sabato, 25 Settembre 2021
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Clemenceau, detto “il Tigre”: fu vera gloria?

Clemenceau, detto “il Tigre”: fu vera gloria? Fu un grande uomo politico? I libri di storia lo presentano come il salvatore della Patria ammettono che era impopolare in Parlamento ma che era l’uomo giusto nel momento giusto di Francesco Lamendola  

Georges Clemenceau è stato Primo ministro della Terza Repubblica francese per due volte: dal 1906 al 1909 e dal 1917 al 1920; il suo nome, la sua fama, la sua opera politica, sono affidati soprattutto al secondo mandato, che egli assunse in uno dei momenti più drammatici della storia del suo Paese, all’indomani dei grandi ammutinamenti nell’esercito francese, i quali, nella primavera del 1917, in piena Prima guerra mondiale, lasciarono appena un velo di truppe valide di fronte alle posizioni tedesche, e tutto sembrò sul punto di crollare.

Come capo del governo, il Tigre (com’era soprannominato per la sua estrema aggressività) impose una disciplina intransigente, rianimò l’esercito – avvalendosi dell’opera del maresciallo Pétain e del generale Foch -, rialzò il morale del fronte interno, soffocò ogni protesta, ogni brontolio negli ambienti sindacali, si impose al Parlamento, svuotandolo quasi delle sue finzioni e sospendendo, di fatto, la democrazia; fece persino arrestare l’ex ministro Louis Malvy con l’accusa di alto tradimento: avvalendosi della collaborazione di pochi uomini fidatissimi, rimise in piedi un Paese che pareva allo stremo, e lo guidò alla vittoria finale.

Fu un grande uomo politico, Georges Clemenceau? I libri di storia, specialmente francesi, lo presentano come il salvatore della Patria: ammettono che egli era impopolare in Parlamento e, in genere, fra i politici, ma sostengono che era l’uomo giusto nel momento giusto, e che il popolo e l’esercito erano con lui, avevano bisogno di lui, né sarebbero riusciti a superare le gravissime difficoltà in cui versavano, e lo smarrimento in cui versavano, senza la sua guida energica, decisa, intransigente. E tuttavia…

Clemenceau non fu solo l’anima della resistenza francese nel momento più duro della guerra; fu anche l’anima della sua diplomazia al tavolo della pace: fu, anzi – in un certo senso – il principale regista della Conferenza di Versailles. E non fu certo grande in pace come lo era stato in guerra: se i trattati di pace, specialmente quello con la Germania, furono caratterizzati da una dura volontà punitiva da parte degli Alleati, ciò lo si dovette alla sua influenza, alla impostazione che egli aveva dato ai lavori. In questo senso, Clemenceau non fu né generoso, né lungimirante: lo si può senz’altro annoverare fra i responsabili dello scoppio della Seconda guerra mondiale (anche se morì prima di poterla vedere, nel 1929). Il Tigre odiava la Germania. La odiava con tutto il cuore, con tutta l’anima. Sappiamo che, quando si recava in vista al fronte, esponendosi spavaldamente al tiro nemico, lanciava insulti e contumelie verso le trincee tedesche, concludendo con l’affermazione che i boches sarebbero stati piegati. Il suo odio era quasi patologico. Forse la Francia, per non cedere  nel momento più duro, aveva bisogno di un uomo come lui, di un odiatore dei Tedeschi come lui (erano in pochi, peraltro, a prevedere che la guerra sarebbe finita entro l’anno 1918; gli Alleati avevano già pronti i piani per una grande offensiva contro gli Imperi Centrali nella primavera del 1919); ma certo non ne avevano bisogno né la Francia, né l’Europa, né il mondo, per instaurare una vera pace, che rimuovesse o, almeno, attenuasse le rivalità internazionali.

C’è poi un’altra considerazione da fare. Clemenceau fu, nella condotta della guerra, perfettamente in linea con la dottrina militare della offensive à outrance: attaccare sempre, in qualunque luogo, in ogni momento; attaccare, con o senza artiglieria, con o senza ricognizione, con o senza protezione sui fianchi. È la dottrina che aveva consentito il miracolo della Marna, nel settembre 1914, quando i Tedeschi erano già quasi in vista di Parigi; ma era una dottrina sbagliata, velleitaria e foriera di pericolose illusioni. Era la dottrina “giusta” per una potenza di 39 milioni di abitanti che voleva contendere il primato europeo a una potenza di 70 milioni, più giovane, più espansiva e meglio organizzata: come se la volontà di attaccare potesse compensare l’inferiorità di uomini e mezzi. Tale dottrina aveva già portato una volta la Francia al disastro, nel 1870: era irrealistica e anche cinica, perché considerava uguale a zero il valore della vita umana. Era la dottrina che portò agli ammutinamenti del 1917, ai processi sommari e alle fucilazioni: il povero fante, il poilu, non contava niente, la sua vita era insignificante; l’importante era attaccare sempre e così strappare la vittoria. Come se il sacrificio delle fanterie, gettate allo sbaraglio negli assalti frontali contro le mitragliatrici e il filo spinato, avesse potuto compensare la mancanza di abilità e d’immaginazione degli strateghi. Se il compito del soldato semplice è quello di obbedire e di marciare, il compito dei generali di Stato maggiore è quello di vincere le guerre col minor sacrificio possibile di vite umane. Altrimenti i generali non sono strateghi, ma macellai: e ne seppe qualcosa il Regio esercito italiano, finché la condotta della guerra fu nelle mani del generale Cadorna, che per undici volte, con ottusa testardaggine, scagliò le fanterie contro le munitissime posizioni austriache, accumulando cataste di cadaveri e guadagnando solo pochi metri di terreno, senza mai imparare qualcosa da quelle terribili esperienze. Agli Austriaci, viceversa, bastò una battaglia sola per spazzar via quell’esercito ormai profondamente demoralizzato: perché Caporetto fu una vittoria dell’intelligenza e non della forza; i generali austriaci, e soprattutto tedeschi, videro, in un attimo, quel che Cadorna non aveva saputo vedere dopo undici battaglie successive: che, in montagna, le battaglie si vincono marciando rapidamente sul fondovalle e non dando l’assalto alle creste.

Ha scritto lo storico americano Richard M. Watt nel suo libro «Chiamatelo tradimento» (titolo originale: «Dare Call it Treason», New York, Simon & Schuster, 1963; traduzione dall’inglese di Mimina Capellini, Milano, Longanesi & C., 19636, pp. 376-390 passim):

«Lo scopo del governo di Clemenceau fu esposto nella famosa dichiarazione ministeriale del marzo 1918. A una domanda relativa ai suoi sistemi di governo, egli si protese dalla tribuna urlando bruscamente: “Ma, signori, io faccio la guerra! In politica interna, io faccio la guerra. In politica estera, io faccio la guerra. Sempre, dappertutto, io faccio la guerra… La Russia ci ha tradito, e io continuo a fare la guerra. La sfortunata Romania è stata costretta a capitolare,  ma io faccio sempre la guerra… E continuerò a farla fino all’ultimo quarto d’ora!” Nello stesso momento in cui il Tigre entrò in azione, in Francia la democrazia morì temporaneamente. E morì incompianta. […]

Una volta salito al governo, lo trasformò in una specie di dittatura. Non venne mai a patti con l’opposizione, usò qualunque tattica, qualunque tecnica, qualunque metodo gli tornasse utile. Il suo fine era la vittoria ed esso giustificava tutti i mezzi: spie della polizia, minacce personali, ricatti. Per ogni persona importante esisteva un dossier e Clemenceau non esitò un istante a usarlo. Era deciso a portare la Francia, esercito e interno, a condurre la guerra col massimo slancio. E un’intera vita di dura lotta politica aveva insegnato a quest’uomo duro come trattare i recalcitranti politici. Il Tigre diresse un governo di pochissimi. A sé egli riservò non solo la carica di Primo ministro, ma anche il ministero della Guerra allo scopo di assicurare una condotta dinamica alle operazioni belliche. Gli altri ministri erano delle vere nullità. Egli non aveva scelto i ministri per accattivarsi il favore del parlamento; li aveva scelti soltanto perché obbedissero ai suoi ordini e, in ogni modo, li disprezzava quasi tutti. […]

Le attività del governo furono concentrate nelle mani di Clemenceau e di due giovani segretari. Il generale Jean Mordacq aveva il comando della 24a divisione di fanteria. Clemenceau riconobbe in lui un ufficiale straordinariamente brillante e lo nominò suo chef de cabinet per le questioni militari. […[ L’altro aiuto di Clemenceau era Georges Mandel […], figlio di un sarto ebreo del distretto parigino di Sentier, covava sin dai primi anni della giovinezza un’ambizione: servire Georges Clemenceau. […] 

Lo straordinario successo di Clemenceau come leader del tempo di guerra non sta tanto in ciò che fece, quanto piuttosto nello spirito che lo pervase. Fu una dimostrazione grandiosa dell’effetto che un uomo risoluto può avere su una gran massa la quale, come si vide, aveva solamente bisogno di essere guidata. Tutta la popolazione francese, soldati e civili, sapeva adesso che non ci sarebbe mai stata una resa, mai una pace negoziata. La nazione comprendeva di essersi irrevocabilmente consegnata tra le mani di un uomo che, piuttosto di darsi vinto, avrebbe portato il paese alla rovina, mandato alla morte ogni soldato, e se fosse stato cacciato dal suolo di Francia avrebbe continuato la guerra dalle colonie. Di fronte a questa folle risolutezza, il parlamento tremò. La camera dei Deputati, i cui membri detestavano quasi tutti Clemenceau, avrebbe potuto in qualunque momento destituirlo con un voto di sfiducia, ma non osò farlo. Furono rare le occasioni in cui il parlamento tentò seriamente di contestare i poteri al Tigre. […]

Lo sforzo della guerra francese era completamente sotto la direzione personale di Georges Clemenceau, l’uomo che credeva che “la guerra è una questione troppo grave perché la si posa lasciare in mano ai soldati”.  Soltanto dopo la fine della prima guerra mondiale la prospettiva dello sforzo francese apparve in tutta la sua evidenza. Questa nazione mobilitò per la guerra una percentuale della popolazione superiore a quella di ogni altro paese;  questa terra, prima a carattere fondamentalmente agricolo, privata delle sue province più fertili per l’occupazione tedesca, riuscì a trasformare la sua economia, diventando una potenza industriale che non soltanto soddisfece i suoi bisogni, ma anche quelli degli alleati. e il suo esercito, che in un primo tempo era apparso quasi distrutto, che aveva perduto la maggior parte dei suoi ufficiali, sopravvisse a quattro anni di trincea contro un nemico più potente e avvantaggiato. in questa cornice di fatti straordinari la storia dei tradimenti e degli ammutinamenti trova una giustificazione. l’esercito e il popolo vacillarono, ma fu un momento. la nazione si affidò a due uomini, Pétain e Clemenceau che seppero guarire la Francia dal male che la rodeva e riportare il benessere al paese. Un popolo capace di tanto ha il diritto di esser chiamato grande.»

Il giudizio dello storico americano, come si vede, è sostanzialmente positivo e tende a confondersi con l’ammirazione per il popolo francese in quanto tale, ritenuto un grande popolo perché seppe fronteggiare delle tremende avversità, più di qualunque altro popolo coinvolto nella carneficina della Prima guerra mondiale. Nemmeno una parola, però, sul fatto che la politica estera francese, la brama di revanche francese, l’ossessione per l’Alsazia-Lorena (che per secoli erano state parte dell’Impero germanico), l’aggressiva politica coloniale francese (si pensi solo all’incidente di Fascioda, sul Nilo, del 1898), il riarmo dell’esercito francese, la stessa dottrina della offensive à outrance, per non parlare della innaturale, mostruosa alleanza della Francia laicista e repubblicana con il dispotico Impero zarista, e tutto per odio implacabile verso la Germania, diedero un contributo notevolissimo allo scoppio della guerra nel 1914.

La verità è che la Francia, spodestata nel 1870 dalla sua posizione di egemonia continentale, non volle mai riconoscere il fait accompli ed i suoi capi politici e militari fecero di tutto per rovesciare la situazione d’inferiorità del loro Paese bramoso di rivincita: il che non poteva avvenire senza tessere una rete di alleanze anti-tedesca, che avrebbe inevitabilmente portato, prima o poi, alla guerra. Certo è che anche la Germania ebbe le sue responsabilità (e le altre potenze). La Francia, peraltro, ebbe anche gravissime responsabilità nel creare i presupposti della Seconda guerra mondiale: per puntellare la propria ritrovata, ma effimera egemonia sul continente, favorì lo smembramento dell’Austria-Ungheria e si legò alla Polonia e ai Paesi della Piccola Intesa (Cecoslovacchia, Romania, Jugoslavia), attizzando il revisionismo tedesco e magiaro contro i trattati di pace. Di fatto, a vincere la guerra del 1914 non fu la Francia, né l’Europa, ma gli Stati Uniti d’America.

Clemenceau, in tutto questo, svolse un ruolo eminente. Era un uomo d’odio, e fu utile al suo Paese nel momento più duro della guerra; ma la grandezza di un uomo politico non si misura nel suo odio e nella sua sete di vendetta, ma nella sua saggezza e lungimiranza: e Clemenceau, a Versaillles, non fu né saggio, né lungimirante. Si intestardì con le astronomiche riparazioni economiche da imporre alla Germania sconfitta e in bancarotta, fece di tutto perché la pace fosse punitiva. Non rifletté mai sulla cosa più importante, su cui avrebbe dovuto riflettere un grande statista europeo: che se i nazionalismi esasperati avevano causato la catastrofe del 1914-18, occorreva agire per rimuoverli o attenuarli, non per accrescerli e rinfocolarli: a meno che la lezione non fosse bastata e che qualcuno fosse desideroso di una nuova guerra fra le nazioni, che avrebbe segnato – come difatti avvenne – il suicidio dell’Europa e la sua scomparsa dalla grande politica mondiale. Pertanto possiamo concludere che Clemenceau fu l’uomo “giusto” per una nazione che non si rassegnava a perdere il primato in Europa, e che, per questo, era disposta a precipitare nell’abisso il continente e il mondo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 4 Ottobre 2015

Del 30 Ottobre 2020

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