lunedì, 20 Settembre 2021
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La sconfitta dell’Asse non era inevitabile; fu dovuta agli errori strategici di Hitler

La sconfitta dell’Asse non era inevitabile; fu dovuta ai gravi errori strategici di Hitler. Nel 1941 i giochi erano più che mai aperti per i tedeschi: valutazioni strategiche e riflessioni senza alcuna coloritura nostalgica di Francesco Lamendola 

La storia non si fa con le ipotesi accademiche, questo è certo; nondimeno, coloro che la studiano devono evitare di cadere nell’eccesso opposto: prendere, cioè, gli eventi realmente accaduti come i soli possibili e, in tal modo, trasformare la storia in un tracciato inevitabile, in una strada a senso unico, e il senno del poi in un destino ineluttabile. 

Noi pensiamo che la storia, simile in questo alla vita del singolo individuo, sia piuttosto paragonabile ad un sentiero che s’interna in un fitto bosco, e dal quale si dipartono continuamente altri sentieri: per il fatto che il viandante, volta a volta, finisce per decidere di imboccarne uno, ciò non significa che gli altri sentieri abbiano cessato di esistere. Essi sono tutti presenti e tutti possibili; e, volgendosi indietro, quel viaggiatore può pensare benissimo che avrebbe potuto svoltare a destra, o a sinistra, invece di proseguire dritto; se non lo ha fatto, ciò significa che una serie di ragioni lo ha spinto a proseguire in quella direzione, tuttavia le possibilità non esperite permangono intatte, e nulla vieta di considerare quel che sarebbe accaduto se egli avesse compiuto delle scelte diverse.

Così, a posteriori, noi possiamo dire che la Seconda guerra mondiale è finita come è finita, ossia con la vittoria totale degli Alleati e con la sconfitta, altrettanto totale, del Tripartito (e, in Europa ed Africa, dell’Asse) perché non poteva finire diversamente: ma questo è un misero senno del poi, che non contiene alcuna necessità intrinseca. Quanti sostengono l’ineluttabilità della vittoria alleata e della sconfitta dell’Asse, lo fanno per due ordini di ragioni: morale e militare.

Sotto il profilo morale, essi affermano che l’esito non poteva essere altro che quello, visto e considerato l’orrore delle camere a gas e, più in generale, dell’universo concentrazionario nazista, che finì per suscitare la reazione universale di tutti i popoli liberi e di tutte le rette coscienze. Costoro parlano, riferendosi alle prospettive di vittoria dell’Asse, di una «impossibilità storica»: tale è stata, alla lettera, l’espressione usata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, allorché, nel 2008, durante un viaggio di stato in Egitto, depose una corona di fiori nel sacrario di El Alamein, ove riposano i resti di 5.200 soldati italiani. E le sue parole sono state in sintonia con il giudizio espresso dal grecista Luciano Canfora, il quale, in un programma della terza rete televisiva, paragonò la battaglia di Stalingrado a quella delle Termopili, nel senso che avrebbe salvato la civiltà europea dall’avvento della barbarie, rappresentata dal nazismo (con buona pace dell’etnocentrismo e con scarso rispetto per il civilissimo, mite e illuminato Impero persiano, evidentemente equiparato al regime hitleriano). Ebbene hanno torto entrambi: se non altro, per la banale verità che, nella storia, non vince sempre il migliore. A meno di cadere nel darwinismo sociale più sfrenato e a meno di confondere etica ed evoluzionismo, bisogna ammettere che, nella storia, vince il più forte, e non necessariamente in senso morale. «Dio sta dalla parte dei grossi battaglioni», diceva uno che di guerra se ne intendeva, Napoleone. E, quanto alla rivolta morale contro il nazismo, che ne avrebbe reso la sconfitta comunque inevitabile, ci sia lecito dubitarne: perché non ci fu una rivolta morale contro la bomba atomica? Sappiamo bene che quella bomba non era “necessaria”, neanche sotto il profilo strategico: l’Unione Sovietica, insistentemente sollecitata dagli Alleati, stava per gettare un milione e mezzo di soldati contro la Manciuria e la Corea. Eppure la bomba, anzi, le due bombe atomiche, vennero sganciate: e nessuno lo trovò moralmente ingiustificabile.

Resta la seconda argomentazione: quella militare. L’Asse, si dice, non poteva vincere, avendo contro, praticamente tutto il resto del mondo. Anche questo, però, è il senno del poi. Hitler commise una serie di gravissimi errori strategici: dopo aver estromesso la Gran Bretagna dal continente europeo, impegnò quasi tutta la sua macchina bellica in una guerra preventiva contro l’Unione Sovietica, rinnovando l’errore della guerra su due fronti del 1914-18, e precludendosi l’accesso alle materie prime russe, di cui aveva potuto beneficiare nei primi due anni di guerra; infine, dichiarando la guerra agli Stati Uniti per mantenere l’impegno col Giappone, il quale, da parte sua, si era sempre guardato bene dal fare altrettanto con l’Unione Sovietica (e ciò anche all’epoca della battaglia di Mosca, quando le sorti del conflitto erano in bilico e sarebbe bastato poco per sbilanciare a favore dell’Asse). Se la macchina bellica tedesca, dopo la campagna di Francia, invece di risparmiare i Britannici (con l’inesplicabile battuta d’arresto di Dunkerque, che consentì all’esercito inglese di reimbarcarsi quasi intatto), si fosse concentrata nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, gettando tutto il suo peso al fianco delle Forze armate italiane, forse l’intero andamento del conflitto sarebbe stato diverso.

La strategia imperiale britannica è sempre stata quella di cercare il punto debole della “fortezza Europa” e lanciare, da lì, l’assalto alla potenza egemone di turno, dopo averla logorata il più possibile mediante il blocco navale (essa, perciò, come quella russa, basata sul controllo di vasti spazi, ha sempre potuto avvantaggiarsi del “fattore tempo”). Mussolini, certo, commise un errore strategico (ma non politico) nel voler fare la sua “guerra parallela”; peraltro, né l’attacco di Graziani in Egitto, né quello di Visconti Prasca contro la Grecia, erano, di per sé, errati sotto il profilo strategico, tutt’altro: si trattava di estromettere laflotta britannica dal Mediterraneo, togliere alla Gran Bretagna l’utilizzo delle basi aeree nel settore orientale di quel mare, portarsi fino al Delta del Nilo e al Canale di Suez, in vista del successivo balzo verso i pozzi petroliferi del Medio Oriente (mentre la Siria obbediva ancora al governo di Vichy e in Iraq era andato al potere Rashid Ali El Gailani, ostile agli Inglesi e favorevole all’Asse). Il fatto è che quelle operazioni vennero lanciate con forze inadeguate sotto il profilo tecnico (Egitto) o insufficienti numericamente e scegliendo male sia la stagione, sia il teatro di operazioni (Grecia); e, per giunta, trascurando inspiegabilmente di recidere il ganglio vitale di tutta la strategia inglese nel Mediterraneo: Malta, che avrebbe potuto essere occupata con relativa facilità nelle prime settimane del conflitto. Ma i parziali insuccessi italiani erano stati ampiamente controbilanciati, nell’aprile 1941, dalla travolgente campagna dell’Asse nei Balcani, culminata con l’occupazione di Creta mediante l’attacco delle truppe aviotrasportate, nel mese successivo.

A quel punto, i giochi erano più che mai aperti: Cipro era a portata di mano, e così il Nilo e il Canale di Suez; senza contare che l’entrata delle truppe italo-tedesche al Cairo e ad Alessandria avrebbe fatto da detonatore dall’insurrezione antibritannica dei nazionalisti egiziani e avrebbe avuto enormi ripercussioni in tutto il mondo islamico, non solo fino alla Mesopotamia, ma fino alla Persia e all’India (e con i Giapponesi che, dall’Indocina, si preparavano a sferrare il colpo contro la Birmania, e con la flotta imperiale nipponica che si teneva pronta a irrompere nell’Oceano Indiano: cose entrambe che avvennero nella primavera del 1942). Ma Hitler, a causa della sua “mentalità continentale”, non vide tutte queste opportunità e sferrò il fatale attacco contro l’Unione Sovietica, nel giugno del 1941, immobilizzando sul fronte russo quasi tutta la Wehrmacht e rimettendo l’iniziativa strategica nelle mani dei suoi nemici, con Churchill e Roosevelt che fecero a gara per sovvenzionare Stalin e logorare così, senza versare una goccia del proprio sangue, la formidabile macchina bellica tedesca, lentamente ma inesorabilmente.

Hanno scritto due storici militari, Peter Calvocoressi e Guy Wint, nella loro «Storia della seconda guerra mondiale» (titolo originale: «Total War. Causes and Courses of the Second World War», London, Allen Lane The Penguin Press, 1972; traduzione dall’inglese di S. Giametta e revisione tecnica di D. Salsilli, Milano, Rizzoli, 1980, pp.341-342):

«Verso la metà del 1941 i capi di stato maggiore inglese facevano piani per l’anno seguente confidando di poter mettere in campo  circa sessanta divisioni, di cui un po’ più di un terzo  sarebbe venuto dall’India e dai Dominions  (otto dall’India, cinque più una brigata dall’Australia, quattro più una brigata dal Canada, due dal Sudafrica, una dalla Nuova Zelanda). Solo il grosso delle unità corazzate, equivalenti a dodici divisioni su quindici, sarebbe stato inglese, ma per le altre forze il contributo imperiale era impressionante. Alcune unità canadesi arrivarono in Inghilterra già nel 1939 e l’anno seguente presero parte alla battaglia di Francia; nel gennaio 1940 l’Australia e la Nuova Zelanda  si accordarono per mandare ciascuna una divisione nel Medio Oriente. Contributi simili venivano apportati alle forze aeree e navali. […]

Così, se ne rendesse o no pienamente conto, Hitler era già nel 1940 minacciato da molte parti e da molti popoli. Il centro di questa minaccia si trovava nel Medio Oriente ed è concepibile che la minaccia contro Hitler non si sarebbe materializzata  se Mussolini non l’avesse suscitata ordinando a Graziani di attaccare nel deserto e invadendo la Grecia verso la fine del 1940. Facendo queste cose Mussolini aprì un secondo fronte entro la portata della potenza imperiale inglese. Egli liberò l’iniziativa strategica inglese che era stata neutralizzata  quando la Gran Bretagna aveva perso nella Francia il suo solo alleato combattente.

Il problema di Churchill dopo la sconfitta della Francia fu come e con chi  tornare sul continente. C’erano due modi possibili per farlo: l’uno consisteva nel riportare la Francia nella lotta e l’altro nel rifare il viaggio all’indietro fino a portarsi a distanza utile per colpire la Germania attraverso i Balcani. Gli inglesi si erano abituati a guardare all’Europa dal sud-est fin da quando l’Egitto era diventato, in tutto e per tutto, una parte dell’Impero britannico e il Mediterraneo, se non proprio un lago inglese, almeno una strada maestra segnata dalle pietre miliari di Gibilterra, Malta, Alessandria e Suez.

Fino alla primavera del 1941 i Balcani furono territorio conteso. Churchill accumulò forze inglesi in Egitto trasportandole per mare.  Ma poi Hitler conquistò anche l’Europa sud-orientale, e gli inglesi in Egitto, quando le loro forze (per lo più australiane e neo-zelandesi) furono cacciate dalla Grecia e da Creta, dovettero rinunciare all’idea di impegnare i tedeschi  in un punto qualsiasi del continente; dovettero limitarsi ai problemi secondari della Libia e del Corno d’Africa. A questo punto Hitler stesso rilanciò la guerra in Europa, creando per l’esercito tedesco un nemico che l’avrebbe impegnato  sempre più fino a distruggerlo. La sua aggressione  all’URSS nel giugno 1941 trasformò la guerra spostando  il grosso delle forze tedesche ad est e fuori dell’Europa occupata e rendendo in tal modo possibile una seria resistenza pratica nonché aprendo agli inglesi la prospettiva di ritornare sul continente o con un assalto alle sue difese occidentali indebolite o con la conquista di porti da parte di un movimento di resistenza francese. Sei mesi dopo, la dichiarazione di guerra fatta da Hitler agli Stati Uniti rese certo che questo rientro fosse immensamente massiccio. Hitler aveva dissolto l’alleanza anglo-francese solo per suscitare  contro di lui una convergenza di forze inglesi,  indiane, coloniali, sovietiche e americane. Dal 1942 in poi l’unione di tutte questi nemici, in cui confluivano i contingenti dei paesi caduti sotto il tallone hitleriano, marciavano per vie diverse sulla Germania, ma queste vie diverse  dovevano essere rese convergenti. […]

Finché durò la guerra, il mantenimento di questa alleanza antitedesca fu un obiettivo cardine per i leader che fronteggiavano la Germania sui due opposti  lati. Una guerra su due fronti era una guerra che Hitler non poteva vincere. Una pace separata a est  a ovest era un pericolo per l’altro alleato. Per la Gran Bretagna l’offensiva tedesca all’URSS,  per il fatto di essere stata sferrata prima che Churchill avesse realizzato  il suo intento di far intervenire nella lotta gli americani, fu un immenso sollievo in un anno di sforzi critici, e anche dopo la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti da parte di Hitler, sei mesi dopo aver dato inizio all’operazione Barbarossa, il mantenimento della capacità e della volontà di combattere  sovietiche era essenziale per la vittoria degli occidentali.»

Queste riflessioni non hanno alcuna coloritura nostalgica: solo un pazzo potrebbe rimpiangere il fatto che Hitler non abbia vinto la guerra. Il totalitarismo nazista avrebbe fatto piombare l’Europa e, forse, il mondo, in una barbarie inaudita. Lo studioso di storia, però, non dovrebbe mai confondere il giudizio morale con le valutazioni strategiche. Resta il fatto che, nella primavera del 1941, i giochi erano più che mai aperti e l’Asse avrebbe potuto vincere, se avesse coordinato meglio i suoi sforzi e se Hitler avesse saputo individuare il perno della coalizione mondiale anti-tedesca: la Gran Bretagna, colpendola nel punto e nel momento in cui esistevano delle reali prospettive di successo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 1° Settembre 2015

Del 31 Ottobre 2020

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