domenica, 13 Giugno 2021
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Un S.S. può essere gentile, benevolo e umano?

Uomini in quanto uomini a prescindere dall’uniforme? Un S.S. può essere gentile benevolo e umano? Come è possibile porre seriamente la domanda che è senza dubbio la cosa più politicamente scorretta che si possa fare in assoluto di Francesco Lamendola

Un membro delle S.S. naziste, le famigerate Schutzstaffeln o Squadre di protezione, può essere anche una persona gentile, benevola e umana, non solo a margine delle sue funzioni, cioè nella vita privata, ma anche nel bel mezzo di esse? A tutta prima, una domanda del genere potrebbe sembrare una provocazione bella e buona; per giunta, una provocazione di pessimo gusto, toccando un ambito nel quale c’è poco da scherzare. È noto che le S.S. erano le truppe scelte del Terzo Reich, quasi un esercito privato di Hitler, e quindi erano le più impregnate dell’ideologia nazista. Si ritiene che per tale ragione abbiano legato il loro ricordo ad alcuni dei più efferati eccidi della Seconda guerra mondiale, come a Oradour-sur-Glane, Marzabotto e Malmédy (in quest’ultimo vennero massacrati dei prigionieri di guerra americani, durante l’offensiva delle Ardenne del dicembre 1944), cosa che indusse il Tribunale di Norimberga a dichiararle, in toto, organizzazione criminale, per cui il solo fatto di averne fatto parte costituiva di per sé un capo d’accusa, indipendentemente da specifici e provati atti penalmente rilevanti. Le S.S. si sono anche distinte per aver costituito, insieme a unità della Wehrmacht e della polizia, i famigerati Einsatzgruppen (“unità operative”) sul fronte orientale, durante l’Operazione Barbarossa; oltre che essere state attivamente coinvolte nella gestione dei campi di concentramento ove si consumò il dramma dei prigionieri politici, dei rom e degli ebrei. Come è possibile, pertanto, porre seriamente la domanda sulla eventuale umanità, gentilezza e benevolenza degli uomini che indossavano quell’uniforme? Questa, senza dubbio, è la cosa più politicamente scorretta che si possa fare, in assoluto.

Eppure, è necessario porre quella domanda. A distanza di più di settant’anni dalla tragedia della Seconda guerra mondiale, non è troppo presto per andare oltre la dura scorza delle costruzioni ideologiche e tornare alla realtà essenziale dell’uomo in quanto tale. Non abbiamo alcuna intenzione d’introdurre di soppiatto una riabilitazione o un’attenuazione del giudizio su ciò che fu il nazismo, giudizio che abbiamo espresso più volte; e neppure su cosa furono le SS in quanto organizzazione militare; bensì poniamo la questione se sia possibile considerare gli uomini in quanto uomini, a prescindere dall’uniforme che indossano. Finora si è fatta di tutta l’erba un fascio, peraltro quasi solo nei confronti dei tedeschi. A nessuno, per esempio, è venuto in mente di considerare l’Armata Rossa come un’orda di criminali; eppure la loro avanzata verso il cuore della Germania, nel 1944-45, partendo dalla Prussia Orientale e arrivando fino a Berlino, è stata costellata di atrocità non meno terribili di quelle perpetrate dalla Wehrmacht nell’Unione Sovietica. E a nessuno è venuto in mente di considerare dei criminali i piloti americani e britannici che ridussero Dresda a un immane carnaio, quando la guerra stava già per finire, seppellendo la città, piena di profughi, sotto migliaia di bombe al fosforo bianco, al preciso scopo di fare il maggior numero di vittime possibile. Né si pensa al pilota americano che sganciò su Hiroshima la bomba atomica come a un delinquente passibile del giudizio d’una corte marziale internazionale; meno ancora si pensa d’incriminare chi diede quell’ordine e assunse quella decisione, nel qual caso si sarebbe dovuto imbastire un processo non solo al comando supremo statunitense, ma ai governanti di quella nazione, Roosevelt e Truman in testa. Ora, se è vero che sarebbe scorretto considerare il pilota di Hiroshima, o i piloti che distrussero Amburgo, Berlino, Dresda, Tokyo, come dei semplici criminali, considerato che, dopo tutto, essi obbedivano a degli ordini precisi; e se sarebbe scorretto vedere in ogni soldato dell’Armata Rossa un delinquente, allo stesso modo riteniamo che sia scorretto emettere un giudizio morale complessivo e sbrigativo su tutti i soldati tedeschi i quali, obbedendo agli ordini, ma soprattutto spinti da un forte amor di patria e da un fortissimo senso della disciplina, combatterono dalla parte che gli storici hanno sentenziato essere stata la parte sbagliata: il che, guarda caso, coincide con l’esito della Seconda guerra mondiale, nel senso che la parte sbagliata è stata anche, provvidenzialmente, quella soccombente. Ma se la parte sbagliata fosse stata, per caso, quella dei vincitori, chi ce lo avrebbe mai detto o anche solo suggerito? È stata istituita, in vari Paesi d’Europa e del mondo, un’apposita legislazione che considera reato attenuare le responsabilità degli sconfitti o avanzare dei dubbi sull’onorabilità dei vincitori. Non si dovrebbe fare la storia a colpi di codice penale; eppure la vicenda di David Irving sta a mostrare che questo è precisamente quel che continua ad accadere, pure a distanza di tanti anni dai fatti, quando lo scorrere del tempo dovrebbe, in teoria, placare il tumulto delle passioni (cfr. il nostro articolo: Il rogo dei libri di David Irving è un sinistro segnale per la libertà di ricerca, pubblicato sul sito di Arianna Editrice l’11/02/10 e ripubblicato su quello dell’Accademia Nuova Italia il 22/11/17).

Una testimonianza interessante sul quesito che abbiamo posto all’inizio di questo scritto è quella di uno scrittore che non può essere considerato in alcun modo un estremista, Bonaventura Tecchi (Bagnoregio, Viterbo, 11 febbraio 1896-Roma, 30 marzo 1968), romanziere, saggista e germanista di notevole valore, la cui opera si è sempre ispirata a un alto ideale etico di schietta derivazione cristiana. Arrestato e poi rilasciato dai tedeschi perché sospettato di complicità con le forze partigiane che si vanno organizzando dagli sbandati reparti del Regio esercito, lo scrittore Bonaventura Tecchi ha fatto anche questa strana esperienza, quella d’imbattersi in una SS “gentile”, e l’ha narrata con obiettività e semplicità nel suo piccolo libro Un’estate in campagna. Diario 1943 (Firenze, Sansoni, 1945, 1971, pp. 107-108):

[Sera del 26 ottobre 1943]

Ero davvero preparato a morire? Quali affetti mi legavano di più alla vita? L’angoscia più forte, il pensiero che assai probabilmente mia moglie, paralizzata da più di due anni e malata di cuore, avesse già avuto una seconda paralisi e stesse spasimando tra l’incoscienza e il terrore della mia sorte, questa idea s’allontanava adesso meravigliosamente da me, si attenuava, perdeva parte dell’orrore che mi aveva tormentato al mattino. Anche il pensiero di mio fratello, che immaginavo e speravo fuggitivo, la preoccupazione per le sue condizioni di salute, mi davano ora meno dolore. Il terzo pensiero, quello del mio lavoro, dell’attaccamento ai lavori incominciati e che non avrei più finiti, era una cosa da nulla, appena una nebbia leggera.

Mi meravigliavo di questo incipiente stato d’animo di distacco, quando fui riscosso da bussi violento. Calci, urli, bestemmie che venivano dal corridoio. Capii che si preparava qualche cosa di nuovo, e invece erano soltanto i carcerieri che portavano la cena. Riconobbi la voce di uno, il più violento, che gli altri suoi camerati chiamavano Ruti. Invece di portarmi il cibo dentro la cella come era stato fatto al mattino, fui condotto nel corridoio. Senza pensare a prender la gavetta, approfittai di quel momento di confusione, mentre una decina o dodici carcerati s’affollavano intorno a colui che distribuiva la cena, per informare i due compagni, dir loro qualche cosa delle accuse che ci erano mosse, di come era andato l’interrogatorio. Ero riuscito appena a far qualche accenno a Bigiotti quando fui malamente afferrato dietro le spalle da Ruti, rimproverato, minacciato con alte grida e, appena riempita la gavetta, allontanato dagli altri, impedito perfino d’attingere acqua per bere e, quando ancora non avevo finito di magiare, rinchiuso di nuovo a spintoni nella cella. Gli urli, le violenze continuarono per tutta la prima parte della notte: lontano com’ero dagli altri, non capivo bene per quale ragione ci fossero tanti bestiali rumori. A un certo punto bussai anch’io e, poiché sentivo freddo alle ossa malate, chiesi una coperta. M’aspettavo altri urli e male parole; invece, aperta la cella, vidi una faccia gentile e benevola: quasi di un giovanetto. Era un caporalmaggiore delle S.S., di statura piuttosto piccola, capelli castani: aveva modi garbati, la voce mite, quasi bassa. Quale impressione di contrasto! Se esiste ancora al mondo qualcuno che crede, sino in fondo, nel valore e nell’efficacia della “gentilezza”, se mai nella mia esistenza ci fu qualche sforzo verso questo ideale di vita, proprio in quella sera, in quel’attimo, io sentii che cosa vogliano dire gentilezza e bontà. Fu subito un altro mondo (“lux in tenebris”), mi sentii subito consolato e riconciliato con gli uomini, con la vita. Il giovane gentile mi portò la coperta, mostrò comprensione per le mie condizioni di malato e di prigionieri; anzi, direi quasi, simpatia. Osai pregarlo che accendesse, almeno per qualche tempo, la luce nella cella, che non mi facesse passare la notte solo, dato che ero malato, ma in compagnia di qualche prigioniero: non pretendevo certo la compagnia di uno dei miei compaesani, ma almeno quella di un altro carcerato, com’era concesso agli altri, sia pure di un carcerato comune. Il giovane caporale benevolmente accese la luce, mi promise che avrebbe fatto quanto possibile per accontentarmi.

Invece ricominciarono subito gli urli, i bussi, gli scotimenti, le violenze. Era come un diverbio feroce tra ubriachi o tra forsennati: non capivo quanti erano, quale fosse la ragione della lite o se facessero soltanto per terrorizzare i prigionieri. Mi parve di riconoscere la voce brutale di Ruti e sentii distintamente le parole in tedesco “banditi! Fucilazione! Così bisogna trattarli!”. A un certo punto la lite fu così violenta che ebbi l’impressione stessero per sparare o per dar di mano ai pugnali. Ruti entrò nella mia cella come un pazzo (forse era ubriaco fradicio) urlando: “Banditi! spariamo! fucilazione”. E poiché io domandai in tedesco: “Perché mai? Per quale ragione?”, egli rispose con una sghignazzata: “Non adesso! Ai banditi si spara all’alba, di mattina!”. La luce fu spenta di nuovo, le promesse del caporalmaggiore non furono mantenute, la notte buia ripiombò nella cella.

Quando il silenzio ritornò, ricominciarono i pensieri.

Il carnaio di Dresda, ma non solo! tutte le città più importanti della Germania furono pesantemente bombardate dagli anglo-americani, alcune completamente rase al suolo!

Una nota gentile nell’inferno del carcere improvvisato; un giovane soldato, un graduato delle S.S., che si mostra umano, benevolo: porta una coperta al prigioniero malato, gli accende la luce in cella, promette d’interessarsi per fargli avere compagnia durante la notte (anche se poi, evidentemente, non è in grado di mantenere la promessa: ma che avrebbe potuto fare, in simili circostanze, un semplice caporalmaggiore?). Il clima è surriscaldato: siamo nell’ottobre del 1943; i tedeschi sono inferociti per il voltafaccia di Badoglio, si sentono pugnalati alle spalle e vedono in ogni italiano, fino a prova contraria, un traditore. L’apparizione di quel giovane caporale è come una boccata d’aria fresca nell’animo avvilito dello scrittore: per un momento, gli restituisce fiducia nella bontà del genere umano. Se perfino in quel frangente, fra quei soldati, ce ne sono di umani, forse tutto non è perduto; forse si può ancora sperare in un futuro migliore. Del resto, sono uomini anche loro. Tecchi, come interprete, si troverà a cercar di difendere un giovane soldato della Wehrmacht che aveva disertato, dopo aver saputo che sua moglie e i suoi figli erano periti sotto un bombardamento aereo. Noi siamo soliti pensare ai soldato tedeschi, dopo l’8 settembre 1943, come a delle macchine da guerra spietate e bramose di vendetta; ma anch’essi avevano lasciato a casa le loro famiglie, anch’essi tremavano ogni volta che giungeva notizia di un nuovo bombardamento aereo sulle loro città. E tuttavia, si obietterà, le S.S. erano quel che erano: chi ne faceva parte, sapeva molto bene di dover agire in maniera disumana. Ma ne siamo certi? A partire dal 1943, quando cominciò a profilarsi la sconfitta dell’Asse, molti giovani venivano arruolati anche colla forza; inoltre, venivano accettate molte S.S. di etnia non tedesca, tanto che alla fine della guerra la maggioranza risulterà formata da stranieri.

Il giovane caporalmaggiore, poniamo che avesse vent’anni o poco più, era ancora un bimbetto coi calzoni corti quando Hitler aveva preso il potere. Oltre ad aver subito, come tutti i giovani tedeschi, un martellante lavaggio del cervello, quel che gli diceva l’evidenza dei fatti era che la sua patria versava in un gravissimo pericolo; che gli alleati del giorno prima, gli italiani, a  fianco dei quali i suoi connazionali si erano battuti a El Alamein, in Tunisia, in Sicilia, avevano tradito l’alleanza e si erano schierati col nemico: eppure, in quel prigioniero non più giovane e dalla salute malandata, che occupava una delle celle, non aveva visto che una persona bisognosa di conforto, e aveva cercato di offriglielo, nei limiti della sue possibilità. E anche lui avrà avuto una madre, o una fidanzata, o una moglie, a Monaco, o a Francoforte, o a Lipsia; anche lui sarà stato in ansia per loro. Tutto ciò non lo aveva incattivito, non lo aveva disumanizzato. E tuttavia, si obietterà ancora, uomini come quel caporale non esitavano ad eseguire gli ordini più crudeli, come alle Fosse Ardeatine. Sì, è vero: ma avrebbero potuto agire diversamente? La risposta è sì, ma a prezzo della vita; e non tutti possono essere eroi, o santi. Eppure, qualcuno ci fu; ne abbiamo già parlato a suo tempo (cfr. l’articolo: Un soldato delle SS può essere un santo? La storia esemplare di Leonardo Dallasega, sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16/11/17). Quante cose non sappiamo, del cuore umano e della storia stessa, mentre crediamo di saper tutto, d’aver capito tutto. Quando riusciremo a liberarci dai paraocchi ideologici che c’impediscono di vedere la realtà soltanto per quella che è?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Giugno 2019

Del 31 Ottobre 2020

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