venerdì, 24 Settembre 2021
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La campagna russo-giapponese di Nomonhan: prima fase (11 maggio – 25 luglio 1939)

La campagna russo-giapponese di Nomonhan: prima fase (11 maggio – 25 luglio 1939). La vera svolta nella politica estera giapponese, fra le due guerre mondiali, si era avuta con il cosiddetto memorandum Tanaka di Francesco Lamendola  

La vera svolta nella politica estera giapponese, fra le due guerre mondiali, si era avuta con il cosiddetto memorandum Tanaka, redatto dal generale che era stato primo ministro dal 1927 al 1929. In questo documento, reso pubblico nel 1927, il generale Tanaka invocava per l’Impero nipponico l’avvio di una politica «positiva» di espansione, e cioè il perseguimento del predominio giapponese sull’Asia.  I militari avevano appoggiato entusiasticamente questa politica, provocando ad arte una serie di «incidenti» di confine, che avevano fornito il pretesto per altrettante violazioni della sovranità degli Stati vicini.

Tra questi, l’incidente di Shenyang aveva fornito l’occasione per la massiccia invasione della Manciuria nel 1931 e la sua trasformazione, l’ano dopo, nello Stato del Manciukuo, eretto ad Impero nel 1934 e nominalmente governato da Pu Yi, l’ultimo imperatore cinese, deposto all’avvento della repubblica il 12 febbraio 1912. Poi, rispettivamente nel 1933 e nel 1937, il Giappone aveva occupato le province cinesi di Jehol e di Chahar, tentando di insediarvi dei governi fantoccio, sul modello del Manciukuo; e ciò aveva creato una frontiera comune nippo-sovietica lunga 3.000 miglia, difficile da presidiare per entrambe le parti e carica di tensione, anche per la presenza di alcuni tratti di essa non riconosciuti dalle due parti.

Un altro incidente clamoroso era stato, poi, quello presso il Ponte Marco Polo, alla periferia di Pechino, che aveva dato inizio, nel luglio del 1937, alla guerra aperta fra Giappone e Repubblica cinese. Dal 1937 al 1939 il gabinetto di Tokyo era stato presieduto dal primo ministro Fumimaro Konoye (che morirà suicida nel 1945, al momento della resa della sua patria), il quale, pur non condividendo pienamente gli ambiziosi e arrischiati piani della casta militare, non aveva avuto energia sufficiente per imporsi e per porre dei limiti all’invadenza dell’alto comando delle forze armate, sempre più dominato da elementi estremisti.

Scrive a proposito della guerra con la Cina Alida Alabiso, docente di Archeologia e Storia dell’Arte giapponese nell’Università «La Sapienza» di Roma, nel suo libro Storia del Giappone (Newton & Compton, Roma, 2001, p. 184):

Quali erano le mete che il Giappone si prefiggeva in Cina? Fu la domanda che molti si posero. Il Giappone aveva annunciato a più riprese di voler raggiungere «un nuovo ordine di cose», ma l’espressione risultava un po’ vaga. In effetti i giapponesi si erano visti precludere l’emigrazione, sbarrare gli sbocchi alla produzione industriale, quindi per sopravvivere si rivolgevano verso l’unico paese possibile, la Cina, immensa per territorio, ricca di risorse naturali, bisognosa di manufatti, nonché di assistenza tecnico-amministrativa.

Ma altre forze perseguivano da tempo ambiziose mire sui mercati e le materie prime cinesi: dal Nord la Russia, dal Sud le altre potenze occidentali. Sulla Cina si era da tempo scatenato il conflitto di interessi internazionali che aveva fatto degenerare le lotte in una mischia di appetiti in cui  la visione dell’unità cinese svaniva. Il fine ultimo delle varie potenze era infatti quello di mantenere il rande paese nella disorganizzata debolezza in cui era piombato dopo la caduta dell’impero, in modo da conservare il terreno più favorevole  alla penetrazione economica, alle concessioni, ai privilegi.

Così, mentre la rapida campagna cinese si trasformava in una lunghissima guerra di logoramento, l’esercito giapponese era stato costretto a proclamare la mobilitazione generale fin dal 1938, un anno prima che la seconda guerra avesse ufficialmente inizio in Europa. Konoye non solo non aveva saputo o voluto porre un freno alle tendenze guerrafondaie dei generali e degli ammiragli, ma aveva fatto proprio, in sostanza, il loro disegno complessivo, proclamando, sempre nel 1938, un «nuovo ordine» nell’Estremo Oriente, cui le democrazie occidentali, ogni giorno più assorbite dalla minaccia della Germania nazista, non erano state in grado di reagire con espliciti segnali di dissuasione.

Sul piano internazionale, anche se il governo di Tokyo aveva potuto profittare della polarizzazione della situazione europea, divisa tra Asse e intesa anglo-francese, aveva però destato forti diffidenze nelle due potenze maggiormente interessate al mantenimento dell’equilibrio in Estremo Oriente, ossia gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica.

La tensione con gli Stati Uniti era iniziata già nel 1933, quando il Giappone era uscito dalla Società delle nazioni in seguito alla pubblicazione del Rapporto Lytton che, sia pure in ritardo,  denunciava l’illegalità dell’azione nipponica in Manciuria; e si era accentuata nel 1935-36, in seguito alla denuncia, da parte giapponese, della Conferenza di Washington del 1921-22, che aveva stabilito la concessione di un tonnellaggio minore, per la flotta da guerra di Tokyo, rispetto a quelle di Stati Uniti e Gran Bretagna, nonché il mantenimento della politica della «porta aperta» verso la Cina.

Ciò significava che il Giappone si accingeva a varare una grande flotta da guerra che avrebbe apertamente rivaleggiato con quella americana e con quella britannica, destando non poche preoccupazioni negli ambienti politici e militari di Washington e Londra; e, inoltre, che si accingeva a regolare la partita con la Cina a modo suo, una volta per tutte, con danno delle altre potenze direttamente interessate alla libertà di commercio e al mantenimento dell’equilibrio geopolitico in quella regione.

Il culmine della tensione nippo-americana sarebbe giunto nel 1939, con la denuncia del trattato commerciale del 1911 da parte degli Stati Uniti, con il conseguente blocco dell’importazione di materie prime per l’industria bellica, quali benzina, rottami di ferro, ecc. Dal momento che gi Stati Uniti erano ricchissimi di materie prime, mentre il Giappone ne era quasi privo, quell’azione significò porre il governo di Tokyo davanti a una precisa alternativa: o rinunciare alla politica di espansione e giungere a una pace negoziata con la Cina, sgomberandone le province invase; oppure compiere uno sforzo rapido e deciso per impadronirsi delle materie rime esistenti nei paesi del Sud-est asiatico:Indocina francese, Indie Orientali olandesi, Malesia britannica e Filippine americane. Ancora una volta, il parere degli alti comandi militari finirà per prevalere e il Giappone imboccherà la strada della guerra contro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna: e sarà il fatale attacco contro la base di Pearl Harbour, nelle Isole Hawaii, il 7-8 dicembre 1941.

Quanto all’altra grande potenza interessata al mantenimento dello status quo in Estremo Oriente, e perciò impegnata a sostenere finanziariamente e militarmente il governo repubblicano cinese contro l’aggressione nipponica, cioè l’Unione Sovietica, il Giappone aveva respinto la sua offerta di sottoscrivere un patto di non aggressione, dopo la pubblicazione del memorandum Tanaka. Non solo: nel novembre del 1936, il governo di Tokyo aveva aderito al patto Anticomintern con la Germania e l’Italia, schierandosi apertamente in senso anti-sovietico; e, più tardi, nel 1940, giungerà a stipulare con le potenze dell’Asse Roma- Berlino il cosiddetto Patto Tripartito.

D’altra parte, i capi politici e militari giapponesi furono piuttosto abili nell’evitare di spingere la loro politica filo-tedesca sino alla rottura aperta con l’Unione Sovietica; ma questo fu il risultato di una cocente delusione. Nel 1939 i Giapponesi ritenevano imminente uno scontro tedesco-sovietico e fu per questo che, dopo il grave incidente del Lago Chasan nel 1938 (cfr. F. Lamendola, La campagna russo-giapponese del Lago Chasan, 31 luglio – 13 agosto 1938, sempre sul sito di Arianna Editrice), non si peritarono di provocare le truppe sovietiche in Estremo Oriente con un incidente ancor più spettacolare, culminato nella campagna di Nomonhan del maggio-settembre 1939. Invece, nell’agosto di quell’anno, il ministro degli Esteri tedesco, Ribbentrop, era volato a Mosca e, con stupore e disorientamento del mondo intero, il giorno 27 firmò il patto di non aggressione tedesco-sovietico con il collega sovietico Molotov.

A quel punto i Giapponesi si sentirono traditi da Hitler e decisero di chiudere l’incidente, sia pure a condizioni umilianti: avevano imparato la lezione. Nel 1941 Tokyo renderà la pariglia a Berlino, firmando un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica che sollevava Stalin dal timore di dover sostenere una guerra su due fronti e che, probabilmente, salvò Mosca nella decisiva battaglia dell’autunno-inverno 1941 grazie, appunto, all’intervento delle divisioni siberiane disimpegnate dalla Mongolia e dalla frontiera manciuriana.

Ed eccoci alla campagna di Nomohan del maggio-settembre 1939.

Per comodità, la si può dividere in due fasi: la prima, dall’11 maggio al 25 luglio 1939; la seconda, dal 20 agosto al 16 settembre; qui ci occuperemo della prima fase.

Nel 1936 il governo di Mosca aveva stipulato un trattato di mutua assistenza con la Mongolia Esterna e, nel gennaio del 1937, l’Alto comando dell’Armata Rossa aveva costituito il 57° Corpo Speciale dei Fucilieri, formato dalla 36a Divisione Fucilieri Motorizzata, dalla 6a Brigata di Cavalleria, dall’11.a Brigata Corazzata, e dalla 7a, 8a e 9a Brigata Meccanizzata. Queste forze vennero dislocate presso la linea di frontiera della Mongolia Esterna con il Manciukuo, nel corso del 1938.

Sempre nel 1938 si era già verificato un incidente di frontiera piuttosto grave, ma non sul confine della Mongolia Esterna, bensì su quello della Corea con le Province Marittime sovietiche; incidente che era degenerato in una disordinata e cruenta battaglia, che aveva lasciato sul terreno oltre 2.500 morti da entrambe le parti.

Qurell’episodio era stato interpretato da Stalin, a torto o a ragione, come una mossa deliberata dei Giapponesi per saggiare la capacità e la volontà delle forze armate sovietiche di difendere la frontiera della Siberia orientale e, in prospettiva, quella del suo alleato di Ulan-Bator. Pertanto il dittatore sovietico, nel marzo del 1939, parlando all’Ottavo Congresso del PCUS, aveva affermato che qualunque aggressione contro le frontiere dell’Unione Sovietica avrebbe trovato una risposta due volte più forte.

Non erano passati che due mesi e si presentò l’occasione per mettere alla prova le sue orgogliose dichiarazioni. Un distaccamento di cavalleria mongolo-sovietico fu coinvolto in una disputa di frontiera presso il villaggio di Nomonhan, in vicinanza di un fiume che i Sovietici chiamavano Chalchin-Gol e i Giapponesi, invece, Halha.  Secondo questi ultimi, la frontiera internazionale coincideva con il corso del fiume, mentre, per i Sovietici, essa correva proprio ad est del villaggio di Nomonhan. Il giorno 11, truppe di frontiera mongolo-sovietiche vennero attaccate da forze giapponesi e mancesi e respinte sino all’argine del fiume.

Ebbe inizio in questo modo la prima campagna di Nomonhan, che, in un crescendo impressionante, avrebbe finito per coinvolgere decine di migliaia di soldati e un gran numero di artiglierie, carri armati e aerei da caccia e da bombardamento.

Scrive lo storico militare inglese John Erickson, esperto di problemi dell’Estremo Oriente e dell’Unione Sovietica, nel suo ricco e documentatissimo volume Storia dello Stato Maggiore sovietico (titolo originale: The Soviet High Command. A Military-Political History, 1918-1941, Macmillan & Co, London, 1961; traduzione italiana di Elena Spagnol Vaccari, Feltrinelli editore, Milano, 1963, pp. 516-521):

Molotov volse poi [dopo il discorso pronunciato il 31 maggio davanti al Soviet Supremo circa la situazione politica in Europa]la sua attenzione verso l’Estremo Oriente, e indirizzò un energico ammonimento alle autorità giapponesi e mancesi: «… in virtù del nostro trattato con la Mongolia, difenderemo le sue frontiere così vigorosamente come se fossero le nostre… la pazienza ha un limite». Queste osservazioni, per quanto banali potessero sembrare, avevano invece un ben preciso significato. Altri incidenti erano accaduti sull’esposta frontiera orientale dell’Unione Sovietica. Una «piccola guerra» era scoppiata sulla frontiera mongolo-mancese, snella regione del fiume Calchin-Gol (cioè nella regione di frontiera indicata anche col nome di Nomon Han-Burd-Obo).

Già nel gennaio – il 14, secondo alcune fonti – le forze giapponesi avevano compiuto un’incursione in un punto della frontiera mongola vicino a Nomon-Han-Burd-Obo, uccidendo una guardia di frontiera e facendo prigioniero il comandante della pattuglia. In febbraio un altro contingente giapponese-mancese attraversò la frontiera (la cui esatta demarcazione era oggetto di polemiche) e si spinse fino all’argine orientale del Chalchin-Gol. Nel momento in cui il governo sovietico poneva alle democrazie occidentali condizioni precise chiedendo ben definite garanzie di sicurezza e completa reciprocità, la situazione sulle frontiere orientali andava rapidamente deteriorandosi. L’11 maggio truppe di frontiera mongolo-sovietiche di stanza a Nomon-Han-Burd.Obo – 13-15 chilometri ad est del Chalchin-Gol – furono attaccate da forze giapponesi-mancesi e costrette a ritirarsi sull’argine del fiume. Il contingente di cavalleria che compì l’incursione era forte di circa 300 soldati e appoggiato da aeroplani. Riserve sovietiche vennero fatte giungere da Tamsyk Bulak, un centinaio di chilometri all’interno della Repubblica Popolare Mongola. La battaglia continuò, su piccola scala ma con accaniti scontri quotidiani, dal 12 al 22 maggio. Poi quello che era uno contro di frontiera si trasformò in una piccola guerra quando, verso la fine di maggio, i giapponesi fecero affluire sul luogo altre forze: elementi della 234a Divisione giapponese di fanteria, un contingente della cavalleria mancese al comando di Yamagata (comandante del 64° Reggimento della 23a Divisione di fanteria), parte di questo stesso 64° Reggimento, un’unità di ricognizione, una compagnia di fanteria motorizzata, il 18° Reggimento di Cavalleria e distaccamenti della 1a e 7a Divisione della cavalleria mancese.

I giapponesi attaccarono all’alba del 28 maggio. L’Armata Rossa stava per affrontare la prima grande prova su livello internazionale, avendo per avversaria la sceltissima Armata del Kwantung.

L’area di questa e delle successive operazioni aveva per confini ad est la frontiera mongolo-mancese, ad est il Chalchin-Gol, a sud e a nord dei massicci montuosi. La zona era piena di paludi e pantani, che ostacolavano il movimenti dei carri armati e delle autoblinde; declivi di 15-30°, e in alcuni punti addirittura di 45°, aggiungevano altre difficoltà. Il Chalchin-Gol, largo 120-130 metri, profondo 2 e in qualche punto di più, con una corrente che raggiunge la velocità di 8 metri al secondo, scorre in direzione nord-sud, più o meno parallelo a quello che era diventato il fronte; a metà circa di quest’ultimo un piccolo fiume, il Chailastyn-Gol, si incrocia col Chalchin-Gol scorrendo verso est in direzione di Nomon-Han-Burb-Obo.

Le truppe mongolo-sovietiche erano disposte sull’argine orientale del Chachin-Gol e su entrambe le rive del Chailastyn-Gol. Sull’argine destro del secondo c’erano tre compagnie di un battaglione di fanteria e le mitragliatrici pesanti dell’11a Brigata Corazzata, con il 17° e 15° Reggimento di cavalleria (appartenenti alla 6a Divisione di Cavalleria mongola) spostati verso Nomon-Han. Sulla riva sinistra c’erano due battaglioni di fanteria con un appoggio di mitragliatrici pesanti. Queste forze erano distribuite su una lunghezza di 16-19 chilometri. Una riserva composta di una compagnia di fanteria, una batteria di cannoni da 76 mm., una compagnia di genieri e il battaglione d’artiglieria assegnato alla 6a Divisione di cavalleria attendeva sull’argine occidentale del Chalchin-Gol. In totale, le forze mongolo-sovietiche consistevano in 700 soldati di fanteria, 260 di cavalleria, 58 mitragliatrici, 14 cannoni da 76 mm., 6 cannoni anticarro, 39 autoblinde. La forze giapponesi erano composte di 2.576 soldati di fanteria e di cavalleria, 75 mitragliatrici, 8 cannoni, 10 cannoni anticarro, un carro armato e 68 autoblinde.

L’attacco giapponese del 28 fu appoggiato da quaranta aeroplani, che bombardarono le posizioni mongolo-sovietiche. Scopo delle operazioni giapponesi era accerchiare e distruggere i nemici sull’argine orientale del Chalchin-Gol; essi rafforzarono la loro ala destra con fanteria motorizzata, che doveva scendere da nord-est e incunearsi fra le truppe nemiche e il Chalchin-Gol. Durante gli scontri del 28 l’assalto della fanteria motorizzata giapponese fu contenuto dal fuoco dei cannoni da 76 mm., che erano stati portati sull’argine orientale del fiume; al centro, invece, i giapponesi riuscirono a respingere il 17° Reggimento di Cavalleria. I sovietici lanciarono al contrattacco, verso le 7 di sera, il 149° Reggimento trasportato con autocarri da Tamsyk-Bulak; il successo fu scarso, a causa della difettosa cooperazione con le artiglierie disponibili. La battaglia infuriò per tutto il 28 e il 29 maggio; le truppe mongolo-sovietiche organizzarono un contrattacco col quale riuscirono a respingere i giapponesi di circa 800 metri nel settore nord-orientale. Fu a questo puto che il comando sovietico commise un grosso errore. Il capo dello stato maggiore operativo del 57° Corpo Fucilieri, al cui comando erano affidate le forze mongolo-sovietiche, ebbe notizia che autocarri giapponesi stavano muovendo verso il fronte. pensando che fossero i  roso preparativi di un nuovo attacco, il comandante fece ritirare le sue truppe sulla riva occidentale del Chalchin-Gol. Solo il 3 giugno i sovietici si accorsero dell’errore, e le truppe furono trasferite in posizioni  più avanzate, fra il Chalchi-Gol e la linea di frontiera  di Nomon-Han-Burd-Obo, da cui i giapponesi si erano temporaneamente ritirati. Alcune  unità si erano comportate in nodo eccellente; in particolare il comandante  e i serventi della batteria di cannoni da 76 mm., che era stata trasferita sull’argine orientale del Chalchin-Gol  per iniziativa personale del comandante, e usata per contenere l’attacco della fanteria motorizzata giapponese. Si erano notati però anche gravi difetti. L’interpretazione dei movimenti del nemico non era stata molto brillante. Le forze disponibili erano state distribuite su una fascia stretta e troppo lunga (qualcosa più di 16 km.); a questo errore  si erano aggiunte la scarsa cooperazione e l’insufficiente copertura  per i fianchi. Il 149° Reggimento era stato portato troppo indietro, con la conseguenza che era entrato in azione troppo tardi per ottenere risultati efficaci.  Soprattutto, occorrevano rinforzi; per soddisfare a questa necessità furono trasferiti nella zona delle operazioni tutta l’11a Brigata corazzata, la 7a, 8a e 9a Brigata Meccanizzata, la 36a Divisione Fucilieri (motorizzata, ma senza uno dei suoi reggimenti), un battaglione d’artiglieria pesante e 2100 caccia. L’8a Divisione di Cavalleria Mongola andò a prestare rinforzo alla 6a.

Per tutti il mese di giugno i giapponesi continuarono ad aumentare le loro forze; caratteristiche principali delle operazioni in questo periodo furono però l’intensificarsi e l’espandersi dell’attività aerea. Benché manchino cifre attendibili relative al numero di apparecchi impegnati o perduti in queste azioni, è certo che entrambe le parti usavano talora fino a 100 apparecchi per volta nelle rispettive operazioni. Il 27 giugno, 30 bombardieri e 80 caccia giapponesi attaccarono obiettivi ad una certa profondità nell’interno delle retrovie sovietiche, caccia–bombardieri nipponici attaccarono posizioni più vicine alla linea d frontiera. Per tutta la durata delle operazioni si ebbe un continuo movimento di rinforzi giapponesi e sovietici. La situazione di questi ultimi era resa più difficile dalle deficienze del sistema di comunicazioni; la più vicina stazione ferroviaria era a Borziya, a circa 600 chilometri dalla zona di operazioni. Oltre al vantaggio di avere linee di comunicazione più corte, i giapponesi potevano anche valersi di ferrovie efficienti e di due buone strade che andavano da Hailar alla frontiera mongolo-sovietica. Alla fine del mese i giapponesi avevano trasferito al fronte tutta la 23a Divisione di Fanteria, la 7a Divisione, altri contingenti di cavalleria mancese, 170 cannoni, 130 carri armati e circa 250 apparecchi. La forza numerica della fanteria e della cavalleria aveva raggiunto una cifra di circa 24.700 uomini. Le forze mongolo-sovietiche erano aumentate toccando un totale di circa 11.000 uomini (fanteria e cavalleria), con 186 carri armati e 266 autoblinde. Invece del lungo fronte di prima, il comando sovietico decise di tenere sull’argine orientale del fiume solo una potente testa di ponte che sarebbe stata appoggiata dalle forze concentrate in tutta la zona di difesa. Per questa ragione, il 1° e il 2 luglio l’11a Brigata Corazzata, la 7a Brigata Meccanizzata e il 24° Reggimento Fucilieri (motorizzato) vennero fatti avanzare dalla loro posizione a Tamsyk-Bulak.  Stavano per cominciare – preannuncio dell’intensificarsi dell’attività aerea giapponese – aspri combattimenti in cui le truppe mongolo-sovietiche avrebbero dovuto lottare disperatamente per mantenere la loro testa di ponte sulla riva orientale del Chaclchin-Goòl.

Il piano giapponese per le operazioni iniziate al principio di giugno era essenzialmente lo stesso lo stesso che era stato usato alla fine di maggio. La minaccia reale doveva venire dall’ala destra, e rimaneva ‘intenzione di immobilizzare, accerchiare e distruggere le forze nemiche sulla riva orientale. A questo fine., le forze del maggiore generale Kobayashi dovevano attaccare da nord-est, attraversando il Chalchin-Gol, impadronendosi dell’altura chiamata Bain-Tsagan sull’argine occidentale e mutando la direzione dell’attacco, volgendo cioè verso sud, in modo da tagliare la ritirata alle truppe mongolo-sovietiche. Un secondo contingente giapponese avrebbe protetto le forze di Kobayashi mentre compivano la loro marcia laterale e mentre attraversavano il fiume nella notte fra il 1° e il 2 luglio; il 3, questo secondo contingente avrebbe impegnato le forze nemiche sull’argine orientale del Chalchin-Gol. L’attacco cominciò, come previsto dai piani, il 2; alla sera un’ottantina di cari armati giapponesi erano in azione e respingevano dalle loro posizioni il 149° Reggimento e la 9a Brigata Meccanizzata. Entrati sotto il fuoco diretto delle artiglierie sovietiche, i carri armati giapponesi non poterono continuare l’attacco. Ma alle 2 antimeridiane del 3 luglio le forze di Kobayashi cominciarono l’attraversamento del Chalchin-Gol, completando l’operazione alle 8 del mattino e dirigendosi immediatamente verso le alture. Il comando sovietico, non ancora al corrente del fatto che i giapponesi avevano attraversato il fiume, aveva frattanto preso alcune misure per riportare il 149° Reggimento nelle posizioni precedenti. Nel muoversi ad affrontare il secondo contingente giapponese, le unità sovietiche si trovarono faccia a faccia con le forse d’attacco di Kobayashi, che si erano impadronite dell’altura di Bain-Tsagan e vi avevano appostato cannoni anticarro per respingere i carri armati e le autoblinde sovietiche.

I sovietici sferrarono immediatamente un contrattacco per riconquistare le alture. Alle 11 del mattino l’11a Brigata Corazzata e il battaglione di carri armati assegnato alla 6a Divisione di Cavalleria mongola attaccarono i giapponesi in marcia. Il primo battaglione dell’11a Brigata attaccò il nemico al fianco e alle spalle da nord-ovest, mentre altri battaglioni attaccavano da ovest. La rapida occupazione da parte dei giapponesi dell’altura di Bain-Tsagan, più l’impiego dei cannoni anticarro, aveva tuttavia creato una situazione grave. Alle 7 di sera del 3 truppe mongolo-sovietiche, attaccando da tre lati, fecero un deciso tentativo di riconquistare l’altura; i giapponesi le respinsero, e il combattimento continuò nella notte dal 3 al 4 luglio. La mattina successiva i giapponesi appoggiarono con numerosi apparecchi un nuovo attacco, seguito da un contrattacco sovietico. Alla sera del 4 le truppe mongolo-sovietiche stavano iniziando un terzo attacco su tutta la lunghezza del fronte, e i giapponesi non erano ancora stati respinti dall’altura. Ma finalmente, verso le 3 del mattino seguente, i giapponesi cominciarono a ritirarsi sull’argine orientale del Chachin-Gol, usando il ponte galleggiante di cui si erano serviti per attraversare il fiume. I carri armati e le autoblinde sovietiche che si dirigevano a loro volta verso la riva orientale del fiume dovettero essere spinti a mano attraverso il fango e il terreno cedevole mentre i giapponesi venivano impegnati in selvaggi corpo a corpo.

Il tentativo giapponese di accerchiare il nemico con un vasto movimento aggirante era fallito, ma le forze sovietiche se l’erano cavata solo per il rotto della cuffia. I giapponesi non avevano saputo usare efficacemente i loro carri armati, mentre i sovietici dovevano in parte la salvezza al successo ottenuto dai carri armati dell’11a Brigata, che avevano accerchiato il nemico invece di lasciarsi accerchiare. Questo successo era però dovuto non meno alla buona fortuna che all’efficienza del comando. Evidentemente, era stato un grave errore non prevedere la possibilità che il nemico agisse come in effetti aveva agito – soprattutto dopo l’attacco del maggio – e avere lasciato indifesa l’altura di Bain-Tasagan. I combattimenti facevano ora perno intorno alla testa di ponte sovietica sull’argine orientale, contro la quale i giapponesi lanciavano furiosi attacchi, disturbando nello stesso tempo le unità sull’altra riva. Dopo una breve tregua, di cui i sovietici approfittarono per trasferire altre truppe di là dal Chachin-Gol, sull’argine orientale, i combattimenti ripresero a pieno ritmo  con uno sbarramento d’artiglieria giapponese iniziato all’alba del 23 luglio. Solo il 25 gli attacchi giapponesi, succedutisi ininterrottamente notte e giorno, persero un po’ della loro intensità, e si ebbe un ritorno alla difensiva. A cura un miglio dall’argine orientale i giapponesi diedero mano alla costruzione d’una linea fortificata, necessaria alle ulteriori operazioni con cui avrebbero cercato di conquistare l’indispensabile controllo assoluto sull’argine orientale del fiume.

Settantesei giorni di operazioni non avevano portato con sé nessuna soluzione per il comando sovietico, eccetto la probabilità di doversi impegnare in una lunga azione difensiva con forse inferiori a quelle nemiche e la quasi certezza che la vittoria sarebbe stata dei giapponesi. Benché i sovietici fossero risusciti a difendere il fronte, molti indizi avevano rivelato la scarsa competenza del comando e una certa mancanza di coordinazione. L’unica soluzione sembrava un afflusso di rinforzi dall’interno e un cambiamento nel comando. L’uomo chiamato a salvare la situazione fu G. Žukov, il comandante di corpo cui venne ora affidato il comando del 1° Gruppo d’Armata, con il compito di sconfiggere i giapponesi. Žukov capì certo fin da principio qual era il suo compito .Un insuccesso era fuori questione; bisognava vincere, e vincere in modo decisivo, addirittura spettacolare. Con Žukov vennero rinforzi massicci; con lo stile per cui in seguito diventato famoso, il nuovo comandante sferrò la controffensiva solo quando godette di una netta superiorità sul nemico; quando cioè le sue forze furono, rispetto a quelle giapponesi, in un rapporto di 1,5 a 1 per la fanteria 1,7 a 1 per le mitragliatrici, quasi 2 a 1 per l’artiglieria e l’aviazione , 4 a 1 per i cari armati. I preparativi per la controffensiva continuarono febbrilmente per buona parte dell’agosto, e il 18 Žukov era quasi pronto. Le sue operazioni coincisero nel tempo con la fase critica in cui erano entrati, nell’estate 1939, i negoziati sovietici con le democrazie occidentali e i simultanei tentativi di giungere a un’intesa con la Germania.

A questo punto subentrò una pausa di alcune settimane, che le due parti – ma specialmente i Sovietici – impiegarono per far affluire notevoli rinforzi, in vista di una ripresa delle operazioni prima dell’arrivo della stagione autunnale, che, con le piogge, avrebbe trasformato le piste in un mare di fango.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 2 Agosto 2015

Del 31 Ottobre 2020

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