domenica, 28 Febbraio 2021
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La campagna russo-giapponese di Nomonhan: seconda fase (20 agosto – 16 settembre 1939)

La campagna russo-giapponese di Nomonhan: seconda fase 20 agosto – 16 settembre 1939. La notte di S. Silvestro del 1936 il Giappone invade la Manciuria. La guerra sarà durissima e finirà nel 1939 con la sconfitta dei giapponesi di Francesco Lamendola

La prima campagna di Nomonhan era stata combattuta dall’11 maggio al 25 luglio 1939, in una zona in parte collinosa, in parte paludosa del confine tra Mongolia Esterna e Impero del Manciukuo, presso le sponde del fiume Chalchin-Gol (cfr. il nostro precedente articolo La campagna russo-giapponese di Nomonhan: prima fase, 11 maggio – 25 luglio 1939, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).

Alla fine di luglio vi fu una pausa nei combattimenti ed entrambe le parti fecero affluire ingenti rinforzi verso la zona di operazioni. Si trattava di una regione lontana dalle linee ferroviarie, per cui le truppe e i materiali vennero trasportati per mezzo di lunghe colonne autotrasportate. I Sovietici, soprattutto, desideravano concludere la campagna con una vittoria schiacciante: Stalin, per ragioni politiche, desiderava ammonire i Giapponesi (e, indirettamente, i Tedeschi) circa il fatto che l’Armata Rossa era uno strumento pur sempre efficiente, nonostante le recenti «purghe» che ne avevano decimato i comandi. E anche il nuovo comandante nel settore dell’Estremo Oriente, il maresciallo Žukov, desiderava affermarsi con un brillante successo militare, quasi a voler emulare il suo predecessore, maresciallo Blücher, che era morto nel 1938, non si sa bene in quali circostanze, dopo aver sostenuto vittoriosamente la campagna del Lago Chasan (cfr. il nostro articolo La campagna russo-giapponese del Lago Chasan, 31 luglio – 13 agosto 1938, sempre sul sito di Arianna Editrice).

Scrive lo storico militare inglese John Erickson, esperto di problemi dell’Estremo Oriente e dell’Unione Sovietica, nel suo ricco e documentatissimo volume Storia dello Stato Maggiore sovietico (titolo originale: The Soviet High Command. A Military-Political History, 1918-1941, Macmillan & Co, London, 1961; traduzione italiana di Elena Spagnol Vaccari, Feltrinelli editore, Milano, 1963, pp. 516-521):

Nell’ultima conversazione con Ribbentrop, la notte fra il 23 e il 24 agosto, Stalin aveva parlato del problema del Giappone dichiarando che la pazienza sovietica aveva un limite e che le«provocazioni giapponesi» stavano diventando intollerabili. «Se il Giappone desiderava la guerra, l’avrebbe avuta». L’assistenza tedesca nell’ottenere un miglioramento nei rapporti tra i due paesi sarebbe riuscita  «utile»; ma Stalin desiderava che i giapponesi non capissero che l’iniziativa era partita dai russi. A quella data, la controffensiva sul Chalchjin-Gol era quasi alla fine della prima fase. Al principio dell’agosto i sovietici avevano fatto affluire nella zona potenti rinforzi. Le  formazioni esistenti erano state incorporate nel 1° Gruppo d’Armata, con a capo un Soviet militare diretto dal comandante di corpo Žukov. Il comandante d’armata di secondo grado Štern comandava un settore del fronte la cui base era il Distretto Militare del Trans-Bajkal, e a cui era assegnata la funzione di coordinare l’azione delle truppe sovietiche con quella delle truppe mongole. Nella zona delle operazioni vennero fatti affluire l’82a e la 57a Divisione Fucilieri, un reggimento della 152a Divisione Fucilieri, la 6a Brigata Corazzata, l’85° Reggimento Contraereo, il 126° reggimento d’Artiglieria, la 212a Brigata di Aviosbarco e parecchie compagnie di cari armati lanciafiamme. Per trasportare nella zona 18.000 uomini vennero usati 720 autocarri, altri 2.600 trasportarono le munizioni e il carburante necessari per l’artiglieria e i carri armati. Žukov ricorse a complicate manovre per mascherare le sue intenzioni offensive. Fece distribuire in gran numero copie di un manualetto intitolato Quel che il soldato sovietico deve sapere della difesa, mandò uomini a lavorare alle fortificazioni difensive; dieci giorni prima dell’attacco autocarri privi di marmitte vennero fatti correre lungo tutto il fronte per coprire il rumore dei carri armati che si avvicinavano alle linee. Venne sviluppata una stretta cooperazione fra truppe di terra e forze aeree; piloti studiarono il terreno con le truppe, vennero formati gruppi speciali da ricognizione, pattuglie notturne e aerei vennero usati per individuare le posizioni nemiche. Žukov assegnò al suo stato maggiore dodici ufficiali di collegamento addetti alla supervisione delle operazioni e al mantenimento dei contatti. Come era accaduto al lago Chasan, grandi sforzi furono dedicati alla preparazione politica delle truppe. Alla vigilia dell’attacco, Žukov aveva al suo comando 35 battaglioni di fucilieri e 20 squadroni di cavalleria contro i 25 battaglioni e 17 squadroni giapponesi; disponeva inoltre di 498 carri armati  (fra cui alcuni nuovi modelli T-34), di 346 autoblinde e 500 aeroplani.

Il piano di Žukov stabiliva che il nemico sarebbe stato attaccato con forze preponderanti sui fianchi; l’accerchiamento e la distruzione delle forze giapponesi doveva avvenire nella zona compresa fra l’argine orientale del Chalchin-Gol e la linea di frontiera. A questo scopo venero formati due gruppi d’assalto (settentrionale e meridionale), con un terzo gruppo destinato a impegnare il nemico al centro. Il gruppo meridionale era composto dalla 57a Divisione Fucilieri, dall’8a Divisione di Cavalleria mongola, dall’8a Brigata Meccanizzata, dalla 6a Brigata Corazzata (meno due battaglioni), da un battaglione dell’11a Brigata Corazzata con artiglieria, cannoni anticarro e una compagnia di carri armati T-130. Il gruppo centrale era composto dall’82a Divisione Fucilieri, dalla 36a Divisione Fucilieri (motorizzata) e dalla 5a Brigata Mitraglieri (mista). Il gruppo settentrionale era composto dalla 6a Divisione di cavalleria mongola, dal 601° Reggimento Fucilieri (distaccato dall’82a Divisione, assegnata al gruppo centrale), della 7a Brigata Meccanizzata, da due battaglioni dell’11a Brigata Corazzata e da un battaglione della 6a Brigata, dall’82° reggimento Obici  e dall’87° battaglione Anticarro. La riserva del 1° Gruppo d’Armata consisteva nella 212a Brigata di Sbarco Aereo, nella 9a Brigata Fucilieri (motorizzata) e in un battaglione della 6a Brigata Corazzata. Il 20 agosto queste forze di riserva ricevettero l’ordine di prendere posizione tre o quattro chilometri a sud della alture di Chamar-Daba e di tenersi pronte a sfruttare il successo dell’uno o dell’altro gruppo d’assalto. Il gruppo meridionale doveva sferrare l’attacco principale, distruggere il nemico a sud del Chailastyn-Gol,poi attraversando il fiume e portandosi sull’argine occidentale di esso per cooperare con il gruppo settentrionale e con quello meridionale nei compiti di accerchiare  e distruggere le forze giapponesi nel settore settentrionale e di tagliare loro la ritirata verso est. L’attacco sarebbe iniziato con un bombardamento d’artiglieria della durata di due ore e tre quarti, appoggiato da attacchi aerei contro le posizioni nemiche. In previsione dell’offensiva imminente, il comando aveva elaborato complicate disposizioni riguardanti l’artiglieria, evitando così l’errore commesso al Lago Chasan. Con le limitate operazioni del 7-8 agosto i sovietici avevano ottenuto qualche piccolo miglioramento delle loro posizioni sull’argine orientale del Chalchin-Gol; ma il grosso delle forze non venne trasferito vicino al fiume fino al 17-18 del mese. Žukov batté i giapponesi sul tempo con un margine di quattro giorni: un editto imperiale aveva infatti assegnato alla 6a Armata giapponese il compito di spezzare la resistenza sovietica con un’offensiva che avrebbe dovuto avere inizio il 24. Žukov aveva già sferrato la sua offensiva, alle 5,45 antimeridiane del 20 agosto.

Alle 9 del mattino del 20 agosto la fanteria sovietica, appoggiata da carri armati e da aeroplani, passò all’attacco, su un fronte lungo circa 77 chilometri. Per tre giorni i gruppi d’assalto settentrionale e meridionale dovettero combattere per aprirsi una strada e conseguire l’accerchiamento iniziale dei giapponesi; avrebbero potuto svolgere più rapidamente il loro compito se il gruppo settentrionale, comandato dal colonnello Olekeseyenko, non avesse incontrato una resistenza accanitissima nella zona fortificata presso le alture Fui. Per due giorni, il 21 e il 22, gli attacchi alle posizioni giapponesi furono vani; il successo fu raggiunto solo gettando nella lotta le unità di riserva: la 9a Brigata Meccanizzata e la 21a Brigata di Aviosbarco. Si erano perduti tempo e uomini. Il 24 i giapponesi sferrarono un attacco con due reggimenti di fanteria appoggiati da aerei operanti da una base a sud-est di Nomon-Han-Burd-Obo,con lo scopo di alleggerire la pressione dei sovietici sulle truppe nipponiche  accerchiate. Per far fronte ala minaccia, l’80° Reggimenti Fucilieri (della 57a Divisione), rafforzato con la 6a Brigata Corazzata e con un altro reggimento fucilieri, fu assegnato al compito di contenere l’attacco giapponese, e il 26 lanciato all’attacco contro il fianco delle truppe nemiche. Entro la orsa delle truppe sovietiche, i giapponesi organizzarono una forte resistenza, costringendo il nemico a combattere disperatamente per ogni trincea e per ogni postazione d’artiglieria.

Il 24 segnò l’inizio d’una seconda fase delle operazioni, in cui le truppe sovietiche furono impegnate nel compito di contenere i contrattacchi giapponesi e di distruggere la resistenza nemica nel settore settentrionale. Žukov lanciava un attacco dopo l’altro, senza badare alle perdite. A un comandante di divisione il quale riferiva che le truppe non potevano avanzare più oltre, Žukov ordinò di continuare le operazioni se non voleva essere immediatamente sostituito; ne sostituì un altro, troppo lento nell’eseguire il compito assegnatogli. Nonostante le gravissime perdite, l’ufficiale che prese il suo posto dovette lanciare più volte le truppe all’attacco. Le operazioni, giudicate un trionfo per ciò che riguardava la cooperazione di tutte le armi, richiesero uno sforzo continuo e intensissimo anche da parere dei genieri dell’Armata Rossa. Furono però commessi anche degli errori. Il 602° Reggimento Fucilieri (82a Divisione Fucilkieri), operante al centro su un fronte di cinque chilometri, fu spiegato in modo erroneo: gli ci vollero cinque giorni per disporsi in modo più efficace, e altro tempo per sfruttare i propri successi. Il 603° Reggimento della stessa divisione, anch’esso operante al centro e anch’esso e anch’esso rafforzato con cari armati T-38 e T-26, attraversò momenti difficili, ma grazie al buon uso dei suoi carri armati  non ne perse neppure uno nei 14 attacchi che eseguì. Il 27 la seconda fase delle operazioni era quasi terminata e lo sfondamento tentato dai giapponesi a notte fra il 27 e il 28 quasi sventato; alle forze sovietiche rimaneva solo il compito di liquidare la resistenza intorno alle alture che occupavano  il centro del fronte. Al 127° e al 293° Reggimento della 57a Divisione Fucilieri, operanti da sud-ovest, venne assegnata la missione di neutralizzare questo ultimo e importante centro di resistenza; i rastrellamenti continuarono sino alla fine d’agosto. All’alba del 31 i giapponesi avevano dovuto ritirarsi oltre la frontiera, e il territorio mongolo-sovietico era ufficialmente liberato dagli invasori.

Era stata un’operazione brillante ma costosa. Il 5 settembre il comandante in capo dell’Armata del Kwantung ammise che la 6a Armata giapponese era stata sconfitta, ma dichiarò che la questione andava oltre «i limiti d’un semplice confitto di frontiera» e promise nuovi rinforzi per una grande offensiva che avrebbe avuto luogo nel prossimo autunno, Non vi fu invece nessuna offensiva, grazie all’armistizio fissato per il 16 settembre, con il quale su stabiliva che entrambe le parti avrebbero continuato a tenere le posizioni occupate all’1 pomeridiana (ora di Mosca) del 16 settembre. Il comandante giapponese era rimasto piuttosto impressionato dal comportamento dell’Armata Rossa, specialmente durante l’offensiva di agosto. L’artiglieria e le forze corazzate sovietiche si erano dimostrate nettamente superiori a quelle giapponesi nei termini di potenza di fuco e di effettivi meccanizzati. Inoltre aveva causato non poca sorpresa il fato che il comando sovietico fosse riuscito – nonostante le deficienze del sistema di comunicazioni e le immense distanze – a trasportare e immagazzinare nella zona d’operazioni i rifornimenti necessari per quattro mesi di continua e sempre più violenta battaglia. La tattica sovietica aveva rivelato una grande flessibilità. Le innovazioni e le modifiche all’equipaggiamento erano state numerose; dapprima era stato possibile incendiare i carri armati sovietici gettando contro di essi bottiglie di benzina, ma poi gli chassiserano stati protetti con reti di filo di ferro, e l’uso di motori diesel aveva ridotto il pericolo di incendio. Soprattutto, l’Armata Rossa si era rivelata più «dura» di quanto ci si immaginasse. Nella prima. Vera prova di guerra con cari armati, artiglieria e aerei usati su larga scala, il comando sovietico poté collaudare, alla prova dei fati, teorie ed equipaggiamento. Negli esperimenti precedenti, uno dei problemi più difficili era stato sincronizzare le manovre delle veloci forze corazzate con quelle della più lenta fanteria. L’impiego che Žukov aveva saputo fare delle sue forze meccanizzate aveva contribuito in misura sostanziale al suo successo. Senza indugiare a prendere parte alle battaglie per la conquista di posizioni isolate, e contando sull’appoggio delle forze aeree che impedivano al nemico di far affluire rinforzi sul campo di battaglia, le forze meccanizzate avevano compiuto profonde penetrazioni nelle linee nemiche. In aggiunta ai carri armati e all’artiglieria che operavano di conserva, il terzo indispensabile elemento era la fanteria motorizzata, senza la quale non sarebbe stato possibile sfruttare i successi delle forze meccanizzate operanti a distanza dalla fanteria che si muoveva più lenta. Eppure proprio in quel momento il comando dell’Armata Rossa stava sciogliendo i sette corpi meccanizzati esistenti sin allora, distribuiva i cari armati in battaglioni separati de li assegnava alle formazioni fucilieri, con compiti di appoggio alla fanteria. Per il momento, nonostante le proteste di Šapošnikov e di Žukov, trionfava l’idea che il carro armato non potesse svolgere funzioni indipendenti sul campo di battaglia: Pavlov, il principale esperto sovietico di cari armati, che aveva partecipato alla guerra di Spagna, era riuscito a convincere Stalin e Vorošilov della validità delle sue teorie.

Žukov aveva superato splendidamente la prova del Chalchin-Gol. Il grande successo ottenuto dalle truppe sovietiche non attrasse tuttavia se non in misura minima l’attenzione dell’Occidente, interamente assorbita dal problema della pace o della guerra. Il mattino del 1° settembre le forze corazzate e le fanterie tedesche, appoggiate dalla Luftwaffe, invadevano la Polonia. Il 3 Ribbentrop inviava a Molotov un messaggio in cui chiedeva notizia del movimento delle truppe sovietiche «al momento giusto contro le forze polacche nella sfera d’interessi sovietica». Il 5 Molotov prometteva una prossima risposta, confermando nello stesso tempo che il nuovo addetto militare sovietico a Berlino, Purkayev, era «un uomo di prim’ordine» e un ufficiale di grande esperienza, e che era a conoscenza degli «elementi essenziali» degli accordi tedesco-sovietici.  La questione su cui russi e nazisti dovevano mettersi d’accordo era l’invasione della Polonia da oriente.

Lo scontro aveva toccato momenti di durissima intensità in più occasioni, particolarmente durante  gli assalti all’arma bianca per assicurarsi il possesso della Collina 721. Sebbene alla data del 31 agosto i Giapponesi fossero stati ricacciati al di là della frontiera internazionale (secondo l’interpretazione di essa data dai Sovietici), sporadici scontro proseguirono fino al 16 settembre, quando venne ufficialmente proclamato il cessate il fuoco.

Il bilancio finale di quattro mesi di scontri violenti era molto pesante. I Giapponesi avevano perduto oltre 17.000 uomini, dei quali 8.440 morti e 8.766 feriti. I Sovietici, tra morti e feriti, avevano lasciato sul terreno 9.284 soldati. Una autentica guerra in miniatura; che tuttavia, paradossalmente, in senso ufficiale non c’era mai stata. Le due parti, infatti, ricomposero il contrasto senza neanche giungere a una vera rottura diplomatica.

E c’erano delle buone ragioni per spiegare un comportamento in apparenza così strano delle rispettive diplomazie.

In Europa la situazione stava precipitando. La guerra di Spagna era appena terminata con l’ingresso del Caudillo, Francisco Franco, a Madrid, che già la Cecoslovacchia di disintegrava e la Boemia e la Moravia divenivano un protettorato del Terzo Reich (16 marzo). Ormai, l’ora della Polonia si stava avvicinando: e, mentre Giapponesi e Sovietici si stavano furiosamente combattendo nella seconda fase della campagna di Nomonhan, il ministro degli Esteri sovietico, Molotov, e quello tedesco, Ribbentrop, firmavano, a Mosca, il patto di non aggressione tra i due rispettivi paesi, il 24 agosto. Una settimana dopo, il 1° settembre, scattava l’attacco germanico contro la Polonia, il cui esercito sarebbe stato distrutto in tre settimane.

Alle 3 del mattino del 17 settembre, il commissario del popolo aggiunto agli affari esteri, Vladimir Potëmkin, aveva convocato nel suo ufficio l’ambasciatore polacco Grzybowski per comunicargli che, dal momento che «di fatto, lo stato polacco e il suo governo hanno cessato di esistere», il governo sovietico aveva ordinato all’Armata Rossa di «far passare la frontiera alle sue truppe, e di prendere sotto la sua protezione la vita e i beni dei popoli dell’Ucraina e della Russia Bianca occidentali».

Così, calpestando cinicamente il patto di non aggressione sovietico-polacco del 25 luglio 1932, rinnovato il 5 maggio 1934 e destinato a durare sino ala fine del 1945, le armate corazzate sovietiche si mossero dalla frontiera occidentale con la Polonia (fissata dal trattato di Riga del 1921), avanzando sui due lati delle grandi Paludi del Pripjat’. Nonostante qualche sporadica resistenza del moribondo esercito polacco, già colpito a morte ai Tedeschi (Varsavia, distrutta dai bombardamenti degli Stukas, si sarebbe arresa solo il giorno 27), le colonne corazzate e motorizzate sovietiche si spinsero rapidamente sulle quattro direttrici di Vilna, di Brest-Litowsk, di Kowel e di Leopoli.

Bastarono pochi giorni perché  si stabilissero i primi contatti fra Sovietici e Tedeschi, in Galizia e sul Bug; il 28 settembre sarebbe stata decisa la nuova, definitiva spartizione della Polonia. Ora l’Unione Sovietica e il Terzo Reich disponevano di una lunga frontiera comune, che andava dal Mar Baltico sino al confine ungherese, sulla cresta dei Carpazi (Passo di Uzsok, teatro di feroci combattimenti fra Russi e Austriaci nella prima guerra mondiale; cfr. F. Lamendola, La battaglia dei Carpazi, gennaio-aprile 1915, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).

È logico che, in quelle circostanze, Stalin desiderasse chiudere al più presto l’«incidente» verificatosi alle frontiere tra la Mongolia Esterna e il Manciukuo; anche se non si era trattato affatto di un semplice incidente, ma di una breve, violenta e sanguinosa guerra.

Certo non poteva immaginare, il dittatore sovietico, che di lì a meno di due anni, dalla frontiera occidentale che correva nel cuore della ex Polonia indipendente, sarebbe scattata contro di lui la più gigantesca invasione della storia moderna: la cosiddetta «Operazione Barbarossa».

Dal punto di vista militare, la campagna di Nomonhan era stata ricca di insegnamenti per entrambi i contendenti.

I Giapponesi compresero che l’Armata Rossa era un avversario ben più temibile del vecchio esercito zarista, che nel 1904-05 avevano battuto con relativa facilità. Inoltre, la firma del trattato Molotov-Ribbentrop del 24 agosto 1939 li disilluse amaramente circa le intenzioni di Hitler nei confronti di Mosca, dando loro la sensazione di essere stati abbandonati nel momento del pericolo e, in qualche misura, traditi. Si sbagliavano, perché, per Hitler, il patto dell’agosto 1939 era stato solo un espediente tattico per avere le mani libere verso la Polonia, e la resa dei conti con i Sovietici era solo rinviata; ma la diffidenza in loro originata da quella esperienza non si sarebbe mai più dissipata.

Da quel momento, i Giapponesi abbandonarono l’idea di aprire un fronte verso l’Unione Sovietica e, anzi, nel 1941 giunsero a sottoscrivere con essa un patto di non aggressione che, quasi certamente, salvò l’Armata Rossa dalla catastrofe nell’autunno di quell’anno, rese possibile la vittoriosa difesa di Mosca e consentì a Stalin, che aveva meditato il suicidio, di riprendersi, sia pure lentamente e con il poderoso sostegno materiale e finanziario anglo-americano.

I Giapponesi avrebbero poi mantenuto la neutralità con l’Unione Sovietica per tutta la durata del conflitto, anche dopo che Italia e Germania avevano dichiarato guerra agli Stati Uniti, l’indomani del loro attacco di Pearl Harbor. Ma Stalin li avrebbe mal ripagati, dichiarando loro la guerra l’8 agosto 1945 (ossia due giorni dopo lo sgancio della prima bomba atomica su Hiroshima) e invadendo rapidamente sia la Corea che la Manciuria.

Ha osservato lo storico militare russo S. Andolenko nella sua Storia dell’esercito russo (titolo originale: Histoire de l’Armée russe, Flammarion, paris; traduzione italiana di F. Amico, Sansoni editore, Firenze, 1969, p. 472):

Non ci dilungheremo sulle ragioni dell’intervento di Stalin contro il Giappone. Ma il fatto è quello. L’8 agosto 1945 l’URSS dichiara guerra al Giappone già in agonia. I giornali sovietici rievocano in questa occasione «il perfido attacco dei Giapponesi contro Port Arthur e la vergogna che per quaranta anni aveva sofferto la Russia».

La stampa sovietica, dunque, aveva rispolverato temi analoghi a quelli usati dalla stampa italiana nel 1934-35, dopo l’incidente ai pozzi di Ual Ual: la necessità di lavare l’onta di una quarantennale vergogna (Adua, in quel caso) e di vendicarsi di una antica perfidia. Non parlò tanto delle campagne del Lago Chasan e di Nomonhan, invece: segno che nemmeno il regime sovietico si sentiva con le carte del tutto in regola, circa quegli incidenti di frontiera.

Lo Stato Maggiore dell’Armata Rossa uscì con un prezioso bagaglio di esperienze dalla campagna di quattro mesi sul Chachin-Gol. I carri armati avevano fatto buona prova, anche se, alla fine, prevalse la dottrina che li voleva impiegati a sostegno della fanteria (modello francese) piuttosto che lanciati in masse compatte come, nella prima guerra mondiale, la cavalleria (scuola tedesca). Non c’era stata ancora la Blitz-Krieg in Polonia e in Francia a chiarire le modalità più convenienti per il loro impiego, ma solo delle guerre limitate, dalle quali non si erano potute trarre chiare indicazioni: quella del Chaco fra Bolivia e Paraguay, nel 1932-35; quella italo-etipica del 1935-36; e, infine, l’invasione giapponese della Cina, a partire dal 1937.

I fanti sovietici avevano mostrato molta determinazione; artiglieri, piloti e genieri avevano dato prova di un alto livello di addestramento; anche la coordinazione tra i reparti era stata eccellente. Così pure, aveva fatto una buona prova il grado di meccanizzazione dell’esercito, trattandosi di operazione su lunghe distanze, che non potevano essere coperte a piedi senza che la necessaria rapidità delle operazioni ne subisse un grave pregiudizio.

Un punto debole rivelato dai comandi sovietici era stato la scarsa capacità di intuire le intenzioni e le mosse dell’avversario; cosa che sarebbe stata confermata nell’estate del 1941, durante l’«Operazione Barbarossa». Ma, poi, essi avrebbero mostrato la capacità di imparare in fretta, tanto da sorprendere per tre volte, e in maniera decisiva, l’invasore tedesco: nella difesa di Mosca dell’inverno 1941-42; nella battaglia di Stalingrado dell’inverno 1942-43, che segnò la svolta della guerra; nella decisiva battaglia di Kursk, del luglio 1943.

Soprattutto, la campagna di Nomonhan aveva messo in luce un capo militare dalle doti estremamente brillanti, il giovane maresciallo Georgij Konstantinovic Žukov (era nato nel 1895 e, quindi, nel 1939, non aveva neppure quarantacinque anni). Dopo la prova assai positiva da lui fornita in Mongolia, durante la seconda guerra mondiale sarebbe stato l’ideatore delle operazioni decisive per la vittoria finale dell’Unione Sovietica: la difesa di Mosca nell’ottobre del 1941;  la battaglia di Stalingrado, dal settembre 1942 al febbraio 1943; le offensive dell’estate 1943 e dell’inverno 1944 sul fronte meridionale; e, infine, l’offensiva oltre l’Oder, conclusasi con la conquista di Berlino, il 24 aprile del 1945.

Possiamo ricordare, infine, che anche il cinema si è occupato degli avvenimenti alla frontiera mancese, sia pure in chiave di libera rielaborazione. 

Il regista giapponese Satsuo Yamamoto, nel 1974, ha realizzato il film La battaglia della Manciuria (titolo originale: Jenseits der Hölle – Man and War), una coproduzione nippo-tedesca in cui il Giappone ha messo la regia, gli attori e la sceneggiatura, e la Germania Occidentale gran parte dei capitali. Tra gli interpreti figurano Kei Yamamoto, Hideki Takahasi, Mizuho Suzuki, Shisuke Ashifda, Sayri Yoshinaga.

La pellicola, della durata di 101 minuti, fornisce una versione un po’ fantasiosa, ma sostanzialmente efficace, di quelle vicende, come si può ricavare dal profilo e dal giudizio conclusivo che ne traccia il critico cinematografico Pino Farinotti (nel suo Dizionario di tutti i film, Mondadori, Milano, 1999, p. 184):

La notte di S. Silvestro del 1936 il Giappone invade la Manciuria. La guerra sarà durissima e coinvolgerà migliaia di giovani che neppure ne comprendono le ragioni. Finirà nel 1939, quando i Giapponesi saranno costretti ad accettare un umiliante armistizio coi Russi. Intanto, in Europa, la Germania dà inizio alle manovre della seconda guerra mondiale. Lavoro abbastanza efficace, realizzato con ampia disponibilità di mezzi.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 2 Agosto 2015

Del 31 Ottobre 2020

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