giovedì, 24 Giugno 2021
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Josef Martin Bauer, l’altro volto del soldato tedesco

Josef Martin Bauer, l’altro volto del soldato tedesco. Finché i piedi ci portano: la storia, insieme epica e disadorna, di un prigioniero di guerra tedesco che fugge da un campo di concentramento dell’estrema Siberia Orientale di Francesco Lamendola

Vi sono dei libri che lasciano un’impressione profonda e duratura, specialmente se letti nell’infanzia o nell’adolescenza, e che contribuiscono al formarsi di una Weltanschauung che, senza di essi, sarebbe stata assai diversa da quella che, invece, ha finito per delinearsi, un tassello dopo l’altro, sino a formare una certa immagine del reale, attraverso la quale noi ci confrontiamo col mondo partendo da alcuni punti fermi e da alcune certezze che, per quanto siano, umanamente parlando, relative, nondimeno tendono a porsi come assolute: perché l’anima ha bisogno di verità e non può adattarsi a vagare in una nebbia perenne, dove nulla è come sembra e tutto è opinabile. E quanto più l’anima è esigente, quanto più è fatta di materia preziosa (sempre per usare un linguaggio umano; perché le anime, in se stesse, son tutte ugualmente nobili e preziose, al momento del concepimento), tanto più essa ha bisogno di verità e di assoluto; né mai si accontenta, si rassegna o si adatta, se ha la sensazione di un compromesso, d’un equivoco, d’una ambiguità. Oggi si fa passare per un merito ciò che, invece, è un grave difetto: l’estrema adattabilità, intesa come rifiuto di ogni certezza e come negazione della verità assoluta; mentre è innegabile che tante generazioni si sono avvicendate trasmettendosi l’un l’altra la ferma convinzione che la verità esiste, e che lo scopo della vita è cercarla, e, trovatala, servirla e adorarla, senza fare calcoli di opportunità o piegarsi a compromessi avvilenti. Per noi, uno di quei libri “decisivi”, proprio perché letto in giovanissima età, è stato Finché i piedi ci portano, di Josef Martin Bauer: adocchiato per caso dietro la vetrina, non d’una libreria, bensì di una semplice edicola-tabaccheria (ma le cose accadono davvero per caso, nella vita umana?), in un periodo in cui eravamo particolarmente interessati alla storia tedesca, alla memorialistica di guerra e ai riflessi dello spirito militare tedesco su quel popolo, acquistarlo e immergerci nella lettura, divorandolo in poche ore, fu tutt’uno. E fu una lettura strana, commovente, drammatica e, per certi aspetti, affascinante: la situazione descritta era così insolita, l’angolo prospettico così nuovo e inaspettato, rispetto all’immaginario riguardante il soldato tedesco, da risultare già, di per se stessa, alquanto intrigante. Infatti, per una volta, il sodato tedesco non era il “cattivo”, ma il “buono”, oltre ad essere lo sconfitto e l’inerme per antonomasia, cioè il prigioniero, il deportato, però un prigioniero che non si rassegna alla deportazione, che sogna la libertà e la patria lontanissima, che fugge e percorre a piedi più di metà dell’Asia, contro tutto e contro tutti, guidato da un istinto insopprimibile, più forte della paura e di ogni delle fatica.

Josef Martin Bauer nasce l’11 marzo del 1901 a Taufkirchen, circondario di Erding, una cittadina dell’Alta Baviera situata sul fiume Vils (affluente del Lech, il quale, a sua volta, è un affluente di destra del Danubio), e deceduto il 15 marzo 1970 a Dorfen, nello stesso circondario. È stato il padre di un altro nome piuttosto noto nell’ambito della cultura di area tedesca, Hermann Bauer (Dorfen, 12 dicembre 1929-Monaco, 21 gennaio 2000), storico dell’arte. La passione per l’arte, la frequentazione delle chiese e l’educazione allo spirito religioso, evidentemente, si sono trasmesse, in quella famiglia, da una generazione all’altra: il padre dello scrittore era un appassionato di botanica, ma anche un ammiratore delle bellissime chiese e dei conventi benedettini della Baviera e del Salisburghese, e amava portare con sé il figlio. Che, poi, suo nipote, il figlio dello scrittore, sia diventato a sua volta un insigne storico dell’arte, un Kunsthistorisker, come dicono da quelle parti, non è certo dovuto al caso, ma al fatto che anche Josef ha fatto, con il suo bambino, quel che faceva con lui, il nonno: portarselo dietro per ammirare la bellezza e la storia del proprio Paese, per immergersi nella contemplazione ammirata delle proprie radici. E questa è una lezione che risulta, oggi, di estrema attualità: se gli adulti non sono capaci, o non sono neppure interessati, a trasmettere ai loro figli e nipoti l’amore e la conoscenza della propria identità, non ci si deve poi meravigliare del fatto che la civiltà europea si stia rapidamente spegnendo, uccisa dal consumismo d’importazione americana e da una globalismo che si risolve nell’accoglienza indiscriminata di milioni e milioni di stranieri di origine asiatica e africana, del tutto estranei alla nostra civiltà e, sovente, animati da una vera e propria ostilità nei suoi confronti.

Josef Martin Bauer si era già fatto notare come promettente scrittore e come giornalista radiofonico quando, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, venne arruolato, benché quarantenne, nelle truppe alpine della Wehrmacht e inviato sul fronte russo, dove, fra l’altro, partecipò alla spettacolare scalata della vetta più alta del Caucaso, il Monte Elbrus (m. 5.642), che, nella prospettiva di Hitler, doveva assumere un grande valore simbolico e propagandistico, mentre rimase una specie di exploit sportivo isolato, dato che subito dopo ci fu il disastro di Stalingrado e l’esercito tedesco dovette rapidamente sgomberare sia il Caucaso che il Kuban. In quel periodo, Bauer pubblicò, da militare, un paio di reportages di guerra sul fronte orientale, che si possono assimilare al famoso La pelle di Curzio Malaparte, ma che, in Germania, avevano dei precedenti illustri sulla Prima guerra mondiale, come il Diario romeno di Hans Carossa: Le gru di Nogaia. Diario della campagna nell’est, e Stelle alpine in Ucraina. Una divisione alpina in lotta contro l’Unione Sovietica. Intanto aveva scritto anche alcuni libri dedicati alla vita contadina bavarese, un argomento che lo aveva sempre interessato e col quale aveva esordito, nel 1931, col romanzo Achtsiedel. Un altro libro di guerra sarebbe apparso poi, nel 1950: Avventure nel Caucaso (Kaukasisches Abenteuer).

Il libro che gli diede la notorietà internazionale, tuttavia (anche per merito del cinema), fu proprio quello che ci era capitato in mano, da ragazzi, poco dopo essere stato tradotto in Italia, Finché i piedi ci portano: la storia, insieme epica e disadorna, di un prigioniero di guerra tedesco che fugge da un campo di concentramento dell’estrema Siberia Orientale e che, fra mille avventure e pericoli, riesce a tornare in patria, alcuni anni dopo la fine del conflitto, passando incredibilmente per la Mongolia, l’Iran e la Turchia, simile a uno spettro che ritorna dal passato. Il libro, apparso nel 1955, fu adattato per il cinema e tradotto in ben quindici lingue, diventando un best-seller mondiale. Il lettore è portato a pensare che sia il resoconto d’una vicenda vissuta in prima persona; invece Clemens Forell, il protagonista, non è il nome fittizio dello scrittore, ma di un certo Cornelius Rost, nativo di Kufstein, classe 1919, il quale, nel 1949, riuscì a fuggire da una miniera di piombo in cui lavoravano i prigionieri tedeschi, presso Capo Dežnev, e percorrendo 14.000 km. a piedi, ritornò a casa nel 1952. Rost narrò la sua storia a Bauer e morì nel 1980, dopo una vita passata nel perpetuo timore di subire una vendetta da parte del KGB, per aver denunciato il trattamento inumano riservato ai prigionieri di guerra tedeschi nei lager di Stalin, e il loro mancato rimpatrio, a guerra finita, contro le leggi internazionali. Bauer, che aveva vent’anni più di Rost, morì prima di lui; trent’anni dopo la morte di quest’ultimo, inchieste giornalistiche rivelarono che la storia era stata in parte abbellita, perché Rost era tornato a Monaco fin dal 1947 e che non era ufficiale. Non ci pare, tuttavia, che queste rivelazioni cambino sostanzialmente il quadro narrato, in buona fede, da Bauer, perché l’odissea dei soldati tedeschi prigionieri in Russia è autentica, come quella personale di Rost.

Affinché il lettore possa farsi un’idea dello stile, riportiamo la pagina iniziale del romanzo (da: Josef Martin Bauer, Finché i piedi ci portano; titolo originale: So weit die Füsse tragen, München, Franz Ehrenwirth Verlag, 1955; tr. di Renata La Racine, Milano, Longanesi & C., 1967, pp. 9-10):

Le urla lungo la tradotta sono assordanti, gli sportelli dei vagoni vengono aperti con violenza. Dopo ventisei giorni l’orecchio si è abituato a distinguere i vari suoni fra il torrente di parole russe e, dalle loro intonazioni, gli uomini che scaturiscono a valanga dal treno capiscono che per prima cosa devono scaricare le salme; poi sarà loro concesso di riempire di neve le pentole e di prelevare qualche bracciata di legna dal gruppo laggiù. Un paio di bracciate per ogni vagone, ma sempre legna, senza la quale da nove giorni non si poteva più accendere la stufa.

Il cammino verso l’eternità ha le sue tappe fisse, il tempo non è né perduto né guadagnato, se il convoglio resti fermo tre ore oppure quattro giorni. La stazione di chiama Omsk. Sono ventisei giorni di viaggio.

Dai vagoni visitati dalla morte dopo l‘ultima fermata  vengono calate le salme nell’aria gelida e deposte sul terrapieno di un binario accanto. Poi si fa incetta di legna. Passarla di mano in mano è divenuta un’abitudine. Ma la città, al di là dei morti e dei binari, è bella: sembra una cartolina di auguri natalizi di gusto romantico, dipinta su uno sfondo di cielo rosato con i suoi campanili e le sue case inzuccherate di neve.

Uno spilungone che porta un carico di legna, libera il braccio sinistro per indicarla città:

“Dio mio! Come è bello!”

“Come, c’è qualcosa di bello da queste parti?”

“I campanili. Le chiese.”

Leibrecht toglie la legna allo spilungone e la getta nell’eterno del vagone.

“Pare che ti facciano una certa impressione le chiese, Forell. Eri forse bigotto? O stai per diventarlo? Il mucchio di legna laggiù è più bello. Vogliamo provarci di nuovo?”

“Sono troppo alto”, dice Forell ridendo. “A me, mi vedono.”

Ma ci prova lo stesso: si mette in fila e, quando viene il suo turno, allunga le mai. La sentinella infagottata di pellicce si mette subito a urlare e Forell, sebbene non capisca una parola di russo, capisce abbastanza quel poco assortimento di colpite minacce e se ne vien via mogio mogio.

“La sentinella è bigotta anche lei, a modo suo”, dice Leibrecht sorridendo, mentre Forell si ritira nel vagone a mani vuote. “Ha trovato espressioni del buon tempo antico per liquidarti. Però…hai ragione. Questi campanili sono una meraviglia.”

“Tutta la mia infanzia l’ho trascorsa all’ombra di campanili. Papà aveva la passione della botanica e ogni domenica, quando noi bambini andavamo in montagna insieme con lui, ci spiegava come gli stessi fiori crescono con altri colori su terreni diversi e dove si conoscono le chiese più belle. Conosci Ettal?”

“Ci sono passato qualche volta.”

“Dovresti vedere la chiesa. Oggi non saprei dire se è veramente così bella come mi sembrava quando ero piccino. Vorrei tornare nella rotonda sotto la cupola”.

“Come ringraziamento per il felice ritorno in patria, forse?”

Forell socchiude gli occhi nel sentir parlare Leibrecht con noncuranza e quasi con scherno di un ritorno che non ci sarà per nessuno. “Vorrei stare ancora sotto quella cupola, guardarmi intorno e ascoltare. Me lo ha insegnato mio padre nella chiesa del convento di Ettal. L’ambiente è senza acustica. Dovunque tu stiamo, invece di udire un suono pieno odi soltanto un mormorio di musica e parole. Vorrei tornarci con mio padre.

“Per ora, contentati di Omsk! Date le circostanze si può dire che è bello. In quanto a tuo padre, se ben ricordo, mi hai raccontato che è morto.”

“A primavera saranno quattro anni. Mi mancheranno le sue spiegazioni. Così sono proprio solo.”

“Andiamo, Forell! Dopo ventisei giorni di vagone chiuso l’aria fredda ti farà male.”

“Saliamo!”

“Conosco questi sogni, caro mio. Emmesberger ha cominciato così: sognava le mele sull’armadio della sua camera da letto. Tu sogni le chiese. Ma da sogni di questa fatta vegono fuori le più grosse sciocchezze. Emmesberger cominciò con le mele sull’armadio. Poi si mise a confabulare con Danhorn per giornate intere e si fece spiegare dov’era il confine con la Manciuria. Adesso non ha più il pensiero della fuga e può mangiare in terno le sue mele, non ha più freddo, non ha più fame, non ha più bisogno di farsi descrivere i monti intorno al lago di Baikal e, se nel frattempo la neve non l’ha completamente ricoperto, sta ancora lì come l’abbiamo deposto dal treno a Tobol, con il braccio destro congelato sotto la testa, come se dormisse sognando le mele.”

“Lascia in pace il buon Emmesberger. Era un brav’uomo. Ma un topo come quello non ce la fa oltre i cinquanta chilometri.”

“E tu credi che andresti più lontano?”

Grazie alla lettura di libri come questo, certi pregiudizi assai diffusi non hanno fatto presa in noi. Anche fra i soldati tedeschi c’erano brave persone, innamorate dell’arte, della natura, della cultura; anime pie, che sognavano il mistico silenzio d’una chiesa campestre, in mezzo agli orrori della prigionia in Siberia. Certo, si tratta di conclusioni di semplice buon senso: ma quanto è dura la scorza dei pregiudizi, specialmente se non vanno in direzione della cultura progressista dominante…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Luglio 2017

Del 31 Ottobre 2020

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