lunedì, 14 Giugno 2021
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Non occorreva certo essere nazisti per dire che Danzica era una città tedesca

Non occorreva certo essere nazisti per dire che Danzica era una città tedesca. La popolazione di Danzica era in grande maggioranza tedesca e lo era anche fino al 1919. Il punto di vista di una scrittrice “osservatrice” neutrale di Francesco Lamendola  

C’è un delizioso romanzo della scrittrice polacca Jadwiga Luszczewska, in arte Deotyma (1834-1908), intitolato «La fanciulla della finestrella» (ma in lingua polacca ha un suono molto più simpatico, sembra un tintinnio di campanelle: «Panienka z Okienka»), apparso nel 1891 e letto con appassionato coinvolgimento da intere generazioni di Polacchi.

È ambientato a Danzica, nell’atmosfera un po’ favolosa del XVII secolo, e narra la storia del baldo giovane Casimiro, brillante ufficiale della marina polacca, e del suo amore per la giovane e graziosissima Edvige – da lui scorta mente, appunto, si affacciava, curiosa, ad una finestrella che dava sulla strada -, mal fidanzata con un anziano e piuttosto antipatico mercante tedesco, herr Johann Schultz, al quale, naturalmente, dopo svariate vicende, finirà per soffiarla, convolando con lei a giuste e meritate nozze.

Una storia entusiasmante e commovente, quella di un tenero amore fra due bei giovani, innamorati l’uno dell’altra, sullo sfondo di una splendida città di mare, coi suoi palazzi e le sue architetture gotiche, con il porto brulicante di navi cariche di grano e di ambra, e con il respiro possente del Baltico che si affaccia all’estuario del fiume Motlawa, secolare via di transito fra i Paesi scandinavi e l’Europa continentale.

Tutto bene, dunque, tanto più che non manca neppure il più classico dei lieti finali; un libro simpatico, scritto in tono piano e scorrevole; una vicenda edificante e una intensa ricostruzione d’ambiente… solo che, sul piano storico, si tratta, quanto meno, di un’opera a tesi.. Ardente patriota, l’Autrice vuol dimostrare l’indimostrabile: che Danzica è sempre stata polacca e non può che tornare ad essere tale. In realtà, anche se fondata dal duca polacco Mieszko o Miecilslao I nel 997 e denominata Gdansk (mentre divenne Danzig solo ai primi del XIV secolo), essa, membro della Hansa, fu sempre oggetto di contesa fra i re di Polonia e i Cavalieri Teutonici; sinché, nel 1793, venne incorporata al Regno di Prussia – a dire il vero, senza troppo entusiasmo da parte della popolazione tedesca (così come, se ci è lecito il paragone irriverente, neanche gli Italiani di Trieste furono mai ansiosi di unirsi a Venezia e perfino nel 1918 non tutti loro furono così ardentemente annessionisti, come la vulgata nazionalista vorrebbe far credere).

Sia come sia, sta di fatto che, per tutto il XIX secolo e poi fino alla prima guerra mondiale, Danzica, con tutta la Pomerania, fece parte della Prussia dapprima, del Reich tedesco poi; fin quando, nel 1919, le potenze alleate decisero, col Trattato di Versailles, di ricostituire Danzica in “città libera”, (come era stata nel Medioevo), governata da un commissario nominato dalla Società delle Nazioni, insieme al porto e a un piccolissimo territorio circostante; la Polonia, da parte sua, ricevette il cosiddetto “corridoio” con il porto di Gdynia, che le consentiva l’accesso al Mar Baltico; mentre la Prussia Orientale restava territorialmente separata dal resto della Germania.

La popolazione di Danzica era in maggioranza tedesca e lo era anche, fino al 1919, quella del territorio del Corridoio: una situazione simile a quella di Fiume (ma anche di Zara e altre città dalmate), e caratteristica di gran parte del bacino orientale del Baltico – si pensi solo al caso di Memel -, dove le città marittime erano tedesche e l’immediato retroterra, come le campagne, abitate in larga maggioranza da Casciubi, Polacchi, Lituani, Lettoni.

Certo la situazione non era semplice, né facile per i cittadini di Danzica; e nemmeno per quelli di Königsberg e, in genere, della Prussia Orientale, tagliati fuori dalla contiguità territoriale con la madrepatria; ed è noto che fu proprio la proposta tedesca di ristabilire tale contiguità, in modo da farvi passare una autostrada e una ferrovia, che finì per dare occasione, in seguito al secco rifiuto a trattare da parte del governo di Varsavia, allo scatenamento della guerra tedesco-polacca nel settembre del 1939, immediato preambolo alla seconda guerra mondiale.

Ora, la propaganda alleata, sia all’epoca che dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha sempre dipinto come assurde, irragionevoli e, soprattutto, formulate in mala fede, le richieste tedesche per un ritorno di Danzica e del Corridoio sotto la sovranità della Germania. Tuttavia, se è vero che esistono serie ragioni per dubitare che Hitler, ottenuti per via pacifica tali obiettivi, se ne sarebbe accontentato, lasciando poi in pace la Polonia, esistono anche delle ragioni per ipotizzare che gli Alleati, procedendo alla sistemazione territoriale del 1919, abbiano voluto gettare deliberatamente un ostacolo insormontabile nelle relazioni tedesco-polacche e così, in prospettiva, tenersi pronto un “casus belli” per intervenire contro una eventuale riscossa della Germania (cfr. il nostro articolo «Il Corridoio di Danzica fu creato dagli Alleati proprio per rendere inevitabile un nuovo conflitto?», apparso sul sito di Arianna Editrice in data 10/01/2011).

Ma come stavano realmente le cose a Danzica, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale? Ebbene, volendo restare ancora nel campo della letteratura, passiamo dalla scrittrice polacca – e quindi non spassionata – Deotyma, ad una scrittrice chiaramente neutrale, che su tale faccenda non aveva assolutamente oscuri interessi da propagandare: Karin Michaelis.

Karin Michaelis (1872-1950) è stata una scrittrice danese, abbastanza conosciuta specialmente nel periodo fra le due guerre; era tutt’altro che una nazista, tutt’altro che  una simpatizzante per il regime instaurato da Hitler in Germania; per giunta, era una scrittrice per l’infanzia o, per essere più esatti, che si rivolgeva soprattutto ad un pubblico femminile pre-adolescenziale.

Così, dunque, ella scriveva nel suo libro «Bibi e le congiurate» (titolo originale: «Bibi und die Werschworenen», traduzione dal danese di Emilia Villoresi, Milano, Vallardi, 1933, poi 1965, pp. 105-08):

«Caro nonnino […],

anche tu credevi che Danzica appartenesse alla Germania? No, ti sbagli di grosso. Danzica non appartiene a nessuno, ma è soltanto n piccolo, buffo paese con un’unica città e un presidente e un paio di campi; sicuramente non è più grande del Liechtenstein che è deriso da tutti per la sua piccolezza.

Prima, Danzica stava proprio nel mezzo della Germania; ma poi, finita la guerra, vennero i polacchi e dissero: “Dobbiamo pur avere uno sbocco al mare anche noi. Che cosa ne facciamo, senza navi, del nostro nuovo stato?” Allora il presidente d’America regalò alla Polonia una bella fetta di Germania, e la chiamò il corridoio, perché non ci doveva che passare,e precisamente per andar al mare. Ora, io capisco che si possa volere un po’ di mare: io non cederei il Kattegat o il Mare del Nord o il Mar Baltico, ma allora, perché anche la Svizzera non ebbe una fetta di Francia? O l’Ungheria una fetta di Serbia?  Il presidente Wilson non se ne intendeva troppo dei paesi d’Europa: le scuole in America non devono essere niente di speciale, perciò la colpa non è stata sua. E i polacchi costruirono una città tutta nuova vicino a Danzica la quale cresce così vertiginosamente, e diventa così ricca, che Danzica è quasi affamata. Ole ed io dovemmo trarre di tasca il passaporto, perché, appena si arriva in vicinanza della frontiera, viene un gendarme e sbircia entro. E si deve continuare a pagar la dogana, quando si vuole andar da una città all’altra, perché il corridoio corre in mezzo ad esse. Io trovo che si dovrebbe costruirci sopra un ponte, o scavarci sotto un tunnel,in modo che i tedeschi non avessero bisogno di entrare nel corridoio per attraversarlo, dato che di qua e di là il territorio è tedesco.

Ole dice che tutte le frontiere sono un non-senso e che dovrebbero essere tolte, perché soltanto a cagione di esse la gente diviene furiosa, gli uni contro gli altri. Dovresti soltanto vedere come un poliziotto di confine polacco guardava di traverso quello tedesco, e viceversa. È troppo sciocco. Figurati, durante una passeggiata ho parlato io stessa con un uomo la cui casa e il cui giardino stanno di qua dalla frontiera, mentre i suoi campi  e i suoi prati si trovano già in Polonia: e se dimenticava il passaporto, non può neppure mungere le sue mucche! Se due guardie di frontiera un bel giorno si picchiano, può subito scoppiare una guerra…»

Ecco, questo è il punto di vista di una osservatrice neutrale, che non è neanche indirettamente parte in causa nella disputa tedesco-polacca e che si limita a svolgere delle considerazioni che non saranno certo politicamente raffinate, ma che poggiano su un solido zoccolo di puro buon senso – quella virtù popolare di cui i politicanti alla Woodrow Wilson, imbottiti di dottrine astratte e velleitarie e, per giunta, gonfi di superbia e convinti di sapere tutto e di possedere la ricetta magica per risanare ogni male e ogni ingiustizia dell’universo mondo, sovente difettano alquanto.

Wilson, grande amico degli Slavi, anche per le vie traverse dei circoli e delle logge massoniche internazionali (suo cattivo consigliere fu il neo-presidente cecoslovacco Jan Masaryk, Gran Maestro della Massoneria ceca) e, viceversa, nemico dei Tedeschi – oltre che poco amico degli Italiani, come si vide appunto nella questione di Fiume, era sicuro di poter ripristinare un ordine duraturo in Europa, mediante una applicazione rigida e astratta del principio di nazionalità, quando ciò era a favore degli Stati eredi dei defunti imperi russo, germanico e austro-ungarico, come nel caso dei Polacchi dell’Alta Slesia; era a favore, invece, delle annessioni pure e semplici, da parte di quei medesimi Stati, quando il principio di nazionalità e quello di autodeterminazione sarebbero stati favorevoli ai Tedeschi, come nel caso dei Sudeti, i quali, nella democratica Cecoslovacchia di Masaryk, subirono una dura politica di snazionalizzazione.

Non ci stupiamo troppo di quest’ultima, dato che, in Europa orientale, ma non solo (si pensi al caso dell’Alsazia, ma anche a quello dell’Alto-Adige/Sud Tirolo), gli Stati egemoni avevano sempre represso le minoranze allogene. Così i Russi avevano cercato di “russificare” i Polacchi dell’ex Granducato di Varsavia, e così i Tedeschi avevano cercato di “germanizzare” i Polacchi della Pomerania, della Prussia Occidentale e della Slesia (ne abbiamo un’eco esplicita, sempre restando in tema di letteratura, in alcuni libri di un’altra scrittrice tedesca per signorine, a suo tempo piuttosto famosa: Elisabetta Werner, e specialmente nel romanzo «Vineta»). Solo gli Austriaci, in Galizia, non tentarono affatto di snazionalizzare i Polacchi; in compenso, si adoperarono del loro meglio per creare rivalità e paura reciproca fra essi e i Ruteni, secondo l’antico adagio del «divide et impera», contribuendo, così, a gettare le premesse per la futura, irriducibile inimicizia fra i due popoli slavi (e ancora oggi una città che è sempre stata polacca, come Leopoli, si trova a far parte della Repubblica Ucraina, con buona pace del principio di nazionalità e di autodeterminazione).

Non fa meraviglia, dunque, che, a partire dal 1919, gli Stati slavi e la neolatina Romania, sorti (o ingranditi) nell’area mitteleuropea, si prendessero la rivincita, discriminando, a loro volta, le minoranze di lingua e cultura tedesca e magiara che le avevano, sino ad allora, duramente oppresse (e per il rancore dei Romeni della Transilvania contro gli Ungheresi, si vedano romanzi come «Due amori» di Ion Agarbiceanu, o come «La foresta degli impiccati» di Liviu Rebreanu, per non parlare di certi ricordi contenuti nei saggi di Émile Cioran). Quello che colpisce, invece, è l’ipocrisia con cui gli Stati democratici, come la Cecoslovacchia di Masaryk, beniamina di Wilson e punta di lancia del sistema politico-militare francese creato in Europa centro-orientale dopo Versailles, mediante la creazione della “Piccola Intesa”, hanno sempre preteso di presentarsi come immuni dalla febbre nazionalista, quasi che questa fosse stata appannaggio esclusivo degli Imperi reazionari, fino alla prima guerra mondiale, e, dopo di essa, dei sistemi politici antidemocratici, – dittatoriali o totalitari – sorti, appunto, in Germania e in Ungheria, oltre che in Italia.

Fra parentesi, vale la pena di notare che anche la Polonia, “risorta” dopo il crollo dei tre imperi nel 1918, ebbe caratteristiche politiche tutt’altro che democratiche, ma simili, piuttosto, a quelle di una vera e propria dittatura militare; che il suo capo prestigioso, Pilsudski, spinto dagli Alleati, si lanciò per prima cosa, mentre essa era travagliata da una micidiale carestia, in una sconsiderata guerra di conquista contro l’Unione Sovietica; che, soprattutto, la Polonia fu contraddistinta da un virulento antisemitismo, sulla memoria del quale, dopo il 1945, si volle tirare un radicale colpo di spugna: perché sul banco degli accusati doveva esserci la sola Germania, mentre le nazioni da essa invase dovevano essere considerate tutte, per definizione, “vittime” e, pertanto, monde d’ogni macchia…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 7 Novembre 2015

Del 31 Ottobre 2020

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