mercoledì, 24 Febbraio 2021
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Paulus avrebbe dovuto disobbedire a Hitler?

Paulus avrebbe dovuto disobbedire a Hitler? 19 novembre 1942: scatta l’operazione Urano una manovra a doppio avvolgimento perfettamente eseguita dalle armate sovietiche sul fronte di Stalingrado. I 4 punti di interrogativi? di Francesco Lamendola  

19 novembre 1942: scatta l’operazione Urano, una manovra a doppio avvolgimento perfettamente eseguita dalle armate sovietiche sul fronte di Stalingrado, a nord e a sud della città, che porta, nel breve spazio di quattro giorni, all’isolamento e al completo accerchiamento della Sesta armata tedesca e di alcune unità minori romene: la più potente ed efficiente armata della Wehrmacht, quella su cui Hitler aveva riposto le maggiori speranze per la conclusione vittoriosa della campagna nel fronte sud-orientale, fra il Don e il Volga, e per l’andamento complessivo della guerra. I tedeschi, i quali, sino a quel momento, erano stati costantemente all’offensiva, e che contavano di liquidare entro brevissimo tempo le ultime resistenze nella città di Stalingrado, dopo quasi quattro mesi di asperrima lotta strada per strada e casa per casa, improvvisamente si trovarono a dover subire una rapida e ben coordinata offensiva avvolgente sul modello di quelle che loro stessi avevano condotto vittoriosamente sul fronte orientale, sin dalle prime settimane dell’Operazione Barbarossa, ossia l’invasione dell’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941.

Il 23 novembre 1942 le due branche della tenaglia sovietica si chiusero e la Sesta armata si trovò completamente accerchiata. Si trattò di una doppia sorpresa, sia tattica che psicologica: il mito della insuperabilità manovriera dell’esercito tedesco si incrinava da un giorno all’altro, e il comandante della Sesta armata, Friedrich Paulus, si trovò nella inattesa condizione di dover prendere rapidamente una decisione: resistere sul posto, come Hitler aveva immediatamente preteso, oppure sganciarsi dal nemico tentando una veloce ritirata per ricongiungersi alle proprie linee, in direzione di Kalaš? È la domanda che gli storici militari continuano a porsi da allora, e che da settant’anni tormenta i loro pensieri: Paulus avrebbe potuto salvare la sua armata dalla distruzione, sganciandosi di propria iniziativa e contravvenendo agli ordini espliciti del Comando supremo? Esistevano delle ragioni così gravi da autorizzare una simile, aperta ribellione alla inflessibile volontà di Hitler? Per emettere una valutazione serena, bisogna tener presente che a Paulus era stato prontamente assicurato che la sua armata sarebbe stata rifornita di viveri, munizioni e tutto il restante materiale per mezzo di un ponte aereo, cosa che il maresciallo dell’aria, il vanitoso e incompetente maresciallo dell’aria Göring, si era detto sicuro di poter fare, e della cui riuscita si era assunto la piena responsabilità il suo più stretto collaboratore, generale Jeschonnek.

Le memorie di Paulus, rientrato in Germani orientale molto dopo la guerra – non senza prima aver aderito a una organizzazione di ufficiali tedeschi prigionieri che si appellavano ai soldati perché disertassero, e, poi, dopo aver testimoniato per conto dell’accusa al processo di Norimberga – non hanno potuto chiarire neppure esse la questione e sciogliere il dubbio. In effetti, la questione si può articolare nei seguenti interrogativi:

1) Aveva, il generale Paulus, elementi sufficienti per capire che, restando nella sacca di Stalingrado, la sua armata era votata alla totale distruzione?

2) Aveva elementi per capire e giudicare che le promesse dell’OKW, sia di rifornirlo con un ponte aereo, sia di ristabilire il collegamento con il fronte tedesco mediante un’avanzata delle truppe corazzate di von Manstein, erano solamente fumo negli occhi?

3) Anche rispondendo affermativamente alle prime due domande, resta la seguente: disobbedendo egli a Hitler e ordinando la ritirata alla fine di novembre, avrebbe salvato la sua armata e avrebbe potuto difendersi dall’accusa di viltà e di alto tradimento?

4) Se non avesse potuto, ed è chiaro che non avrebbe potuto, era realistico innalzare, da parte di un comandante al fronte, il segnale della rivolta antihitleriana, quando non esisteva, né in Germania, né nell’esercito, una vera opposizione organizzata contro il regime nazista e quando il destino stesso della patria tedesca appariva in gravissimo pericolo, oppure quel gesto sarebbe stato giudicato come una pugnalata nella schiena da parte di tutte le famiglie tedesche che avevano un figlio impegnato in una lotta per la vita e per la morte sul fronte orientale?

E si tenga presente che l’accerchiamento della Sesta Armata fu veramente fulmineo: in soli quattro giorni esso era stato completato, cogliendo completamente di sorpresa il Comando supremo tedesco, che non aveva subodorato nulla del genere, né era venuto a conoscenza, dalla ricognizione aerea o da altre fonti d’informazione, di grossi spostamenti di truppe nelle retrovie sovietiche. In quei quattro giorni, quando la situazione era ancora fluida, ma alquanto confusa, Paulus avrebbe dovuto decidere di disobbedire a Hitler e ordinare alla sua armata di concentrare le proprie forze a ovest, capovolgendo il fronte principale della lotta, per aprirsi un varco verso le linee tedesche. È realistico pensare una cosa del genere? Se ogni comandante di grandi unità al fronte decidesse di contravvenire agli ordini del proprio Comando supremo, in base a una propria valutazione dei fatti, quale esercito conserverebbe una minima parvenza di disciplina, coesione ed efficienza operativa? Non si sentirebbe autorizzato, ogni comandante di divisione, di reggimento, di battaglione, a fare la stessa cosa?

Ha scritto su take questione Walter Görlitz, il curatore delle memorie del maresciallo Paulus (da: Friedrich Paulus, Stalingrado; titolo originale: Paulus. Ich stehe hier auf Befehl, Frankfurt am Main, Verlag für Wehrwesen Bernard & Graefe, 1960; traduzione dal tedesco di Roberto Margoitta, Milano, Garzati Editire, 1967, pp. 91-96):

Con quali criteri poteva svolgere la sua azione un comandante d’armata in una situazione critica, di fronte a un nemico nettamente superiore e che non dava tregua, e tenendo nello stesso tempo conto della necessità di far concordare le sue decisioni con i puti di vista dei suoi superiori gerarchici? Di trattava di salvare e conservare la propria armata nel quadro complessivo degli avvenimenti? Si trattava esclusivamente di salvare la propria armata sena riguardi per la situazione globale? E si trattava proprio e innanzitutto di una decisione militare? O si trattava di decidersi a issare al fronte la bandiera della ribellione contro Hitler? […]

Più tardi sorse in patria una leggenda, secondo la quale Paulus avrebbe avuto il dovere di decider di testa sua la riturata dalla morsa, dando così il segnale della ribellione dei feldmarescialli a Hitler. […]

Che cosa contava allora un comandante di armata che comandava soltanto su un determinato settore del fronte? […] Diversa era la situazione all’OKH, allo stato maggiore dell’esercito. Qui si doveva riconoscere, come infatti avvenne, che la posizione di Stalingrado non era più sostenibile come non lo era quella dei reparti spintisi fino alle pendici occidentali e settentrionali del Caucaso. Il generale Zeizler chiese la ritirata della Sesta armata e lottò per ottenerla, ma invano; infatti Hitler respinse la sua richiesta quando il comandante in capo dell’arma aerea, il maresciallo del Reich Göring, , fece annunciare dal suo capo di stato maggiore, colonnello generale Jeschonnek, che l’aviazione avrebbe garantito i rifornimenti della Sesta armata accerchiata, i cui effettivi, nel diario di guerra del comando supremo, erano indicati con 400.000 [mentre erano, in realtà, 220-230.000 uomini, 260.000 dal punto di vista dei rifornimenti]. È indubbio che in quell’occasione si agì con grande leggerezza e, nove mesi dopo, il generale Jeschonnek si tolse la vita probabilmente non senza motivo.

In ogni caso, oggi è lecito affermare che non si può fare una colpa a Paulus del modo in cui agì nel novembre del 1942. In ogni caso egli doveva dare l’ordine ai reparti accerchiati dal nemico di chiudersi a riccio indipendentemente dalle decisioni future (ritirata o ricongiungimento con i rinforzi), per evitare che l’armata venisse schiacciata alle spalle. Gli era stato promesso il ricongiungimento con i rinforzi e gli era stato promesso il rifornimento per via aerea. E lui non poteva giudicare fino a quel punto le due promesse fossero utopie. Oggi è possibile calcolare con esattezza – nonostante il nuovo fronte in Africa del Nord con la formazione di una testa di ponte italo-tedesca in Tunisia e l’occupazione completa della Francia – che il ricongiungimento con i rinforzi sarebbe stato possibile solo che fosse stato scelto un adeguato baricentro delle operazioni. Per quanto riguarda i rifornimenti per via aerea, né i generali dell’arma aerea presenti nella sacca, né quelli fuori ella sacca, ma sempre operanti nello stesso settore, lasciarono in dubbio Paulus e Schmidt [il suo capo di stato maggiore] sul fatto che un ponte aero era impossibile per la scarsità di apparecchi da trasporto. Ma, poiché il ricongiungimento con i rinforzi era stato assicurato per i primi di dicembre, era pienamente giustificato almeno per un certo periodo di tempo il principio che il maggior generale Schmidt aveva chiaramente formulato con le parole: “Bisogna comunque tener duro”.

In realtà, qualche rifornimento fu inviato all’armata, anche se in misura inadeguata. Ma la questione decisiva non era quella dei rifornimenti per via aerea, bensì quella del ricongiungimento con i rinforzi, per la cui soluzione, secondo Paulus, l’avallo migliore era quello del nuovo superiore della Sesta armata, il feldmaresciallo Von Manstein, la più lucida mente strategica del vecchio stato maggiore.

E il maresciallo Paulus, post eventum, così ha voluto precisare la propria posizione all’epoca del’accerchiamento della sua armata (op. cit., p. 280):

…A quei tempi, né la Wehrmacht, né il popolo avrebbero avuto comprensione per una siffatta condotta da parte mia [cioè un’aperta disobbedienza a Hitler, se non una vera e propria ribellione]. Nelle sue conseguenze sarebbe stato un vero e proprio atto rivoluzionario e politico contro Hitler. E se avessi abbandonato la posizione di Stalingrado contrariamente agli ordini ricevuti, avrei forse proprio fornito a Hitler gli argomenti per accusare i generali di vigliaccheria e insubordinazione e per addossare a essi tutta la colpa della sconfitta militare che ormai si profilava sempre più minacciosa. 

Avrei così preparato il terreno per una nuova leggenda, la leggenda della pugnalata di Stalingrado, a danno della obiettività storica del nostro popolo e della lezione che i tedeschi devono ricavare da questa guerra.

Non ho mai avuto l’intenzione di provocare deliberatamente la sconfitta per far cadere Hitler e il regime nazionalsocialista che ostacolavano la fine delle ostilità. Né mi è noto che tale intenzione sia stata manifestata nell’ambito del mio comando.

Simili idee erano allora estranee al mio modo di ragionare, ma anche al mio carattere. Io ero soldato e allora ero convinto di servire il mio popolo proprio con l’ubbidienza. […]

Davanti alle truppe e ai comandanti della Sesta armata, come anche davanti al popolo tedesco, sono responsabile di aver eseguito fino alla catastrofe gli ordini di resistenza impartiti dal comando supremo.

Paulus, dunque, si è assunto la piena responsabilità delle proprie decisioni durante la battaglia di Stalingrado; e i suoi argomenti sono difficili da controbattere. Ogni soldato, che sia degno di questo nome, avrebbe agito come lui ha agito: un esercito non è una democrazia parlamentare, dove ciascuno decide in base a quel che gli sembra giusto, ma una macchina tanto più efficiente, quanto più tenuta insieme da una ferma disciplina.  Ma, obietterà qualcuno, l’esercito hitleriano non era una macchina bellica “normale”, perché quello nazista non era un sistema di governo “normale”: era un regime banditesco e mostruoso. Questo, però, è un giudizio politico: condivisibile fin che si vuole, ma sempre e solo un giudizio politico. I generali non sono mandati al fronte per fare politica, ma per eseguire gli ordini. La stessa cosa facevano gli eserciti che lottavano contro l’Asse: salvo rare eccezioni, come quella del generale Vlasov, anche i generali sovietici restarono fedeli e obbedienti alle direttive di Stalin, pur se qualcuno di essi nutriva dubbi sulla bontà del regime staliniano e, almeno nei primi due anni di guerra, sulla possibilità che Stalin li avrebbe condotti alla vittoria. A Paulus non è lecito domandare più di quel che sia lecito domandare a qualsiasi atro soldato: restare al suo posto ed eseguire le direttive del proprio comando.

I sovietici, quando lo catturarono, mostrarono meraviglia per il fatto che egli non si fosse messo in salvo per via aerea, o che a ciò non avessero provvisto i suoi superiori. Ma Paulus non era uomo da salvarsi, abbandonando i suoi soldati: rimase nella sacca, al suo quartier generale, perché così gl’imponeva l’onore militare. Forse Hitler, nominandolo feldmaresciallo alla vigilia dell’ultimo atto della tragedia, aveva inteso incitarlo a suicidarsi per non cadere in mano al nemico: un maresciallo del Reich prigioniero dei sovietici, era una cosa per lui impensabile. Invece Paulus non si suicidò, ma firmò la resa, il 30 gennaio 1943: l’una e l’altra cosa di propria iniziativa. Avrebbe potuto, o dovuto, mostrare un certo spirito d’iniziativa, prima che si giungesse all’ultimo atto del dramma? Onestamente, crediamo di no: non c’erano le condizioni per farlo. Inoltre, ciò non rientrava nelle tradizioni dell’esercito tedesco, e, prima, di quello prussiano. Forse una cosa del genere, la ribellione sul campo ai propri comandanti, sarebbe stata considerata abbastanza  normale nell’esercito messicano, o in quello cinese dell’epoca; ma non lo era affatto nella tradizione tedesca. Sarebbe perciò antistorico attendersi che Paulus avesse agito in maniera completamente difforme a quella dell’istituzione di cui faceva parte. Certo, ci si può chiedere se la scelta di mettere a capo della Sesta armata proprio lui, che non aveva mai comandato una grande unità sul campo, ma solo lavorato, con eccellenti risultati, presso lo stato maggiore, e di averlo fatto alla vigilia di una operazione fondamentale, come la campagna per la conquista di Stalingrado, sia stata felice; se non lo fu, la responsabilità ricade soprattutto sul generale Halder, che era, però, una delle migliori menti militari di tutto l’esercito tedesco.

Paulus non aveva la stoffa del trascinatore di uomini: durante tutte le fasi finali della battaglia, si recò quotidianamente ad ispezionare le prime linee, ma lo fece in sordina, senza curarsi che tutti i soldati della sua armata ne venissero a conoscenza; eppure, ciò sarebbe stato loro di conforto, almeno sul pian psicologico. Del pari, egli non era una mente creativa, capace di pensare in modo originale, ma un tecnico piuttosto compassato, un ufficiale di stato maggiore abituato a considerare la sua professione sotto l’aspetto puramente tecnico. Possedeva, nondimeno, una certa umanità: per esempio, fece in modo di non applicare, o di applicare il minimo indispensabile, le disposizioni inumane che pervenivano al fronte da Hitler, circa il trattamento da infliggere ai prigionieri e alle popolazioni civili. In questo, egli mostrò di essere un soldato di vecchio stampo, ancora legato alle tradizioni dell’esercito imperiale e niente affatto incline alla violenza gratuita, propria dei tanti ufficiali che aderirono al nazismo con piena convinzione. La sua formazione era diversa. Aveva sposato, nel 1912, un’aristocratica romena, e il suo mondo ideale era quello dell’epoca guglielmina: la Prima guerra mondiale, nella quale aveva combattuto, non lo aveva reso insensibile ai costi umani della guerra, com’era accaduto, invece, al caporale Hitler. Ciò detto, non si vede come e perché Paulus, alla fine di novembre del 1942, quando ci furono appena quattro giorni di tempo per decidere, avrebbe dovuto ribellarsi al proprio comandante supremo e tentare una ritirata che, anche riuscendo, avrebbe forse compromesso l’intero sistema del fronte orientale. Un comandante d’armata non conosce la situazione di tutto il fronte, ma solo quella del proprio settore: troppo poco per assumersi la responsabilità di una ritirata, anche a non voler tener conto del fattore gerarchico e disciplinare. Possiamo quindi concludere, con un ragionevole margine di certezza, che Paulus non avrebbe potuto agire diversamente da come agì; e che il destino della Sesta armata fu segnato non dalla sua debolezza di carattere e dalla sua mancanza di spirito d’iniziativa, ma dallo spostamento della bilancia a favore dei sovietici sul fronte orientale, e, più in generale (erano gli stessi giorni della decisiva battaglia di El Alamein in Egitto, e degli sbarchi alleati nel Nord Africa francese) dalla preponderanza, sempre più forte, della coalizione nemica dell’Asse, sia in uomini che in mezzi bellici e finanziari e in risorse alimentari.

Il disastro tedesco di Stalingrado parte da lontano, forse dal 22 giugno 1941, quando Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica senza disporre di una superiorità significativa sulle forze nemiche; senza aver chiuso la partita sul fronte occidentale con la Gran Bretagna; e senza avere un chiaro obiettivo strategico in mente, ma una avanzata a tappeto su tutto l’immenso fronte dal Baltico al Mar Nero, davanti a un nemico il quale,  come si era visto al tempo della campagna napoleonica del 1812, aveva dalla sua i due fattori decisivi di ogni guerra: il tempo e lo spazio. Altri errori venero poi, compreso quello di attaccare Stalingrado e invadere il Caucaso, mentre Mosca resisteva ancora, e i centri industriai degli Urali e della Siberia erano fuori dalla portata delle armate tedesche. Non si dovrebbe mai attaccare un nemico che si sa di non poter distruggere, né conquistare interamente…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Settembre 2017

Del 30 Ottobre 2020

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