord, e gli Americani con i loro, in quelle dell’Oceano Pacifico: attaccare senza preavviso e senza limitazioni, cioè senza preoccuparsi di soccorrere i naufraghi, tutte le navi nemiche o le navi comunque dirette verso i porti nemici. E a ciò si aggiunga ancora un altro elemento di fatto, non certo secondario: cioè che erano stati i Britannici ad innescare la spirale distruttiva della guerra sottomarina, armando le loro navi mercantili e dando ordine ai loro comandanti di resistere ad eventuali attacchi nemici con tutte le loro forze. In pratica, molte navi mercantili alleate disponevano di cannoni e di mitragliatrici, con i quali erano in grado di mettere seriamente in pericolo un sommergibile che si fosse avvicinato per intimare la resa, o anche per raccogliere i naufraghi di altre navi affondate; cosa che, del resto, accadde parecchie volte e che costituiva un gravissimo precedente anche da punto di vista giuridico. Infatti, così facendo, veniva abolita la distinzione fra Marina da guerra e Marina mercantile, fra personale militare e personale civile, creando e istituzionalizzando una ambiguità di fondo, che esponeva a conseguenze mortali anche gli equipaggi delle navi mercantili ed eventuali passeggeri presenti a bordo.

Anche questo, del resto, faceva parte di un film vecchio e già visto. Il famoso transatlantico inglese «Lusitania», silurato e affondato dal sommergibile tedesco U-20 il 7 maggio 1915 – tragedia che tanto scosse e indignò l’opinione pubblica internazionale, e particolarmente americana, tanto da creare un precedente per il futuro intervento in guerra degli Stati Uniti, poiché in quel naufragio perirono anche 123 cittadini statunitensi – non era affatto una nave inerme e pacifica, ma era stato adattato ad incrociatore ausiliario, con le piazzole per due cannoni girevoli, e trasportava parecchio materiale bellico, tanto è vero che la seconda esplosione che ne causò la fine, la più grave, fu dovuta alla conflagrazione dell’esplosivo che si trovava accatastato nelle stive. E a tutto ciò si aggiunga che l’ambasciatore tedesco a New York aveva diffidato i cittadini statunitensi dal salire a bordo del «Lusitania», acquistando una pagina sui giornali per ricordare loro il pericolo che correvano, se avessero deciso di navigare su di una nave inglese in zona di guerra; e che le autorità navali britanniche, allora guidate da Winston Churchill, lasciarono avvicinarsi la nave alle coste irlandesi senza mandarle incontro alcuna scorta, benché un sommergibile tedesco fosse stato avvistato in quella zona: come dire che essa venne mandata deliberatamente al macello per ragioni politiche, ossia per provocare una reazione statunitense e, possibilmente, il desiderato intervento in guerra del presidente Wilson al fianco dell’Intesa.

Ma torniamo al processo di Norimberga e al’accusa rivolta all’ammiraglio Doenitz. Francis Biddle, membro americano della Corte di Norimberga, ha lasciato una significativa testimonianza sui retroscena della Camera di consiglio, dove i giudici del Tribunale internazionale decidevano, uno per uno, la sorte degli imputati tedeschi (in: «Il processo di Norimberga», a cura di Giuseppe Mayda, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1972, pp. 104-107):

«… Un altro dissenso si manifestò quando prendemmo in considerazione le prove  carico di Karl Doenitz, comandante in capo della Marina tedesca. Egli non aveva partecipato al piano che prevedeva una guerra di aggressione. Era un militare di carriera che assolveva a doveri strettamente tattici. Si occupava esclusivamente della guerra sottomarina. La sua fu senza dubbio una guerra d aggressione, ma tutti noi eravamo riluttanti a ricorrere a un’accusa così grave se non aveva partecipato alla congiura, limitandosi ad obbedire agli ordini dopo lo scoppio della guerra.  L’essenza della sua colpa era di aver condotto una guerra sottomarina senza restrizioni,  contraria al Protocollo Navale del 1936,  al quale aveva aderti anche la Germania.

Otto Kranzbuehler, l’avvocato di Doenitz, mostrò una straordinaria abilità nella scelta della linea difensiva. Egli chiese al Tribunale il permesso di interrogare l’ammiraglio Chester W. Nimitz, capo della flotta americana del Pacifico, per determinare in che modo egli avesse usato i suoi sommergibili quando gli Stati Uniti  erano entrai in guerra. I quattro pubblici ministeri si opposero immediatamente, in particolare David Maxwell Fyfe, , rappresentante degli inglesi: ciò che ea accaduto nel Pacifico non aveva alcun rapporto con ciò che avevamo fatto i tedeschi. Ma, rispose Kranzbuehler, la accusa principale a carico del suo cliente era di guerra sottomarina senza restrizioni, in violazione di un trattato. I pubblici ministri non avevano evidentemente  compreso il tenore della sua richiesta.  Non era stato proprio Jackson, il capo accusatore per gli Stati Uniti, a dire nel suo rapporto al Presidente Truman: “Le innovazioni e le revisioni nel diritto sono prodotte da atti del governo che hanno lo scopo di sopperire a un cambiamento nelle circostanze. Esso si evolve, come ha fatto il diritto comune, attraverso decisioni raggiunte di volta in volta nell’adattar ei principi stabiliti a nuove situazioni”? Ecco una situazione nuova: le navi mercantili avevano ricevuto l’ordine di opporre una resistenza armata e in realtà, da parte della Germania, come pure da parte dei governi alleati, era stato modificato il trattato.

Durante la seduta in camera di consiglio la Unione Sovietica si oppose a ogni discussione prolungata sull’argomento: perché preoccuparsi di dettagli? La Francia pensava che il problema dovesse essere deciso delle due grandi nazioni marittime: Inghilterra e Stati Uniti. Io insistei perché la richiesta fosse accolta: gli Stati Uniti non avevano nulla da nascondere. Parlavo dal punto di vista di uno speciale privilegio: gli altri i avrebbero appoggiato? Questo piacque al generale sovietico, che rinunciò alla sua opposizione. Lawrence accettò, seppure di malavoglia. Era un uomo onesto e scrupoloso. Le sue domande suggerite dalla difesa di Doenitz  furono inoltrate, e le risposte del’ammiraglio Nimitz vennero lette in Tribunale quattro mesi dopo.

D.: Era normale che i sommergibili attaccassero senza preavviso?

R.: Sì, a parte le navi ospedale e quelle munite di salvacondotto…. Il 7 dicembre 1941 il capo delle operazioni navi ordinò guerra contro il Giappone senza restrizioni.

Quando venne il momento di occuparsi del verdetto di Doenitz, Parker ed io ci trovammo in netto disaccordo. Ma lui, come sostituto, non aveva diritto al voto pur avendo partecipato a tutte le discussioni. Io pensavo, e lo dissi parecchie volte, che avremmo fatto la figura degli stupidi se avessimo condannato Doenitz per aver fatto, verso la fine della guerra, quello che l’ammiraglio Nimitz aveva fatto in nome degli Stati Uniti. Votai quindi per l’assoluzione. Ma i miei colleghi ritennero che vi fossero prove della partecipazione di Doenitz a certe atrocità sufficienti per giustificare una condanna, e gi furono dati dieci anni.

Lo Statuto del Tribunale stabiliva che il verdetto di colpevolezza o di innocenza per ogni imputato dovesse precisare le ragioni sulle quali esso si basava. Quando fu il turno di Doenitz, dissi che era colpevole di violazione del Protocollo Navale ma che in considerazione della guerra sottomarina senza restrizioni condotta sia dagli inglesi nello Skagerrak, sia dagli americani nel Pacifico, la condanna di Doenitz non era stata emessa in base alle sue trasgressioni al diritto internazionale della guerra sottomarina, bensì a causa della parte sostenuta  in altri crimini di guerra.»

Dunque, senza l’iniziativa dell’avvocato Kranzbuehler, e senza il documento scritto firmato dall’ammiraglio Nimitz, la sorte dell’ammiraglio Doenitz sarebbe stata segnata: l’impiccagione, come accadde, fra gli altri, al feldmaresciallo Wilhelm Keitel, Capo del Comando supremo delle Forze armate tedesche, e al generale Alfred Jodl, Capo di Stato Maggiore dello stesso organismo (in sigla, O. K. W.: Oberkommando der Wehrmacht), perché ai criminali di guerra non si concede la fucilazione, come a dei soldati “rispettabili” (Keitel, infatti, la richiese invano).

Quali conclusioni trarre da questa vicenda? Essa mostra ad abundantiam la natura politica, e non penale, del processo di Norimberga: agli Alleati, giudici e parti in causa nello stesso tempo, non importava tanto definire le singole responsabilità degli imputati (Stalin, del resto, aveva dichiarato a Roosevelt che, per lui, si sarebbe potuto anche giustiziarli tutti, senza perder tempo con processi), quanto emettere una sentenza politica. Che, evidentemente, non poteva essere se non di condanna…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Gennaio 2016

Del 30 Ottobre 2020

Most Popular

Recent Comments