venerdì, 24 Settembre 2021
HomeSTORIAStoria coloniale e geografiaAlberto Maria De Agostini, esploratore-poeta delle remote solitudini australi

Alberto Maria De Agostini, esploratore-poeta delle remote solitudini australi

De Agostini sacerdote salesiano e missionario è stato anche un eminente geografo ed esploratore il cui nome resterà sempre indissolubilmente legato alle scalate alpinistiche e ai viaggi di ricognizione nella Terra del Fuoco di Francesco Lamendola 

 Alberto Maria De Agostini, sacerdote salesiano e missionario, è stato anche un eminente geografo ed esploratore, il cui nome resterà sempre indissolubilmente legato alle scalate alpinistiche e ai viaggi di ricognizione nella Terra del Fuoco e nella Patagonia australe. Siamo ai primi del XX secolo, quando si sta concludendo l’epoca eroica delle esplorazioni e i primi aeroplani stanno per far subentrare l’era scientifica del rilevamento fotografico. Il Monte Sant’Elia è stato conquistato dal Duca degli Abruzzi nel 1897; due Poli sono stati conquistati fra il 1909 e il 1911. Tuttavia rimangono ancora alcune zone poco o nulla conosciute; oltre all’Antartide, alcuni distretti dell’Asia centrale e dell’interno dell’Africa, oltre a svariate regioni del Sud Amerrica: l’Amazzonia, ove scomparirà il mitico colonnello Fawecett; il Gran Chaco ove ha trovato la morte il nostro pittore-naturalista Guido Boggiani, nel 1901; e nelle estreme regioni australi, ove appunto si concentra l’opera missionaria ed esplorativa del Nostro.

       Era nato a Pollone, in provincia di Vercelli, il 2 novembre del 1883. Fratello minore di Giovanni De Agostini (1863-1941), fondatore dello storico Istituto Geografico di Novara che porta ancor oggi il suo nome, era entrato giovanissimo in seminario  ed era stato ordinato sacerdote nel 1909. Al fratello maggiore, che cercava di convincerlo ad affiancarlo nel lavoro di geografo, aveva risposto con l’abituale semplicità e modestia: «Si può essere un buon salesiano e anche un buon geografo». Così si era imbarcato come missionario per il sud del Cile e dell’Argentina, ove si svolgeva l’opera dei padri salesiani in favore degli ultimi indios della Terra del Fuoco e della regione a nord dello Stretto di Magellano – Ona, Yaghan e Alakaluf – ormai decimati dalle violenze e dalle malattie portate dall’uomo bianco, privati dei loro antichissimi territori di caccia e della selvaggina e avviati a una inevitabile estinzione. I bianchi erano giunti al punto di dar loro la caccia come a delle bestie feroci e di iniettare stricnina nelle carni degli animali da loro uccisi per provocare l’avvelenamento di intere tribù, al solo scopo di fare spazio per i grandi allevamenti di ovini per la produzione di carne e lana, instaurati all’ombra del capitale straniero, specialmente britannico.

        Arrivati nella regione magellanica fin dal 1875, i salesiani, guidati da mons. Giuseppe Fagnano (il cui nome è ricordato dal maggiore bacino lacustre dell’Isola Grande della Terra del Fuoco) avevano fatto il possibile per proteggere, nutrire, curare e istruire gli ultimi Alakaluf sopravvissuti, ma era stato tutto inutile: minata fisicamente e, ancor più, spiritualmente nelle sue stesse basi vitali, la razza degli originari abitanti di quelle estreme regioni meridionali era avviata a una rapida scomparsa.

       Giunto a Punta Arenas, sul lato settentrionale dello Stretto di Magellano, nel 1910 (ove tuttora esiste ed è visitabile un interessante museo antropologico realizzato ai salesiani), padre De Agostini vi stabilisce la base logistica per le sue spedizioni nella Terra del Fuoco, la prima delle quali si svolge nel 1912-13 e l’ultima nel 1955, che si concluderà con la scalata del Monte Sarmiento da parte di un gruppo di studiosi italiani che a lui, ormai settantaduenne ma ancora energico e giovanile, si erano accompagnati. Fra queste due date estreme si collocano numerose spedizioni sulle due rive dello Stretto di Magellano, che portano alla scoperta di nuovi fiordi, monti e corsi d’acqua; all’esplorazione e allo studio di tratti sinora sconosciuti di foreste, valli e ghiacciai; alla ricognizione di canali, golfi ed isole (come l’Isola degli Stati, già meta di una spedizione guidata da Giacomo Bove nel 1881-82); il tutto scrupolosamente cartografato e accompagnato da puntuali osservazioni meteorologiche, geologiche, botaniche, zoologiche ed etnologiche.  Una coda all’utima spedizione scientifico-alpinistica del1955-56 fu quella dell’anno successivo, in cui collaborò con la spedizione Monzino alla conquista del Cerro Paine, leggendaria e temutissima vette delle Ande patagoniche meridionali.

       A lui si deve la realizzazione, fra l’altro, di due grandi e accuratissime carte della Terra del Fuoco e della Patagonia meridionale (inserite nei due libri Trenta anni nella Terra del Fuoco e Ande patagoniche), che colmavano le numerose zone ancora bianche  delle precedenti carte geografiche. Bisogna aggiungere che padre De Agostini era un valente fotografo e che le splendide fotografie che illustrano i suoi libri sono qualche cosa di più di un semplice accompagnamento al testo: sono un corpus altamente poetico che parla da solo e che costituisce un itinerario parallelo, ma non meno importante, a quello della parola scritta: che si tratti di uno scorcio della foresta magellanica, con i tronchi abbattuti e le barbe di lichene che pendono maestose e malinconiche dai rami dei faggi australi, o dei cristalli di ghiaccio che si formano sulle pareti di una montagna nella prima luce del mattino e che nessuna lingua umana saprebbe descrivere nel loro incredibile, cangiante splendore, sempre egli sa cogliere l’anima nascosta delle cose, introducendo il lettore in un mondo fiabesco che nulla perde della sua magia per il fatto di venire raffigurato con paziente precisione e con estremo scrupolo di verità.

       Altre spedizioni egli condusse nel 1914, nel 1930-31, nel 1932, 1935, 1937, 1938, 1940, 1941 e 1943 (nella quale ultima condusse a termine l’ascensione al Monte San Lorenzo, in Patagonia),   avvalendosi della collaborazione di alcune eccellenti guide valdostane e di insigni studiosi, tra i quali G. B. De Gasperi ed Egidio Feruglio. Egli alternava l’attività geografico-esplorativa a quella  pastorale e missionaria: sempre con lo stesso giovanile entusiasmo, con la stessa capacità di meravigliarsi davanti al grandioso spettacolo della natura incontaminata. Questo amore per i paesaggi selvaggi e sconfinati, per gli orizzonti lontani, per la bellezza austera e malinconica dei luoghi non ancora sfiorati dal progresso della cosiddetta “civiltà”, si trasfonde nelle sue qualità di scrittore caldo e appassionato. Padre De Agostini scrittore: ecco un aspetto della sua ricca e complessa personalità che non è stato, a nostro parere, sufficientemente considerato e studiato; eppure i pregi della sua scrittura sono tali che i suoi libri di geografia si leggono con il trasporto e il coinvolgimento che evocano in noi lontani ricordi di Verne, di Conrad, perfino di Salgari, ma su un piano letterario misurato e discreto che solo a tratti lascia trasparire il fremito di libertà che scuote l’animo del Nostro davanti alla magnificenza del Creato. In lui, infatti, sempre si avverte una profonda ispirazione spirituale, per cui la bellezza dei luoghi rimanda a un’altra dimensione, ad altri orizzonti, che non sono di quaggiù; a una nostalgia d’infinito e di mistero che è la quintessenza dello spirito religioso.

     E veramente egli si rivela poeta, e finissimo scrittore, in brani come questo che riportiamo, ratto dal libro I miei viaggi alla Terra del Fuoco, Paravia, Torino, 1934 (e ripreso, con piccole modifiche, in Trenta anni nella Terra del Fuoco, S. E. I., Torino, 1955).

      “La mano del Creatore sembra abbia profuso con speciale larghezza i suoi tesori di bellezza radiosa, riunendo in poco spazio quanto di più particolare e meraviglioso si trova nelle diverse e lontane regioni del mondo, presentandole in una armonica composizione di parti, in una ammirevole fusione di linee, di luci e di colori.

      “A settentrione ed a levante, estese pianure, la pampa sconfinata che produce nell’animo una profonda suggestione di mistero, un senso vago e piacevole dell’infinito e dell’ignoto.

“Nella zona centrale le pianure vanno gradatamente trasformandosi in una verde distesa di boschi, di serre, di colline, fra cui si aprono piccole valli deliziose; è scomparsa tutta la monotonia di linee e di colori della pampa, ed ora il paesaggio si presenta gaio e festoso sotto la forma d’un esteso parco infinitamente vario e ricco di incantevoli panorami.

      “Macchie verdeggianti di arbusti artisticamente aggruppati, come da mano maestra, lasciano fra di loro numerose radure in forma di eleganti viali, serpeggianti in volute graziose, praticelli ameni, ingemmati qua e là di placidi laghetti, nelle cui acque si specchia con mille vezzi e arcane linee di bellezza la esuberante foresta magellanica. In quei verdi pianori tappezzati di rigogliosi pascoli, irrorati da fonti cristalline, vanno errando tranquillamente numerosi branchi di guanachi e vive ancora l’ultimo residuo della forte razza degli Indi Ona, dalle forme eleganti e atletiche. Quivi più non rugge né sibila il vento della pampa, ma dimora il profondo silenzio della selva che impressiona fortemente e accresce solennità e mistero a quelle solitarie e remote regioni.

      “Poco più in basso, a Sud e a Ovest, la catena massiccia della Cordigliera, estremo lembo delle Ande, lancia ad altezze imponenti candide e ardite vette coronate di geli eterni; e poscia va spezzandosi in centinaia di insenature, baie e pittoreschi fiordi ed anfratti, dove le acque del mare penetrano, per decine di chilometri, fra altissime e dirupate pareti, rivestite di fitta vegetazione e solcate da argentei nastri di pittoresche cascate.

      “Nei solitari recessi della Cordigliera, in mezzo a questo intricato labirinto di canali, appariscono i contrasti più sorprendenti, le più straordinarie manifestazioni del bello.

      “Foreste sempre vergini di faggi, mirti, cipressi e magnolie di un verde intenso e perenne, fanno stupenda cornice a ghiacciai eterni, che discendono dall’alta montagna in immani pareti di seracchi bianco-azzurri fino a lambire e precipitare nelle acque del mare; una vegetazione che evoca le regioni tropicali, circoscritta da bracci di mare percorsi in piena estate da ghiacci galleggianti, rallegrata dal chiassoso strido del pappagallo equatoriale e dal cupo e monotono boato del pinguino antartico.

      “Più ad occidente sparsi ai piedi della Cordigliera, si staccano, quali sentinelle avanzate, una infinità di isolotti, di irsute scogliere, scheletriche, fantastiche, in lotta perenne contro le onde inferocite dell’oceano, che su di esse si spezzano in colonne formidabili di bianca schiuma, mentre alle loro basi, corrose dalla forza demolitrice del mare, profonde caverne e antri solitari danno rifugio a migliaia di cormorani, di lontre, di fochi e leoni marini i cui ruggiti superano lo strepito delle onde che si infrangono nelle scogliere.

      “E fra questa magnificenza e imponenza di paesaggio di un bello orrido e sublime, vive una misera popolazione di indiani ormai in avanzata estinzione, i Yagan, che passano la vita sulle piccole canoe, navigando di spiaggia in spiaggia, in cerca del quotidiano alimento, lanciandosi anche talora fra i burrascosi mari del capo Horn.

      “È una verità indiscutibile che la Tetra del Fuoco possiede paesaggi e panorami tanto grandiosi da poter competere coi migliori delle nostre Alpi; i suoi numerosi fiordi sono pari, se non superiori, a quelli tanto decantati della Norvegia, e per quanto la rigidezza del clima lo permette, essa si può annoverare fra le più pittoresche regioni del mondo.

      “Ma disgraziatamente sopra questa meravigliosa regione si scatenano i venti e le tempeste con violenza inaudita e gravita un cielo sempre fosco, lugubre, impregnato di un denso strato di vapori che i raggi del sole di rado riescono a dileguare per dare vita e splendore alla magnificenza della natura.

      “È appunto dai vani di questo denso velario, specialmente nelle calme mattutine o nelle placide ore dei tramonti, che la luce del sole, scapricciandosi nelle gamme dei colori più delicati, sorprendenti, inverosimili, cullata da morbidi e fantastici strati di nubi che si trasformano ad ogni istante, offre i più superbi e suggestivi spettacoli.

      “Sopra tutto quest’incanto del paesaggio domina però uno spirito di morte, un silenzio che opprime; anche quando il sole brilla nella magnificenza dei suoi colori e spande all’intorno calore e vita, anche quando la luna accarezza soavemente di bianca luce le acque tranquille del mare o le aspre pendici dei monti, sempre traspare un bello, grandioso sì, ma velato di tristezza.”

      Pagine percorse da un autentico soffio di poesia, dove lo sguardo analitico e preciso del geografo, del geologo, del botanico si fonde con quello rapito del poeta, del pittore, del musicista (quel ruggire del vento, quello stridìo d’innumerevoli uccelli, quel frastuono delle onde sugli scogli!). Pagine che trascorrono dalla stupefatta capacità di ammirare l’incantevole mistero delle cose, che ci richiama certe atmosfere rarefatte del Pascoli e anche del Leopardi (specialmente l’Infinito) e al tempo stesso la ricca immaginazione e quasi la sensualità barocca di un Daniello Bartoli, il grande scrittore seicentesco che nella Istoria della Compsagnia di Gesù ha eretto un monumento imperituro alla descrizione dei lontani paesaggi esotici che lui, missionario mancato, seppe raffigurare alla fantasia del lettore con la tavolozza incandescente d’una superba capacità descrittiva.

       Alberto Maria De  Agostini ha chiuso gli occhi per sempre il 25 dicembre 1960 nella casa madre dei salesiani in Corso Valdocco, a Torino, in quella città da cui poteva ammirare lo spettacolo grandioso delle vicine Alpi Occidentali: le montagne della sua infanzia che gli ricordavano anche, al tempo stesso, quelle altre montagne della Terra del Fuoco, che per tanti anni e con tanto amore aveva percorso ed esplorato.  Era il giorno di Natale: una data che, se avessimo la facoltà di sceglierci il giorno del nostro commiato dalla vita, crediamo gli sarebbe particolarmente piaciuta: pegno e promessa di un’altra nascita, di un’altra vita. Quando la città di Tirino, dopo l’ultima spedizione al Monte Sarmiento, aveva voluto  dedicargli solenni onoranze al suo rientro in Italia, egli aveva pronunziato queste semplici, bellissime parole: «Grazie, ma questi festeggiamenti sono sproporzionati; io altro non sono che un povero prete».

BIBLIOGRAFIA

Alberto M. de Agostini, I miei viaggi nella Terra del Fuoco, Torino, 1934; Trenta anni nella Terra del Fuoco, Torino, 1955; Ande patagoniche, Torino, 1949 (rist. Torino, 1999); Sfingi di ghiaccio, Torino, 1958; La prima traversata della Cordigliera patagonica, in Le vie d’Italia e del mondo, n. 5, 1933, pp. 589-606

G. Furlong, S. J., Alberto M. De Agostini (1883-1960), in Anales de la Academia Argentina de Geografia, Buenos Aires, 1960; D. Gribaudi, In memoria di don A. M. De Agostini esploratore e geografo, in Bollettino della Società Geografica Italiana, Roma, 1961, pp. 305-324; Italo Marini, Conquistò a 76 anni la vette del Sarmiento, in Scienza e Vita, Roma, n. 146 (marzo 1961), pp. 29-33; G. Morandini, A. M. De Agostini, in Rivista geografica Italiana, 1961, pp. 83-84.

Filmografia: Fulvio Mariani, Finis Terrae, la libertà di esplorare, prodotto dal Museo Nazionale della Montagna e dalla Regione Piemonte;  Fabrizio Lava, Padre Patagonia.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 2  del 2008 della rivista «L’Universo» dell’Istituto Geografico Militare di Firenze.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 14/09/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments