sabato, 19 Giugno 2021
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Autocritica onesta di una rivoluzione mancata: il caso di Gino Piastra

Un rivoluzionario? Autocritica onesta di una rivoluzione mancata: il caso di Gino Piastra. Genovese è possibile che il suo nome non dica nulla all’Italiano medio dei nostri giorni, e assolutamente nulla di nulla a un giovane di Francesco Lamendola  

È possibile, anzi probabile, che il nome di Gino Piastra, genovese, non dica nulla all’Italiano medio dei nostri giorni, e assolutamente nulla di nulla a un giovane.

È un peccato, perché Gino Piastra è stato un grand’uomo: grande nel coraggio fisico e morale, grande nell’onestà intellettuale e grande nello slancio generoso dei sentimenti. Ne avessimo ancora, di uomini così, a destra oppure a sinistra, poco importa: uomini veri, non smidollati chiacchieroni o furbastri da quattro soldi, pronti a vendersi al primo venuto.

Eppure ci sarebbe più di un motivo per ricordare Gino Piastra; almeno due: come uomo politico e come scrittore.

La dicitura “uomo politico” è, in verità, alquanto pomposa e lui, crediamo, non l’avrebbe gradita: Piastra fu essenzialmente un rivoluzionario, un agitatore politico e sindacale; un socialista dalla fede purissima, disilluso dal comportamento del Partito Socialista nel primo dopoguerra e vanamente battutosi contro il fascismo, di cui finì per riconoscere i meriti storici, senza per questo essersi venduto o, come allora si usava dire, aver “tradito la Causa”.

Come scrittore, Gino Piastra ha legato il suo nome ad alcuni libri che meriterebbero di essere ristampati e riletti, perché – nonostante alcuni difetti d’impostazione e di stile: sono, del resto, i libri di un intellettuale “sui generis”, di un “enragés” e non di uno scrittore da tavolino, di un dottrinario da salotto – hanno ancora più di qualcosa da dire, nella sincerità che li pervade come nella perennità dell’afflato umano che li anima.

Alcuni descrivono la vita della sua veccia Genova, i quartieri della città vecchia, il porto, le prostitute, la gente semplice: quella “poesia onesta” della vita (direbbe Saba; ma il paragone più immediato è con un altro rivoluzionario deluso, Lorenzo Viani) che sa vedere il fiore in mezzo al letame e se ne ride di “amore” che fa rima con “cuore”; quella Genova, insomma, che Fabrizio De André ha saputo cantare, con dolente e amorevole partecipazione, in alcune delle sue più belle canzoni.

Ricordiamo, fra questi libri, «Luci ed ombre della Superba»; fra quelli che narrano la sua avventura politica e umana, «Il viandante senza meta» e specialmente «Memorie di un illuso. La truffa rivoluzionaria e quella neo-garibaldina».

Sono soprattutto questi ultimi a far capire la ragione principale di un sì lungo e tenace oblio, di un sì rancoroso ostracismo nei confronti della sua memoria da parte dell’establishment culturale italiano, uscito dal disastro della seconda guerra mondiale con la pesantissima eredità di un rinnovato culto dell’ipocrisia, sotto gli auspici della dominante cultura d’ispirazione marxista.

È la stessa ragione per la quale sono stati così a lungo dimenticati i due fratelli Guido e Mario Bergamo, altri personaggi significativi di quel dilemma morale che travagliò gli uomini migliori fra il 1919 e il 1925 e il cui ricordo è stato rimosso dal salotto buono del “politicamente corretto” a causa dell’eterodossia delle loro posizioni: anch’essi antifascisti, anch’essi perseguitati e più volte arrestati e costretti all’esilio; anch’essi, alla fine, rientrati in Italia non per viltà d’animo o, peggio, per servilismo verso la parte politica vincente, ma per disgusto degli ambienti dell’emigrazione e nella piena consapevolezza della propria integrità morale.

Secondo il rigorismo da strapazzo di certa sinistra “ortodossa”, un socialista che finisce per venire a patti col fascismo non può essere che un venduto, spinto magari dalle più sordide ragioni di opportunismo personale.

Nemmeno un’ombra di autocritica sul perché alcuni dei migliori socialisti se ne siano andati dal partito, e questo già prima della guerra del 1914-18; nemmeno un’ombra di autocritica sugli errori madornali, dovuti in parte a velleitarismo e ad autentica stupidità, commessi fra il 1919 e il 1922. Nemmeno una parola di autocritica sulla immensa sciocchezza di prendersela con i reduci dal fronte, con gli ufficiali, con gli arditi, perfino con i mutilati e gli invalidi di guerra; di aver riversato il proprio odio sulla piccola borghesia rovinata a sua volta, invece che sui pescecani che si erano arricchiti con la guerra: finanzieri, grandi industriali, faccendieri d’ogni genere. Nemmeno una parola di autocritica per aver rifiutato di riammettere nelle proprie file quanti, nel 1915, in perfetta buona fede, scelsero la causa dell’interventismo, non in chiave nazionalista e imperialista, ma in chiave rivoluzionaria o anche “semplicemente” democratica (e vi furono tra essi, a livello europeo, personaggi della statura di un Piötr Kropotkin…).

E nemmeno una parola di autocritica, infine, sul fatto di aver lasciato esulare, anzi, di aver letteralmente cacciato il più capace, il più intelligente, il più determinato dei propri uomini d’azione e di pensiero, Mussolini stesso: l’unico di cui Lenin in persona aveva detto che possedeva la vera tempra del rivoluzionario. Il solo Luigi Fabbri, in un momento di sincerità, si è posto l’interrogativo se il più grande errore dei socialisti non sia stato proprio quello di aver tanto parlato a vanvera della rivoluzione, senza mai neppur tentare di farla; e il solo Armando Borghi si è domandato, nelle sue memorie, se tale atteggiamento non abbia spinto precisamente Mussolini a fare la “sua“ rivoluzione, senza di loro e contro di loro, quando le cose avrebbero potuto andare in tutt’altra maniera: ma per rispondere subito negativamente, senza ulteriore approfondimento.

Del resto, che il fascismo sia andato al potere, in Italia, molto più per la debolezza e l’insipienza degli antifascisti, che non per la propria forza e per l’abilità dei suoi capi, è cosa che ormai quasi tutti gli storici ammettono, magari a mezza bocca, pur senza avere, in genere, il coraggio di trarne le inevitabili conclusioni politiche: vale a dire che la classe politica socialista (ed anche, sia pure per ragioni in parte diverse, quella cattolica) non era all’altezza di diventare classe dirigente: neppure quando i vecchi liberali erano ormai rassegnati all’inevitabile ed a passare le consegne con il minimo di scompiglio e di resistenza.

Peccato che quella stessa classe politica mancata sia giunta ugualmente al potere, nel 1945, non per merito proprio, ma per la forza delle armi straniere (come già accaduto tante, troppe volte nella storia italiana): e ne è seguita la lunga stagnazione del dopoguerra, che è finita, dopo ingloriosa e interminabile agonia, così come doveva finire: con la totale dissoluzione sia della Democrazia Cristiana, sia del Partito Socialista e di quello Comunista. Quando la “guerra fredda” è terminata e le baionette straniere hanno allentato la presa, il regime politico democratico e antifascista è crollato come un misero castello di carte. Ma neppure allora si è avuto il coraggio di fare una seria autocritica, specialmente a sinistra; neppure allora si è trovato di meglio da fare che inveire contro chi è stato lesto a colmare quel vuoto e ad afferrare il potere, quel potere che non si era saputo né gestire, né avversare…

Ma torniamo a Gino Piastra.

Nella sua lucida, impietosa, sferzante autobiografia politica «Memorie di un illuso» (Genova, Casa Editrice Apuania, 1925, pp. 123-25) egli descrive, fra l’altro, con poche efficacissime pennellate, quella che definisce “l’ultima pazzia” commessa dalla direzione del Partito Socialista, dopo tanti altri errori clamorosi: la proclamazione dello sciopero generale “legalitario” (palese contraddizione in termini: gli scioperi generali si fanno contro il governo o non si fanno) dell’agosto 1922, che fece calare veramente la pietra tombale su ciò che restava del movimento antifascista e sulle speranze rivoluzionarie dei lavoratori italiani:

«Qui salto un altro periodo che in parte si riconnette al mio arresto, alla lunga ed ingiusta detenzione in carcere, e alla conseguente assolutoria in Corte d’Assise, dopo il noto processo.

In marzo del 1922, erano appena una ventina di giorni ch’ero uscito da “Marassi” [il noto carcere genovese], quando incontrai sotto i portici dell’Accademia, Vannuccio Faralli, il quale mi disse: “Senti, tu sei l’unico che a Genova possa organizzare gli ‘arditi del popolo’ perché malgrado i nostri svariati tentativi non vi siamo ancora riusciti.  Sai – aggiunse – dopo la fusione che abbiamo fatto con gli autonomini ci sono anche dei quattrini”.

Io mi sentii avvampare udendo parlare di quattrini, perché nella mia cita di propagandista e di organizzatore  non ho mai, mai fatto nulla per guadagnare quattrini. Chiesi a Faralli perché gli “arditi” non li organizzasse lui, ma mi rispose che non  ne aveva il tempo e la possibilità.

Però tentai, ma in capo ad un mese dovetti convincermi che qualunque impresa  che presentava del rischio non affascinava né capi, né gregari del Socialismo, e tanto più mi convinsi del’inutilità dei miei sforzi il giorno che chiamato in Questura mi sentii dall’ineffabile cav. Romano – capogabinetto del Questore – notificare la diffida a desistere dal mio proposito  Indubbiamente c’era qualcuno che mi voleva bene e non voleva vedermi mischiato ad altre pericolose avventure!!!

Io intanto ero stanco, nauseato di tutto: avevo 26 anni e sentivo che dovevo un po’ pensare alla mia famiglia e un po’ meno agli altri, per i quali ormai v’era quasi più nulla da fare. Quindi mi ritirai dalla vita politica attiva.

Stetti appartato fino allo sciopero famoso dell’agosto 1922. Sciopero pazzesco, idiota, col quale stupidamente si buttò il popolo al macello. Movimento inconclusivo con cui si spinse a morire dell’altra gente.  Dopo la caporetto delle fabbriche scioperi generai di tal genere non era più il caso di farne, perché condannati al fallimento prima della nascita. i dirigenti  del movimento operaio e socialista dovevano pensare due anni prima, quando avevano il coltello dal manico, a dare una battaglia decisiva,  per non trovarsi un giorno nella situazione che i loro errori andavano man mano creando. Ma allora non ne fecero mai una di buona e meno ancora fu questa.

Spinsero in piazza un gregge sbandato e passivo, e non si Misero alla sua testa. Lo ovattarono ben bene di rassegnazione, di spirito pacifico; lo invitarono alla “serenità e calma dei forti” quindi lo abbandonarono al massacro. In quello sciopero disgraziato trovarono la loro morte civile tutti i capi del sovversivismo parolaio italiano. Nessuno ebbe un gesto di fierezza o di audacia. Non fecero alcun tentativo disperato e glorioso e neanche sepero farsi seppellire sotto le rovine della propria organizzazione o avvolti nella propria bandiera. La morte maschia di un solo capo avrebbe potuto ancora galvanizzare il proletariato  e probabilmente la situazione avrebbe subito delle modifiche, o per lo meno il loro gesto si sarebbe imposto agli avversari e alle autorità.

Invece i capitani del popolo si mostrarono delle femminucce, rammolliti e in preda al panico. I fascisti non faticarono molto ad aver ragione delle madre: bastarono due giorni soli per farli diventare i padroni assoluti della piazza; soltanto commisero uno sbaglio: picchiarono sodo su chi non aveva colpa e dimenticarono i capoccia. Già è vero: non potevano martellare sulle loro zucche perché il primo giorno di sciopero erano subito scappati tutti!

Ancora una volta, e per l’ultima, m’imbrancai coi ribelli, ma sapevo che non v’era nulla da sperare, non si poteva far più niente.  Soltanto gl’imbecilli potevano prevedere altra conclusione che non la disfatta.  La notte del 3 agosto ci ritrovammo a Ponte Pila; eravamo i rottami delle passate agitazioni, i minorati di tutte le insurrezioni, i soliti disperati qualche recluta: i formatori del più arrabbiato manipolo.

In linea per l’ultimo tentativo.

Con dei lastroni che sui trovavano lì presso fu innalzato un simulacro di barricata, dieci rivoltelle e parecchie lame di acciaio la guarnirono; alcune dozzine di proiettili e Molti ciottoli.

Ma era inutile. Venti contro uno marciavano di corsa all’assalto e le guardie regie avevan mitragliatrici e autoblindate. La volontà sole non sarebbero bastate ed il sacrificio in tali condizioni era suicidio, quindi ci disperdemmo.

A Boccadasse, in faccia al mare e sotto il sole,  gli ultimi rivoluzionari genovesi imprecarono ala viltà de’ capi  ed allo sbandamento delle masse. Tutti avevano la morte nel cuore, la morte del popolo.

Qualcuno, con l’anima in pezzi, piangeva.»

Segue una considerazione intellettualmente lucida e onesta, quale pochi socialisti hanno osato fare, sulla reale natura del capo del fascismo; perché, se l’avessero fatta – allora o anche poi – avrebbero dovuto biasimarsi troppo per lo spirito stupidamente dottrinario con cui lo avevano allontanato, facendosene un mortale nemico (un nemico relativamente clemente, però: fu lui a salvare la vita di uomini come i fratelli Bergamo, fermando gli assassini già pronti a colpire, e a cercare la riconciliazione perfino dopo che la seconda guerra mondiale era incominciata, ad esempio con i circoli degli emigrati di Parigi):

«La piazza è l’unico ambiente rivoluzionario veramente ed i fascisti di essa padroni ne subirono immediatamente il fascino. Mussolini, cervello eccezionale, rivoluzionario fin nel midollo delle ossa,  aveva sempre avuto una voglia matta di cacciarsi in mezzo al popolo per condurlo ala grande battaglia.  Fino allora era stato tenuto lontano dai kriss avvelenati dei lanzichenecchi  del socialismo addomesticato, ma pochi mesi dopo  quell’infelice sciopero,l buttava la sua gioventù su Roma  infrollita e la ghermiva con mano salda. Era il solo ribelle fra tanti, che aveva avuto il coraggio di fare sul serio la Rivoluzione!

Nello stesso giorno, a fianco della casa di Cristoforo Colombo in Vico Dritto Ponticello, i rivoluzionari più fortunati di me mi spaccavano la testa.

Non era la prima volta e… neanche l’ultima »

Questo era l’uomo, queste le sue convinzioni, questa la sua perfino imbarazzante libertà di pensiero e di giudizio: l’esatto contrario del rivoluzionario imbottito di dottrina e di teorie, in nome della cui “purezza” è disposto a dare torto anche ai fatti, piuttosto che a se stesso.

Gino Piastra era uno che, con i fatti, sapeva fare onestamente i conti: perché, uomo del popolo, conosceva i lavoratori non attraverso la lettura di qualche libro o una qualsiasi forma di fantasticheria romantica, ma perché era anch’egli uno di loro.

Ma tant’è: la sinistra marxista italiana, come si diceva dei Borboni, non ha mai saputo né dimenticare, né imparare qualcosa dai propri errori. Il suo dramma è stato quello di esser guidata da demagoghi parolai i quali, dietro la maschera di un massimalismo rigoroso e intransigente, non sono mai stati capaci di muovere un dito per proporsi come nuova classe dirigente, nemmeno quando si presentavano loro le occasioni più propizie.

E continuano a parlare, a parlare, a parlare. Ma la realtà è che ci stanno fin troppo bene, nella loro mediocrità. Come avrebbero potuto far carriera, altrimenti, e così a lungo, tante emerite nullità del mondo politico e sindacale?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 12/04/2010 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Novembre 2020

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