domenica, 13 Giugno 2021
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1870: l’Italia incompiuta

Ansia di potenza? Lo Stato esiste in quanto detiene il monopolio della sovranità su un determinato territorio. Il problema del divario fra l’Italia del Nord e quella del Sud. L’Italia è rimasta ancor oggi una nazione incompiuta di Francesco Lamendola  

La tesi che ci proponiamo di dimostrare in questa sede è che le stesse tendenze politiche che spinsero all’unità d’Italia si prolungarono, dopo il 1870, in un’ “ansia di potenza” (originata dall’insicurezza) che produsse i due fenomeni paralleli e interconnessi dell’irredentismo e del colonialismo. L’irredentismo, a sua volta, non è un fenomeno unitario: repubblicano, socialista, libertario fin verso il 1882 – dunque prolungamento ideale del Risorgimento – si confonde poi gradualmente con il nazionalismo e l’imperialismo  (anche se il filone “di sinistra”, rappresentato da Cesare Battisti, sopravvive sino alla prima guerra mondiale). Infatti l’irredentismo è almeno in parte tollerato  dal governo italiano fino alla conclusione della Triplice Alleanza, poi viene represso e “deviato” verso le ambizioni africane. Le guerre d’Abissinia cominciano nel 1885, poco dopo la stipulazione dell’alleanza con la Germania e l’Austria-Ungheria; ma è ancora il governo italiano, nel 1914-15, a premere sul pedale dell’irredentismo quando si decide per la guerra all’Austria. In effetti, sia l’irredentismo che il colonialismo nascono dalla sensazione che l’Italia post-unitaria sia ancora “incompiuta”; ma piuttosto che misurarsi con lo storico problema di “fare l’Italia”, affrontando i nodi strutturali della sua scarsa coesione economico-sociale, le classi dirigenti preferiscono imboccare la “scorciatoia” di una politica di potenza, legittimandola con l’espediente di presentarla come un completamento del Risorgimento nel solco della tradizione democratico-mazziniana (o, nel caso del colonialismo, motivandolo con la sovrappopolazione e la conseguente emigrazione).

      La fase iniziale del Risorgimento italiano, fin verso il 1848-49, si colloca nel contesto di quelle rivoluzioni democratico-liberali che traggono origine da quella che taluni storici, sulla scia del Mathiez, hano chiamato la “Rivoluzione atlantica”, ossia il duplice evento della Rivoluzione americana e della Rivoluzione francese – accompagnata, quest’ultima, da movimenti di matrice “giacobina” nei Paesi Bassi, in Italia settentrionale, nel Regno di Napoli. In questa prima fase la lotta dei popoli che sono usciti “sacrificati” dal Congresso di Vienna, specialmente l’italiano, l’ungherese, il polacco, il greco (fino al 1829), il belga (fino al 1831) si configura come una lotta per l’affermazione del principio di nazionalità contro il principio dinastico e, come nel caso della Francia del 1792, il suo obiettivo è il raggiungimento delle “frontiere naturali” di ciascuno. Tale fase si può ritenere conclusa con le rivoluzioni europee del 1848 e con la loro successiva sconfitta, che segna anche il fallimento della convergenza fra le rivoluzioni democratiche di Parigi, Vienna e Berlino e le rivoluzioni “nazionali” di Milano, Venezia, Praga, Zagabria e (nel 1849) Roma. La seconda fase del Risorgimento italiano si svolge in un contesto politico e culturale profondamente mutato, sia in Italia che in Europa. I popoli che non sono riusciti a realizzare la propria aspirazione al’indipendenza vengono nuovamente sacrificati alla “ragion di Stato”, come nel caso della Polonia nel 1863, o attratti nel campo della conservazione mediante compromessi, come nel caso dell’Ungheria nel 1867; o, ancora, vedono decisi i loro destini dall’arbitrato delle grandi potenze, come quelli balcanici con il Congresso di Berlino del 1878.

     In Italia il movimento nazionale, pur avvalendosi di una incisiva partecipazione delle forze democratico-mazziniane, passa decisamente nelle mani della classe dirigente liberale-moderata e monarchica, che lo inserisce nel contesto di una spregiudicata Realpolitik le cui tappe fondamentali sono l’alleanza con l’Impero conservatore di Napoleone III nel 1859 e con il governo autoritario e militarista del Bismarck nel 1866: alleanze “innaturali” che furono severamente stigmatizzate da Mazzini, anche perché sacrificavano il principio della partecipazione popolare – che avrebbe implicato riforme economiche e sociali – sull’altare di una “soluzione” diplomatico-militare che faceva perno su forze straniere e non democratiche. È in questa seconda fase che si realizza, per un concorso di circostanze fortunate e irripetibili, l’unità d’Italia, nel biennio 1859-61, “completata” con l’annessione del Veneto (ma senza Trento e senza Trieste) nel 1866 e con la presa di Roma (che apre la gravissima lacerazione con la Chiesa cattolica) nel 1870. Al di là dei confini non vi sono più popoli in lotta contro lo stesso nemico  (l’Ungheria, dal 1867, è divenuta il principale sostegno dell’Impero asburgico), bensì Potenze dal cui equilibrio dipendono le sorti del giovane Stato italiano: la rottura con la Francia e il rapidissimo riavvicinamento all’Austria (che precede di un buon decennio la stipulazione ufficiale della Triplice Alleanza) hanno il significato dell’accettazione di una politica estera “realistica” e spregiudicata, diciamo pure un po’ machiavellica, dove i princìpi ideali dei “padri” della Patria appaiono sostanzialmente superati, mentre il nemico e l’amico di ieri si scambiano i ruoli, dapprima per la “questione romana” ma poi, nel 1881, per una questione di politica coloniale – l’annessione francese della Tunisia – lontanissima, quindi, dallo spirito genuino del Risorgimento (Garibaldi aveva affermato che, se l’Italia avesse minacciato l’indipendenza di altri Paesi, non avrebbe esitato a sguainare la spada contro di essa).

     In questa seconda fase del Risorgimento, che inizia col cavouriano “decennio di preparazione” (1849-59) e si prolunga fin oltre il 1870 (a proposito, quando “termina” il Risorgimento? vedremo a suo tempo che porne la “fine” al 1918 significa forzarne di molto il significato) il liberalismo democratico trapassa gradualmente nel nazionalimo e nell’imperialismo, e questo accade a livello europeo e mondiale. Sicché la sensazione, propria della generazione di Carducci, che l’Italia post-1870 sia in qualche modo incompiuta (e non solo e non tanto in senso politico-territoriale), finisce per alimentare una linea di sviluppo delle forze patriottiche che  insensibilmente le modifica in senso espansionistico e militare. Lo stesso irredentismo, che nasce come movimento “di sinistra”, anarchico, socialista e democratico-mazziniano, gradualmente si trasforma (anche se non subito e non del tutto) in un movimento “di destra”, ispirato da una volontà di potenza che punta non all’affermazione del principio di nazionalità e di auto-determinazione, ma al raggiungimento di obiettivi strategici ed economici di ampio respiro. Non si tratta più di rivendicare “solo”  Trento e Trieste, ma il Brennero, il Monte Nevoso, tutta la Dalmazia, l’Albania; e, ancora (versione “francese” dell’irredentismo), Nizza, Corsica, Savoia, la Tunisia; e ancora (versione “estrema”) Malta, il Canton Ticino, le Isole Ionie (che erano state veneziane fino al trattato di Campoformio del 1797) e, in prospettiva, gli “sbocchi” del Mediterraneo: Gibilterra e Suez.

      Certo, se obiettivo principale del Risorgimento era stato realizzare l’unità d’Italia, nel 1870 – dopo la presa di Roma – esso non era stato interamente raggiunto. Ma qual’era l’Italia che si voleva “riunificare”? Perchè, a differenza (ad esempio) della Germania, l’Italia del 1870 non era la restaurazione di un precedente Stato unitario, bensì la nascita di uno Stato unitario che non era mai esistito. Quali dovevano essere, dunque, i suoi confini: quelli degli Stati pre-unitari, o quelli delle “frontiere naturali”? O, magari, quelli delle frontiere “strategiche”? Nel primo caso, ad esempio, la guerra del 1866 avrebbe “chiuso i conti” con l’Austria, poiché il Veneto era “tornato” all’Italia nelle frontiere del 1797 (escluse, s’intende, l’Istria, la Dalmazia e le Isole Ionie). Viceversa, i “conti” restavano aperti con la Francia: e non solo per via della Corsica, che per secoli era stata pisana e genovese, ma soprattutto per la Savoia e per Nizza. La frontiera italo-francese era sempre stata posta al fiume Varo, sin dai tempi dell’antica Roma; Nizza, poi, era la patria di Garibaldi. E Mazzini non aveva sostenuto che la cessione di Nizza aveva aperto un contenzioso con la Francia che avrebbe potuto gettare il seme di una perpetua inimicizia tra le due nazioni “sorelle”, più o meno come l’Alasazia-Lorenza l’aveva creata tra la Francia e la Germania? (cfr. Alessandro Levi, La carta d’Europa secondo Giuseppe Mazzini, in Nuova Antologia, gennaio-marzo 2005, p. 252).

    In base al principio di nazionalità, poi, il Canton Ticino e l’isola di Malta avrebbero dovuto certamente “tornare” all’Italia, pur essendone separate da secoli di storia e pur non essendovi, né in un caso né nell’altro, alcun sentimento irredentistico fra quelle popolazioni. Anche a Trento e Trieste, del resto (soprattutto a Trieste) esso era assai men vivo che non si volesse (e non si voglia, ancor oggi, da certi storici) ammettere. L’amministrazione austriaca non era stata cattiva; e la borghesia triestina, dal 1700 in poi, sapeva bene quali vantaggi rappresentasse per i suoi affari il fatto che Trieste fosse l’unico grande porto di un vasto Impero mitteleuropeo, e come la sua prosperità fosse resa possibile dalla politica doganale della monarchia viennese, che lo rendeva competitivo rispetto ad Amburgo e Rotterdam. Del resto, nemmeno i pacifici abitanti dell’Ampezzano, in Cadore, mostravano sentimenti irredentistici: rimasero fedeli sudditi dell’Austria fino alla prima guerra mondiale, senza drammi e senza troppe tensioni (cfr. Mario Ferruccio Belli, Cortina d’Ampezzo 1914-1918, dall’Austria all’Italia, Belluno, Nuove Edizioni Dlomiti, 1993).

     “Se è vero che il Bismarck si era rifiutato [nel 1866] di includere il Trentino nelle terre da consegnare all’Italia, egli era stato però propenso a prendere in esame una eventuale cessione  di quella zona in caso che l’andamento della guerra l’avesse reso possibile. Il governo di Firenze era indubbiamente interessato all’acquisto del Trentino – scrive John A. Thayer -; a Trieste, invece, pensava solo una minoranza di leaders politci italiani e pochissimi si sarebbero spinti tanto lontano quanto l’intrepido barone Bettino Ricasoli, il quale mirava addirittura all’Istria. Gli sforzi per assicurarsi il Trentino erano durati fino al’ultimo. Anche dopo le sconfitte di Lissa e Custoza, non soli Ricasoli ma anche il più cauto Visconti-Venosta avevano fatto della cessione del Tirolo italiano, come qualche volta veniva chiamato il Trentino, una delle condizioni militari dell’armistizio. Sebbene i disastri militari pesassero duramente sull’orgoglio della nuova nazione, non erano stati questi a costringere l’Italia a rinunciare all’Italia “irredenta”. Custoza non era stata una grande battaglia e la flotta italiana surclassava ancora quella austriaca; tutto era dipeso dai disegni delle altre Potenze. L’Austria si era opposta ad un armistizio sulla base dell’uti possidetis e aveva chiesto il ritiro degli irregolari garibaldini dal Trentino. Il Bismarck aveva fatto balenare una qualche speranza che si potesse ancora ottenere la regione contesa, ma il suo appoggio era subordinato a ciò che avrebbe fatto la Francia: era chiaro che lo statista tedesco desiderava por fine alla guerra.  Da Parigi era giunta la voce che Napoleone III non avrebbe sostenuto l’Italia contro l’Austria; il generale La Marmora aveva quindi informato il Ricasoli che senza l’aiuto francese la situazione sul campo militare era così grave da mettere in pericolo non solo Venezia ma tutta l’Italia: e la guerra, a questo punto, era finita.” (Thayer, L’Italia e la Grande Guerra. Politica e cultura dal 1870 al 1915, Firenze, Vallecchi, 1973, p. 209).

     Un punto, del resto, va chiarito subito: il problema dell’irredentismo era sentito molto di più nel Regno d’Italia che nelle terre cosiddette “irredente”, dove solo una piccola minoranza teneva desta l’aspirazione al ricongiungimento con la madrepatria ideale (ma non storica), e anche ciò avvenne soprattutto tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, dunque in una seconda fase. I governi italiani, fra il 1882 e il 1914,  linea di massima si opposero fermamente all’irredentismo, che pregiudicava i buoni rapporti con l’Austria e, quindi, con la Triplice. Si ricordi a titolo di esempio il caso di Federico Seismit-Doda, ministro delle Finanze nel primo ministero Cairoli (1878) e poi di nuovo con Crispi (1889), che fu costretto alle dimissioni a causa di un discorso irredentistico che egli non aveva pronunciato, ma che si era tenuto in sua presenza e contro il quale egli non aveva protestato.

     Il fatto che in Italia non fosse sorto uno Stato nazionale, mentre ciò avveniva con le monarchie di Francia, Inghilterra, Portogallo e Spagna aveva favorito, nel corso dei secoli, una lenta “erosione” delle regioni di confine da parte delle potenze vicine. I singoli Stati regionali italiani non avevano potuto opposi efficacemente a una tale erosione: come avrebbe potuto la Repubblica di Genova opporsi alla Francia di Luigi XV per conservare il dominio sulla Corsica? In altri casi erano stati i Comuni italiani a darsi allo straniero, per inimicizia con altri Stati italiani più forti e aggressivi: così Trieste si era data all’Austria in odio a Venezia: un fatto storico incontrovertibile, sul quale però gli irredentisti del tardo XIX secolo, specialmente dopo la vicenda di Oberdan, non amavano soffermarsi. Così, poco alla volta, si era verificata nel corso del tempo una lenta usurpazione di terre italiane per lingua, storia, civiltà, che avevano via via ristretto i confini dell'”Italia” (intendendosi, con questo termine, non uno Stato e nemmeno, come voleva Metternich, una espressione geografica, ma una nazione senza lo Stato), sia pure con le debite eccezioni: il ducato (poi regno) di Savoia, ad esempio, si estendeva molto al di là delle Alpi, comprendendo regioni di lingua e di cultura interamente franco-provenzale.

     Diamo qui di seguito uno schema riassuntivo delle perdite territoriali subite dagli Stati italiani a vantaggio delle potenze straniere confinanti.

–   1368: per sfuggire a un assedio veneziano, Trieste si dà al duca d’Austria, che tuttavia non è in grado di aiutarla; sottrattasi ai Veneziani nel 1380, è occupata da Ugo da Duino nel 1382, vassallo del duca.

–   9 aprile 1500, capitolazione di Ludovico il Moro, a Novara, davanti all’esercito francese di Luigi XII, rinforzato da mercenari svizzeri e guidato da un fuoruscito milanese, Gian Giacomo Triulzio. L’esercito svizzero al servizio di Ludovico lo tradisce consegnandolo al nemico e, ritirandosi,  annette alla Confederazione Elvetica la contea di Bellinzona.

–   13-14 settembre 1515, battaglia di Marignano (oggi Melegnano): Francesco I di Francia, con l’aiuto dei Veneziani guidati da Bartolomeo d’Alviano, sconfigge Massimiliano Sforza (figlio del Moro) e i suoi Svizzeri. Questi ultimi, ritirandosi, s’impadroniscono del Canton Ticino.

–   1509: viene ammainato il leone di Venezia dal castello di Rovereto e dal castello di Gorizia. Rovereto era veneziana dal 1416 (quando vi era stata introdotta l’industria della seta); Gorizia lo era indirettamente dal 12 aprile 1500, quando il conte Leonardo di Gorizia-Tirolo (che aveva sposato Paola Gonzaga) aveva prestato giuramento di sottomissione  alla Serenissima; e direttamente dal 22 aprile 1508, quand’egli era morto senza eredi.

–       1768, trattato di Versailles: cessione “temporanea e riscattabile” della Corsica da Genova alla Francia, dopo che gli stessi Genovesi hanno chiesto l’intervento genovese contro l’insurrezione popolare di Pasquale Paoli che voleva fare della Corsica uno Stato nazionale indipendente.

–  17 ottobre 1797, trattato di Campoformio (oggi Campoformido): cessione di Venezia e della Dalmazia all’Austria; le isole Ionie (perfetto esempio di conivenza etnica dal 1485-92) alla Francia.

–  1798: Napoleone conquista l’isola di Malta; 1814, l’isola diventa colonia britannica e caposaldo della flotta inglese del Mediterraneo.

–   24 marzo 1860, trattato franco-piemontese (sanzionato dal plebiscito del 12-22 aprile) per la cessione di Nizza e Savoia alla Francia. Si registrano 130.538 “sì”  contro 235 “no” nella Savoia; e 24.448 “sì” contro 160 “no” a Nizza (ma vi sono testimonianze di forti pressioni sulla popolazione).

–  12 maggio 1881, trattato del bardo: la Tunisia, ove vivono migliaia di coloni italiani e che intrattiene stretti rapporti economici con la Penisola, diventa un protettorato francese.

     Benché il quadro linguistico e geografico della nazione italiana fosse relativamente chiaro rispetto alle nazioni confinanti (si pensi a quanto era complesso in Polonia, spec. nelle sue zone orientali, o nel caso delle nazioni balcaniche), pure esisteva uno iato fra i confini italiani in senso geografico e linguistico e quelli politici del Regno d’Italia dopo il 1866 e anche dopo il 1870.

      Il fatto che la sorte dei territori geograficamente, linguisticamente e storicamente italiani si ponesse come un problema aperto per il comune sentire dei patrioti italiani, che fosse oggetto di discussioni tra le forze politiche della Destra prima (fino al 1876), indi della Sinistra, è da porsi in relazione con la particolare linea di sviluppo assunta dal Risorgimento italiano a livello politico-sociale, ma anche con l’evoluzione del concetto di nazione nelle ideologie politiche dell’Ottocento, che porta dal patriottismo di matrice liberale e democratica al nazionalismo e all’imperialismo di fine secolo: fenomeno europeo, anzi mondiale. Gli Stati Uniti d’America, culla della democrazia liberale, non avevano calpestato i diritti del Messico (annettendosi oltre metà del suo territorio, col trattato di Guadalupe-Hidalgo del 1848) in nome del “destino manifesto” della nazione di marciare dalle coste dell’Atlantico fino a quelle dell’Oceano Pacifico? L’irredentismo (e, nel caso italiano, per molti aspetti anche il colonialismo) si collocano all’interno di questa evoluzione e ne riflettono i mutamenti, sicché si passa da un irredentismo profondamente democratico, repubblicano, socialista (culminato nell’affare Oberdan, 1882), non approvato e anzi severamente scoraggiato dai Governi italiani – anche perché ispirato a ideali politici non allineati con quelli “ufficiali” – a un irredentismo prevalentemente nazionalista, conservatore e imperialista (culminato nell’interventismo del 1914-15), anche se non senza eccezioni e sovrapposizioni (basti citare il caso di Cesare Battisti).

     La parola “irredentismo” fu coniata dal patriota e uomo politico Matteo Renato Imbriani che nel 1877, ai funerali del padre Paolo Emilio, aveva adoperato l’espressione “terre irredente” , cioè non salvate; subito dopo un giornalista viennese lo definì “irredentista” per dileggio. Parola controversa, dunque: parola “sacra” al cuore degli Italiani e parola di scherno per gli Austriaci; e tuttavia parola che si diffuse nel resto d’Europa e del mondo, designando l’aspirazione di un popolo a completare sul piano territoriale la propria unità nazionale, liberando le terre soggette al dominio straniero. Per la Francia, l’Alsazia e un terzo della Lorena – perdute nella guerra del 1870-71 – erano province irredente; per la Grecia, Creta (fino al 1908) e, poi, Cipro, erano terre irredente; per la Romania, lo erano la Transilvania, la Bessarabia, la Bucovina. Per la Serbia, le aspirazioni di riscatto nazionale andavano molto al di là dei confini con l’Austria-Ungheria, anche se ben pochi uomini politici serbi, verso il 1880, pensavano a un “regno degli iugo-slavi”, quale si realizzerà dopo la prima guerra mondiale. L’irredentismo serbo era diretto, a quell’epoca, soprattutto verso la Bosnia e si mescolava con l’aspirazione a uno sbocco sull’Adriatico, verso l’Albania, scavalcando però, in questo caso, il principio di nazionalità. La Bulgaria, dopo la seconda guerra balcanica (1913) considerava irredenta la Macedonia, spartita fra la Grecia e la Serbia. Per la Persia, irredento era l’Azerbaigian, ceduto alla Russia col trattato di Turkmanciai (1828). Anche la Cina aveva delle terre irredente al suo confine nord-orientale, pur se la questione non venne mai posta ufficialmente fino alla crisi sino-sovietica del 1969: quelle Province Marittime a nord del fiume Amur, che il Celeste Impero aveva dovuto cedere alla Russia di Pietro il Grande col trattato di Nercinsk del 1689. Per la Bolivia, sconfitta (insieme al Perù) dal Cile nella guerra del Pacifico, 1879-83, la provincia di Antofagasta, suo unico accesso al mare, divenne irredenta. Per il Messico, un certo vago irredentismo rimase vivo a lungo dopo la perdita della California, Arizona, Nuovo Messico, Texas, Nevada, Colorado e Utah, tanto è vero che la Germania tentò nel gennaiuo del 1917, con il famoso “telegramma Zimmermann”, di trascinare quel Paese in guerra contro gli Stati Uniti, promettendo aiuti per il recupero di quei territori.

     Abbiamo detto che l’irredentismo italiano di fine Ottocento fu essenzialmente un movimento di opinione anti-austriaco. Per tenerlo vivo era sorta, nel 1877, l’associazione “Pro Patria Irredenta”, presieduta da Giuseppe Avezzana, prestigiosa figura di patriota risorgimentale. Dopo il suo scioglimento, la sua funzione era stata rilevata, nel 1889, dalla società “Dante Alighieri”, il cui scopo era dichiaratamente culturale – la diffusione della lingua e della cultura italiana all’estero – ma, implicitamente, irredentistico e, in parte, nazionalistico. Specialmente nelle terre “irredente”, essa si batté per la difesa dell’italianità del Trentino e della Venezia Giulia, spesso affrontando l’ostilità delle popolazioni tedesche e slave e la censura delle autorità austriache.

     La cessione della Savoia e di Nizza alla Francia era una ferita che si era presto rimarginata, nonostante l’opinione contraria di Mazzini. Viceversa, Mazzini non aveva mai pensato alla possibilità di un’annessione all’Italia del Canton Ticino e, come lui, nessun irredentista italiano; bisogna arrivare al ventennio fascista per trovare dei progetti in tal senso, per quanto piuttosto vaghi, e allargati agli altri due cantoni svizzeri dei Grigioni e del Vallese. Come afferma Pierre Codiroli, “[durante il fascismo] si incentivò […] la produzione di materiale irredentistico-propagandistico e sistematiche campagne-stampa, con la partecipazione dei quotidiani nazionali della fascia di frontiera, ma anche di altri a carattere nazionale; oltre al noto stereotipo dell’imbastardimento del cantone [ticinese], se ne aggiunse uno relativamente nuovo, e cioè quello del confine naturale fra mondo italiano e tedesco, posto alla catena mediana delle Alpi: ciò significava, concretamente, considerare cantoni italiani il Ticino, i Grigioni e il Vallese.” (Il Canton Ticino fra fascio e balestra, in Nuova Antologia, luglio-settembre 1990, p. 390).

     Anche in quel caso, tuttavia, si trattò di iniziative organizzate in Italia – per la precisione, da Galeazzo Ciano, su istruzioni di Mussolini; ma gli Italiani della Svizzera non alimentarono mai correnti irredentistiche. Durante l’Ottocento essi avevano guardato con simpatia al Risorgimento e così pure al compimento dell’Unità, ospitando, fra l’altro, numerosi esuli politici, compresi Mazzini e Cattaneo. “Al Risorgimento italiano – scrive Guido Calgari in Le quattro letterature della Svizzera, Roma, Sansoni-Accademia, 1968, p.281) la piccola repubblica libera del Ticino fornì armi, denaro, stamperie, offrì ospitalità per gli esuli, testimoniò insomma la più fraterna assistenza, cosa che costò al Ticino minacce e angherie senza numero da parte dell’Austria.” Tuttavia, neanche i suoi scrittori politici più filo-italiani sollevarono mai la questione del ritorno all’antica madrepatria (nella prima metà dell’Ottocento, il Ticino era ancora parte della diocesi milanese). Perfino il duro e  battagliero Giovacchino Respini, rappresentante del Ticino nel senato della Svizzera, si batté per l’autonomia dei cantoni e per l’italianità del Ticino, oltre che per il diritto d’asilo (specie dopo i fatti di Milano del 1898), ma non andò oltre; e lo stesso vale per la prestigiosa figura di Giuseppe Motta, grande ammiratore della civiltà italiana e, in particolare, di Dante, oltre che membro, per quasi trent’anni, del governo della Confederazione. Il suo testamento politico si trova nelle parole “[…] mantenere al Ticino intatta la fisionomia spirituale che gli è propria. Ciò che forma la caratteristica del Ticino è la lingua che parla, è la gentilezza dei modi, è la visione che ha delle relazioni tra la natura e l’arte. […] Secondo dovere dei ticinesi è quello di coltivare le relazioni materiali e morali con gli altri Confederati. Molto abbiamo da imparare gli uni dagli altri.[…] Terzo dovere dei ticinesi è quello della loro concordia interna.” (in G. Calgari,op. cit., p. 310).

    Dopo la nascita del Regno d’Italia e, specialmente durante i governi di Crispi e di Pelloux, vi fu ancora una immigrazia politica italiana, questa volta “estrema”, in particolare dopo la propagazione delle idee anarchiche verificatasi con l’arrivo di Bakunin a Napoli nel 1864. Specialmente Lugano divenne méta di molti anarchici italiani, comne testimonia una celebre canzone “politica” del tempo. Lo stesso Bakunin, stanco e indebolito, si stabilì nel 1873 nel Canton Ticino, dove il suo seguace Carlo Cafiero aveva acquistato una villa (la “Baronata”) per farne un centro di attività socialiste-anarchiche verso l’Italia.

     Comunque  giova ribadire che gli Italiani della Svizzera, pur decisi a difendere la propria cultura e le proprie tradizioni, non pensarono mai seriamente al distacco dalla Confederazione per unirsi al Regno d’Italia, almeno nell’Ottocento e nei primi anni del Novecento. Negli anno ’30 del Novecento, come si è detto, il Governo italiano divenne molto attivo nell’incoraggiare fra i Ticinesi e (in minor misura) i Grigioni iniziative che, pur essendo di tipo culturale e non politico, dovevano costituire in effetti un cavallo di Troia per far nascere una corrente irredentista filo-italiana. In effetti ebbe un certo successo, in tal senso, la creazione – a Lugano – di un Circolo italiano di lettura, nel 1941 (poi chiuso nel 1944), diretto dallo scrittore Giovan Battista Angioletti. Ma tutto ciò esula ampiamente dal quadro cronologico che ci siamo prefissi di prendere in esame in questa sede.

    Quanto all’isola di Malta, i sentimenti di quella popolazione, pur italiana per lingua e tradizioni, non erano favorevoli a una unione con il nuovo Stato italiano.  Il Governo britannico era stato abile nel rispettare il cattolicesimo degli isolani e, d’accordo con la Chiesa cattolica maltese, aveva assunto un atteggiamento assai diffidente nei confronti dell’immigrazione politica italiana, rappresentata in buona parte da elementi politicamente anticlericali. Nel 1856 si erano verificati seri incidenti fra la popolazone locale e la legiona anglo-italiana, composta da volonari italiani arruolati dagli Inglesi per combattere nella guerra di Crimea, ma giunta a Malta quando era già stata conclusa la pace fra la Russia e le potenze occidentali. Un frate era stato malmenato dai legionari che, considerati rivoluzionari e irreligiosi dai Maltesi, erano venuti alle mani con la popolazione. Nel corso dei tafferugli era stato ucciso un ispettore di polizia e le autorità britanniche avevano dovuto reimbarcare in tutta fretta i legionari per l’Inghilterra, onde evitare altri e più gravi episodi. Nel 1851 si era costituito a Malta un Comitato mazziniano, animato dal maltese Emilio Sceberras; ma nel 1854 vi fu espulso, per la sua attività pubblicistica, Francesco Crispi, che vi tornò  nel 1859, con un passaporto falso, per organizzare l’invio di armi e munizioni in Sicilia contro i Borboni.

      Ma, col 1860, vi fu una inversione di tendenza nella immigrazione politica italiana a Malta: quasi tutti gli esuli liberali lasciarono l’isola per rientrare in Italia, mentre cominciarono a giungervi quelli borbonici. Malta divenne così, dopo il 1860, un centro di complotti anti-italiani da parte di agenti borbonici, gesuiti e altri elementi favorevoli alla restaurazione borbonica, che stabilirono buoni rapporti con l’aristocrazia e il clero maltesi, pubblicando anche giornali ed opuscoli per fomentare un intervento delle Potenze europee a favore dei Borboni dapprima, indi del Papa. Da Malta furono organizzati aiuti al brigantaggio meridionale, tanto da indurre  il presidente del Consiglio, e ministro egli Esteri, Bettino Ricasoli, a invitare il ministro italiano a Londra, D’Azeglio, a mettere in guardia il Governo britannico nei confronti di tale situazione. Nel 1862, al ritorno da Roma dell’arcivescovo di Malta, Gaetano Pace Forno, vi fu nell’isola una grande processione, con grida ripetute di “Viva Pio IX papa-re”.

    “Le autorità britanniche locali – scrive Massimo de Leonardis – furono spesso accusate […] di scarsa vigilanza o addirittura di acquiescenza verso le attività borboniche.” Ma “vi è da dire che i sentimenti cattolici, e quindi in larga parte anti-risorgimentali, della popolazione consigliarono cautela nel reprimere le attività legittimiste.” (Malta tra Risorgimento e anti-Risorgimento. La visita di Garibaldi nel 1864, in Rassegna storica del Risorgimento, luglio-settembre 1985, p.342-343). Comunque, nel 1863 venne stipulato un trattato di estradizione tra Malta e il Regno d’Italia che, insieme alla quasi contemporanea repressione del brigantaggio meridionale, inferse un colpo decisivo alle mene legittimiste che facevano capo all’isola. Però il conflitto che oppose il Regno d’Italia alla Chiesa per la Questione romana, culminato nella presa di Roma, vide la popolazione isolana massicciamente schierata a favore di Pio IX, tanto che a più riprese corse voce che il papa avrebbe potuto trasferire la sua sede a Malta, nel periodo che precedette Mentana.

     Insomma i Maltesi, avendo ottenuto la tutela della lingua italiana e della propria chiesa da parte delle autorità inglesi, erano convinti che l’autonomia di cui godevano nell’ambito dell’Impero britannico sarebbe stata sufficiente a tutelare i loro specifici inrteressi, mentre diffidavano profondamente non solo delle tendenze anti-clericali dell’Italia unita, ma della stessa ideologia liberale in quanto tale, ponenedosi con ciò, di fatto, fuori del solco del Risorgimento e, implicitamente, contro di esso. Quando Garibaldi giunse  a La Valletta, nel 1864, diretto a Londra, vi si trattenne meno di due giorni e fu accolto da contrastanti manifestazioni di popolo; alla partenza, la sua carrozza fu fatta oggetto di fischi, insulti e lancio di ortaggi. Conclude  de Leonardis: “Per chi, italiano, è abituato al proprio paese costellato di lapidi che ricordano in innumerevoli piccole e grandi località il passaggio anche fugace di Giuseppe Garibaldi, non può non apparire significativo che nessun segno fu mai posto a ricordare il breve soggiorno del generale a Malta: un ulteriore indizio che la piccola nazione cattolica non amava il rivoluzionario nemico del Papato.” (ibidem, pp. 356-357).

     L’irredentismo, dunque, fu prevalentemente, fin dall’inizio, diretto contro l’Austria ed ebbe l’obiettivo della “liberazione” del Trentino e della Venezia Giulia. “Venezia Giulia”: ecco un altro termine che merita qualche parola di chiarificazione. Esso viene “inventato” dal padre della moderna linguistica italiana ed europea, il goriziano Graziadio Isaia Ascoli, nel 1863, dunque tre anni prima di quella che la storiografia italiana chiama “terza guerra d’indipendenza” e che la storiografia europea preferisce chiamare “guerra italo-austriaca”, episodio collaterale della guerra austro-prussiana (il Regno d’Italia esisteva già da cinque anni e andava dalle Alpi a Pantelleria; dunque, a rigore, il termine “guerra d’indipendenza” non è appropriato). Ascoli, ebreo, deluso nelle sue speranze di una riforma dell’Austria in senso costituzionale, aveva lasciato la sua patria nel 1861 per stabilirsi, già famoso, nel Regno d’Italia, a Milano.

     Nel 1863, dunque, aveva pubblicato, su un giornale degli immigrati politici veneti, un articolo dal titolo Le Tre Venezie, introducendo una terminologia che (in Italia, ma non certo in Austria) avrebbe fatto rapidamente scuola. Tre, dunque, per Ascoli, erano le Venezie: quella Propria o Euganea (il Veneto attuale, ma anche le odierne province di Udine e Pordenone), quella Tridentina (formata dal Trentino e dall’Alto Adige, regioni che la terminologia austriaca definiva tutte insieme “Tirolo meridionale”) e, appunto, la Venezia Giulia, corrispondente a quello che, dalla metà del XVIII secolo, era conosciuto come “Litorale Adriatico” (Adriatisches Kustenland), termine che sarà riportato in auge, con il corrispondente organismo amministrativo, durante il tragico biennio 1943-45, sotto la diretta autorità del “commissario” del Terzo Reich, Friedrich Rainer. “Venezia”, per ricordare che gran parte dell’Istria era stata veneziana per molti secoli; ma perché “Giulia”? Con questo nome, lo studioso goriziano voleva alludere all’antica, radicata presenza romana nella regione che va dal Friuli orientale all’alta valle dell’Isonzo, al Carso, a Trieste, all’Istria. “Giulia” dalla gens Julia, cui appartennero Giulio Cesare e Ottaviano Augusto,  che fissarono stabilmente il confine orientale dell’Italia (la Decima regio, Venetia et Histria) al fiume Arsa, nell’Istria orientale. Ricordiamo, per inciso, che anche per Dante il confine nord-orientale era presso del Carnaro, ch’Italia chiude e suoi termini bagna, come afferma nel canto IX dell’Inferno, versi 113-114 (cfr. Francesco Lamendola, Dante Alighieri e la venezia Giulia, in Atti della Dante Alighieri a Treviso, vol. 5°, 2006, pp. 103-132). In Friuli (però, ad essere precisi, non nel Litorale Adriatico-Venezia Giulia) fiorirono due importanti centri romani intitolati alla gens Julia, Iulium Carnicum (Zuglio) e Forum Iulii (Cividale), che fu poi capitale di un ducato longobardo e, a lungo, del Patriarcato di Aquileia); un terzo era, in Istria, Pietas Iulia (Pola).

     Felice “invenzione”, quella di Ascoli, perché la “Venezia Giulia” (termine non accettato, ovviamente, nel vocabolario geografico di lingua tedesca) non poteva essere considerata “irredenta”, e quindi rivendicata dall’Italia, sulla base del solo principio di nazionalità. In essa, difatti, vi era una parte sicuramente italiana (il Friuli orientale con Gorizia, Trieste, l’Istria costiera, Fiume); e una parte a larghissima maggioranza slovena (l’alto Isonzo e la regione di Postumia) e croata (l’Istria interna); mentre il Tarvisiano era interamente tedesco. Era tuttavia possibile considerarla italiana per ragioni storiche, oltre che geografiche ed economiche (in quanto i suoi confini orientali corrispondevano, a un dipresso, alla linea di cresta principale delle Alpi, “giulie”, appunto; cresta peraltro difficile da individuare, anche se tutti i geografi concordano nel porne l’estremità al Passo di Vrata, non lungi da Fiume, che la separa dalle Alpi Dinariche).

    Gli Italiani di sentimenti irredentisti del Litorale, che non potevano esprimere apertamente le loro simpatie politiche per il Regno d’Italia, ovviamente puntavano (come quelli del Trentino) sulla tradizione storica e culturale: Roma e Venezia erano i loro costanti punti di riferimento. E per capire come tali sentimenti fossero recepiti dalle autorità austriache, basterà ricordare le vicende legate all’erezione del monumento di Dante a Trento, nel 1896 (opera dello scultore Cesare Zocchi), dopo aspre polemiche; e quelle relative al teatro di Gorizia. “Cento anni fa – scrive Cesare Marchi (Dante in esilio, Milano, Longanesi& C., 1976, p. 154) a Gorizia alcuni irredentisti volevano dipingere sul sipario del teatro motivi alludenti alla tradizione del soggiorno del poeta [che vi sarebbe stato ospite del conte Enrico, amico e alleato del protettore veronese di dante, Cangrande della Scala]. Intervenne il governo austriaco, il quale, ergendosi a paladino del rigore scientifico, si oppose dicendo che era ‘una falsità storica’. La pittura non si fece.”

      Osserva giustamente lo studioso Fulvio Salimbeni: “Va sottolineato […] un falso storico, se vogliamo, perché parlare di redenzione per Trento e Trieste e per l’Istria in senso stretto non è possibile, in quanto ciò presupporrebbe che esse a suo tempo fossero già state parte integrante di una realtà unitaria, politica e statuale, italiana il ch, invece, non era mai accaduto, a meno che non si rimandoi alla storia dell’Impro Romano [come appunto fece l’Ascoli], ma allora questo discorso potrebbe valere per tante altre realtà extraitaliane. Però quest’espressione è entrata nell’uso e indica il modo in cui gli uomini di quel tempo partecipavano a quel problema storico, sentendo comunque che il Trentino, Trieste e l’Istria, anche se sul piano storico-giuridico non erano mai appartenute allo stato italiano in senso stretto, però sul piano culturale, linguistico e spirituale erano state sempre compartecipi di una civiltà che si poteva definire italiana.” (F. Salimbeni, Storia, linguistica e politica nell’Adriatico orientale dalla fine dell’800 al 1954, in Storia del ‘900 nell’area dell’Adriatico orientale, Trieste, 2001, pp. 123-135).

     L’irredentismo, comunque, non è che un aspetto di quel sentimento di incompletezza che si diffonde, dopo il 1870, fra le generazioni post-risorgimentali e che ha la sua origine nel compromesso fra le istanze monarchiche e liberali-moderate e le istanze repubblicane e democratico-mazziniane del Risorgimento che si verifica all’indomani dell’Unità. La monarchia, in particolare, era stata accettata da molti uomini politici e da molti intellettuali, specie della Sinistra, con una precisa anche se non sempre esplicita riserva politica: che sapesse mostrarsi all’altezza del suo ruolo storico, ossia che sapesse completare l’opera del Risorgimento non solo a livello politico-territoriale, ma anche e soprattutto a livello economico, sociale, culturale. Che sapesse degnamente sostituirsi ai governi degli Stati pre-unitari (Piemonte compreso), e risollevare le condizioni del Centro e del Sud della Penisola; che desse delle risposte adeguate ai problemi sociali più urgenti; che trovasse una soluzione accettabile e definitiva non solo agli strascichi della Questione romana, ma anche al nodo del coinvolgimento delle masse cattoliche nella vita del nuovo Stato unitario; che favorisse l’integrazione fra le diverse regioni e colmasse il divario, già esistente nel 1860, fra lo sviluppo economico del Nord e quello del Sud; che sapesse tutelare all’estero il prestigio dell’Italia e che consentisse a quest’ultima di interpretare, fra le nazioni d’Europa, un ruolo proporzionato alle aspettative che l’opera di Gioberti e di Mazzini, il massimo teorico del liberalismo neoguelfo e del democraticismo azionista, avevano ingenerato circa la “missione” italiana nel mondo. La monarchia, insomma, era stata accettata più o meno esplcitamente da tutte le principali forze politiche col sottinteso che essa guidasse la risorta nazione ad occupare quel posto nel mondo che gli ideali ed i miti risorgimentali avevano risvegliato e costantemente alimentato nell’opinione pubblica: cioè, in pratica, nella borghesia imprenditoriale e finanziaria del Nord e  presso alcune frange dell’aristocrazia terriera e della classe professionale e burocratica del Mezzogiorno. Si trattava, insomma, di vedere se il nuovo Stato unitario, sotto la guida dei Savoia, sarebbe stato all’altezza dell’immagine che di esso si era creato il popolo italiano durante i decenni pre-unitari, attraverso prove difficili e momenti di profondo scoraggiamento, ma anche di generoso slancio patriottico e ideale.

      “La monarchia italiana – osserva Thayer – […] era legata alla tradizione rivoluzionaria. Molti di quanti avevano giurato fedeltà al Trono nonostante il loro passato rivoluzionario, l’avevano fatto soltanto con riserva. La monarchia, come aveva scritto il Carducci, aveva due anime: il ‘popolo’ e la ‘Corona’, ‘legittima depositaria (…) della sovranità popolare’; era su questa base che il poeta aveva accettato la soluzione monarchica al problema dell’unità italiana. Ciò implicava, però, un’accettazione condizionale: la Corona aveva assorbito la rivoluzione e avrebbe dovuto assolvere in sua vece i compiti di quella. Questa contraddizione, nella creazione dell’Italia, tra il re e l’elemento popolare era qualcosa che i meno benevoli osservatori stranieri  erano felici di sottolineare. In Italia, l’Oriani era stato il primo ad esprimere chiaramente una riserva nei confronti della funzione del Trono. Il Trono avrebbe dovuto portare a compimento i destini della nazione. In breve, il prestigio della monarchia dipendeva dal ruolo assegnatole per il completamento della rivoluzione. Suo ufficio, per molti, era quello di effettuare la sintesi tra popolo e stato. L’irredentismo era una testimonianza concreta dell’incompletezza dell’Italia unita: dal momento che sosteneva i ministri nell’opposizione a quel movimento, il Trono offriva il fianco all’accusa di aver tradito le proprie origini rivoluzionarie e nazionali. Quando nell’86, nel suo discorso al parlamento, Umberto aveva affermato che l’Italia era ormai compiuta, gli irredentisti gli avevano risposto che ciò non era affatto vero; e il discorso regale venne poi criticato come un esempio del’impoverimento morale che aveva intristito l’Italia nella scia dello splendore del Risorgimento.” (op. cit., pp.217-18).

     È noto che la soluzione quasi insperata del problema unitario, in termini prevalentemente diplomatico militari, nel biennio 1859-60, creò una forte sfasatura fra la realtà del Regno d’Italia proclamato nel marzo 1861 e il tessuto economico, sociale, culturale ancora in gran parte da realizzare: sicchè il nuovo Stato si trovò di colpo proiettato, per dimensioni e popolazione, al ruolo di aspirante grande potenza, senza averne potuto costruire le premesse e le condizioni effettive. L’assunzione, da parte del governo italiano, del debito estero degli stati pre-unitari, unita alla cronica mancanza di materie prime e all’arretratezza della stessa agricolura poneva anzi una seria ipoteca sul decollo economico del Paese e, quindi, creava una grave incognita sulla vita nazionale fin dal suo esordio.

    I primi passi compiuti dai governi post-unitari, e avallati dalla monarchia. non apparvero molto incoraggianti dal punto di vista della politica auspicata da tanti intellettuali e uomini politici di sentimenti patriottici. Già il solo fatto che il re non volle assumere il titolo di “Vittorio Emanuele I” quale re d’Italia, ma conservò quello di  “Vittorio Emanuele II” (come re del Piemonte) la diceva lunga sulla mentalità “piemontese” del sovrano e della dinastia dei Savoia. Un dettaglio, se si vuole: ma che rafforzava la spiacevole sensazione, agli occhi dei sudditi non-piemontesi e specialmente di quelli meridionali, che il nuovo Stato non fosse la riunificazione delle membra sparse di un’unica famiglia, e accolte su un piede di perfetta parità, ma una sorta di annessione dell’Italia al Piemonte; sensazione che era stata una certezza fin dal 1848-49, per uomini dell’intelligenza di Carlo Cattaneo, quando la posta in gioco non era ancora l’Italia, ma la sola Lombardia (e, al massimo, il Veneto). Il trattamento ingeneroso riservato a Garibaldi (malamente mascherato dal “mito” agiografico di Teano) e alle sue “camicie rosse”, accolte nell’esercito regolare come ufficiali di serie B, per non parlare delle dure repressioni contro i “disertori” che avevano lasciato l’esercito per partecipare ai tentativi di Aspromonte e di Mentana, avevano poi dato l’impressione che la Corona, più che inglobare la rivoluzione, la volesse cancellare, con ciò tradendo la sua missione storica di riunificare le due diverse “anime” del Risorgimento, quella aristocratico-borghese e quella popolare. Poi c’era  stata la risposta al brigantaggio meridionale in termini esclusivamente repressivi, ignorandone le cause profonde e strutturali; l’esito mortificante della guerra del 1866, che aveva mostrato deblezze penose e inaspettate nell’esercito e specialmente nei comandi, e che era stata viziata, dal punto di vista democratico, da una “innaturale” alleanza con l’autoritaria Prussia bismarckiana, contrarissima allo spirito autentico del Risorgimento; la soluzione puramente di forza della Questione romana, profittando della sconfitta di Napoleone III a Sédan, e il conseguente, gravissimo strappo nella società italiana fra le masse cattoliche e la classe dirigente, che le prime identificavano in chiave prevalentemente massonica e anti-clericale; e infine la rinuncia a porre l’irredentismo  all’ordine del giorno, e ciò molto prima della Triplice Alleanza, poiché sin dal 1870-71 vi era stato un forte riavvicinamento all’Austria in funzione anti-francese, basato sulla reciproca rinuncia, dell’Austria a perseguire una politica  confessionalista filo-cattolica, dell’Italia a incoraggiare il movimento irredentista.

     Tutto questo era già stato abbastanza preoccupante per uomini come Carducci e come Oriani, che interpretavano i sentimenti della generazione post-risorgimentale e ben altra politica si erano aspettati dallo Stato unitario; ma non era ancora tutto. La nuova classe di governo non aveva osato intraprendere la via della riforma agraria, l’unica riforma che la maggioranza della popolazione, ancora rurale, aveva sperato e che l’avrebbe legata per sempre alla nazione. Al contrario, essa aveva mostrato una scarsissima sensibilità di fronte al problema, gravissimo, dell’emigrazione, che negli ultimi due decenni dell’Ottocento aveva preso dimensioni incontrollabili e che anzi il governo sembrava vedere in termini tutto sommato positivi, quale “valvola di sfogo” per l’eccessiva pressione demografica e come fonte di rimesse di valuta pregiata dall’estero per finanziare il decollo industriale. E questo, nonostante che le inchieste governative sulle effettive condizioni socio-economiche del Paese, specie del Sud (si pensi alla famosa “inchiesta Jacini”) avessero ampiamente dimostrato l’inconsistenza della credenza di una naturale  ricchezza del suolo italiano, soprattutto  merididonale, e posto la classe dirigente di fronte alla dura realtà di un Paese povero, male amministrato e spesso fatalisticamente ripiegato sulla propria arretratezza. Gli sforzi titanici compiuti dalla Destra storica per raggiungere l’obiettivo del pareggio del bilancio erano stati coronati dal succeso, ma avevano altresì mostrato, nella classe dirigente, una certa qual astratta durezza e pochissima considerazione per i costi umani della politica di rigore finanziario: basti pensare alla famigerata “tassa sul macinato” di Quintino Sella, che tante resistenze produsse nella classe lavoratrice e che fu causa non ultima della stessa caduta della Destra, nel 1876.

     Insomma molti Italiani della generazione di Carducci avevano la penosa sensazione, come l’aveva il poeta-vate, non solo di una inadeguatezza della classe dirigente a gestire i problemi materiali dello Stato post-unitario, ma di un suo vero e proprio collasso morale, di un abbandono degli ideali del Risorgimento e di un generale immeschinirsi della vita nazionale. Giudizio non molto diverso da quello espresso, sul fronte aristocratico-conservatore, dal protagonista del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo, principe di Salina, sintetizzabile nella famosa sentenza: “Bisogna che tutto cambi affinché tutto resti come prima”, e di cui la pratica del trasformismo inaugurata dal Depretis sembrava, a livello parlamentare, la cinica ma coerente applicazione.

     Un altro aspetto della politica estera italiana post-unitara è il suo ondeggiare fra l’ambizione di porsi da pari a pari fra le grandi potenze e la tentazione di ritrarsi in sé stessa, per consolidare i risultati ottenuti e per avviare, senza complicazioni diplomatico-militari, uno sviluppo economico-sociale che le permettesse di colmare il distacco che tuttora la separava da quelle. La seconda tendenza era rappresentata in genere dagli uomini della Sinistra, eredi delle idealità garibaldine e mazziniane, ma ora affascinati (vedi il caso di Francesco Crispi) dalla politica di potenza di Bismarck; la prima dagli uomini della Destra, onesti amministratori e servitori dello Stato, consapevoli dei limiti delle possibilità nazionali e propensi a una politica estera estremamente cauta e prudente. Punto d’arrivo di tale linea politica era stato l’insuccesso italiano al Congresso di Berlino del 1878, ove per la prima volta il nostro Paese era uscito da una grande assise internazionale senza aver ottenuto alcun vantaggo politico-territoriale, anzi senza aver ottenuto nulla di nulla, mentre tutte le altre nazioni avevano conquistato nuovi spazi di manovra (l’Austria con la Bosnia-Erzegovina, la Gran Bretagna con l’isola di Cipro, la Russia con la penetrazione nei Balcani, sia pur frenata dalle altre potenze). Il Visconti-Venosta, tipico rappresentante della cauta politica estera della Destra storica, aveva sostenuto che lo scopo della politica estera italiana, dopo il 1870, era stato quello di “affrettare il momento in cui finalmente le riuscisse di far parlare poco di sé. Il che significa di far sì che l’Italia potesse finalmente avere dinanzi a sé quel periodo di tempo, al quale aveva pure gran bisogno di giungere; in cui, con un sentimento di sicurezza e senza essere distolto da altre più vive sollecitudini, il paese nostro avesse agio, pace e tempo necessario per occuparsi delle sue questioni interne” (discorso elettorale di Tirano del 25 ottobre 1874, pubblicato su L’Opinione del 30 ottobre).

      Osserva in proposito Federico Chabod: “Era però compito del tutto insufficiente, impari alla dignità dell’Italia insediata in Campidoglio, a sentir le voci dell’opposizione. La parola d’ordine della Destra era ‘pareggio’, e la Sinistra replicava che un uomo non vive di solo pane e un popolo non vive solo di pareggio; il ministro degli Esteri diceva che era giunto il momento di non far parlare di sé, e l’opposizione insorgeva come se questo fosse un insulto alla dignità patria, così com’era, due anni innanzi, insorta contro altre parole attribuite al Visconti-Venosta, che avrebbe detto ai suoi elettori di Tirano, nell’estate del ’72, ‘noi non siamo ricchi, noi non siamo forti’. L’umiltà ‘più che cristiana’ del valtellinese eccitava il santo sdegno dei custodi dell’onor nazionale, stretti attorno alla Riforma o al Diritto o a qualsivoglia altro de’ fogli di opposizione; più su ancora del Visconti-Venosta, era l’intero governo della Destra a svolgere una politica pietosa, avvilente per l’Italia una, indegna della maestà del Campidoglio.” (Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari, Laterza, 1976, vol. II, p.597).

     Ma l’Italia, pur se avesse intrapreso – come intraprenderà – la strada indicata dalla Sinistra, poteva considerarsi una grande potenza? L’ambasciatore russo Uxkull, parlando col Mancini nel 1881, gli avrebbe detto che l’Italia veniva ammessa nei consigli delle grandi potenze per una forma di cortesia, ma non poteva considerarsi realmente una grande potenza.

     Di diverso avviso è lo storico Paul Kennedy, che in un saggio fondamentale sulle grandi potenze afferma: “A prima vista, l’avvento di una nazione italiana unita rappresentò un grande cambiamento nell’equilibriio europeo. Invece di esserci un’accozzaglia di piccoli stati rivali, in parte sotto la sovranità straniera e comunque sotto la minaccia di intervento straniero, vi era ora un solido blocco di trenta milioni di persone, che aumentava così rapidamente da raggiungere, verso il 1914, quasi il totale della popolazione francese. Il suo esercito e la sua marina in questo periodo non erano particolarmente grandi, ma [..] erano sempre di tutto rispetto. In termini diplomatici […] l’ascesa dell’Italia di certo infastidiva le sue due vicine, la Francia e l’Austria-Ungheria; e mentre il suo ingresso nella Triplice Alleanza nel 1882 risolse apparentemente la rivalità italo-austriaca, in realtà confermò il fatto che la Francia, isolata, aveva nemici su due fronti. Nell’arco di un solo decennio, quindi, l’Italia appariva un membro a tutti gli effetti del sistema europeo delle grandi potenze, e Roma figurava accanto alle altre principali capitali (Londra, Parigi, Berlino, Pietroburgo, Vienna e Costantinopoli) come luogo in cui mantenere ambasciate ufficiali.” È anche vero che lo storico inglese, subito dopo, ammette che “l’assurgere dell’Italia allo status di grande potenza nascondeva alcune sorprendenti debolezze, innanzitutto il ritardo economico del paese, in particolare del sud rurale”. (P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Milano, Garzanti, 1989, pp. 292-93).

     C’erano però i ricordi di Roma, del “primato” economico e culturale italiano fino al Rinascimento; c’erano le teorie di Gioberti e Mazzini su un rinnovato “primato” spirituale: tutto un bagaglio di ricordi e di aspettative che pesavano sul pratico buon senso di “farsi notare il meno possibile”. “E, dunque – scrive ancora lo Chabod – tra ricordi e speranze dei giorni del vicinissimo Risorgimento e incitamenti che provenivano dalla realtà europea presente, era tanto più difficile accettare il consiglio che da più parti veniva rivolto agli Italiani, e spesso anche con sentimento amichevole, non per dispetto o tracotanza: accontentarsi di una posizione simile a quella della Svizzera e del Belgio, la più favorevole alla sicurezza e alla prosperità delle nazioni; rinunziare a svolgere una politica da grande potenza, per chiudersi nel proprio guscio rendendolo il più comodo possibile. A consigli di questo genere rispondeva un giorno il Minghetti che ‘un gran paese non può concentrare in questo modo in se stesso la sua attività. Il bisogno di espansione della giovinezza, se non gli si aprono talune grandi prospettive, si inacidirà, si svolgerà in corruttela e malcontento’.[…] Chiedere al’Italia unita di accontentarsi della parte di un Belgio senza carbone, e quindi – oltre a tutto – di uno Stato argricolo in mezzo ad un mondo industrializzato – era un’ingenuità, anche per chi non si lasciasse suggestionare dai fantasmi liviani e dal Campidoglio. Il ricordo della grandezza passata, l’attesa di una grandezza futura avevano costituito la forza motrice del Risorgimento, dal Foscolo al Mazzini: suggerire ora di accontentarsi della posizione di Stato neutrale, anche se questo fosse possibile ad un’Italia che già solo la lotta col Papato e l’Internazionale nera trascinava forzatamente nella grande politica europea, avrebbe significato buttarsi dietro le spalle proprio l’idea forza che avrebbe consentito di raccogliere in unità le sparse membra. […] Impossibile, dunque, pretendere che l’Italia si estraniasse dalla politica internazionale, rinunziasse a qualsiasi aspirazione anche per l’avvenire. L’opera dei saggi doveva essere di non lasciarsi trascinare troppo oltre dai ricordi del passato, di contenere irrequietezze e vanità; non poteva essere quella di rinunziare senz’altro ad avere parte attiva nelle vicende europee. Ma, appunto, l’Europa, avviandosi alla distruzione di se stessa, intonava allora concorde il canto della potenza e della gloria: l’eco si ripercosse in Italia e vi ritrovò l’antica voce di Roma. Così fu che, tra il dileguar dei sogni nel trionfo finale della scienza e l’imporsi di una realtà europea sempre più grandezza, forza, prestigio, a poco a poco all’immagine di Roma maestra di Vero cominciò a sostituirsi l’immagine di Roma antica, donna di province; e alla missione universale  di natura culturale e civile si sovrappose il compito assai meno universale della grandezza del proprio paese.” (Chabod, op. cit., vol. 1, pp.292-93).

    Scrive ancora il Thayer: “Quanti pensavano che l’Italia era ormai giunta a compimento potevano anche resistere alle lusinghe dell’Africa e dell’attivismo; il compito, per essi, non era quello di cercare e superare una grande prova d’armi, strumento magico di coesione, ma di raggiungere una maggiore solidità, muovendo dalla struttura già esistente dell’Italia unita.  Per i fautori di una restaurazione dei perduti ideali, tuttavia, il desiderio d’azione era assai profondo, e rivelava un sentimento d’insicurezza, la sensazione che l’Italia non fosse ancora compiuta. Mirasse alle terre irredente o all’Africa, questa smania rimaneva in fondo la stessa: che l’imperialismo africano poteva essere un sostituto dell’irredentismo l’avevano intuito anche le alleate dell’Italia. Nel 1914-15 tale ansia di potenza, già evidente nella formazione della Triplice, sarebbe venuta in primo piano, convertendo gli imperialisti antifrancesi in irredentisti antiaustriaci. Molti sostenitori dell’alleanza italo-austro-tedesca [non] sarebbero, infatti, rimasti completamente soddisfatti fino a che si fosse giunti al punto in cui la natura difensiva del patto minacciasse di privare l’Italia della grandezza militare, lasciandola neutrale mentre gli altri si guadagnavano il serto della gloria militare” (Thayer, op. cit., p. 247).

      Apriamo una brevissima parentesi per prendere buona nota della somiglianza che esiste fra la sensazione di un’Italia incompiuta dopo il 1870 e quella di una vittoria mutilata dopo il 1918. In entrambi i casi, non una serie di precisi ragionamenti politici, ma una vaga e inafferrabile “sensazione” d’insuccesso, delusione e amarezza, alimentata da gruppi di potere e circoli più o meno ristretti, più o meno visibili, nonché da giornalisti e uomini politici. Certo, il 1870 non ha prodotto un fenomeno politico-culturale paragonabile al fascismo (anche perché Garibaldi, all’ordine di sgomberare il Trentino, aveva risposto “Obbedisco”; mentre D’Annunzio, all’ordine di sgomberare Fiume, risponderà sfidando e insultando il governo); ha prodotto, però, l’autoritarismo e le tentazioni extra-parlamentari di Crispi, la cui politica di potenza si presenta, innegabilmente, come un’anticipazione di quella che verrà fatta propria da Mussolini, trenta anni dopo o poco più. E, quel che più conta, in entrambi i casi assistiamo a una classe politica impari a perseguire in maniera coerente e lineare gli interessi vitali della nazione, sia interni che esteri. Sarà per caso, anche questa, solamente una curiosa coincidenza?

     Torniamo ora all’irredentismo. Esso fin verso il 1882 si caratterizza in senso risorgimentale, democratico, socialista, si ricollega all’Austria delenda est di Mazzini; dopo quella data, e specialmente alla vigilia della prima guerra mondiale, è prevalentemente (ma non solo) nazionalista e imperialista, volto non tanto a completare l’Unità ma a conquistare uno spazio strategico-economico che assicuri definitivamente all’Italia lo status di grande potenza, non solo di diritto ma anche di fatto. La frontiera nord portata fino al Brennero ha questo obiettivo (anche se l’Alto Adige era almeno al 90% tedesco); la frontiera est al Monte Nevoso (inglobando, come avverrà col trattato di Rapallo, 300.000 Slavi), anche. La Dalmazia italiana è richiesta dagli ambienti della marina militare, per poter garantire la sicurezza in Adriatico; e l’Albania, o almeno il porto di Valona, è ritenuta necessaria per lo stesso motivo.

     Si noti che per tutto l’Ottocento e fino al patto di Londra del 1915, anzi fin verso il 1917, la politica estera italiana non punta affatto alla distruzione dell’Austria-Ungheria. Il ministro degli Esteri Sonnino, liberale conservatore, la pensa – in questo caso – come Crispi. L’Impero asburgico è necessario all’equilibrio dell’area carpatico-danubiana e soprattutto per arginare il panslavismo e l’espansione russa nei Balcani, che sono anche sfera d’influenza italiana. È bene che l’Austria venga ridimensionata e indebolita (oltre che privata di Trento e Trieste), ma non oltre un certo limite: senza di essa, avremmo la Germania al confine nord e una forte Jugoslavia al confine est. “L’Austria – dice un diplomatico italiano durante la prima guerra mondiale, in una conversazione riservata – è una vecchia maitresse, sappiamo come prenderla e con lei possiamo intenderci; ma la Jugoslavia sarà una robusta e imprevedibile ragazza di campagna, che vorrà braccia ben più robuste delle nostre per farla ballare.”

     Per queste ragioni, Fiume non viene inclusa nelle richieste italiane alla sottoscrizione del patto di Londra: Sonnino sa bene che, senza un porto sull’alto Adriatico, la Duplice Monarchia non sarebbe in grado di sopravvivere. E quando, nel tardo 1918, avviene l’irreparabile – quando un gruppo di agitatori come Beneš e Masaryk per la Cecoslovacchia e come Trumbic e Supilo per la Jugoslavia, tramite il Foreign Office britannico e tramite il presidente Wilson, ottengono la finis Austriae – la nostra diplomazia – chiaramente presa sul tempo – cerca di correre maldestramente ai ripari, chiedendo, oltre a Trento e Trieste, sia l’Alto Adige e la Dalmazia sulla base del patto di Londra, sia Fiume per il principio di autodeterminazione dei popoli. Ma, ormai, invano.

     Il fatto è che l’Austria, fino ai primi anni ’70 del XIX secolo, appare all’opinione pubblica italiana come il baluarddo della reazione, come la grande anomalia (insieme all’Impero ottomano) che nega il principio di nazionalità: dunque, è auspicabile la sua distruzione. Al suo posto sorgeranno, o risorgeranno, nuovi Stati (come la Polonia); e l’Italia, come pensava Mazzini, avrebbe potuto porsi come la prima delle nazioni tornate a nuova vita, come modello ideale di libertà e spirito di collaborazione tra i popoli. Dopo quella data, invece, l’accentuarsi del panslavismo (e le crescenti tensioni italo-francesi, culminate nella guerra doganale da cui l’agricoltura del Sud sarebbe uscita gravemente danneggiata) l’Austria cominciava ad apparire quale prezioso contrappeso all’espansionismo russo (e, indirettamente, a quello germanico) e quale possibile alleata in funzione anti-francese. Al tempo stesso, essa era vista come un antico e collaudato  organismo sovranazionale, capace di assicurare la coesistenza di numerosi piccoli popoli (cèco, slovacco, sloveno, croato: nessuno superiore ai 4 milioni d’individui) che per ragioni storiche ed economiche apparivano più adatti a una qualche forma di collegamento reciproco piuttosto che a una vita nazionale indipendente, che sarebbe stata perpetuamente stentata e conflittuale. Tale frammentazione, confusa e carica di tensioni, si verificherà, effettivamente, nell’Europa centro-orientale e balcanica fra il 1919 e il 1939: e sarà una delle maggiori cause della seconda guerra mondiale.

     Un esame spassionato dei documenti dell’epoca, del resto, rivela che fra i 750.000 Italiani della Monarchia austro-ungarica i sentimenti irredentisti non sono molto forti tra il 1870 e il 1914. Figure come quelle di Cesare Battisti, Fabio Filzi e Nazario Sauro hanno avuto la funzione storica (come già Oberdan) di tener viva l’aspirazione alla “redenzione” di Trento e della Venezia Giulia, ma non bisogna dimenticare che perfino nel novembre 1918, quando la prima guerra mondiale era conclusa e l’Austria-Ungheria, di fatto, si era già dissolta, alcuni deputati italiani di Trieste e di Gorizia si mostrarono molto cauti, per non dire contrari, davanti al fatto compiuto dell’annessione italiana e avrebbero preferito il ricorso a un plebiscito in vista dell’ottenimento almeno di una larga autonomia amministrativa. I deputati italiani socialisti di Trieste, in effetti, puntavano alla costituzione di uno Stato autonomo sotto l’egida della Società delle Nazioni, mentre i deputati cattolici italiani del Friuli orientale si mostrarono addirittura favorevoli al manifesto imperiale di Carlo d’Asburgo per la trasformazione dell’Austria in uno Stato federale, in cui un Consiglio nazionale italiano avrebbe dovuto avviare trattative con il governo di Vienna (Vedi Umberto Corsini, Il colloquio Degasperi-Sonnino. I cattolici trentini e la questione nazionale, Trento, Monauni ed., 1975, spec. pp. 186-188). Dei sentimenti della popolazione di Cortina d’Ampezzo si è già fatto cenno. Pertanto la storiografia italiana deve prendere atto che larghi settori della popolazione delle terre irredente, meno in Trentino e più nella Venezia Giulia, non guardavano all’Italia in termini irredentistici fino alla prima guerra mondiale, e il lealismo asburgico vi prevaleva senz’altro negli ultimi tre decenni dell’Ottocento.

      Tale è il contesto in cui matura, l’indomani della guerra franco-prussiana e della breccia di Porta Pia, il graduale riavvicinamento dell’Italia all’Austria e alla Germania. L’equilibrio europeo, di cui Bismarck aveva bisogno, era un equilibrio basato sulle continue tensioni fra gli stati d’Europa, per poterle giocare le une contro le altre e creare un “sistema” che tenesse la Francia della Terza Repubblica in uno stato di perenne isolamento, onde non potesse tentare di prendersi la sospirata revanche sulla Germania e recuperare, con l’Alasazia-Lorena, il suo ruolo di potenza egemone sul continente. L’alleanza con l’Italia rientrava in questa strategia, e Bismarck non si fece alcuno scrupolo di far balenare all’ambasciatore italiano De Launay l’esca di Nizza, per attrarre l’Italia dalla sua parte e contro la Francia. Benedetto Cairoli, che pure era un politico prudente, aveva fatto il nome di Nizza insieme a quelli di Trento e Trieste prima di divenire, nel 1878 e nel 1879-81, presidente del Consiglio; come tutti gli uomini politici della sua generazione, una volta andato al governo aveva messo a tacere gli ardori irredentistici e aveva congelato questo aspetto del suo precedente programma. Anche i radicali, del resto, a quel tempo non scherzavano quanto a rivendicazioni: il foglio di Felice Cavallotti (deputato dal 1873 e poi avversario di Francesco Crispi), La ragione, si era spinto fino a rivendicare all’Italia tanto la Corsica che l’isola di Malta (vedi Sandonà, L’irredentismo nelle lotte politiche e nelle contese diplomatiche italo-austriache, 3 voll., Bologna, Zanichelli, 1938, vol. 1, p. 124).

     Ma il ministro degli Esteri, marchese Emilo Visconti-Venosta, per il momento aveva saputo resistere alle lusinghe di Bismarck. L’abbraccio italo-tedesco era stato però solo rimandato, e la Triplice divenne una realtà dopo l’affare di Tunisi. Si noti che entrambi i governi di Benedetto Cairoli caddero per gli insuccessi, veri o presunti, di politica estera: nel 1878 perché l’Italia era uscita dal Congresso di Berlino con le “mani nette”, cioè senza aver ottenuto alcun vantaggio, mentre tutte le altre potenze – Austria compresa – si erano avvantaggiate della risistemazione dei Balcani; nel 1881 perché i Francesi imposero il loro protettorato sulla Tunisia, precedendo una analoga iniziativa da parte del  nostro Paese.

    A proposito della caduta del secondo ministero Cairoli, osserva spassionatamente Marziano Brignoli: “La vicenda tunisina si concludeva così con un insuccesso italiano.  La situazione internazionale non lasciava al nostro paese molte possibilità di manovra e colpa del Cairoli fu di aver lasciato sorgere illusioni in una situazione diplomatica che non ne consentiva alcuna. Con il Cairoli, fu responsabile della sconfitta diplomatica anche larga parte della classe politica che espresse i suoi desideri senza tener conto delle effettive possibilità del paese e senza considerare che quei desideri ledevano interessi altrui. A cose fatte, fu facile gettare ogni responsabilità su Cairoli. Questi non volle reagire al colpo francese perché aveva presente la situazione politica europea, che in caso di conflitto italo-francese, al quale, fra l’altro, l’Italia non era assolutamente preparata, avrebbe lasciato l’Italia isolata e priva di qualunque alleanza. Il terzo Ministero Cairoli avrebbe, forse, conquistato una facile popolarità se avesse gettato il guanto della sfida alla Francia, ma avrebbe certamente rovinato l’Italia gettandola in una avventura bellica; allo scacco politico si sarebbe aggiunto il disastro nazionale.” (M. Brignoli, Fra Roma e Pavia. Le carte parlanti di Benedetto Cairoli, in Rassegna storica del Risorgimento, aprile-giugno 1995, p. 213).

      Di sfuggita, ci piace soffermare l’attenzione su una curiosa coincidenza (ma esistono le coincidenze, nella storia?). Entrambe le alleanze italo-tedesche, quella del 1882 e quella del 1939, ebbero origine dalle conseguenze della nostra politica (o mancata politica) africana. L’insuccesso in Tunisia e l’inasprimento dei rapporti con la Francia gettarono l’Italia nelle braccia di Bismarck; il successo in Etiopia, ma l’inasprimento dei rapporti con la Francia e la Gran Bretagna, gettarono l’Italia nelle braccia di Hitler. Sottolineiamo la cosa come non priva di ragioni profonde, che illustrano una significativa ricorrenza di temi e situazioni nella politica estera italiana, un legame oscuro, ma tutt’altro che illogico, fra il colonialismo italiano e la scelta dell’alleanza con la Germania. Ogni qual volta il colonialismo italiano si pose degli obiettivi realmente indipendenti  (cioè, ove fu qualcosa d’altro che un larvato strumento di disegni britannici, come nel caso dell’invito di Londra a partecipare alla spedizione contro l’Egitto, nel 1882, o in quello dell’occupazione di Massuaua e di Cassala, al tempo della rivolta mahdista nel Sudan anglo-egiziano), sempre andò a urtare potenti e consolidat interessi francesi ed inglesi: valga per tutti l’aiuto, in armi e denari, di cui fu prodigo il governo di Parigi al negus Menelik per la guerra contro l’Italia nel 1894-96 e senza i quali, probabilmente, non ci sarebbe stata Adua. E sempre, dopo essere entrato in rotta di collisione con interessi francesi o britannici, cercò di proteggersi da una possibile reazione mediante l’alleanza con la Germania. Così fu anche per la guerra di Libia, nel 1911; sebbene, in quel caso, la preparazione diplomatica avesse trovato non contrarie anche le potenze occidentali e specie la Francia, cui Giolitti aveva lasciato mano libera in Marocco, al tempo della seconda crisi marocchina tra Francia e Germania. Notiamo queste circostanze di passaggio, e andiamo avanti. Ma certo questo è indizio non indifferente di una sotterranea continuità fra certi aspetti della politica estera italiana del Risorgimento e quella del fascismo: del resto già il filosofo Giovanni Gentile vedeva nel fascismo una continuazione ideale del Risorgimento e la tesi, respinta frettolosamente e quasi con indignazione dalla storiografia democratica dopo il 1945, oggi, giudicata in modo più sereno non manca, invece, di una certa verosimiglianza, almeno entro certo limiti e con i distinguo del caso.

     Né può considerarsi casuale il fatto che il capitolo delle guerre d’Africa si apra nel 1885.

     Il 1882 aveva visto la stipulazione della Triplice Alleanza e, al tempo stesso, il sacrificio di Oberdan. Il 20 dicembre, giorno della sua esecuzione, era subito entrato nel calendario “sacro” del Risorgimento; oratori e pubblicisti come Felice Cavallotti avevano espresso il loro sdegno per la brutalità austriaca, e Giosué Carducci aveva chiamato Francesco Giuseppe “imperatore degli impiccati”. Ma il poeta non aveva risparmiato i suoi strali nemmeno alla classe politica italiana, di tanto inferiore al compito di portare avanti gli ideali del Risorgimento, per i quali Oberdan era caduto. “L’Italia stava venendo su pigra, s’adagiava nel miglioramento economico e andava decadendo da ogni idealità politica; una guerra non era possibile perché l’Italia non era preparata, ma rimaneva il dovere di condurre una propaganda incessante per diffondere la convinzione che l’Italia non era né compiuta né forte né sicura né stabile, checché potesse affermare il sovrano.” (Carducci, XVIII dicembre, in Opere, vol. XIX, pp.191-95; e un discorso per lo scoprimento di una lapide in memoria di Oberdan, ibidem, pp. 205-10).

     Il “congelamento” dell’irredentismo aveva provocato una ripresa  delle tendenze coloniali e africaniste della nostra politica estera. Dopo la delusione tunisina del 1881 e dopo il rifiuto di aderire alla spedizione inglese contro l’Egitto, nel 1882, il colonialismo italiano riprende forza e per qualche anno si pone al centro della politica estera. Non è questo il luogo per dare un giudizio complessivo su di esso, tuttavia – a nostro giudizio – sbaglia chi lo giudica un fenomeno estrinseco e tutto sommato marginale della nostra storia nazionale. A riprova di quest’ultima tesi, si cita il fatto che la perdita delle colonie, dopo la seconda guerra mondiale, non provocò in Italia traumi particolari, né cambiò i tratti essenziali della sua politica estera. Questa argomentazione presenta tuttavia il tipico difetto delle dimostrazioni a posteriori: sembrano probanti, cioè, solo per il fatto che lo svolgersi dei fatti ha imboccato una data direzione, ma esse trascurano il fatto che, all’epoca, diverse possibilità erano ancora aperte e altre forze erano vive e operanti. Inoltre, siamo così sicuri che la perdita delle colonie fu considerata ininfluente dalla classe politica italiana? Esistono, semmai, cospicui indizi del contrario: si pensi solo all’accordo Sforza-Bevin che avrebbe dovuto conservare Tripolitania e Somalia all’Italia sotto la forma di mandato fiduciario (e che fallì in sede O.N.U. per un solo voto contrario, quello di Haiti!). Se perfino uomini politici realistici e di sicure convinzioni democratico-liberali, come il conte Sforza, si batterono fino al 1947 perché l’Italia non fosse espulsa completamente dall’Africa, ciò fu perché alla conservazione delle colonie (e sia pure in veste di mandato fiduciario) essi vedevano legato lo status italiano di grande potenza, anche dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Solo dopo la “bocciatura” del piano Sforza-Bevin l’Italia repubblicana si volse a una politica anti-colonialista, e il motivo è abbastanza evidente: se l’Italia doveva andarsene per sempre dall’Africa, allora anche Francia e Gran Bretagna dovevano fare lo stesso. Anche qui, tra parentesi, si può cogliere un elemento di continuità con la politica estera del fascismo: che era stata filo-araba e favorevole all’indipendenza dell’Irak, della Giordania, del Libano e della Siria al solo scopo di indebolire la posizione anglo-francese nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente. Ma chiudiamo anche questa parentesi e torniamo al giudizio sul peso che la politica coloniale ha avuto nella storia italiana, peso che gran parte della storiografia contemporanea tende – secondo noi a torto – a ridimensionare.

    Più nel giusto ci sembra invece il giudizio di uno storico svizzero di fama mondiale, Eduard Fueter, che istituisce anche un interessante parallelismo tra il colonialismo italiano e quello tedesco, concludendo il suo ragionamento – sorprendentemente – con un giudizio molto più positivo delle ragioni del primo, che di quelle del secondo. “La Germania e l’Italia, non a torto – egli scrive – potevano considerarsi danneggiate. In un’epoca in cui le altre nazioni si erano create un grande impero coloniale, in cui non soltanto nazioni marittime come l’Olanda e l’Inghilterra avevano proceduto a conquiste, ma anche i Francesi in Algeria e i Russi nell’Asia centrale e orientale avevano acquistato vastissimi territori coloniali, esse o non esistevano o erano prese dalla necessità di consolidarsi. Ed ora si vedevano tenute indietro ed erano costrette a cercare di potersi tardivamente costruire un impero coloniale con i territori non ancora occupati dai rivali meglio favoriti. […] Se dunque gli stati meno favoriti dalla sorte volevano mettersi all’altezza dei loro rivali, non v’era da pensare che a mezzi violenti, cioè alla guerra o alla minaccia di guerra; e poiché le colonie britanniche erano sufficientemente popolate, le mire delle grandi potenze che cercavano terre da popolare si volsero anzitutto ai possedimenti francesi d’oltremare. Non si può negare che dei due stati l’Italia fin dal principio vide più chiaramente la sua méta e scelse più abilmente i mezzi da impiegare. Poteva del resto dipenere anche alla relativa debolezza militare della Penisola se il paese procedette sempe in modo da evitare un aperto conflitto con un’altra grande potenza europea, ma all’Italia (che aveva una massa di emigrati molto più forte, e forse anche maggiori ragioni della Germania per cercare di mantenere stretti contatti politici tra i suoi figli residenti all’estero e la madrepatria) si dovrà tributare il riconoscimento che essa indirizzò la propria politica estera con coerenza in questa direzione, non dimenticando l’importanza di una politica coloniale. Della Germania non si può dire altrettanto. I suoi successi coloniali furono più importanti di quelli dell’Italia, per ciò che riguarda l’estensione delle sue conquiste, ed essa poté ottenere dagli altri stati, mercé pressioni di carattere militare, delle concesioni alle quali l’Italia non poteva ancora pensare. Ma non furono sempre tratte le opportune conseguenze di questo programma nella politica estera; la politica estera della Germania in Europa non fu modificata nel senso che sarebbe stato necessario in conformità alle nuove méte coloniali.” (E. Fueter, Storia universale degli ultimi cento anni, Torino, Einaudi, 1949, pp. 425-26).

      Oltre alle ragioni indicate dal Fueter, comunque (necessità di materie prime; sbocchi per l’emigrazione; politica di prestigio) ci sembra necessario, per comprendere sino in fondo il fenomeno del colonialismo italiano di fine Ottocento, inquadrarlo nel contesto che abbiamo precedentemente delineato di una Italia incompiuta. In altri termini, esso ci appare quale l’altra faccia dell’irredentismo: bloccato quest’ultimo per l’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza, esso emerge in primo piano nelle ambizioni della classe dirigente: entrambi i fenomeni nascono dalla sensazione di un’Italia incompiuta, da un malessere e da una sorta di delusione nei confronti dello Stato unitario post-risorgimentale. Che irredentismo e colonialismo finissero per diventare intercambiabili, nella percezione che della politica estera avevano i pubblicisti e i propagandisti dell’epoca, appare chiaro – ad esempio – dalle crude parole che Edoardo Scarfoglio dedica all’irrdentismo ancora la vigilia dell’entrata italiana nella prima guerra mondiale, parole da cui traspare chiaramente l’uso strumentale e disinvolto, per non dire cinico, che il nascente nazionalismo faceva della “retorica” irredentista, ora per dirigerla contro l’Austria, ora contro la Francia, a seconda delle circostanze.

      “Tutti gli Italiani dell’Austria – scriveva sul Mattino di Napoli – non sono che 750.000, di cui più della metà costiutuiscono la popolazione del Trentino, mentre la Repubblica argentina ne ospita 3 milioni e la sola cità di New York 500 mila. Eppure noi non abbiamo preteso mai il possesso della Repubblica sud-amnericana, né della città di New York” (cit. in M. Schettini, Estate 1914: dal dramma di Sarajevo alla guerra, Milano, Feltrinelli, 1916, che lo definisce “la voce più sincera dell’opinione imperialista”).

     Altri due fatti vogliamo segnalare, che a nostro avviso solo superficialmente possono apparire casuali: la presenza di ex Italiani “irredenti” negli alti comandi delle guerre coloniali fra il 1885 e il 1912, e la presenza di numerosi meridionali (dunque, i meno coinvolti in senso geografico) fra gli intellettuali che si schierarono a favore della causa irredentista. Per quanto riguarda il primo fatto, ricorderemo solo che il generale Oreste Baratieri, il protagonista della guerra etiopica del 1894-96,  era trentino e quindi ex suddito austriaco; mentre il generale Carlo Caneva, suo successore in Eritrea e poi a capo della spedizione di Libia, era nato a Udine sotto l’Austria e aveva servito nell’esercito austriaco anche durante la terza guerra d’indipendenza. Per quanto riguarda la seconda circostanza, basterà fare il nome di Matteo Renato Imbriani, napoletano, l’inventore del termine “irredentismo” e uno dei più attivi esponenti del movimento; e quello di Gaetano Salvemini che, sostenitore – in un primo tempo – della tesi secondo cui “l’irredentismo è un falso problema” e che bisognava piuttosto aiutare l’Austria ad evolvere in senso democratico, in modo da assicurare una vera tutela delle sue minoranze, compresa quella italiana, alla vigilia della prima guerra mondiale si schiera per l’interventismo democratico e si riavvicina alle posizioni degli irredentisti.

     Abbiamo già detto che le coincidenze, nella storia, non sono mai eventi fortuiti. Sembra piuttosto confermata la stretta correlazione tra irredentismo e colonialismo, come due manifestazioni di una stessa tendenza: la “scorciatoia” di una politica estera aggressiva per far passare in secondo piano i nodi irrisolti dell’arretratezza italiana, che solo una serie di vaste riforme sociali avrebbe potuto combattere. Così, dunque, troviamo generali trentini e friulani a capo delle guerre d’Africa, e intellettuali meridionali nelle posizioni chiave dell’irredentismo, laddove ci aspetteremmo intellettuali trentini e friulani tra le file degli irredentisti e (casomai) generali  meridionali nelle posizioni chiave dell’africanismo. Questa apparente tortuosità cessa di apparire una stranezza se si riflette che una classe dirigente, qualora distolga l’attenzione dai problemi vitali interni del proprio Paese per indirizzare speranze e aspettative dell’opinione pubblica verso una politica estera aggressiva, non può che capovolgere i termini reali della politica, offrendo palliativi e surrogati alla soluzione dei problemi reali. La società italiana, nella sua storia recente, ha conosciuto più volte anomalie di questo genere: come quando, avendo “inventato” il fenomeno fascista che avrebbe fatto scuola in larga parte d’Europa e del mondo, andrà a cercarsene il capo carismatico nelle file dell’estrema sinistra e non, come in teoria parrebbe logico, in quelle dell’estrema destra.

     Vorremmo concludere con una riflessione di carattere generale.

      Se, accettando l’interpretazione “risorgimentale” dell’entrata in guerra italiana nel 1915, si parla in certi ambienti storiografici – non senza una certa enfasi ed evidenti forzature – di “quarta guerra d’indipendenza”, siamo sicuri che quella del 1940 non fu, legittimamente, la quinta?

     Se, in altri termini, accettiamo l’idea che la politica estera italiana, dopo il 1870, si allontanò definitivamente dal solco della tradizione democratica, mazziniana e garibaldina, per seguire l’obiettivo di fare del nostro Paese una grande potenza, allora l’aspirazione di portare il confine al Brennero, al Nevoso, alla Dalmazia, ci appare come la ricerca delle chiavi strategiche senza le quali l’indipendenza nazionale sarebbe stata puramente nominale: perché una grande potenza non può tollerare che i suoi confini naturali siano nelle mani di potenziali nemici. Ma, allora, la guerra del 1940, che puntava ad assicurarsi il possesso di Malta, della Tunisia, della Corsica,  nonché di Gibilterrae di Suez, cioé delle chiavi strategiche del Mediterraneo, fu guerra d’indipendenza quanto e più di quella del 1915; tanto più per un Paese povero di materie prime, che era costretto a tenere in bacino le sue poderose corazzate per mancanza di combustibile.

     Scrive Marco Picone Chiodo: “La guerra che incominciava [il 10 giugno 1940], anche se oggi il discorso non piace, era nel pieno della tradizione risorgimentale e fu anzi definita “la quinta guerra per l’indipendenza”. E proprio perché risorgimentale era imperialista, con le solite tesi ‘democratiche’ dell’imperialismo italiano, sempre buone per presentarlo in modo “innocente”. Così era stato nel 1915 e nelle guerre coloniali del 1895, del 1911 e del 1935. Giustamente Golo Mann fa notare che ‘il grido per Roma e per Venezia’ si mutò e continuò a risuonare altisonante  per il Trentino prima, poi per il Tirolo e la Dalmazia, quindi per la Savoia, per la Corsica, per il grande impero africano…” un crescendo che non ci permette di condannare Mussolini senza condannare Cavour, il cui ‘costituzionalismo’, in ultima analisi, era nient’altro che la volontà di essere lui il re al posto di Vittorio Emanuele II. Dal legittimo desiderio di scacciare l’Austria dagli affari interni italiani, si sviluppò, a partire al 1859, uno Stato che schiaccia brutalmente l’indipendenza di altri Stati italiani, soprattuto quello del Regno delle Due Sicilie, e che, immemore dei colonialismi subiti dall’Italia a partire dal 1500, sarebbe dovuto divenire colonialista, dato che non si faceva mistero della predisposizione a sottomettere , ad esempio, il beilicato di Tunisi, i cui bey si sforzavano proprio negli stessi anni di modernizzare il loro paese, senza mai avere espresso il bisgogno di avere saccenti protettori italiani sulle spalle. Uno stato, insomma, che anche se con delle forze armate deboli e soprattutto mal guidate, dimostrava un appetito e un’aggressività come se avesse avuto a sua disposizione la più potente forza militare del pianeta.  Un contrasto che  necessariamente doveva condurre a disfatte che a loro volta inducevano ad essere ancora più bellicosi, per lavarle con delle vittorie ancora maggiori. Un circolo vizioso che ha reso il nostro popolo psicologicamente malato. Vi è da dubitare che la cosa sarebbe stata diversa, se nell’Ottocenbo avesse trionfato la rivoluzione repubblicana di Giuseppe Mazzini. Egli, come convinto assertore dei diritti umani, proprio nella convinzione di rispettarli, dichiarava l’italianità anche della Corsica e di Nizza. Motivi diversi da quelli di Mussolini, che riconosceva solo i diritti nazionali (e se questi non bastavano, i diritti del più forte), ma che avrebbero ugualmente condotto alla guerra. La pace sarebbe stata garantita all’Italia solo se avesse avuto successo la tesi di Vincenzo Gioberti della confederazione italiana sotto il papato, ma l’incapacità di questo di risolvere il problema dell’Austria riportava alla ribalta la soluzione cavouriana e, teoricamente, quella mazziniana!” (M. Picone-Chiodo, In nome della resa. L’Italia nella seconda guerra mondiale (1940-1945), Milano, Mursia, 1990, pp. 49-50).

     Se tutto questo è vero, e se la seconda guerra mondiale fu una guerra per l’indipendenza, allora la tragedia dell’8 settembre 1943 significa la sconfitta di tale politica e la fine dell’indipendenza italiana, ovvero la fine dell’Italia come nazione indipendente. Quello che viene dopo il 1943-45 non è lo sviluppo di un Stato indipendente; quello, è finito l’8 settembre del 1943.  E non perché l’Italia è stata trattata da Paese vinto e ha dovuto rinunciare a una politica estera da grande potenza – nel contesto bipolare della guerra fredda, ciò sarebbe stato comunque anacronistico – né per il fatto di dover accogliere potentissime basi aeree e navali straniere sul proprio territorio (cosa peraltro mai votata dal Parlamento); ma perché da allora – e con la sola eccezione dell’episodio di Sigonella, nel 1985 – la politica estera italiana, intesa come capacità di dire “sì” o di dire “no” alla potenza egemone, ha cessato di esistere.

     Anche la battaglia per l’indipendenza economica è fallita, nonostante il “boom” degli anni Cinquanta, in particolare con lo smantellamento della grande marina commerciale per le clausole del trattato di pace e, poi, per la morte misteriosa di Enrico Mattei (nel 1962), che aveva avviato una politica energetica direttamente con i Paesi petroliferi del Medio Oriente e con l’U.R.S.S.; e, forse, tale fallimento non è stato che la conseguenza inevitabile del precedente, ossia della sconfitta nella battaglia per l’indipendenza politica.

      Ci si potrebbe chiedere se la fine dell’effettiva indipendenza italiana sia stata almeno compensata da una volontà di concentrare ogni sforzo, da parte della nostra classe dirigente, nel compimento – ecco la parola chiave – dell’unità interna, nella risoluzione dei grandi problemi economico-sociali che furono retaggio del 1870, primo fra tutti il divario crescente fra l’Italia del Nord e quella del Sud. Purtroppo, nonostante i 145 anni trascorsi dalla proclamazione del Regno d’Italia ad oggi, non è possibile rispondere affermativamente a questa domanda, e la cosa è sotto gli occhi di tutti. Basti dire che almeno quattro regioni del Mezzogiorno sono praticamente sottoposte a un antistato malavitoso che ne frustra ogni potenzialità di progresso economico-sociale e con cui lo Stato legale si è di fatto, salvo rare ed eroiche eccezioni, adattato a convivere: con ciò sconfessando la propria ragion d’essere, poiché lo Stato esiste proprio in quanto detiene il monopolio della sovranità su un determinato territorio. Anno 2006, l’Italia è rimasta ancor oggi una nazione incompiuta.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Gennaio 2018

Del 01 Novembre 2020

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