martedì, 22 Giugno 2021
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Arrivano i mostri; anzi, i nostri

La tradizione italiana antinazionale. Nell’estate del 1943 era chiaro che l’Asse avrebbe perso la guerra e che la sconfitta era solo questione di tempo perché affondare insieme alla nave e non saltare sul carro del vincitore? di Francesco Lamendola

Poche volte, probabilmente, nel corso della storia, quanto meno nel corso della storia moderna e contemporanea, un esercito invasore si è trovato davanti ad uno spettacolo simile: la popolazione del Paese invaso che esce dalle case, si accalca lungo le strade, si affaccia alle finestre e ai balconi, non per gettare addosso al nemico tutto quel che il furore spontaneo di una cittadinanza invasa può raccattare, ma per applaudire, acclamare, osannare i soldati stranieri; per rimproverarli d’aver tardato tanto; per mendicare da essi cioccolata, sigarette e altri generi di consumo, come una folla di pezzenti in cerca di carità. E tutto questo, con i propri soldati che sono stati appena volti in rotta; che sono stati trattati da delinquenti, non da membri di un esercito regolare, e, talvolta, fucilati sul posto, dopo essersi arresi; e con inverosimili manifestazioni di servilismo da parte degli esponenti e persino dei capi del partito al governo, al quale avevano giurato eterna fedeltà e per difendere il quale avevano promesso, tante e tante volte, d’essere pronti a farsi ammazzare.

Eppure è proprio questo ciò che accadde ai soldati degli eserciti britannico e americano, sbarcati in Sicilia nel luglio del 1943, dopo avere vittoriosamente concluso la campagna d’Africa e dopo avere ottenuto la resa, senza colpo ferire, di agguerrite piazzeforti strategiche, come l’isola di Pantelleria o il porto di Augusta. Uno spettacolo che fu reso ancora più turpe dalla massiccia presenza di personaggi notoriamente mafiosi, tornati a galla con il crollo delle legittime autorità, e, in alcuni casi, direttamente esportati dalle galere statunitensi, nel contesto di un piano scientificamente architettato dai servizi segreti americani per favorire l’invasione dell’isola (cosa che avrebbe regalato all’Italia del dopoguerra una inossidabile restaurazione mafiosa, tuttora perdurante); ma che, sia pure in contesti diversi, si sarebbe puntualmente rinnovato, nel corso dei quasi due anni successivi, lungo tutta la Penisola, mano a mano che gli Alleati la risalivano, con esasperante lentezza, passo dopo passo, dalle spiagge di Gela alle rive del Po e ai piedi delle Alpi, passando per Roma e i valichi dell’Appennino.

La tradizione italiana antinazionale ha origini antiche: dai feudatari, laici ed ecclesiastici, di Berengario II, che chiamano contro il loro sovrano il re di Germania, Ottone, fino a Ludovico il Moro, che invita il re di Francia, Carlo VIII, a scendere in Italia e marciare contro il re di Napoli, Ferdinando d‘Aragona. Nell’estate del 1943, però, non fu soltanto una iniziativa di singole personalità, una congiura di palazzo (ci fu anche quella, peraltro; anzi, la notte del 25 luglio se ne intrecciarono addirittura due o tre: la fascista, la monarchica e la militare), ma un popolo intero, o gran parte di esso, che acclamava l’invasore, si adoperava attivamente per favorirlo, lo accoglieva come un liberatore. Fu allora che nacque la leggenda degli anglosassoni come “liberatori” del popolo italiano; strani liberatori, che avanzavano bombardando spietatamente le città e provocando decine di migliaia di vittime innocenti, e preparavano il futuro asservimento politico dell’Italia, che, una volta finita la guerra, sarebbe durato ininterrottamente sino ai giorni nostri.

Di Luigi Frasca, uno dei non molti intellettuali con la schiena ditta in quel fosco periodo di schiene curve (ma oggi la musica è tutta diversa, si capisce; oggi le schiene dritte sono la regola, non è vero?), avevamo già avuto occasione di parlare in un precedente articolo (cfr. Ricordo di Luigi Frasca, uno dei pochi intellettuali politicamente onesti, sotto il fascismo e dopo, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 18/03/2010). Torniamo a parlarne ora, riportando una pagina tratta dai suoi Taccuini di viaggio: dalla dittatura alla democrazia, in cui descrive il comportamento di tanti fascisti siciliani in quel momento veramente cruciale (in: Arrivano… Gli Americani a Vittoria nell’estate del ’43, a cura di Rosario Mangiameli e Franco Nicastro, Edizioni Comune di Vittoria, 2003, pp. 264-268):

*** [professionista]

Questi aveva chiesto e ottenuto la qualifica di squadrista.

A un mio amico che, me presente  ironizzava amichevolmente sul suo squadrismo, ha risposto che lui, da parecchi anni, non era più fascista – “e questo è bene che si sappia”.

Il mio amico gli ha domanda perché mai, allora, in tutti questi anni avesse mantenuto l’iscrizione al Partito. E lui ha risposo che “capirai” era stato “costretto”, “perché ormai si era ridotti al punto che senza tessera non si poteva più vivere”.

Scusa, questa, semplicemente bugiarda  e vile, perché i liberi professionisti potevano benissimo fare a meno dell’iscrizione al Partito. I medici, i farmacisti, gl’ingegneri, gli agrari che esercitavano la professione libera, se si iscrissero al Partito senza essere intimamene fascisti, lo fecero per naturale istinto servile o ruffianismo o per potersi creare un grimaldello sulla strada del “viver meglio” o per potere più agevolmente ottenere una onorificenza o una carica o un incarico più o meno rimunerato.

*** squadrista, antemarcia, sciarpa-littorio, già fiduciario di Gruppo Rionale, fino al 10 luglio componente la Commissione di disciplina del Fascio.

Incarcerato dagli americani, su denuncia di antifascisti, pochi giorni dopo la loro occupazione della città, e presto rilasciato, ha dichiarato, nell’interrogatorio, che lui era “un povero impiegato” e perciò, per vivere, era stato “costretto” a fare il fascista ecc. ecc.

è vero che tutti gl’impiegati di Stato e quasi tutti gl’impiegati presso uffici pubblici dovevano essere iscritti al Partito; ma è assolutamente falso che alcuno, impiegato o non, sia stato mai “costretto” a farsi riconoscere la qualifica di squadrista, antemarcia, sciarpa-littorio: queste erano le qualifiche che venivano riconosciute agl’interessati su loro stessa istanza e previa documentazione (e spesso, giova ricordarlo, i documenti esibiti attestavano il falso!).

Molti di questi “costretti” debbono anzi a codeste qualifiche, più o meno immeritatamente arraffare se  hanno ottenuto una sistemazione burocratica definitiva, premi in denaro, e aiuti particolari, oltre che dal Partito, anche dallo Stato o da enti pubblici e privati. Mutato vento, eccoli, questi eroi del buon tempo, buttar fango proprio loro, sul Partito, e rinnegare, mettendo fuori la storiella della costrizione, la fede – ammesso che questa gente sia capace di avere una fede – che ostentava di professare.

*** [professionista], squadrista, antemarcia, sciarpa-littorio, [gerarca del Pnf].

A me personalmente, che mi sono avvicinano quando è stato rilasciato dagli americani che lo avevano tenuto in carcere per un po’ di giorni su denunzia di antifascisti, ha detto, alla presenza di una decina di altre persone che, interrogato da un ufficiale americano oriundo italiano che parlava benissimo la nostra lingua, aveva concluso col dire “chiaro e tondo”: “Noi vi aspettavamo, perché, se volete proprio saperlo, noi ne avevamo i c… gonfi del fascismo!”; e accompagnava coi gesti le parole, e alzava la voce, guardando negli occhi uno per uno gli ascoltatori, con l’aria di chi è profondamente convinto di quel che dice e vuole che ne siano ugualmente convinti  anche gli altri.

E gli ascoltatori – parecchi dei quali iscritti, fino al 10 luglio, al Partito, ed uno ex squadrista – *** – espulso dal Partito perché si era rifiutato di far parte di un battaglione squadrista che doveva operare in Balcania, venendo così meno al giuramento prestato)  assentivano, tutti, con cenni del capo e con esclamazioni.

E questo era, torno a ricordarlo [gerarca del Pnf]; uno di quelli, dunque, che si supponevano dotati – almeno in teoria – di fede così pura e incorruttibile che potevano essere designati ad avere funzioni ispettive, nel campo morale, civile, politico – sugli organizzati! […]

Non è il caso di far seguire altri profili per confermare che accanto ai puri, ai pochissimi che non consideravano la parola fascismo come sinonimo di opportunismo o mangiatoia e simili, c’era, in verità, nel Partito, una massa enorme di buffoni e d’ipocriti e di parassiti di varia mole, i quali, al momento in cui avrebbero dovuto dar prova di sapere per lo meno soffrire e subire con dignità lo scatenarsi del vento avverso, non seppero far di meglio che affrettarsi a buttare in mare una fede che non avevano in verità mai professata anche se l’avevano pomposamente ostentata per scopi più o meno inconfessabili.

Ora, se questo fu il contegno che assunsero tanti ex gerarchi e gerarchetti siciliani nel luglio del 1943, sotto l’incalzare dell’invasione angloamericana, sarebbe interessante, e tutt’altro che ozioso, domandarsi quale sarebbe il contegno che assumerebbero tanti italiani, qualora dovessero ripresentarsi delle condizioni storiche simili a quelle di allora. Esistono degli indizi che consentono di delineare uno scenario non troppo fantasioso, anzi, presumibilmente abbastanza realistico, di ciò che accadrebbe: basta vedere come si sono comportati tanti intellettuali, giornalisti, politici, amministratori, docenti universitari, e anche, perché no, vescovi e sacerdoti, nei frequenti ondeggiamenti dell’assetto sociale e culturale, che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, e specialmente gli anni della cosiddetta Seconda Repubblica. Basta vedere con quanto entusiasmo, con quanta commovente dedizione, molti di essi si sono affrettati a scodinzolare presso il potente di turno, sia interno che straniero (leggi: il presidente degli Stati Uniti e la Banca centrale europea). E, poiché tutto si potrà dire delle categorie sopra indicate, ma non che siano composte da sprovveduti, basta osservare come essi sono sempre stati pronti a genuflettersi, in cambio di onori e privilegi, davanti ai veri potenti, i quali non sono, necessariamente, quelli che i mass media dipingono e che l’opinione pubblica crede, bensì dei signori meno propensi a posare davanti alle televisioni, e assai più interessati alla sostanza del potere, che è, in primo luogo, finanziario. E qui intendiamo riferirci alla Massoneria e a tutte le massonerie, ufficiali e ufficiose, più o meno colluse con i servizi segreti, con la malavita organizzata e con potenti referenti internazionali, per i quali l’Italia non è altro che un feudo appena mascherato, sul quale spadroneggiano in quasi assoluta libertà.

Ma com’è che i mostri, i nemici, gli invasori, sono diventati i nostri, cioè gli amici fraterni e i liberatori, nel nostro immaginario collettivo? Certo, si possono chiamare in causa varie spiegazioni: politiche, culturali, sociologiche; si può parlare della ricchezza degli invasori (quelle sigarette e quella cioccolata, regalate con tanta noncuranza: e di quei tempi, poi, quando il popolo italiano era ridotto alla fame e il povero soldato italiano vedeva una sigaretta ogni due o tre giorni, per bene che andasse!); si può parlare del ruolo psicologico svolto dagli italo-americani presenti nelle file dei “liberatori”; si può parlare, a guerra finita, del Piano Marshall; e, naturalmente, del ruolo svolto dalla letteratura, dal cinema, più tardi dalla televisione, nel rafforzare e consolidare codesto mito, che si intreccia con l’altro grande mito: quello di fondazione della Repubblica democratica del 1946, punto d’arrivo di una serie di plateali menzogne e aggiustamenti selettivi della verità storica, mirante a ricostruire una verginità alle classi dirigenti e intellettuali del dopoguerra. Però tutte queste spiegazioni, per quanto valide e plausibili, non convincono del tutto; non soddisfano sino in fondo. Perché non esistono Piani Marshall o menzogne storiche o connivenze mafiose che possano spiegare realmente quel che accadde subito, fin dal luglio del 1943, davanti all’avanzata di un esercito nemico e invasore. Perché gli Italiani di allora si comportarono in maniera così diversa da quelli del 1917, all’indomani di Caporetto, davanti a un altro invasore che scendeva dalle valli alpine e minacciava il cuore della Pianura Padana, cioè la stessa sopravivenza dell’Italia come nazione indipendente e sovrana? Perché nel 1917 si batterono, e si batterono valorosamente, mentre nel 1943 calarono le braghe e leccarono gli stivali dell’invasore?

Dispiace dirlo, ma la risposta ultima ha a che fare non con le circostanze esterne (il fatto che la guerra fosse più sentita nel 1917 che nel 1943: cosa tutta da dimostrare), ma proprio con l’intima essenza del carattere nazionale italiano: cioè con una inveterata abitudine al cinismo, all’opportunismo, al servilismo, al versipellismo. Parliamoci chiaro: i “ragazzi del Piave”, nel 1917-18, furono, sì, eroici: però era chiaro a tutti che la guerra, alla fine, l’avrebbero vinta gli Alleati. I Britannici, i Francesi e gli Americani erano in arrivo; anzi, i primi due erano già schierati nelle retrovie, fin dal novembre 1917, pronti a entrare in linea, se il fronte del Grappa e del Piave avesse ceduto. Nell’estate del 1943 era altrettanto chiaro che l’Asse avrebbe perso la guerra e che la sconfitta era solo questione di tempo. Dunque, perché affondare insieme alla nave? Perché non saltare a tempo sul carro del vincitore? E perché non precostituirsi un credibile alibi giustificativo?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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