giovedì, 25 Febbraio 2021
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Andrés Cáceres, Perù 1881: quando un Paese vinto non si rassegna alla sconfitta

Andrés Cáceres Perù 1881: quando un Paese vinto non si rassegna alla sconfitta. Il suo nome non dice nulla alla stragrande maggioranza delle persone istruite al di fuori del Sud America ma in Perù è quello di un eroe nazionale di Francesco Lamendola 

Il nome di Andrés Cáceres (1836-1923) non dice nulla alla stragrande maggioranza delle persone istruite al di fuori del Sud America, ma in Perù è quello di un eroe nazionale che esercita un fascino indiscutibile, non meno di Giuseppe Garibaldi presso il pubblico italiano.

La sua figura si staglia in maniera netta e violenta sullo sfondo sanguigno di uno dei periodi più bui e luttuosi della storia peruviana: la sconfitta nella Guerra del Pacifico (1879-1883) e la drammatica invasione cilena, cui seguirono alcuni anni di durissima occupazione militare da parte del vincitore, fino alla stipulazione della pace di Ancòn.

La guerra fra il Perù e la Bolivia (ritiratasi nel 1880) da una parte, e il Cile dall’altra, era scoppiata per l’imposizione, da parte del governo boliviano, di una tassa di dieci centesimi per ogni quintale di salnitro che veniva estratto dalle miniere della provincia di Antofagasta, da una compagnia mineraria cilena (con forti capitali britannici), delle cui azioni erano possessori diversi membri del governo di Santiago. Il Perù aveva cercato inizialmente di svolgere un’opera di mediazione diplomatica, ma poi, avendo l’esercito cileno occupato il porto di Antofagasta e mobilitato l’esercito per una campagna in grande stile, ruppe gli indugi e si schierò al fianco della Bolivia, con la quale aveva sottoscritto una alleanza segreta nel 1873.

Abbiamo già trattato questo argomento in un precedente scritto, per cui non ritorneremo sui particolari (cfr. «Gli interessi degli industriali inglesi dietro gli orrori della Guerra del Pacifico», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni» in data 01/07/2015). La guerra sembrò giunta al termine quando l’esercito cileno, che già aveva vinto una serie di battaglia nell’infuocato Deserto di Atacama, sbarcato al Callao, grazie alla completa padronanza del mare da parte della sua flotta, riuscì a conquistare la capitale peruviana, Lima, dopo alcuni stenui combattimenti (battaglie di San Juan e Miraflores), ai quali aveva partecipato anche la popolazione civile, e che furono contraddistinti da una estrema crudeltà.

Insediato nel Palazzo di Pizarro, il generale cileno Patricio Lynch immaginava che entro pochi giorni il governo peruviano avrebbe avviato trattative di pace, riconoscendosi sconfitto, ma la sua fu una vana attesa (un po’, se ci si consente il paragone forse eccessivo, come quella di Napoleone a Mosca, dopo la battaglia di Borodino del 1812). Il presidente peruviano Nicolas de Pierola Villena era fuggito da Lima prima che questa cadesse in mano agli invasori; sostituito da Francisco Garcia Calderòn, questi si rifiutò di firmare un armistizio, visto che i Cileni pretendevano, come base di qualunque negoziato, il riconoscimento dell’annessione delle province di Tarapacà, Tacna e Arica. Ai Cileni non restava che ritirare il grosso del loro costoso esercito e mantenere un corpo di occupazione di 10.000 uomini, con cui proseguire la lotta.

Le speranze dei Peruviani, sul piano militare, si appuntavano tutte sul generale Andrés Cáceres, il quale, benché gravemente ferito, aveva lasciato Lima di nascosto e, alla metà di aprile 1881, era giunto nella regione di Jauja, con l’intenzione di riorganizzare le forze sbandate, arruolare un certo numero di indios quechua come guerriglieri, e iniziare una lotta di esaurimento nella inaccessibile regione della Cordigliera Centrale, su un terreno che ben conosceva e che presentava, per il nemico, difficoltà logistiche quasi insormontabili.

Cáceres non era uno sconosciuto, ma un brillante militare di carriera con ambizioni politiche e con qualche propensione per le guerre civili, piaga quasi costante nel panorama delle giovani repubbliche sudamericane. Aveva partecipato a un paio di guerre civili, nel 1854-55 e nel 1857-59, poi alla campagna contro l’Ecuador nel 1859, e contro la flotta spagnola nel 1865-66 (cfr. il nostro precedente articolo: «La guerra ispano-peruviana del 1865-1866» pubblicato sui siti di Ars Militaris e It.Cultura.Storia.Militare); nel 1874, poi, aveva represso, per conto del governo legittimo, una insurrezione del futuro presidente Nicolas de Pierola.  Allo scoppio della Guerra del Pacifico, aveva combattuto sia nella campagna del Sud, nel deserto, sia in quella di Lima.

La guerriglia da lui arditamente condotta sulle pendici della Cordigliera Centrale viene chiamata dagli storici la campagna della Breña, ma essa consta, in effetti, di quattro fasi distinte, che corrispondono ad altrettante offensive condotte dai Cileni nel vano tentativo di venire a capo della sua ostinata resistenza. La terza spedizione cilena culminò nella battaglia di Huamachuco, del 10 luglio 1883, nella quale (contrariamente a quanto si può leggere su Wikipedia, alla voce «Guerra del Pacifico, 1883-1884») il generale peruviano, pur essendo giunto vicinissimo a una vittoria clamorosa, risultò infine duramente sconfitto. Il suo era stato soprattutto un errore strategico: maestro della guerriglia e alla testa di un esercito quasi inafferrabile, perché fisicamente adatto alle operazioni in alta montagna, nonostante la scarsità di materiale bellico adeguato, egli avrebbe dovuto evitare lo scontro campale, nel quale la superiorità cilena in fatto di addestramento, equipaggiamento e munizionamento risultò, ancora una volta, schiacciante.

Nel corso delle quattro spedizioni condotte dai Cileni contro di lui, nelle quali si avvicendarono diversi comandanti, nessuno dei quali riuscì tuttavia a catturarlo o a danneggiare in maniera decisiva le sue possibilità operative, la guerra assunse, da ambo le parti, un carattere di spietatezza quale mai si era vista fino ad allora. Dopo la battaglia di Huamachuco, per esempio, i Cileni trucidarono i peruviani feriti e procedettero alla fucilazione dei prigionieri. I Peruviani, dal canto loro, al termine della modesta, ma epica battaglia di Concepciòn, si macchiarono di atrocità non meno rivoltanti, non risparmiando né le donne, né il neonato di una di esse.

Riportiamo qui di seguito una pagina del romanzo di Isabel Allende «Ritratto in seppia», in cui si descrive l’eroica e disperata guerriglia condotta da Andrés Cáceres sulla Cordigliera Centrale del Perù, dopo la caduta di Lima nelle mani delle truppe cilene, a metà gennaio del 1881, nel corso della cosiddetta Guerra del Pacifico (titolo originale: «Retrato en sepia», 2000; traduzione dallo spagnolo di Elena Liverani, Milano, Feltrinelli, 2001, pp. 106, 108-109):

«Nei giorni successivi alla battaglia, le truppe cilene entrarono a Lima. Stando ai bollettini ufficiali pubblicati sui giornali cileni, tutto si svolse in modo ordinato; quel che registrò la memoria dei limegni fu invece una carneficina che andò a sommarsi alle angherie dei soldati peruviani sconfitti e furiosi che si erano sentiti traditi dai loro capi. Una parre della popolazione civile era fuggita e le famiglie che potevano permetterselo avevano trovato rifugio nelle imbarcazioni dl porto, nei consolati e in una spiaggia protetta dalla marina straniera dove il corpo diplomatico aveva montato alcune tende da campo in cui accogliere i rifugiati sotto bandiere neutrali. Quanti rimasero a difendere i propri beni avrebbero ricordato per il resto della loro vitale scene infernali di qulla soldataglia ubriaca e ottenebrata dalla violenza. Saccheggiarono e bruciarono case, violentarono, colpirono e assassinarono chiunque gli si parasse dinanzi, donne, bambini e anziani compresi. Alla fine, una parte dei reggimenti peruviani depose le armi e si arrese, ma molti soldati fuggirono allo sbando verso le montagne. Due giorni dopo il generale peruviano Andrés Cáceres usciva dalla città occupata con una gamba a pezzi, aiutati dalla moglie e da un paio di fedeli ufficiali, per andare a disperdersi nelle impervietà della montagna . Aveva giurati che fino a quando gli fosse rimasto un soffio di vita avrebbe continuato a combattere. […]

I reggimenti cileni entrarono trionfalmente a Lima nel gennaio del 1881 e da quel momento cercarono di imporre al Perù la pace forzata della sconfitta. Una volta sedato il barbaro scompiglio delle prime settimane, i superbi vincitori lasciarono un contingente di diecimila uomini a controllare la nazione occupata, mentre gli altri intrapresero il viaggio verso sud per andare a ricevere i ben meritati allori, ignorando bellamente le migliaia di soldati sconfitti che erano riusciti a scappare sule montagne e che da lì pensavano di continuare a combattere. La vittoria era stata talmente schiacciante che i generali non potevano sospettare che i peruviani avrebbero continuato a osteggiarli per tre lunghi anni. L’anima di quella caparbia resistenza fu il leggendario generale Cáceres, che sfuggì miracolosamente alla morte e partì, nonostante una ferita spaventosa, per far resuscitare il seme pertinace dell’eroismo in un esercito straccione di soldati fantasma e leve di indios, grazie al quale portò a termine una cruenta contesa di guerriglie, imboscate e scaramucce. I soldati di Cáceres, con le divise a brandelli, spesso scalzi, denutriti e disperati, combattevano con coltelli, lance, bastoni, pietre e uno scarso numero di fucili antiquati, ma con il vantaggio di conoscere il territorio. Avevano scelto bene il campo di battaglia su cui affrontare un nemico disciplinato e armato, anche se non sempre dotato delle sufficienti provvigioni, perché l’accesso a quei ripidi pendii era un compito da condor. Si nascondevano tra i picchi innevati, in grotte e gole, su alti ghiacciaio, dove l’atmosfera era talmente rarefatta e la solitudine così immensa che solo loro, uomini di montagna, potevano sopravvivere. I soldati cileni si trovavano con le orecchie scoppiate e insanguinate, svenivano per la mancanza d’ossigeno e si congelavano nelle gole ghiacciate delle Ande. Mentre questi ultimi riuscivano a malapena a salire perché il cuore non consentiva loro un tale sforzo, gli indios dell’altipiano si arrampicavano come lama con un carico equivalente al loro stesso peso sulle spalle, senz’altro nutrimento che la carne amara delle aquile e una pallottola verde di foglie di coca secche da rigirarsi in bocca Furono tre anni di guerre senza tregue né prigionieri, con migliaia di orti. Le forze peruviane vinsero un solo scontro frontale in un villaggio privo di valore strategico, difeso da settantasette soldati cileni, alcuni dei quali malati di tifo [L’Autrice qui allude alla celebre battaglia di La Concepción, del 9-10 luglio 1882]. I difensori disponevano solo di cento pallottole per uomo, ma combatterono con tale coraggio tutta la notte contro centinaia di soldati e di indios, che all’alba sconsolata quando ormai non restavano che tre tiratori, gli ufficiali peruviani li supplicarono di arrendersi perché pareva loro un’ignominia ucciderli. Quelli non lo fecero, continuarono a guerreggiare e morirono, la baionetta in mano, gridando il nome della loro patria. Con loro c’erano tre donne, che le turbe indigene trascinarono in mezzo alla piazza insanguinata, violentarono e fecero a pezzi. Una di loro aveva partorito durante la notte in chiesa, mentre fuori il marito si batteva; anche il neonato fu straziato. Mutilarono i cadaveri, aprirono loro i ventri e li vuotarono delle viscere che, stando a quanto raccontavano a Santiago, gli indios poi mangiarono arrostite. Quella brutalità non fu un episodio isolato, la barbarie pervase i due schieramenti in quegli scontri fra truppe di guerriglieri. La resa finale e la firma del trattato di pace vennero raggiunte nell’ottobre del 1883, dopo che le truppe di Cáceres in uno scontro finale un massacro a filo di coltelli e baionette che lasciò sul campo più di mille morti équi il riferimento è alla sanguinosa battaglia di Huamachuco, del 10 luglio 1883, nella quale Cáceres, dopo aver sfiorato una clamorosa vittoria, fu sconfitto irrimediabilmente, anche a causa della mancanza di munizioni e baionette fra le sue truppe, nel momento culminante della lotta]. Il Cile sottrasse al Perù tre province [quelle di Tarapacà, Arica e Tacna]. La Bolivia perse l’unico sbocco sul mare [ossia la provincia e il porto di Antofagasta] e fu obbligata a siglare una tregua indefinita, che si sarebbe protratta per venti anni, sino alla firma di un trattato di pace.»

Cáceres non si arrese mai, però il governo peruviano dovette infine rassegnarsi alla sconfitta e sottoscrivere il trattato di Ancon, il 20 ottobre 1883. Cedette la provincia di Tarapacà; quelle di Tacna e Arica rimasero al centro di una vertenza diplomatica che si risolse solo nel 1929, grazie alla mediazione statunitense, con il ritorno di Tacna al Perù e il mantenimento di Arica al Cile. In ogni caso, il valoroso generale aveva tenuto alta la bandiera dell’onore e dato un potente contributo al rafforzamento dello spirito nazionale peruviano.

Poi, Cáceres fu ripreso dalla smania di partecipare alle lotte politiche interne, maledizione di tutti i “caudillos”, buoni e cattivi. Prese parte alla nuova guerra civile del 1884-85; partecipò alle elezioni e fu eletto presidente dal 1886 al 1890, tentando di riorganizzare il suo disastrato Paese sotto il profilo amministrativo, economico e finanziario; fu di nuovo presidente nel 1894-95, ma venne travolto dalla ennesima guerra civile e dovette rifugiarsi a Buenos Aires fino al 1899. Tornato in patria, scrisse le sue memorie e si spense nel 1923. Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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