lunedì, 14 Giugno 2021
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Bezymianny e Katmai, le due maggiori eruzioni vulcaniche del XX secolo

Bezymianny e Katmai, le due maggiori eruzioni vulcaniche del XX secolo. Non sempre i più grandi sconvolgimenti di quel grande corpo vivo che è il nostro Pianeta sono percepiti dagli esseri umani in tutta la loro portata di Francesco Lamendola 

Non sempre i più grandi sconvolgimenti di quel grande corpo vivo che è il nostro Pianeta sono percepiti dagli esseri umani in tutta la loro portata, perfino quando si verificano in maniera improvvisa e altamente spettacolare. Noi, infatti, siamo soliti rapportare ogni cosa alla nostra condizione, che immaginiamo essere “al centro” della Natura, confondendo un (eventuale) concetto metafisico con la realtà delle cose sul piano puramente materiale. Di conseguenza, quegli eventi sismici o vulcanici, quei maremoti e quelle cadute di meteoriti che si verificano in zone più o meno densamente popolate dagli uomini, colpiscono al massimo la nostra immaginazione; gli altri, quelli che si verificano in zone desertiche, o in mezzo agli oceani, o anche sotto la superficie marina, passano pressoché inosservati e, se pure gli strumenti scientifici ne registrano lo svolgimento, il grande pubblico ne viene raramente a conoscenza e, in ogni caso, ne resta ben poco impressionato, tanto da dimenticarli in fretta.

In un certo senso, è logico che la psicologia umana riconduca ogni evento e ogni situazione a ciò che concerne le creature umane, specialmente da quando la cultura moderna ha fatto piazza pulita della metafisica, cioè dell’ordine soprannaturale, riducendo la visione del reale alla sola sfera delle realtà visibili, tangibili, misurabili e quantificabili, suscettibili di studio da parte della ragione calcolante e strumentale. Un po’ meno logico che i filosofi si siano accodati all’andazzo comune e, perdendo di vista il giusto ordine di rapporti fra le parti e il tutto, si siano sdraiati anch’essi su di una visione ingenuamente antropocentrica, sia che questa si collochi sotto il segno dell’ottimismo (l’uomo al centro del mondo e “padrone” di ogni cosa), sia che si ponga, in modo altrettanto banale e superficiale, sotto il segno del più nero pessimismo (l’uomo come un ente casuale ed “inutile”  gettato in mezzo a un caos di altri enti, del pari inutili e casuali).

Sia come sia, la confusione concettuale oggi imperante è tradita dal linguaggio, prima ancora che dai contenuti del discorso sul rapporto fra uomo e natura: noi parliamo, ad esempio, di “catastrofi naturali” per intendere quelle che colpiscono la presenza umana – o, in senso più limitato, quella della fauna e della vegetazione -, senza tener conto del fatto che “catastrofe” è un concetto che implica un giudizio di valore di segno negativo e che sottintende, fra l’altro, lo stato di quiete come quello “normale” e, in ogni caso, “ideale”; mentre in natura la quiete non esiste, tranne – e solo apparentemente – nella morte, perché in natura tutto è movimento, mutamento, trasformazione. Che poi il movimento si realizzi in maniera lenta e graduale, come l’erosione di una costa marina rocciosa, a stento percepibile nell’arco di una generazione umana, e perfino lentissima, come lo scorrimento delle placche tettoniche e il relativo avvicinamento o allontanamento reciproco delle terre emerse; oppure che si verifichi in maniera brusca e improvvisa, come appunto in quei caso che noi siamo soliti definire “catastrofici”, è cosa, in fondo, secondaria, perché non fa che confermare l’assunto principale: che, in natura,  nulla sta fermo, tutto si trasforma; e, di conseguenza, gli esseri viventi – tutti, e non solamente l’uomo – devono continuamente adattarsi, se lo possono, a tali processi, oppure scomparire.

Questo, da un punto di vista filosofico, non equivale affatto a sminuire il ruolo dell’uomo, la sua dignità, e, fors’anche, la nemmeno la sua “centralità”: significa ricondurre tali attributi alla sfera che è loro propria, quella spirituale, dalla sfera arbitrariamente invasa, quella materiale. In quest’ultima, infatti, l’uomo è davvero la più fragile delle specie viventi: tanto è vero che, dopo i peggiori eventi catastrofici, là dove la sua presenza viene completamente annichilita, numerose specie animali e vegetali riewscono, invece, a sopravvivere, riconquistando il terreno perduto e tornando a popolare le zone temporaneamente abbandonate.

Ci sono stati due casi particolarmente grandiosi di eruzioni vulcaniche, verificatesi proprio nel secolo appena trascorso, di cui il grande pubblico ignora, probabilmente, anche la semplice esistenza; mentre tutti, o comunque moltissimi, conoscono il nome del vulcano Krakatoa, esploso in maniera drammatica e spettacolare nel 1883, e perfino quello di Tunguska, il fiume della Siberia presso cui cadde un meteorite di notevoli dimensioni, o forse una cometa, nel 1908; per non parlare delle catastrofi naturali accadute negli Stati Uniti e in Europa, come il tremendo terremoto di San Francisco, nel 1906, o quello di Messina, sempre del 1908. Alludiamo alle due eruzioni vulcaniche del Bezymianny, del 1956, nella Penisola di Kamcatka (m. 2.882, posto nella Siberia orientale) e del Katmai, del 1912, nella Penisola d’Alaska (m. 2.047, situato all’estremità occidentale dello Stato omonimo nordamericano), quest’ultima particolarmente notevole, dal punto di vista geologico, perché di tipo “ignimbritico”, cioè verificatasi in un’area vulcanica con magma ad alto contenuto di silicio, e caratterizzata da una eccezionale potenza distruttiva.

L’eruzione del Bezymianny, in particolare, sembra potersi accostare, per intensità e imponenza, a quella avvenuta nel 1980 sul Monte Sant’Elena (Mount St. Helens, nello Stato di Washington, da non confondersi con il quasi omonimo Mount Saint Helena, in California, più piccolo ma reso celebre perché descritto dal romanziere Robert Louis Stevenson nel suo libro di viaggi e avventure «The Silverado Squatters»). L’eruzione del St. Helens fece alcune decine di vittime, ma venne ripresa in diretta e resa celebre perfino dal cinema, dato che ebbe luogo in una zona abitata (sia pure a bassa densità di presenza umana); mentre quella del Bezymianny, così come quella, quarantaquattro anni ‘rima, del Katmai, si verificò in un’area praticamente disabitata e, per giunta, posta al di là di quella che era allora la “Cortina di Ferro”, dalla quale, come è noto, ben poche notizie trapelavano in Occidente, specie se si trattava di notizie non favorevoli alla propaganda sovietica).

Hanno scritto Mario e Gabriella Ruggieri nella monografia «I vulcani della Terra» (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1978, pp. 90-1):

«Avrebbe potuto seppellire una città come Parigi sotto uno strato di cenere alto 10 m. Eruttò qualcosa come 2 miliardi e mezzo di tonnellate di materiali in un’esplosione  di potenza pari, secondo alcuni, a quella del Krakatoa. L’eruzione del Bezymianny, un vulcano di 3.000 metri [in realtà, come abbiamo detto, attualmente le misurazioni geodetiche danno un’altezza di 2.882 metri s. l. m.: sembra che 250 metri di rioccia alla sommità siano stati letteralmente annientati, per un volume di 0,5 km cubi] nella penisola della Kamcatka (Siberia), il 30 marzo 1956, si verificò fortunatamente in una zona quasi desertica. Ma non solo: era stata prevista con un anticipo di parecchi mesi dai vulcanologi russi. In un osservatorio situato sul vulcano Kljucevskaja gli scienziati avevano registrato, a partire dal settembre dell’anno prima, una serie di scosse sismiche i cui grafici convergevano sul Bezymianny (la montagna senza nome), vulcano ritenuto ormai spento. Le eruzioni erano iniziate in forma attenuata il 22 ottobre 1955, continuando con attività sempre maggiore fino all’esplosione finale del marzo seguente.

L’attività vulcanica presente in Kamcatka col Bezymianny e altri 26 vulcani attivi continua intensa nelle Aleutine, il grande arco di isole che racchiude a sud il mar di Bering tra la Siberia e l’Alaska.

Le Aleutine sono un allineamento di 40 strato-vulcani, di cui 27 attivi. Alcuni sono di formazione recente: l’isola Bogoslof, costituita da un gruppo di cupole di ristagno attive, è emersa dalle acque nel 1796. Le era stato dato a quei tempi il nome di Joanna Boguslawska (tutta la regione apparteneva allora ai russi); ancora otto anni dopo che erra nata dal mare non era stato possibile mettervi piede per l’intenso calore emanato dalle lave. Frequenti eruzioni ne mutarono negli anni l‘aspetto e la morfologia.

Come nel caso della Kamcatka, anche in Alaska i maggiori vulcani attivi si trovano allineati sul prolungamento di un arco insulare, quello delle Aleutine. Ma le analogie non si fermano qui: anche in Alaska una spaventosa eruzione, quella del Bezymianny, non ebbe effetti disastrosi semplicemente perché colpì una regione quasi desertica. Il 6 giugno 1912 il Katmai esplose senza preavviso, liberando una potenza enorme, pari a quella del Bezymianny. La sommità del cono crollò, lasciando un cratere del diametro di 4 km., successivamente occupato da un lago. Ai suoi piedi vi fu un’eruzione lineare esplosiva in grande stile: da varie fratture laterali fuoriuscirono nubi ardenti costituite da pomici e finissime schegge incandescenti sospese in gas ad alta temperatura e in grado di espandersi a grande velocità (100 km. orari circa) fino a centinaia di chilometri di distanza.

I materiali solidi trasportati dalle nubi ardenti, una volta depositatisi e consolidatisi, formano in questi casi dei tufi compatti rinsaldati chiamati ignimbriti. Eruzioni di questo tipo sono le più impressionanti che si conoscano: se un’eruzione ignimbritica avvenisse improvvisamente in un’area densamente popolata, il suo effetto distruttivo sarebbe totale, senza alcuna possibilità di difesa.

Il Katmai rappresenta fortunatamente l’unico esempio sicuro di eruzioni ignimbritica avvenuta in tempi storici.»

Eventi come quelli del Bezymianny e del Katmai, dunque, ci ricordano, da un lato la piccolezza e la fragilità dell’essere umano nel contesto della natura, di cui egli fa parte, e, dall’altro, la soggettività e la relatività delle informazioni di cui disponiamo, e della selezione impropria che operiamo, a seconda che gli eventi riguardino direttamente, oppure no, la sorte dei nostri simili.

Dalla prima di queste due conclusioni Voltaire, nel «Candide» e nel «Poema sul terremoto di Lisbona», ne dedusse, arbitrariamente, l’insignificanza dell’uomo nel contesto della natura: mentre una cosa è esser piccoli e fragili, un’altra cosa, e ben diversa, è essere insignificanti. Inoltre il filosofo francese si convertì dall’ottimismo al pessimismo, in aperta polemica con la «Teodicea» di Leibniz: come se la presenza del male fisico fosse la stessa cosa di quella del male morale e come se dai fatti della natura si potesse trarre una conclusione qualsivoglia sulla bontà del progetto divino riguardo alla Creazione. Il che mostra soltanto quanto fosse povero e superficiale il pensiero di colui che viene considerato – e, il più delle volte, lodato ed esaltato – come il maggiore esponente del movimento illuminista. Perfino uno studentello di metafisica, assai prima del “dotto” XVIII secolo, avrebbe visto la confusione operata da Voltaire fra l’ordine delle cose naturali e quello delle cose soprannaturali e avrebbe riconosciuto che nessun giudizio può essere inferito partendo da una premessa così vistosamente sbagliata.

Dalla seconda conclusione, vale a dire la soggettività e imprecisione dell’idea che gli esseri umani si fanno dei fenomeni naturali e del rapporto che esiste fra loro e quelli, emerge che dovremmo stare attenti a non cadere in un grossolano antropocentrismo e ricordarci sempre che il nostro punto di vista, quando si parla della natura, è più o meno quello di una formica la quale, arrampicatasi in cima a un sasso, creda e di essere giunta sulla sommità del mondo e che, da lassù, abbia la pretesa di giudicare ogni cosa, perfino sulla natura del Bene e del Male. Eppure noi tendiamo continuamente a dimenticarci di questa elementare verità, anche per l’illusorio senso di onnipotenza che ci deriva dai sedicenti progressi nel campo della manipolazione genetica, e lo si vede continuamente dal nostro modo di esprimerci: quando, ad esempio, parliamo di “montagna assassina”, o di “squali killer”, mentre dovremmo parlare, semplicemente, di alpinisti e di bagnanti imprudenti o sfortunati.

Ogni qualvolta gli esseri umani si prendono troppa confidenza con le forze della natura, commettono l’errore di sopravvalutarsi e si espongono a terribili conseguenze. C’è una fotografa sudafricana, Lesley Rochat, che si è specializzata nel nuotare accanto agli squali, nell’accarezzarli come fossero cagnolini: si espone continuamente a un rischio tremendo, perché l’intelligenza, il coraggio e la buona volontà non bastano a improvvisare un ponte comunicativo con creature profondamente diverse da noi, il cui cervello funziona in altro modo e il cui linguaggio gestuale è, anch’esso, radicalmente differente. Ebbene, di questa imprudenza, e sia pure dettata (ma non sempre) da rispettabili motivazioni, siamo un po’ tutti partecipi: sottovalutiamo continuamente la forza degli elementi naturali e degli altri abitanti del pianeta e poi ci meravigliamo e restiamo sconvolti quando i fatti ci costringono a toccare con mano la nostra piccolezza. Da qualche tempo è entrata nell’uso comune una orribile espressione, riferita non solo – il che è legittimo – ad edifici o centri urbani, ma anche – il che è alquanto presuntuoso – a vallate, montagne, fiumi e torrenti: “mettere in sicurezza”. Certo, se una parete di riccia è franosa e sotto di essa scorre un’autostrada, bisognerà approntare delle reti metalliche per evitare che i veicoli siano travolti dal distacco delle pietre; tuttavia, perfino in casi apparentemente così semplici ed evidenti, la domanda che dovremmo farci è sempre a monte dell’ovvio, e in questo caso suonerebbe più o meno così: «Ma è stato saggio, è stato ragionevole progettare e realizzare un tracciato autostradale ai piedi di una parete rocciosa di tipo franoso?». È la domanda che avrebbero dovuto farsi i progettisti e i costruttori della diga del Vajont: è saggio, è prudente realizzare un lago artificiale ai piedi di una montagna franosa e a monte di una valle densamente abitata?

Sappiamo quale sia la risposta che prontamente, senza neanche riflettere per un momento, quasi come fosse un riflesso condizionato, forniscono in simili casi i fautori del “progresso”; più che una risposta, è una contro-domanda: «Volete forse fermare il Progresso»? E, con ciò, ritengono di aver detto tutto e di aver chiuso la bocca per sempre ai loro petulanti critici. Già, il Progresso. Vale a dire, guarda caso, proprio quella “religione” di cui essi si sono auto-nominati i depositari, i sommi sacerdoti, i giudici, i custodi e i poliziotti. Un po’ troppe cose insieme, non vi fare, signori del Progresso? C’è un conflitto d’interessi, grande come una montagna (speriamo non troppo franosa), in quel che dite e in quello che state facendo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Novembre 2020

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