domenica, 19 Settembre 2021
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La battaglia del Mar di Giava consegna l’Insulindia ai Giapponesi (27 febbraio 1942)

La battaglia del Mar di Giava consegna l’Insulindia ai Giapponesi (27 febbraio 1942). L’Olanda dovette dare addio definitivamente non solo a un pezzo della sua storia, ma anche alle favolose ricchezze dell’Insulindia di Francesco Lamendola  

Dopo il fulmineo attacco sulla base statunitense di Pearl Harbor del 7 dicembre 1941, per sei mesi le forze armate giapponesi furono all’offensiva su tutti i fronti del Pacifico e del Sud-est asiatico, portando a termine, con successo, una serie di spettacolari operazioni coordinate terrestri, navali ed aeree.

Il 10 dicembre le due poderose navi inglesi Prince of Walesee Repulse affondano allargo della costa orientale della Malesia, bersagliate da un attacco di bombardieri e di aerosiluranti; il 25 dicembre Hong-Kong, l’isola-piazzaforte britannica sul Mar Cinese Meridionale, firma la resa incondizionata; e il 15 febbraio lo stesso destino tocca alla fortezza britannica di Singapore, considerata inespugnabile, ma i cui cannoni sono tutti rivolti verso il mare, capitola, dopo essere stata investita dalla parte di terra. Intanto i Giapponesi erano sbarcati nelle Filippine, sbaragliando in poche settimane la guarnigione americana  e stringendola nell’isola di Corregidor e nella Penisola di Bataan, dove finirà per arrendersi, mentre il generale Mac  Arthur sarà costretto a fuggire  dall’arcipelago, alla metà di marzo, raggiungendo in volo la base di Darwin, sulla costa settentrionale dell’Australia.

Subito dopo la Malesia e Singapore, è la volta delle Indie Orientali Olandesi, un enorme complesso di territori che si allunga per 5.000 km. da Sumatra alla Nuova Guinea Occidentale, ricchissimi di materie prime strategiche, delle quali il governo di Tokyo ha estremamente bisogno – specialmente gomma e petrolio – per sostenere lo sforzo bellico. I primi sbarchi hanno luogo a Sumatra, la più occidentale del vastissimo arcipelago, quindi a Bali e , il 20 febbraio, occupano con un colpo d’audacia l’isola di Timor, la più grande e importante del gruppo delle Piccole Isole della Sonda, che era per metà colonia portoghese e per metà olandese. A questo punto Giava, l’isola economicamente e strategicamente più importante, si trova così minacciata su entrambi i lati. Non appena sbarcati, i Giapponesi si affrettano ad allestire degli aeroporti dai quali alzare in volo i propri bombardieri e i propri aerei da ricognizione, in modo da assicurarsi il dominio dell’aria e da localizzare la posizione delle forze aeronavali avversarie.

A Giava, cuore dell’Impero coloniale olandese, gli Alleati hanno allestito in fretta e furia una forza mista che prende il nome di ABDA (American, British, Dutch, Australian), con quartier generale a Bandung, a 180 km., in linea d’aria da Batavia, la capitale, sulle montagne nel centro dell’isola. Il suo comandante è l’inglese sir Archibald Wavell, che ha già combattuto in Nord Africa contro Rommel, e che riceve istruzioni da Churchill e da Roosevelt di tenere a tutti i costi la “barriera della Malesia”.

Ma la rapida caduta di Singapore, largamente inattesa, compromette la strategia alleata, mettendo lo Stretto di Malacca, principale passaggio dall’Oceano Indiano al Pacifico, nelle mani dei Giapponesi, e inoltre produce un autentico shock psicologico. Ormai anche la posizione di Giava, principale antemurale verso l’Australia, sembra indifendibile; e il 25 febbraio Wavell scioglie il comando ABDA delle forze di terra, e trasmette il comando della difesa delle Indie Orientali al governatore olandese. Da Londra ha ricevuto l’ordine di recarsi immediatamente in India, per organizzarvi la difesa: l’incredibile è avvenuto, dall’ex Indocina francese e dall’alleato Siam, le truppe giapponesi hanno invaso la Birmania, dilagando come un fiume in piena sino ai confini dell’Impero indiano. E il capo nazionalista indiano, Chandra Bose, giunto in Estremo Oriente dalla Germania, dopo un viaggio avventuroso attraverso l’Unione Sovietica, si sta dando da fare per reclutare un esercito di liberazione nazionale fra i prigionieri catturati dai Giapponesi (nel 1943 egli giungerà a costituire un governo nazionale indiano, con capitale provvisoria a Rangoon).

Questa la situazione alla vigilia della battaglia navale del Mar di Giava, che avrebbe deciso il destino dell’Insulindia.

Scrive Marcel Giuglaris nella sua ormai classica Storia della guerra del Pacifico (titolo originale francese: Le Japon perd la guerre du Pacifique, traduzione italiana di G. Lenzo e L. Patti, Milano, Longanesi & C., 1973, vol. 1, pp. 117-118:

“Tutte le campagne: di malia, di Hong-Kong, Filippine, Guam, isole del Pacifico o del Sud-est asiatico, Birmania, per quanto spettacolari fossero, non erano, per i giapponesi, che piccole campagne, marce di avvicinamento a quello che sarebbe stato il culmine di questa prima parte della guerra: l’attacco delle Indie Olandesi.

“Dalla conquista dei pozzi di petrolio intatti,  dalla possibilità di assicurarsi le materie  prime delle Indie Olandesi, dipendeva  il seguito della guerra della Grande Asia.  Se le campagne di Sumatra e Giava fossero riuscite,  non solo tutto l’Est asiatico sarebbe entrato a far parte dell’Impero giapponese, ma pure la speranza di una autarchia economica del Grande Giappone avrebbe potuto trasformarsi in realtà. Tutti i piani di guerra non erano stati concepiti che per un solo scopo: impadronirsi delle Indie Olandesi.  Era la Terra Promessa della grande avventura.

“Occorreva che la pesa elle Indie Olandesi la campagna più importante, fosse anche la più rapida, la più scaltra psicologicamente, faccia a faccia con gli indigeni la più accurata nella preparazione, la meno brillante dal punto di vista militare, la meno sanguinosa, soprattutto. Occorreva che le Indie Olandesi cadessero come un frutto maturo.

“Chi avrebbe fatto questa campagna? In Malesia si era impiegato Yamashita, un Rommel  o un Bonaparte giapponese, che aveva portato a termine laggiù la sua campagna d’Italia. Alle Filippine, Homma, un attaccabrighe senza genialità. In Birmania, c’era Hida, una specie di pugile. Per le Indie Olandesi, occorreva un uomo docile agli ordini di Tokyo, che avesse  a un tempo la ‘grinta’ e le buone maniere.

“Si trovava proprio a Canton, alla tsta delle armate giapponesi della Cina del Sud, un uomo che aveva una buona reputazione presso gli ambienti amministrativi;  il generale Imamura Hitoshi. Il 6 novembre, dopo aver comandato per quattro mesi la 23.a armata, un telegramma del Ministero della Guerra lo chiamava a Tokyo. Era promosso comandante in capo della 16.a armata. (…)

“La missione della 16.a armata sarebbe stata la presa di Giava.”

Il comandante delle forze navali alleate a Giava era il vice-ammiraglio Conrad E.L. Helfrich, uomo energico e combattivo, il quale riteneva, nonostante tutto, che l’isola potesse ancora venire difesa con successo, a patto di dare battaglia alla marina giapponese e da colpire i convogli di truppe destinate allo sbarco.

In effetti, due grandi convogli nipponici erano già in navigazione verso le due estremità dell’isola, carichi di fanteria, e, il 26 febbraio, erano ad alcune centinaia di chilometri dai loro rispettivi obiettivi: lo sbarco era stato stabilito per il 28 febbraio. Il Convoglio Occidentale (ammiraglio Kurita), che puntava dalle Isole Andamane su Batavia, comprendeva 56 navi da trasporto ed era scortato da alcuni incrociatori e da due flottiglie di cacciatorpediniere. Il Convoglio orientale (contrammiraglio Nishimura), che puntava, da Balikpapan, in direzione di Surabaja, per lo Stretto di Makassar, era formato da 40 trasporti ed era scortato, anch’esso, da incrociatori pesanti e leggeri e da due squadre di cacciatorpediniere. Una terza, poderosa formazione procedeva in avanscoperta, circondando, da est a ovest, l’isola di Bawean; era comandato dal contrammiraglio Sokichi Takagi, che aveva fama di essere un abile tattico, ma forse – a giudizio di alcuni suoi subordinati – un po’ troppo prudente.

Il 25 l’isola di Bawean venne occupata dai Giapponesi senza alcuna difficoltà, ma alcuni sommergibili americani videro la flotta avversaria e ne informarono l’ammiraglio Helfrich. A mezzogiorno del giorno dopo, il 26, il Convoglio orientale venne avvistato da due ricognitori alleati a circa 280 km. da Surabaja. Helfrich  decise di affrontarlo con la maggior parte delle forze a sua disposizione e fece uscire da Surabaja, per andargli incontro, la squadra del contrammiraglio Karel W. F. Doorman.

Si trattava di una squadra eterogenea, composta da unità di quattro diverse Marine, che non avevano mai compiuto esercitazioni congiunte e che non disponevano neppure di un codice unico di trasmissioni. Essa era formata da due incrociatori leggeri olandesi, il De Ruyter, da 6.500 tonnellate (che alzava le insegne di nave ammiraglia) e il Java, da 6.700; un incrociatore leggero australiano, il Perth, da 7.000 tonnellate; un incrociatore pesante americano, l’Houston, da 9.000 tonnellate; e un incrociatore pesante britannico, l’Exeter, da 8.400 tonnellate, che si era reso celebre nella battaglia del Rio de la Plata, nel dicembre del 1939, contro la corazzata “tascabile” tedesca Graf von Spee. Vi erano inoltre 3 cacciatorpediniere britannici, 3 olandesi e 5 americani, per un complesso di circa 50.000 tonnellate. Ma, oltre alla mancanza di coesione, la squadra alleata aveva un altro grave punto debole: l’assenza totale di una copertura aerea e di ricognizione, il che la obbligava a navigare alla cieca.

Poco dopo la partenza della squadra di Doorman, ad Helfrich giunse la segnalazione, da parte di un ricognitore britannico, che un altro grosso convoglio si stava avvicinando all’estremità occidentale di Giava. Contro di esso egli mise in mare tutto quel che gli restava, ossia l’incrociatore leggero australiano Hobart, altri 2 vecchi incrociatori, Dragon Danae e 2 vecchi cacciatorpediniere, Scout e Tenedos.

Poco dopo il comandante delle forze aeree ABDA, tenente generale L. J. Van Oyen, comunicò ad Helfrich che le forze americane, teoricamente sottoposte al suo comando, avevano ricevuto dalla madrepatria l’ordine di evacuare l’isola e si stavano raccogliendo nel porto di Tijlatjap, sulla costa meridionale, nonostante i suoi ordini e le sue esortazioni. Anche per le forze aeree, dunque, l’ABDA non esisteva più; era perciò chiaro che, per la battaglia navale sulla costa nord, Doorman non avrebbe potuto disporre di un solo aereo.

Doorman uscì dal porto di Surabaja alle 18,30 del 26 febbraio con le sue 14 navi, diretto verso il Convoglio orientale forte di 17 navi da guerra giapponesi, tra le quali i due incrociatori  pesanti Nachi Haguro, ciascuno dei quali era armato con 10 cannoni da 203 mm. (contro i 12 cannoni di grosso calibro dei due incrociatori pesanti della squadra alleata). Doorman era un uomo intrepido: per lui, come per i suoi uomini, dall’esito dello scontro dipendeva il destino delle loro famiglie. Dopo l’invasione tedesca dell’Olanda, nella primavera del 1940, le Indie Orientali erano la loro seconda patria: se Giava fosse caduta, tutto l’Impero olandese sarebbe finito irrimediabilmente nelle mani dei Giapponesi.

Il morale degli equipaggi di entrambe le squadre era alto, ma con una sostanziale differenza: i Giapponesi, consci della propria forza, provenivano da una serie ininterrotta di vittorie strepitose, mentre gli Alleati, che erano passati da una sconfitta all’altra, sapevano di battersi per l’onore e per la difesa dell’isola, ma con scarse probabilità di poterla mantenere, anche nel caso fortunato che avessero riportato un successo tattico.

Ha scritto John Toland nel suo libro Alla riscossa (titolo originale: But not in Shame; traduzione italiana di Giuseppe Cacioppo, Milano, Longanesi & C., 1963, p. 393):

“La formazione si diresse verso nord, nel Mar di Giava, immergendosi nell’atmosfera viola del crepuscolo. Poi accostò a est e incominciò la sua corsa notturna in cerca delle navi di Takagi.

“Infondeva speranza vedere questa forza navale, e coloro che erano a bordo di quelle navi assortite  si sentivano rassicurati di essere in così superba compagnia; ma era una forza raffazzonata, eterogenea. Ogni gruppo nazionale era in effetti una forza navale a sé che non divideva con gli altri né dottrine, né procedure, né tecnica. Le ultime affrettate istruzioni di Doorman, prima di uscire in mare, erano state necessariamente vaghe e incomplete. Era, pensò il sottotenente di vascello H. S. Hamlin dello Houston,come se undici campioni, giocatori di calcio, si mettessero a giocar una partita di campionato senza mai aver giocato insieme neanche una partita d’allenamento.

“Alle 20,55 Helfrich segnalò alla squadra in mare: «Dovete ripetere i vostri attacchi finché il nemico non è distrutto». Voleva che Doorman  sapesse che doveva attaccare a qualunque costo, subito. Un ritardo poteva essere disastroso. Solo nei primi momenti, la squadra alleata avrebbe potuto trovarsi in superiorità numerica.

“Nella sua corsa lungo la costa, Doorman non vide nulla. All’alba radiosegnalò a Surabaja chiedendo la protezione aerea. Non c’erano aerei disponibili. Qualche ora più tardi bombardieri nemici attaccarono ripetutamente la squadra ma non provocarono danni. Esausto  ma non scoraggiato dalla infruttosa ricerca notturna, Doorman diresse per rientrare alla base. (…)

“Ma alle 12,47, proprio mentre la nave ammiraglia, l’incrociatore leggero De Ruyter, stava entrando nel porto di Surabaja, Doorman ricevette da Helfrich il segnale di attaccare una forza nemica a est dell’isola di Bawean. Il punto era circa 145 chilometri a nord di Surabaja.

“Non c’era tempo di fare un ordine d’operazioni. Poiché la squadra non aveva un codice tattico dei segnali, Doorman passò un ordine all’ufficiale americano di collegamento del De Ruyter. L’ordine fu tradotto e trasmesso allo Houston  che lo ritrasmise per radiotelefono ai cacciatorpediniere americani. Gli inglesi e gli australiani ebbero l’ordine con segnali a lampi o a bandiere:

“«Seguitemi, il nemico è distante 145 chilometri».”

I Giapponesi, che disponevano di alcuni preziosi, tenaci idrovolanti, furono informati dell’avvicinarsi della quadra alleata e il contrammiraglio Nishimura, comandante del Gruppo d’attacco orientale, ordinò che il gruppo del contrammiraglio Takagi muovesse incontro al nemico con gli incrociatori pesanti Nachi e, Haguro e l’incrociatore leggero Jintsu e i cacciatorpediniere, mentre il convoglio, per misura prudenziale, veniva fatto momentaneamente allontanare, in direzione nord-ovest.

Una volta liberatosi dell’impaccio delle navi da trasporto, Takagi godeva di una netta superiorità nel volume di fuoco, specie nel combattimento a distanza, riservato ai grossi calibri: come si è detto, egli disponeva di 20 pezzi da 203 mm. contro i 12 degli Alleati. In effetti, se l’Exeter era armato con soli 6 pezzi di questo calibro, l’Houston avrebbe dovuto averne 9; ma questi erano collocati in tre impianti trini, e quello della torre poppiera era stato distrutto da un precedente bombardamento, quindi non poteva utilizzarne che 6 anch’esso. E a ciò si deve aggiungere, come abbiamo visto, la mancanza di copertura aerea degli Alleati e la difficoltà di comunicazione tra le navi di diversa nazionalità; nonché la netta superiorità dei Giapponesi in fatto di cacciatorpediniere, sia per numero che per armamento.

Ecco come Giorgio Giorgerini, Ermanno Martino e Riccardo Nassigh hanno rievocato le fasi salienti della battaglia del mar di Giava (in Storia della Marina, Milano, Fabbri Editori, 1978, vol. 4, pp. 1.275-1.278):

“Lo scontro iniziò alle 16,16 con il Nachi  e l’Haguro che aprirono il fuoco da una distanza di circa 25.000 metri, quasi subito imitati dagli incrociatori pesanti di Doorman che, nel frattempo, aveva accostato per nord-ovest in modo da portarsi in parallelo al nemico e consentire così anche l’intervento delle proprie unità leggere.

“Il tiro nipponico, regolato da un idrovolante catapultato dal Nachi, aumentò di precisione e il De Ruytervenne colpito, anche se non gravemente. I giapponesi, inoltre, per pienamente sfruttare la loro superiorità in fatto di naviglio silurante ,in poco meno di venti minuti(dalle 16,33 alle 16,52) lanciarono addirittura 43 dei loro temibilissimi siluri, che tuttavia non colpirono alcun bersaglio.

“Alle 17,07 fu la volta della flottiglia di Tanaka a portarsi all’attacco col lancio di altri 68 siluri che tuttavia, contro l’esigua sagoma frontale della linea di Doorman, avrebbero ben difficilmente colto qualche successo. L’imponderabile, tuttavia, giocò a favore dei nipponici; alle 17,08 l’Exeter, colpito da un proietto da 203 alla sala caldaie, fu costretto a rallentare ed ad uscire di formazione. Sfortunatamente, questa manovra venne equivocata dall’Houston, dal Perth e dal Java, i quali supposero che Doorman stesso, a loro nascosto dal denso fumo che usciva dai fumaioli delle navi lanciate ad alta velocità, si fosse mosso in tale direzione. L’ammiraglio, accortosi dell’equivoco, manovrò anch’egli nello stesso senso, specie per non frazionare eccessivamente le sue già deboli forze. Ma le unità alleate in fase di disordinata manovra furono un bersaglio ideale per i siluri di Tanaka e il caccia olandese Kortenaer, colpito in pieno, si spezzò in due affondando.

“Intenzionato ad approfittare della diminuita velocità delle navi ABDA e per infliggere il colpo di grazia all’azzoppato Exeter, Takagi fece serrare le distanze. Nella confusa mischia che ne seguì, anche per l’ormai sopravveniente oscurità e il denso fumo che gravitava sulla zona, l’Electra [un cacciatorpediniere britannico] riuscì a centrare il Jintsu, ma venne a sua volta colpito in modo irrimediabile.

“Mentre l’Exeter, scortato dal Witte de With [un caccia olandese], arrancava verso Surabaja, Doorman segnalò ai caccia di effettuare a loro volta un attacco silurante. Le unità americane con impeccabile manovra lanciarono i loro ordigni che, non altrettanto efficienti di quelli nipponici, vennero facilmente evitati. I risultati pratici si ridussero al solo danneggiamento del caccia Asagumo, ma quest’attacco obbligò gli incrociatori di Takagi ad accostate momentaneamente verso nord. Preoccupato per la sorte del convoglio affidatogli, l’ammiraglio nipponico ordinò contemporaneamente ai trasporti d’invertire la rotta – poco prima Takagi aveva disposto che il convoglio si dirigesse verso Giava – per tenersi fuori della zona della battaglia. Mentre i giapponesi cercavano di preservare al massimo il convoglio – che tra l’altro, verso le 16,30 era stato vanamente attaccato da 8 bombardieri olandesi – Doorman era fermamente intenzionato a venire a contatto coi trasporti avversari. Tuttavia, completamente all’oscuro dei movimenti del nemico, anche perché totalmente privo di copertura aerea, l’ammiraglio fu obbligato ad andare per tentativi, accostando alle 19,55 in direzione sud e poi a ovest alle 21,00; manovre queste sempre effettuate sotto i vigili occhi dei ricognitori avversari. Mentre i caccia americani, ormai privi di siluri e accorto di combustibile, ricevevano l’autorizzazione a rientrare a Surabaya, le superstiti navi di Doorman (De Ruyter, Houston, Java, Perth, Jupiter ed Encounter) ebbero la sventura d’incappare in una zona minata, con la conseguente perdita dello Jupiter [un caccia britannico]. Doorman, alora, accostò nuovamente in direzione nord e, verso le 22,17, ordinò all’Encounter [altro caccia britannico] di procedere al salvataggio di alcuni supersiti del Kortenaer, rimanendo però coi soli incrociatori.

“Ma, ormai, la resa dei conti stava avvicinandosi: agganciato il nemico verso le 23,00, Takagi, giustamente fiducioso nell’efficacia dei suoi siluri, fece lanciare dal Nachi e dall’Hagurouna salva di 12 armi. I risultati furono pari alle aspettative, con l’affondamento del Java e del De Ruyter, sul quale perirono l’ammiraglio Doorman e 366 uomini di equipaggio. Terminò così la battaglia del Mar di Giava, durante la quale i giapponesi, quasi incolumi, avevano pressoché annientato la squadra ABDA, il cui nucleo superstite, ridotto ai soli incrociatori Houston Perth, riuscì a raggiungere Surabaya alle 13,30 del 28 febbraio.

“La tragedia delle navi alleate non era però terminata: infatti, mentre 4 caccia americani, partiti nel pomeriggio del 28 febbraio da Surabaya, riuscirono a forzare lo stretto di Bali e a raggiungere successivamente l’Australia, non altrettanto fortunati furono l’Houston, il Perth e l’Eversten [quest’ultimo era un caccia olandese] che, per traversare lo stretto della Sonda, salparono da Tandjong Priok alle 19,30 del 28 febbraio. Due ore e mezzo dopo venero improvvisamente a contatto con una sezione del convoglio occidentale nipponico, che stava effettuando uno sbarco nella baia di Banten. Era l’obiettivo che Doorman aveva sempre perseguito, ma le navi aleate non erano ormai più in grado di cogliere grandi successi. Contrastate dal caccia Fubuki, riuscirono per un momento a cannoneggiare i trasporti, affondandone due, ma dovettero poi soccombere alla reazione avversaria.  Presi in mezzo tra il Natori, 10 caccia e i sopravvenienti Mogami Mikuma, l’Houston e il Perthfurono affondati, dopo aver incassato numerosi siluri e proietti d’artiglieria. Alle prime ore del 1° marzo, dei due incrociatori non rimanevano che gruppi di mariai che si dibattevano in acqua. L’Eversten, invece, dopo esser venuto a contatto con due similari nipponici, fu successivamente costretto ad arenarsi sull’isola di Sabuku.

“Il gruppo Surabaya (Exeter, Pope, Encounter), salpato alle 19,00 del 28 febbraio, malgrado un lungo e tortuoso giro per poter sfilare inosservato attraverso lo stretto della Sonda cadde anch’esso in trappola. Alle 09,35, infatti,  venne avvistato addirittura da 4 incrociatori pesanti (Nachi, Myoko, Paguro, Ashigara). Ovviamente, poiché oltretutto il tiro nipponico era regolato dagli idrovolanti, la lotta non offriva scampo agli alleati. Toccò dapprima all’Exeterche, ridotto a un relitto, ricevette il colpo di grazia sotto forma d’un siluro lanciatogli da un caccia avversario; anche l’Encounter, irrimediabilmente danneggiato, affondò poco dopo.  Più lunga fu invece l’agonia del Popeche, dopo essersi provvisoriamente riparato dietro un piovasco, fu attaccato  dai velivoli della portaerei Ryujo e successivamente attaccato dalle navi di Takagi. Alle 13,30 del 1° marzo l’ultima nave della squadra ABDA scompariva tra i flutti.”

E non era ancora finita.

Nel pomeriggio del 1° marzo i cacciatorpediniere americani Esdall Pillsbury vennero inquadrati e colati a picco, davanti alla sosta meridionale di Giava, insieme alla petroliera Pecos, da una squadriglia di aerei nipponici. Il 2 marzo, infine, i due cacciatorpediniere olandesi superstiti, Witte de With Banckert, si autoaffondavano nel porto di Surabaja.

La battaglia del Mar di Giava si era così conclusa con una disfatta totale delle forze navali ABDA e una vittoria schiacciante da parte dei Giapponesi, che non avevano riportato nessuna unità affondata o gravemente danneggiata.

In pratica, si era trattato di tre operazioni distinte: una battaglia diurna, nel pomeriggio del 27 febbraio, il cui episodio decisivo era stato il colpo che aveva colpito le caldaie dell’Exeter, provocandolo sbandamento della squadra alleata e l’interruzione del contatto; una battaglia notturna, verso le 23,00 di quello stesso giorno, che aveva visto l’affondamento dei due caccia olandesi da parte dei siluri giapponesi, e la morte dello stesso ammiraglio Doorman; e una serie di rastrellamenti aeronavali che, nei giorni seguenti, avevano spazzato via dai mari dell’isola tutto quel che restava del naviglio alleato.

Data l’assenza di aviazione da bombardamento (e, nel caso della squadra ABDA, anche di ricognizione),  nonché di sommergibili, si era trattato di una battaglia fra navi di superficie, stile prima guerra mondiale: una battaglia all’antica, che, infatti, veniva a suggellare il collasso fulmineo e irreparabile di un Impero coloniale anacronistico, quello olandese, le cui basi erano state gettate dalla Compagnia delle Indie Orientali al principio del XVII secolo, ma le cui ragioni economiche e politiche erano venute meno da grandissimo tempo.

I fattori decisivi della vittoria di Takagi erano stati il superiore addestramento degli equipaggi nipponici al combattimento notturno; la disponibilità, da parte dei Giapponesi, di idrovolanti, che avevano permesso loro di seguire con esattezza i movimenti della squadra nemica, mentre l’avversario brancolava nel fumo e nell’oscurità; la mancanza di coordinamento fra le navi alleate e, ultimo ma non  certo meno importante, il maggior numero di grossi calibri da parte delle navi del Sol Levante.

Anche il fattore fortuna aveva giocato la sua parte: quel colpo imponderabile, messo a segno sull’Exter, probabilmente decise le sorti dello scontro, ma non vi è motivo di pensare che l’esito fosse già scontato in partenza. Doorman era un comandante tenace e coraggioso, e gli equipaggi delle navi alleate avevano dimostrato determinazione e sangue freddo, nonostante lo sfinimento causato dalle continue manovre e contromanovre, che li avevano tenuti impegnati ininterrottamente, dall’alba a notte fonda. Al contrario, l’affondamento del De Ruyter e del Java coi siluri non può essere addebitato alla sorte avversa, perché i siluri giapponesi erano molto superiori, tecnicamente, a quelli delle navi alleate. Se queste ultime avevano potuto schivarli nel combattimento diurno, zigzagando con abilità, con il calare delle tenebre rimanevano loro poche speranze di avere altrettanta fortuna, mentre i marinai giapponesi, come si è detto, erano particolarmente allenati a battersi di notte.

Se fosse lecito istituire un paragone con la prima guerra mondiale, diremmo che la battaglia del Mar di Giava presenta talune analogie con quella di Coronel, combattuta al tramonto e nella notte del 1° novembre 1914 fra la squadra tedesca dell’ammiraglio von Spee e quella britannica dell’ammiraglio Cradock, e terminata con la totale sconfitta di quest’ultimo, che perdette, insieme alla vita, due incrociatori corazzati; mentre l’avversario non riportò il minimo danno. Anche in quel caso, si erano affrontate due squadre di diversa composizione: una, la britannica, raccogliticcia e formata da navi di disuguale armamento e velocità; l’altra, quella germanica, omogenea e lungamente addestrata ad operare in sinergia. Inoltre, i Tedeschi erano eccellenti puntatori nel combattimento notturno, mentre gli Inglesi non lo erano. Infine, tanto Cradock che Doorman possedevano forse più coraggio che prudenza, e non seppero sfruttare il momentaneo vantaggio della luce prima del tramonto, andando incontro, nel combattimento notturno, a una totale distruzione.

Adesso che erano padroni tanto dello spazio aereo che di quello marittimo, i Giapponesi non ebbero alcuna difficoltà terminare la campagna terrestre per la conquista di Giava entro le previste due settimane, tanto più che gran parte della popolazione indigena li accolse come liberatori, con bandiere del Sol Levante e grida di entusiasmo. Il dominio coloniale olandese, che era durato tre secoli e mezzo, crollò come un castello di carte.

Al generale  Poorten, comandate delle forze di terra, non restò che firmare la resa incondizionata, il giorno 8 marzo; cerimonia che si svolse in circostanze umilianti, come già lo era stata quella dei Britannici a Singapore.

Imamura, come si è visto, godeva fama di uomo sin troppo conciliante, al punto che i circoli giapponesi ultra-militaristi lo salutarono ironicamente come “comandante dell’armata della pace”. Per spiegare la durezza da lui mostrata nei confronti degli sfortunati comandanti olandesi, il governatore Schouter e il generale Poorten, bisogna forse tener presente una circostanza particolare. Nel momento in cui si apprestava a sbarcare, a due chilometri dalla costa settentrionale di Giava, il generale Imamura e tutto il suo stato maggiore avevano dovuto fare un bagno fuori programma, perché la nave su cui viaggiavano era stata affondata da una vedetta lanciasiluri olandese. Era stato ripescato due ore dopo, aggrappato a un relitto: si può quindi supporre che, fra lui e gli Olandesi, esistesse una scarsa simpatia “per fatto personale”. Oppure, più semplicemente, egli era a conoscenza di quel che si diceva in Giappone sul suo conto, e voleva far vedere che anch’egli sapeva essere duro con l’avversario, anche se considerava opportuno stabilire rapporti amichevoli con la popolazione indigena.

L’episodio della capitolazione dell’8 marzo 1942 è stato così ricostruito dallo storico francese Marcel Giuglaris (Op. cit., vol. 1, pp. 130-132):

“Nella sala della riunioni c’era una lunga tavola con dieci sedie da un lato per  giapponesi. Di fronte sei sedie per gli olandesi. Il generale Imamura era seduto in mezzo, con, alla sua destra, il colonnello Okazaki, capo del suoi Stato Maggiore, e a sinistra Endo, capo della divisione aerea. Ai loro lati gli ufficiali di Stato Maggiore.

“Di fronte a Imamura, il governatore olandese Schouter; di fronte a Okazaki, il generale Ter Poorten. A capotavola gli interpreti.

“Innanzitutto, ognuno si presentò, poi Imamura si indirizzò a Ter Poorten:

“«Chiedete un armistizio perché non siete più in condizioni di battervi?»

“«No, chiediamo un armistizio per evitare che aumentino le miserie create dalla guerra.»

“«Un armistizio è una resa. Se la intendete in modo diverso, il combattimento dovrà continuare.»

“Ten Poorten esitò.

“«In effetti, sì… questo significa una resa…»

“«Una resa di tutte le vostre truppe, e una resa senza condizioni di tutte le truppe che si trovino sul territorio delle Indie Olandesi.»

“«Non si tratta qui che di una resa del forte di Bandung.»

“«Accettate quindi che le miserie della guerra continuino al di fuori di Bandung.»

“«Le nostre comunicazioni sono interrotte e il mio comando vale solo sulle truppe che si trovano in Bandung.»

“«Da questa mattina Radio Batavia funziona di nuovo, potete servirvene per indirizzarvi alle vostre truppe e domandar loro di sottomettersi  al vostro ordine di armistizio.»

“Imamura si volse al governatore Schouter.

“«Accettate un armistizio senza condizioni?»

“«No.»

“«Allora, che cosa siete qui a fare?»

“«Sono qui per domandarvi quali saranno i vostri principi politici  per l’amministrazione delle Indie Olandesi.»

“«Sono un soldato. Non sono qui per fare della politica. Siamo qui per vincere le truppe olandesi. Non ci interessa altro. Avete fatto voi sì o no una domanda d’armistizio?»

“«No, io mi oppongo.»

“«Perché siete qua?»

“«Perché avevo creduto che il comandante in capo delle truppe giapponesi avesse chiesto che io fossi presente al colloquio.»

“«Per la Costituzione olandese, siete il capo dell’Esercito e della Marina per tutto il territorio delle Indie Olandesi. Se siete contrario a un armistizio, perché avete permesso al vostro comandante in capo di chiederne uno?»

“«Ho i poteri di cui parlate. Ma, dall’inizio delle ostilità, essi sono stati trasferiti al generale Wavell, dell’esercito britannico. Da allora, non ho più poteri di comando.»

“«In tal caso, uscite!»

“Il governatore Schouter si alzò e lasciò la sala, seguito dal suo segretario.

“Imamaura si rivolse di nuovo al generale Ter Poorten:

“«Accettate la resa malgrado l’opinione del governatore?»

“«Sì.»

“«Accettate dunque di trovarvi domani mattina a Radio Bandung, da dove vi rivolgerete a tutte le vostre truppe. Le ostilità si fermeranno al vostro appello. Dopo, alle undici, verrete qua, dove verranno firmati i documenti della capitolazione. Dovrete portare con voi lo stato di tutti i vostri effettivi, delle armi e delle munizioni. Nel caso vi rifiutaste  di parlare, l’attacco continuerà.»

“Il colloquio era finito.

“Parecchi ufficiali dello Stato Maggiore insistevano affinché si bendassero gli occhi agli olandesi quando fossero usciti, in modo che non vedessero le truppe. Il generale Imamura si oppose.

“È meglio che vedano l’attività della 2.a divisione e della divisione aerea. E, in ogni caso, le nostre truppe continuino a far loro pressione.”

Il mattino dopo, 9 marzo, alle 8,10 il segretario del generale Imamura lo venne ad avvisare che Ter Poorten aveva appena dato l’ordine della resa generale.

“Alle 11, Ter Poorten si presentava, come gli era stato chiesto il giorno prima. Aveva con sé tutti i documenti richiesti. Secondo le sue carte, gli effettivi alleati si componevano soltanto di 80.000 uomini.

“«Secondo le nostre informazioni, voi ne avete 100.000.»

“«Sono tanti gli indonesiani che hanno disertato che, nel nostro conto, abbiamo omesso i contingenti indigeni.»

“«Novanta cannoni. È impossibile che abbiate solo questi.»

“«È la verità. Ed è ben questa la ragione principale della nostra debolezza.»

“I documenti della resa vennero redatti in giapponese e in olandese. Al momento di firmarli, il generale Ter Poorten esitò.

“«I membri dello Stato Maggiore e gli ufficiali superiori potranno conservare le loro sciabole fino a nuovo ordine», disse allora Imamura.

“Ter Poorten firmò.

“Il 10, a mezzogiorno, le truppe giapponesi entravano in Bandung. Tutta Giava era occupata, ma il generale Wavell era scappato verso le Indie.”

Finiva, così, un impero plurisecolare.

Nella fortezza di Bandung, un esercito di 60.000 uomini fra Olandesi, Britannici, Americani e Australiani, aveva capitolato davanti a un’avanguardia giapponese di appena 3.000 soldati.

Gli Olandesi sarebbero ritornati a guerra finita, ma solo per poco: ormai il nazionalismo indonesiano si era ridestato, e tentare di soffocarlo si rivelò cosa impossibile. Tranne la Nuova Guinea Occidentale, che conservarono ancora per un poco – fino al 1963 – gli Olandesi dovettero riconoscere l’indipendenza degli Stati Uniti d’Indonesia nel quadro dell’Unione olandese, col trattato dell’Aja del 12 novembre 1949. Anche gli imperi coloniali della Gran Bretagna (India), della Francia (Indocina) e degli Stati Uniti (Filippine), del resto, non sopravvissero che pochi anni alla conclusione della seconda guerra mondiale.

Si può ben dire, pertanto, che con la sconfitta nella battaglia del mar di Giava i Paesi Bassi persero per sempre il loro impero coloniale: dapprima a favore del Giappone, poi dei nazionalisti indonesiani, decisi a creare uno Stato indipendente dai dominatori europei.

In effetti, fin dall’agosto del 1945, mentre si sparavano gli ultimi colpi della seconda guerra mondiale nello scacchiere del Pacifico, alcuni capi nazionalisti indonesiani avevano proceduto alla proclamazione unilaterale dell’indipendenza.

Scrive il saggista tedesco Erwin Schuhmacher nel suo libro L’Indonesia (titolo originale: Indonesien Heute, Frankfurt am M., 1960; traduzione italiana di paolo Gonnelli, Milano, Grazanti Editore, 1962, p. 31):

“(…) Quanto più la situazione bellica giapponese divenne critica, tanto più severo divenne il regime di occupazione nei riguardi del popolo indonesiano. Le truppe giapponesi dissanguarono il paese, introdussero il servizio militare e il lavoro obbligatorio per gli indonesiani, nonché la cessione obbligatoria dei raccolti. Una rivolta di unità giapponesi , il corpo dei volontari, venne sanguinosamente repressa nel 1944. La maggior parte degli ufficiali indonesiani che avevano diretto la rivolta vennero fucilati. Mentre una parte degli uomini politici indonesiani lavorava clandestinamente, altri, d’accordo col movimento clandestino, tentarono di stabilire relazioni normali con le forze di occupazione, e in questo modo alleviare le sofferenze del popolo. Nel maggio del 1945 venne formata la «Commissione per la preparazione dell’indipendenza dell’Indonesia», con il consenso dei giapponesi. La Commissione si era appena riunita per la prima volta, allorché avvenne la capitolazione del Giappone, il 15 agosto 1945. Due giorni più tardi, il 17 agosto 1945, i maggiori uomini politici indonesiani, il dottor Sukarno e il dottor Hatta, dichiararono a Djakarta l’indipendenza dell’Indonesia, e proclamarono la repubblica. La proclamazione suonava così: «Poiché l’indipendenza è diritto di ogni nazione, e ogni forma di sopraffazione in questo mondo è contraria all’umanità e alla giustizia, la sopraffazione deve essere abolita. La nostra battaglia per l’indipendenza dell’Indonesia ha raggiunto uno stadio, nel quale il popolo dell’arcipelago si trova alla soglia di un nuovo stato indonesiano, che sarà indipendente, unito, giusto, sovrano e felice. Con l’aiuto di Dio onnipotente, mosso da altissimi ideali di libertà, il popolo dell’Indonesia dichiara la sua libertà». Firmato dottor Sukarno, dottor Hatta»

E così, l’Olanda dovette dare addio definitivamente non solo a un pezzo della sua storia, ma anche alle favolose ricchezze dell’Insulindia; che non erano più, come nel 1600, le spezie, tanto pregiate alla tavola degli Europei, ma la gomma, il cacao, il petrolio, lo stagno e la bauxite, la cui perdita è stata un duro colpo per l’economia della madrepatria.

Ma, ormai, nulla avrebbe potuto consentire agli Olandesi di conservare l’immenso arcipelago del Sud-est asiatico: il grande fenomeno della decolonizzazione si era messo in movimento in tutto il mondo, accelerato proprio dalle vicende della seconda guerra mondiale.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 20/03/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Novembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

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