lunedì, 20 Settembre 2021
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La questione della Weltanschauung di Hitler come problema storiografico

La questione della Weltanschauung di Hitler come problema storiografico. Nei suoi confronti si è rinunciato al metodo storiografico e per l’enormità dei suoi delitti passato per pazzo, fanatico e liquidato come deviato di Francesco Lamendola

Sebbene numerosissimi libri siano stati scritti su Hitler e sul nazismo, ben raramente essi si sono sforzati di ricostruire la Weltanschauung o concezione del mondo di Hitler dal punto di vista di Hitler medesimo e della sua originalità e coerenza interna: ciò sarebbe parso come una pericolosa forma di indulgenza nei confronti del dittatore tedesco, e quasi come un venire a patti con le atrocità delle quali il suo regime si è reso responsabile.
Di conseguenza nei confronti di Hitler, e quasi solo di Hitler, si è rinunciato ad uno dei pilastri del giusto metodo storiografico: lo sforzo di comprendere le reali motivazioni degli uomini, e di collocarle nella cornice ideologica e culturale del tempo e del luogo in cui agirono. Per lui, e solo per lui, l’enormità dei delitti commessi ha fatto sì che venissero sospese i criteri di ricerca universalmente accettati, partendo invece dal presupposto che egli fosse un pazzo o, nel migliore dei casi, un fanatico, di cui non era necessario comprendere le idee.
Peggio ancora, ci si è soffermati con malsano compiacimento su aspetti patologici, o supposti tali, della sua personalità: ora sulla sua pretesa tendenza omosessuale, ora sul suo complesso freudiano nei confronti del padre, che lo avrebbe spinto a riversare contro gli Ebrei tutto l’odio accumulato nei confronti della autoritaria e detestata figura paterna (cfr. in proposito i nostri precedenti articoli: «Ma è davvero così importante sapere se Hitler era omosessuale?» e «Perché Hitler odiava gli Ebrei? Quattro passi nel delirio di una pseudoscienza: la sociopsicanalisi», entrambi consultabili sul sito di Arianna Editrice).
In tal modo, si è fatto di Hitler il prototipo del deviato psichico, andando a cercare nelle vicende della sua vita la conferma di una tara mentale: tipico esempio di un modo di procedere tautologico e pseudo-scientifico, che parte da una tesi precostituita e poi va in cerca delle pezze d’appoggio che la possano convalidare.
Ebbene, a rischio di passare per revisionisti della peggiore specie, o per qualcosa di ancora più esecrando, ci sembra che un atteggiamento di onestà intellettuale esiga che si usino, nello studio del fenomeno Hitler, le stesse procedure di ricerca e si adottino le stesse prospettive storiche che si adoperano per qualsiasi altro personaggio storico, indipendentemente dal giudizio morale che si voglia esprimere su di esso (e che, ad ogni modo, non dovrebbe essere la preoccupazione prioritaria del mestiere di storico).
Vediamo bene perché un tale modo di porre la questione storiografica di Hitler sia oggi così difficile da sostenere, nonostante la sua evidente correttezza scientifica: perché gli storici che ritengono il genocidio degli Ebrei un «unicum» assolutamente insuperato e insuperabile sulla via del male, riterrebbero inaccettabile di porre la questione di Hitler come se non implicasse, essa pure, un «unicum» nella personalità e nella ideologia di colui che ne fu l’artefice, cosa che renderebbe automaticamente superate le normali categorie storiografiche.
In altri termini, chi parla dell’Olocausto come del Male Assoluto, non può accettare che Hitler non sia considerato come il Diavolo in persona; il che renderebbe superflua, o perfino oltraggiosa, la velleità di comprendere quali furono le motivazioni – sbagliate fin che si vuole – che lo animarono, e sospette le ragioni degli storici che volessero adottare un simile punto di vista.
A questo punto, è chiaro che ci troviamo fuori dal terreno storico, in pieno dogma religioso: la religione dell’Olocausto, in base alla quale il Male non deve essere studiato, ma semplicemente esecrato e condannato.
Eppure, vi sono stati personaggi storici, anche nell’ultimo secolo, che si sono resi responsabili di una pianificazione altrettanto sistematica della eliminazione dei propri oppositori politici – Stalin, ad esempio, o il triumvirato dei Giovani Turchi all’epoca del genocidio contro gli Armeni; e, quanto ad Hitler, il suo antisemitismo non era che una delle componenti della sua ideologia; senza dimenticare che gli Zingari, in cifre relative, subirono una persecuzione altrettanto sanguinosa degli Ebrei, il che fa cadere la pretesa di unicità dell’Olocausto.
E innanzitutto, dobbiamo porci la questione: Hitler ebbe una sua Weltanschauung? Non è una questione da poco, poiché implica, a sua volta, la questione dei fondamenti ideologici del nazismo; e la grande maggioranza degli storici, così come – del resto, hanno fato anche per Mussolini e il fascismo – hanno risposto, invero un poco sbrigativamente, che no, egli non ne ebbe alcuna, ma si limitò a prendere qua e là pezzi e bocconi del pensiero altrui, incollandoli in maniera confusa e subordinando, comunque, il proprio pensiero politico alle circostanze che di volta in volta gli si presentavano sulla scena concreta della politica europea e mondiale.
Ci sembra, però, che la riprovazione morale per gli effetti di quella concezione politica abbiano spinto molti storici a fraintendere gravemente la natura di essa e del carattere stesso di Hitler, del quale tutto può dirsi, tranne che fosse caratterizzato da un atteggiamento di tipo opportunistico. La verità è che Hitler fu un uomo politico «puro» (e usiamo questa parola tra virgolette), nel senso che mai egli subordinò le proprie convinzioni profonde alle esigenze contingenti della politica; un uomo politico di una specie estremamente rara, come ne nascono una volta ogni mille anni. Né Stalin, né Mussolini, tanto per fare un paragone, erano fatti di una simile stoffa.
È chiaro che ciò non implica affatto una valutazione positiva di quelle idee e di quella coerenza: è semplicemente una constatazione di fatto. E la prova di quanto fossero radicate le sue convinzioni, e di quanto la sua azione concreta fosse subordinata ad esse, la troviamo proprio nella pagina più oscura della vicenda hitleriana: quella della «soluzione finale» del problema ebraico.
Hitler, infatti, si decise definitivamente per la politica di sterminio totale solo a partire dal 1942, vale a dire dopo la battaglia di Mosca e il fallimento della «Blitzkrieg» contro l’Unione Sovietica: ossia quando – secondo ogni evidenza – ogni uomo, ogni fucile e ogni marco sarebbero stati necessari per tentare di scongiurare il disastro militare e politico che ormai incombeva inesorabilmente sul Terzo Reich.
Hitler, invece, proprio a partire da quel momento, riservò la massima cura alla realizzazione della «soluzione finale», anche a costo di indebolire lo sforzo bellico contro i numerosi nemici della Germania, che cominciavano a stringerla da ogni parte in un cerchio di ferro e di fuoco. Un politico opportunista non avrebbe agito certamente in tale modo; egli, invece, raddoppiò gli sforzi per eliminare totalmente la presenza ebraica in Europa, con un notevolissimo dispendio di uomini e di risorse finanziarie.
A questo proposito, è necessario sgombrare il campo da un grosso, possibile fraintendimento. È vero che gli Ebrei deportati nei campi di sterminio venivano fatti lavorare sino allo sfinimento, sia come manodopera nelle fabbriche di armi, sia nella rimozione delle macerie dopo i bombardamenti alleati sulle città e sulla rete viaria tedesca; tuttavia, se si guarda la politica di genocidio nel suo complesso, non si tarda ad accorgersi che i nazisti spesero nella «soluzione finale», dal punto di vista materiale, molto più di quanto ne ricavarono.
Anche la confisca dei beni ebraici non deve essere scambiata per il movente principale dell’antisemitismo hitleriano; opinare diversamente, significherebbe fare di Hitler un Enrico VIII «post litteram», interessato principalmente ad incamerare i beni dei propri avversari, come il sovrano inglese aveva fatto nei confronti della Chiesa cattolica; mentre è vero il contrario: che, cioè, il sequestro di quei beni era la logica conseguenza e non la causa del suo odio verso gli Ebrei, e della sua volontà di eliminarli.
Del resto, è ben noto che Hitler giunse solo per gradi all’idea della «soluzione finale», e cioè, come si è detto, quando si rese conto che non avrebbe potuto vincere la guerra: perché era abbastanza intelligente da capirlo, dopo l’esito della battaglia di Mosca e la probabile apertura, presto o tardi, di un secondo fronte in Occidente. In precedenza, egli aveva preso in considerazione una serie di piani assai meno drastici, fra i quali – dopo la caduta della Francia e l’instaurazione del regime collaborazionista di Vichy – la deportazione in massa degli Ebrei d’Europa nella grande isola africana del Madagascar, allora colonia francese.
Pertanto, lo storico imparziale che prenda in esame la genesi dell’idea criminale della «soluzione finale», non può non giungere alla conclusione, solo apparentemente paradossale, che il genocidio degli Ebrei fu la conseguenza dell’andamento sfavorevole della seconda guerra mondiale per le potenze del Tripartito. Se i Tedeschi avessero vinto la battaglia di Mosca e se fossero giunti, insieme agli Italiani, fino al canale di Suez e, di lì, ai pozzi di petrolio del Medio Oriente e del Mar Caspio, molto probabilmente Hitler non avrebbe deciso di porre in esecuzione la politica di sterminio nei loro confronti.
Al contrario, egli decise di non lasciare in vita, se possibile, un solo Ebreo d’Europa, proprio quando comprese che la partita era perduta; poiché riteneva che il suo compito principale non fosse quello di imporre il dominio germanico sul continente, o magari sul mondo (come hanno fantasticato molti storici «politicamente corretti»), bensì quello di rimuovere quelle che, secondo lui, erano le ventose della piovra giudaica, liberando l’umanità dal gravissimo pericolo di cadere sotto il dominio ebraico nelle sue due varianti del bolscevismo e del capitalismo finanziario sfrenato.
Idee deliranti, si potrà dire; ma resta il fato che esse erano condivise, e non solo in Germania, da molti milioni di uomini del tempo, ancora sconvolti dal doppio trauma del 1917 e del 1929, ossia della Rivoluzione d’Ottobre e del «grande crollo» di Wall Street: eventi estremamente drammatici e destabilizzanti, dietro i quali – a torto o a ragione – essi vedevano la «longa manus» di un complotto giudaico internazionale.
Dunque, per capire Hitler, bisogna tenere conto di tali circostanze; e, per tentare di capire la sua concezione del mondo (o, se si preferisce, la sua mancanza di una concezione del mondo: ma questo dovrà essere un punto di arrivo storiografico, e non un presupposto), bisogna sforzarsi di considerarla alla stregua della concezione di qualsiasi altro uomo politico, ossia come un processo – più o meno esteso nel tempo – di formazione e di consolidamento di idee capaci di trovare una eco profonda nel comune sentire del proprio popolo.
Ora, fra gli studi dedicasti al pensiero politico di Hitler, ci sembra che sarebbe cosa utile andare a rileggersi una piccola ma intelligente monografia dello storico tedesco Eberhard Jäckel, apparsa ormai circa quarant’anni fa e passata, stranamente, quasi inosservata: «La concezione del mondo in Hitler. Progetto di un dominio assoluto», della quale riportiamo le pagine introduttive (titolo originale: «Hitlers Weltanschauung. Entwurf  einer Herrschaft», Tübingen, Rainer Wunderlich Verlag Hermann Leins, 1969; traduzione italiana di Maria Donatella Ponti, Milano, Longanesi & C., 1972, pp. 12-25):

«Non è possibile alcun dubbio […] sul fatto che Hitler si considerasse anche profeta di una nuova Weltanschauung. Come avrebbe altrimenti potuto prefiggersi  di scrivere un libro che, come si legge nella premessa, poneva le basi della sua dottrina, e “per sempre”? Ma è anche certo che egli partecipò pienamente del destino che lui stesso aveva predetto al teorico, e cioè che “lavora […] per obiettivi che soltanto pochissimi comprenderanno”.
In effetti già i contemporanei, poi la generazione successiva, e infine la ricerca storica, sono stati su pochi punti così d’accordo, come sull’affermazione che Hitler non abbia avuto idee proprie, né tanto meno una sua Weltanschauung precisa. La sua grande opera teorica fu considerata da amici e avversari semplicemente illeggibile, e divenne col tempo il bestseller meno letto della letteratura mondiale. “Nessuno lo prese sul serio, né lo poteva;, nessuno riusciva neppure a comprenderne lo stile”, scriveva nel 1938 Hermann Rauschning nel suo saggio sulla rivoluzione nazionalsocialista, nichilistica e priva di fondamenti dottrinari, che è forse il libro che fino a oggi ha esercitato il maggiore influsso sulla letteratura sull’argomento. Non cera nessun obiettivo, così suona la sua tesi, né in politica estera, né in campo economico, né in politica interna, “che il nazionalsocialismo non fosse stato pronto in ogni momento a lasciar cadere, o viceversa a proporsi, tutto per la causa del nazionalsocialismo stesso”. L’unico obiettivo era piuttosto “il rivoluzionamento totale di tutto l’ordinamento esistente” e il potere per il potere: il dominio assoluto per se stesso o per amore dei dominatori. C’era sì una Weltanschauung, ma non era il punto di partenza teorico da quale prendeva l’avvio una data politica, ma solo uno strumento della politica stessa, l’arma di cui servirsi per il rafforzamento del potere. Perfino l’antisemitismo non era altro che tattica ed “instrumentum regni”. Nel secondo e ancora più famoso libro di Rauschning, Hitler afferma che non distruggerà mai gli ebrei, perché “altrimenti dovremmo inventarli. Ci vuole un nemico visibile, non basta uno invisibile.” A prescindere dal fatto che questa profezia di Hitler non corrisponde al seguito degli avvenimenti, proprio questa frase di Rauschning trovò un’eco particolarmente vasta.
Su questa base si sviluppò una ricerca quanto mai singolare e sempre più contraddittoria. Da una parete stava la tesi, proposta da Rauschning, di un opportunismo nichilistico. Nessuno l’ha certo espressa in modo più crudo di Harold Laski che nel 1942 disse di Hitler: “Del tutto privo di principi, in prima linea un opportunista, come dimostra chiaramente “Mein Kampf”, un opportunista per il quale la teoria non significava nulla e che ricercava semplicemente il potere per se stesso”. Da qui derivava tutto il resto in progressione logica. Per il potere (non per un principio, poiché non ne aveva) esercitò il terrore; per il potere creò una macchina da guerra; e la guerra fu poi da lui condotta avanti “perché la pace sarebbe stata fatale ala sua sovranità”. Ciò che rodeva Hitler, come dice anche Alan Bullock nella sua biografia di Hitler del 1952, che resta ancora insuperata “era la volontà di potenza nella sua forma più rozza e più genuina, che non si nascondeva, come in Lenin o in Robespierre, sotto un principio, poiché l’unico principio del nazionalsocialismo erano la potenza  e il dominio per se stessi”. E nella conclusone del suo libro Bullock chiamava Hitler, riferendosi esplicitamente ala “rivoluzione nichilista” di Rauschnung, un “opportunista assolutamente privo di principi”.
Mentre da un lato si negava dunque in modo reciso che Hitler e il nazionalsocialismo avessero dei principi, degli obiettivi, e una Weltanschauung, dall’altra parte si sviluppò una ricca  letteratura sulla loro ideologia, ed è sorprendente come per lo più questa corrente non fosse neppure in vero contrasto con l’altra. In realtà anch’essa negava o l’apporto di Hitler alo sviluppo dell’ideologia, o la vera rilevanza di quest’ultima. Anche questa tesi aveva i suoi precursori. Scriveva Edgar Alexander  già nel 1937 che Hitler non faceva della politica, ma della Weltanschauung; che voleva sottomettere il mondo “al suo nuovo musulmanesimo”; ma che questa nuova Weltanschauung non era altro che “il principio dell’odio” e il diritto dell’uso di ogni mezzo e di ogni arma per i propri fini: una formulazione che anche Rauschning, considerate le sue premesse, avrebbe potuto sottoscrivere. Partendo da premesse del tutto diverse anche György Lukács arrivò nel 1953 a una conclusione sostanzialmente uguale: la Weltanschauung nazionalsocialista, in quanto sintesi demagogica della filosofia dell’imperialismo tedesco, non è altro che l’applicazione in campo politico della tecnica americana della pubblicità, un’arma senza contenuto e manipolabile a piacere contro la “verità oggettiva”. Come Lukács anche Eva Reichmann si richiamò a Rauschning quando scrisse che il nazionalsocialismo non rappresentava affatto un sistema ideologico unico e coerente, anche se “Hitler e i suoi gerarchi di quando in quando avevano delle idee ben precisi sui loro obiettivi politici”. Ma che comunque la Weelatanschauung era completamente a servizio di questi obiettivi immediati, e non viceversa. In particolare questo libro porta  avanti con più decisione che altri la  tesi di Rauschning del carattere soltanto  strumentale dell’antisemitismo nazista, e si ricollega così anche alla tesi dell’opportunismo hitleriano.
In modo soltanto leggermente diverso argomentano alcuni studi tedeschi più recenti su Weltanschauung, programma e realtà del nazionalsocialismo. È comune a tutti la convinzione che la Weltanschauung di Hitler non sia un oggetto di ricerca interessante, i quanto Hitler non avendone posseduta alcuna, o almeno una di qualche rilievo. Perciò le si dedicavano di volta in volta soltanto osservazioni estremamente marginali. […]
Friedrich Glum portò le convinzioni di questa scuola  alle estreme conseguenze. In un saggio del 1962 sull’ideologia del nazionalismo giunse addirittura a non citare quasi affatto il nome di Hitler. Tutti questi autori avevano tuttavia un atteggiamenti critico comune:  e cioè quello di risalire agli ascendenti storico-culturali . Dopo aver trattato molto concisamente di Hitler passavano immediatamente “agli” ideologi nazionalsocialisti, come un Alfred Rosenberg o a un Gottfried Feder, quindi ai loro precursori nella storia del pensiero, come un Anton Moeller von den Brick, e indietro fino a Gobineau, Darwin, Fichte e molti altri. Nell’ambit del nostro assunto non è il caso che ci soffermiamo più oltre sull’argomento. C’interessava unicamente indagare fino a che punto la ricerca sull’ideologia nazionalsocialista abbia pensato di poter fare a meno di considerare Hitler.
Il dilemma fondamentale, nel quale la ricerca storica in questo modo venne a trovarsi, fu a questo punto da un lato la pretesa irrilevanza di Hitler in questioni ideologiche, dall’altro il sempre maggior peso attribuito alla sua figura storico-politica.
A onta della sua stessa tesi, perfino Glum scrisse che “senza Adolf Hitler la storia tedesca avrebbe avuto un altro svolgimento”.
Questo giudizio traeva origine soprattutto dagli studi biografici su Hitler, che portavano sempre a questa conclusione: Hitler era il personaggio dominante, decisivo del nazionalsocialismo., era l’unico anzi a reggerne le sorti. Già Bullock l’aveva espresso con chiarezza, quando rifiutava recisamente “l’opinione che Hitler fosse soltanto un burattino nel losco gioco di interessi di coloro che detenevano il potere effettivo in Germania”; lo stesso concetto è espresso con ancora maggior energia da Görlitz- Quint, quando dice: “il nazionalsocialismo […] era un hitlerismo”; e ritorna senza possibilità di equivoco in Helmut Heiber: “Non vi fu e non c’è nessun nazionalsocialismo al di fuori di Hitler. I due si identificano […]. Tutto il resto è stato soltanto un malinteso”.
I biografi rilevarono inoltre con sempre maggiore energia che Hitler già nel “Mein Kampf” veniva elaborando progetti e obiettivi precisi che, come già Bullock notava, mantenne “con coerenza e volontà straordinarie” fino alla fine. A questi progetti di Hitler e alla sua coerenza nel portarli avanti dedica molto spazio soprattutto l’ultima biografia hitleriana in ordine di tempo, quella cioè di Hans Bernd Gisevius. È vero che anche qui si legge: “Nella sua movimentata carriera (Hitler) non produrrà una sola idea personale”; però altrove lo stesso autore si esprime così a proposito del “Mein Kampf”: “Se si legge attentamente, vi si trova tutto, proprio tutto ciò che quest’uomo ha prodotto”.
È chiaro che ne risulta un quadro sempre più discordante. Opportunismo e coerenza sembrano antinomici almeno quanto irrilevanza ideologica e importanza storico-politica. Analogamente non sembra si possa facilmente far coincidere  il nichilismo con il risoluto perseguimento di un fine, tranne il caso che (e bisognerebbe dimostrarlo) il fine non sia nichilisticamente esso stesso , il che richiederebbe comunque una definizione più precisa. La dittatura non è molto compatibile con l’affidare ad altri  la definizione di un’ideologia. E tutto contraddice infine la pretesa di Hitler di essere stato anche un teorico e un profeta della propria dottrina. Alcune di queste discordanze possono essere eliminate: senza dubbio è però impossibile giungere a un accordo completo.
Segnò un notevole progresso l’ampio studio sul fascismo di Ernst Nolte, del 1963, del quale l’autore dava anche un quadro della Weltanschauung di Hitler. Nolte fu senza il dubbio il primo ad affermare che essa, “vista nel suo insieme”, costituì, nonostante tutti i suoi limiti, una costruzione ideologica “la cui logicità e consistenza tolgono il fiato”. È significativi che l’autore di questo studio biografico, sul quale dovremo ritornare, facesse a se stesso due obiezioni:. La prima era: “È giusto che Hitler ‘abbia ancora una volta la parola’, tanti anni dopo che il mondo intero è dovuto entrare in guerra per ridurre finalmente al silenzio la voce roca dell’infuriato demagogo?” E l’altra è: “Vale la pena, non è, tutto considerato, fuorviante costruire un edificio ideologico con idee che tali non sino? Il ‘pensiero’ di Hitler non è forse un agglomerato d luoghi comuni senza originalità e senza disciplina?”. Benché Nolte respingesse entrambe le obiezioni, aveva ragione di porsele., Esse infatti rendono bene il dilemma del dibattito precedente, che presentava da un lato prese di posizione troppo passionali, e ambiva troppo, dall’altro, a pronunciare giudizi di valore: entrambi atteggiamenti che ostacolano una visione obiettiva della realtà.
È naturale che il dibattito fosse appassionato. Certo nessuno ha provocato, offeso e infiammato il mondo come ha fato Hitler. Ha seminato odio e odio ha raccolto. Ha però incontrato anche applausi trionfali e lasciato dietro di sé coscienze turbate. Questi diversi stato d’animo, se sono di per sé comprensibili, non hanno evidentemente potuto favorire, né lo potranno mai, una franca presa di coscienza e una reale comprensione di ciò che è stato. Chi assume come strumento di lavoro (che non voglia o non possa far diversamente) il vocabolario di un rifiuto passionale o di una indignazione morale, chi mette continuamente le parole tra virgolette per dar loro una coloritura negativa, e penbsa di doversi ad ogni riga distanziare dall’argomento, non può aspettarsi di capire qualcosa. L’odio rende ancora sempre ciechi, e il danno in questo caso, nel caso di un dibattito scientifico, va non all’oggetto dell’odio, ma a chi quell’odio esprime.  Se è vero il motto goethiano, che non si conosce nulla he non si ami, bisognerà abbandonare ogni ricerca seria su Hitler, Ma non deve poterci una via di mezzo, quella di un’analisi obiettiva e imparziale?  Il presente studio parte in ogni caso dalla convinzione  che una rappresentazione spassionata di Hitler sia sufficientemente eloquente da rendere superfluo l’uso continuato di epiteti di aberrazione: intende perciò rinunciarvi, e non già per neutralità morale, ma per favorire un risultato serio dell’indagine.
In secondo luogo il dibattito sembrava essersi compromesse le possibilità di successo (e torniamo così alle obiezioni di Nolte) con l’introduzione prematura di giudizi di valore. Certo può esserci la giustificazione, anzi addirittura l’esigenza, di tali giudizi: però è ancor sempre valido il concetto che una indagine scientifica, pr essere tale, deve in un primo tempo tenersene lontano. Dove sta scritto, a esempio, che una Weltanschauung debba aver raggiunto un determinato livello ideologico o morale per essere riconosciuta come tale? E anche se così fosse, che metro si potrà impiegare per misurare questo livello minimo richiesto? Per questo il dibattito è stato sempre troppo astratto. Non si è mai neppure tentato di definire concretamente ciò che si intende per nichilismo, per opportunismo, o addirittura per Weltanschauung. Nichilismo significa che Hitler non ebbe nessuna aspirazione definita, o basta che non ne abbia avuta nessuna che si potesse approvare? Opportunismo significa che Hitler cogliesse tutte le occasioni, o soltanto molte occasioni diverse, e in questo caso quali? Inoltre il dibattito non ha fatto distinzioni abbastanza chiare tra i diversi personaggi del nazionalsocialismo. Per quanto esso possa essere stato un hitlerismo, il che non è affatto dimostrato, si deve tuttavia poter pensare, almeno in via teorica, che Hitler abbia avuto una Weltanschauung e altri nazisti un’altra. Desumere frettolosamente dall’una tutte le altre o ritenerle tutte a priori un’unità , sono entrambe anticipazioni arbitrarie di un risultato ancora da definire.»

Un approccio storiografico, dunque, quello di Eberhard Jäckel, che si segnala per la sua lucidità e onestà intellettuale, per la sua chiarezza metodologica, per la sua indipendenza da ricatti di tipo moralistico e ideologico, per la sua spassionata ricerca della verità, nel solco della migliore tradizione culturale europea.
E non sfugga quel richiamo a Goethe e alla necessità di amare ciò che si desidera capire; dove, in questo caso, non si tratta – evidentemente – di amare Hitler o la sua ideologia, ma di amare la ricerca spassionata della verità: perché solo da essa scaturisce un vero atto di giustizia nei confronti dei drammi della storia, nonché la possibilità di comprenderli quanto basta per rendere difficile che tornino a ripetersi con cupa monotonia.
Dispiace constatare come l’impostazione chiara, coerente, equanime e scientificamente ineccepibile di Jäcke,l sia stata pressoché ignorata dal mondo accademico; al punto che l’apparire delle opere di Nolte, che ha cercato di muoversi in quel solco, è stata salutata da una levata di scudi e da un coro quasi unanime di riprovazione. Evidentemente, a distanza di circa sette decenni dai fatti, non è ancora possibile svolgere una ricerca pacata su di essi e perseguire la verità «sine ira et studio», come auspicavano già i grandi padri della storiografia classica, Tucidide in testa.
Non abbiamo visto e udito lo storico Luciano Canfora, ancora poche settimane fa, affermare – nel corso di una intervista televisiva – che la battaglia di Stalingrado fu per la libertà e la salvezza del mondo civile, quello che erano state le Termopili per i Greci, dimenticando bellamente che i crimini di Stalin non furono in nulla inferiori a quelli di Hitler, anzi, a giudizio ormai quasi unanime degli studiosi, furono quantitativamente di gran lunga superiori?
Sì: a distanza di così tanto tempo, la storia è pur sempre la storia dei vincitori; e lo diciamo senza sottintesi obliqui, senza, cioè, servirci di questa amara constatazione, per contrabbandare una rivalutazione strisciante del nazismo.
Non è questo il nostro scopo: i crimini del nazismo rimangono, come rimangono le pesantissime responsabilità morali di Hitler.
Quel che ci preme dire, è un’altra cosa: quando finirà il conformismo culturale di quegli storici che continuano imperterriti a guardare alle cose con lo sguardo deformato dell’ideologia politica, e che seguitano impeterriti ad adoperare due pesi e due misure, allorché si tratta di esprimere la propria riprovazione morale nei confronti di determinati eventi, regimi e personaggi?
Possibile che quasi nessuno storico abbia tuttora il coraggio di definire «crimini», e crimini politicamente e militarmente ingiustificabili, la deliberata distruzione di Dresda mediante le bombe al fosforo, o lo sganciamento delle bombe atomiche su due inermi città giapponesi, popolate ormai soltanto di vecchi, donne e bambini? E che dire del massacro di Katyn, ove i Sovietici fucilarono e gettarono nelle fosse comuni migliaia e migliaia di ufficiali polacchi presi prigionieri in seguito alla banditesca aggressione del settembre 1939, con lo scopo deliberato di decapitare l’«intellighenzia» del popolo polacco e di impedire o ritardare per lo spazio di alcune generazioni la sua eventuale ripresa nazionale?
La questione storiografica della Weltanschauung di Hitler è legata a questa estrema difficoltà di indagare in maniera spassionata sulle vicende della seconda guerra mondiale, e sul peso che l’ideologia dei vincitori  – sia la marxista, oggi fortemente in declino ma non del tutto screditata, sia la democratico-liberale – continua ad esercitare sui ricercatori, condizionandone gravemente il lavoro e offuscando la loro equità di giudizio.
La realtà è che Hitler non solo ebbe una sua Weltanschauung (per quanto paranoica la si possa considerare), ma seppe anche perseguirne la realizzazione con una fermezza e con una coerenza quali ben raramente si sono viste nel corso della storia. Decidere se ciò sia stato anche un bene, per il popolo tedesco e per l’umanità intera, è – ovviamente – tutta un’altra questione; ma si tratta di due problemi diversi, l’uno di carattere squisitamente storico, l’altro di giudizio morale.
Gli storici che vestono, per partito preso, i panni del moralista, rendono un cattivo servizio alla loro professione, e – ciò che è più grave – allo stabilimento imparziale della verità.
Come se non bastasse, la maggior parte delle volte essi agiscono in tale maniera non tanto per autentica indignazione morale, quanto per una forma di ossequio, magari vissuto come una sorta di riflesso condizionato, nei confronti di una ideologia ben precisa: ossia per la loro personale adesione ad una Weltanschauung che si pone come conflittuale e incompatibile con quella del loro oggetto di studio – cioè, nel caso specifico, del nazionalsocialismo.
Non sono delle persone intellettualmente oneste, né degli studiosi seri, gli storici che trasgrediscono in questo modo alla doverosa imparzialità della loro professione: bisognerebbe starne alla larga, perché inquinano l’atmosfera culturale della società.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 22/07/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Novembre 2017

Del 30 Ottobre 2020

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