venerdì, 24 Settembre 2021
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Che errore l’attacco tedesco all’U.R.S.S., invece di colpire i Britannici nel Medio Oriente

Che errore l’attacco tedesco all’U.R.S.S., invece di colpire i Britannici nel Medio Oriente. La politica estera della Gran Bretagna è sempre stata quella di tenere divisa e frammentata l’Europa quella francese la Germania di Francesco Lamendola 

La politica estera della Francia e la sua strategia militare sono sempre state rivolte all’obiettivo di tenere divisa e frammentata, il più possibile, la Germania; quelle della Gran Bretagna, di tenere divisa e frammentata l’Europa. Ed è noto che la strategia militare britannica, mirante a piegare ed abbattere la potenza europea che, di volta in volta, giunge ad esercitare un accentuato ruolo egemonico sul continente (la Spagna, la Francia, la Germania, in successione), consiste, da sempre, in una manovra che si può suddividere in tre fasi: 1) il blocco navale, per spazzare via i suoi commerci e soffocarla mediante l’interruzione dei rifornimenti provenienti dagli altri continenti; 2) la ricerca di nuovi alleati sul continente stesso, onde alimentare la lotta e accentuare la pressione, servendosi di altri Paesi, dopo aver offerto loro sostegno tecnico e finanziario e promettendo vantaggi territoriali; 3) l’individuazione del punto debole del sistema difensivo avversario e lo sviluppo di una decisiva azione offensiva verso il cuore di esso, inviando una propria forza militare, con l’eventuale sostegno degli alleati. In altre parole: logorare; accerchiare; colpire al cuore.

Al principio della seconda guerra mondiale, come già al tempo delle guerre napoleoniche, questa strategia fu messa parzialmente in crisi dal fatto che la potenza egemone sul continente,  stavolta la Germania, spazzò via rapidamente entrambi gli alleati dell’Inghilterra (prima la Polonia, liquidando il fronte orientale in sole tre settimane; poi la Francia, liquidando anche il fronte occidentale in quattro settimane) e, per giunta, con le campagne di Danimarca e Norvegia e la rapida occupazione dell’Olanda e del Belgio, tolse alla Gran Bretagna tutti gli eventuali punti di appoggio per effettuare degli sbarchi alle spalle o sul fianco del sistema avversario (è da notare che, nel caso della Norvegia, l’invasione tedesca precedette di pochissimo un analogo piano britannico). Se si aggiunge che la Spagna e perfino il Portogallo, suo tradizionale alleato, erano neutrali e propendevano, ideologicamente, per la Germania; che l’Italia, legata alla Germania dal Patto d’acciaio, aspettava solo il momento adatto per entrare nella lotta; che la Finlandia era stata aggredita e sconfitta dall’Unione Sovietica, senza aver potuto fare nulla per aiutarla (cfr. il nostro articolo: «La coda di paglia della storiografia inglese e la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/03/2010); e che, dopo la firma del patto Molotov-Ribbentrop, l’Unione Sovietica era diventata amica della Germania, con cui si era spartita la Polonia, e sua fornitrice di materie prime, ciò che aveva pressoché annullato gli effetti del blocco  navale: ebbene, da tutto ciò si comprende come la Gran Bretagna, nel giugno del 1940, pur avendo salvato il proprio esercito grazie al (preteso) “miracolo” di Dunkerque, si trovava nella difficile situazione di non avere né alleati da suscitare contro il suo nemico, né punti strategici attraverso i quali colpirlo.

In altre parole: l’immenso Impero britannico, con centinaia di milioni di abitanti e riserve di materie prime pressoché illimitate, era stato messo in condizioni di non poter fare nulla contro la Germania; perfino un eventuale intervento statunitense, che allora appariva improbabile, non avrebbe cambiato di molto la situazione, stante l’estrema difficoltà di tentare uno sbarco sul continente senza disporre di alcun punto d’appoggio, alcun alleato, e con l’esercito tedesco praticamente intatto, libero di spostare tutto il suo peso in Occidente; al contrario, era la stessa Gran Bretagna a dover temere uno sbarco e una invasione, e la sua schiacciante supremazia aeronavale non le garantiva ancora la sicurezza di poter evitare una simile eventualità, oppure di poterla fronteggiare vittoriosamente, qualora si fosse verificata.

È vero che neppure uno sbarco tedesco in Gran Bretagna (la famosa Operazione “Leone Marino”) avrebbe avuto carattere risolutivo, perché la famiglia reale, il governo, il parlamento e il tesoro avrebbero potuto trasferirsi a Terranova, o in un altro punto del Canada, e da lì proseguire la lotta, senza che le immense risorse umane ed economiche dell’Impero ne fossero minimamente intaccate, e, anzi, rafforzando la contiguità strategica e la collaborazione con gli Stati Uniti. Il colpo sarebbe stato tuttavia fortissimo, sul piano morale e psicologico, dal momento che nessuna invasione aveva più avuto successo, in Gran Bretagna, dopo quella normanna del 1066, con la sola eccezione di quella di Guglielmo d’Orange del 1688 (quest’ultima, però, sollecitata dallo stesso parlamento inglese e da gran pare dell’opinione pubblica, contraria alla dinastia cattolica degli Stuart).

Questa era la situazione nel giugno del 1940, quando l’intervento in guerra dell’Italia modificò profondamente il quadro strategico. L’impero coloniale italiano in Africa era contiguo a quello inglese; il Mediterraneo era una via di transito essenziale per la strategia globale britannica; una avanzata dell’Asse dalla Libia verso il Medio Oriente avrebbe minacciato i campi petroliferi di quella regione e incoraggiato una rivolta antri britannica dei popoli arabi, dall’Egitto all’Iraq, ripercuotendosi fino in India; infine, l’attacco italiano alla Grecia, alla fine di ottobre, metteva in ebollizione i Balcani, preparava ulteriori sviluppi in Jugoslavia, in Bulgaria, e fino all’isola di Creta, portando, nello stesso tempo, i campi petroliferi romeni, ora controllati dalla Germania, entro il raggio d’azione dei bombardieri britannici.

Ha osservato lo storico militare Guido Gigli nel suo saggio «Lineamenti politico-strategici della seconda guerra mondiale» (in: «Questioni di Storia contemporanea», a cura di Ettore Rota, Milano, Marzorati Editore, 1955, vol. 4, pp. 1339-1340):

«L’entrata dell’Italia nel conflitto portò per la prima volta l’Asse a contatto terrestre con l’Impero britannico in Egitto, nel Sudan, nell’Uganda, nel Kenia, in Somalia, per una frontiera di circa 6.000 km. La situazione dell’Inghilterra, dopo la caduta della Francia e il nostro intervento, s’era fatta all’improvviso grave, non tanto nelle colonie limitrofe all’Etiopia, ma in Egitto, dove, nonostante l’importanza politico-strategica di quella cerniera delle due parti d’impero a oriente e a occidente del canale di Suez, pure gli inglesi vi disponevano di 20.000 uomini appena, appoggiati da 150 vecchi aerei. Tenendo poi presente il fatto che, crollata la Francia, tutte le forze della Germania erano tese ad organizzare l’attacco contro la Gran Bretagna, si può concludere che la situazione dei Britannici in Egitto fosse delle più oscure ed incerte.

Tuttavia questa loro situazione era suscettibile di una sorprendente ripresa, perché l’impero britannico, sotto l’aspetto geo-politico, può essere riguardato come l’impero più compiutamente mondiale che la stria abbia conosciuto. Mentre tutte le nazioni, fatta in parte eccezione per la Russia, bi-continentale, costituiscono dei complessi politicamente, demograficamente, economicamente e militarmente monocentrici, l’impero britannico, per la sua organizzazione e costituzione, è policentrico, cosicché l’abbandono di una regione, anche vasta, non diminuisce l’efficienza del complesso, anzi in concreto lo corrobora, perché le regioni risparmiate dall’occupazione si stringono con più efficacia e si cimentano con ritmo progressivamente più intenso, per evitare a se stesse un’egual sorte e per rimuoverlo dalla zona colpita.

In queste lontane regioni lo S. M. imperiale britannico, per guadagnare temo e per risparmiare energie e uomini, si difese, come sempre, con l’abbandono delle zone più minacciate dalla nostra schiacciante superiorità iniziale. Così fu evacuata la Somalia britannica, al fine di guadagnare tempo per i preparativi della riscossa. Ma l’Africa orientale Italiana, dopo lo scoppio delle ostilità, »non poté mantenere comunicazione alcuna con la madrepatria; cosicché, se la guerra non si fosse conclusa subito a favore dell’Asse, ai nostri presidi non sarebbe rimasto che compiere atti eroici. Mentre la Africa Orientale, fin dal primo giorno di guerra, rimase avulsa dal sistema militare dell’Asse, l’impero nemico conservò sempre efficacemente la coesione fra tutte le sue parti. L’alto comando britannico pertanto, fu ognora arbitro della scelta dei piani e delle opportunità strategiche da applicare ai due teatri africani, irreparabilmente separati per l’Asse, contigui per l’impero inglese.

La controffensiva britannica fu preparata contemporaneamente in Africa Orientale ed in Libia, e nel primo territorio, per il netto squilibrio delle forze in presenza, dopo circa un anno e mezzo di operazioni, la coraggiosa lunga agonia dei difensori si concluse con la vittoria degli inglesi. Allo scoppio delle ostilità, l’Egitto aveva, fra l’altro, la funzione di cervello dell’arco dei territori britannici dell’Africa e dell’Asia; i due pilastri dell’arco erano costituiti dall’India e dall’Africa centro-australe. Rimane delineata in tal modo l’importanza e insieme il limite dell’Egitto nel complesso della difesa nemica, perché, infatti, la terra del Nilo appare ora più chiara nel suo profilo strategico generale, che è quello di rappresentare l’attestatura di punta, ancorché massiccia, dell’impero britannico nelle acque orientali del Mediterraneo.

Il che significa dire che, qualora l’Asse fosse riuscito a insediarsi in Egitto, cioè, precisando, a installarsi nel reticolo del delta del Nilo, il blocco in chiave dell’arco britannico afro-asiatico avrebbe subito più che una rottura, una flessione, inquantochè la squadra inglese d’Alessandria, trasferendosi nel Mar Rosso, avrebbe sempre potuto sostituirsi alla terra opime del triangolo Alessandria-Porto Said-il Cairo nella funzione di collegamento fra i due continenti attigui. Quantunque l’insediamento dell’Asse nel Delta non avrebbe potuto conseguire, di per se stesso, effettivi risolutivi del conflitto, tuttavia grande sarebbe stato il successo morale, politico, economico. Proprio per stornare un tale pericolo, Churchill sfruttò il tempo trascorso tra il 12 settembre 1940 (occupazione di Sidi Barrani, ad opera dell’armata di R. Graziani) e l’8 dicembre (inizio dell’offensiva del generale Wavell) per trasportare e organizzare in Egitto una prima modesta armata del Nilo, nonostante la minaccia dell’invasione della Gran Bretagna da parte di Hitler. Fu così che, avendo impostato da parte nostra la lotta sul piano tecnico e tattico di una guerra europea, combattuta in territorio coloniale, gli inglesi portarono in Africa i loro mezzi più moderni.»

Quando, il 22 giugno del 1941, Hitler fece scattare il “Piano Barbarossa”, illudendosi di travolgere l’Armata Rossa e di conquistare Mosca prima dell’inverno (e dimenticando la lezione napoleonica, secondo la quale non basta conquistare Mosca per piegare la Russia), le forze dell’Asse sprecarono una occasione eccezionalmente favorevole di assestare un colpo decisivo alla potenza britannica nel Medio Oriente. Ora, se si pensa che pochi mesi dopo il Giappone lanciò la sua impetuosa offensiva, spingendosi fino a occupare Hong Kong, Singapore, la Birmania, minacciare i confini dell’India e bombardare i porti di Ceylon, mentre la flotta inglese dell’Oceano Indiano era costretta a ritirarsi a Mombasa, sulle coste del Kenya, si comprende come l’Impero britannico sia giunto veramente a un passo dal tracollo, e come solo la mancanza di unità strategica fra i membri dell’Asse, anzi, del Tripartito, ciascuno dei quali perseguiva i propri obiettivi senza curarsi di coordinare la propria azione con gli altri, lo abbia salvato quasi in extremis.

Sappiamo bene che la storia non si fa con i “se”; tuttavia questo giusto principio non ci deve portare ad ignorare le virtualità che si presentarono con evidenza, e che solo circostanze particolari finirono per lasciare implicite: come quando un alpinista, giunto ormai a pochi metri della vetta, pur essendo tecnicamente e fisicamente in grado di proseguire, e pur essendovi le necessarie condizioni ambientali ed atmosferiche, decide di rinunciare, perché distratto da una diversa meta. Sulle ragioni che spinsero Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica si è discusso e si continuerà a discutere all’infinito (cfr. i nostri articoli: «Napoleone e Hitler come “risposta” imperiale agli imperialismi inglese e russo», pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 28/07/2014; e «La sconfitta dell’Asse non era inevitabile; fu dovuta agli errori strategici di Hitler» e «Hitler, per Viktor Suvorov, non fu che il “manovale” di Stalin», entrambi su «Il Corriere delle Regioni», rispettivamente il 01/09/2015 e il 04/09/2015). È certo, comunque, che egli commise non solo un grave errore politico, sottovalutando la forza del regime staliniano, e strategico, pensando di conquistare Mosca prima dell’inverno, ma ignorando che è impossibile conquistare l’Unione Sovietica, fino al Pacifico; ma anche di dispersione delle forze: perché non si dovrebbe mai affrontare un nuovo nemico, quando non si è ancora avuto ragione del precedente. E il nemico da battere, nel giugno 1941, restava la Gran Bretagna, non l’Unione Sovietica. Anche sconfitta quest’ultima, la prima sarebbe rimasta in piedi…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 4 Settembre 2015

Del 31 Ottobre 2020

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