martedì, 15 Giugno 2021
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Chi ha scoperto lo stretto di Drake?

Chi ha scoperto lo stretto di Drake? E’ la via d’acqua che separa l’estremità meridionale del Sud America (Capo Horn nella Terra del Fuoco) dall’estremità più settentrionale della Penisola Antartica (Isola Elephant) di Francesco Lamendola

Lo Stretto di Drake è la via d’acqua che separa l’estremità meridionale del Sud America (Capo Horn nella Terra del Fuoco) dall’estremità più settentrionale della Penisola Antartica (Isola Elephant nelle Shetland Australi). Non assomiglia molto al comune concetto di “stretto” perché, con i suoi 900 km. di larghezza media (che potrebbero contenere la Penisola Italiana), costituisce un passaggio decisamente  ampio fra i due oceani Atlantico e Pacifico; ma la latitudine assai meridionale (fra 55° e 60° Sud), le incessanti tempeste (i famigerati “Cinquanta ruggenti”, terrore della navigazione a vela)e, soprattutto, la grande massa di icebergs alla deriva, molti dei quali di grandi dimensioni, rendono questa “porta” molto meno ampia ed agevole di quel che potrebbe sembrare osservandola sulle pagine di un atlante geografico, comodamente seduti in poltrona presso il caminetto.

Quel che a noi interessa evidenziare, nel presente articolo, è che la scoperta dell’esistenza di questa via d’acqua diede un colpo decisivo alla teoria della supposta Terra Australis Incognita, teoria che, per i geografi, i cartografi ed anche per i navigatori del tardo XVI secolo, era molto più che una semplice supposizione, rivestendo il ruolo di una quasi certezza. Cardine di tale “certezza” era l’appartenenza della Terra del Fuoco alla Terra Australis: infatti, l’unico passaggio conosciuto fra l’Atlantico e il Pacifico era quello scoperto e percorso da Ferdinando Magellano nel 1520, nel corso del primo viaggio di circumnavigazione intorno al mondo, e che da lui aveva preso il none: un canale lungo 565 km. e molto stretto, circondato da fiordi solcati da imponenti ghiacciai e spazzato da venti impetuosi e pericolose correnti di marea, fra il Capo Undicimila Vergini e il Capo Pilar.

Ma se lo Stretto di Magellano non era l’unico passaggio fra i due oceani; se ve n’era un altro, molto più ampio, a sud della Terra del Fuoco, allora quest’ultima non era che un arcipelago a sé stante e non faceva parte della Terra Australis; e quest’ultima, seppure esisteva, doveva trovarsi molto, ma molto più a mezzogiorno: in una posizione tale da non costituire alcun allettamento per i navigatori europei, poiché doveva essere interamente ricoperta di neve e ghiacci…

Quando la spedizione di Francis Drake salpò le ancore dall’Inghilterra, alla fine del 1577, per il suo fortunato viaggio di circumnavigazione del globo (il secondo dopo quello di Magellano, cinquantasette anni prima), i suoi scopi erano vasti e complessi e ancora oggi gli storici si accapigliano per stabilirne l’esatta natura. Quel che è certo è ce non si trattava né di un normale viaggio a fini di commercio, poiché le navi inglesi trasportavano pochissime merci di scambio, né una spedizione di guerra dichiarata contro la Spagna, perché la regina Elisabetta, incerta come sempre e terribilmente a corto di denari, non intendeva provocare apertamente Filippo II; e neppure una missione esplorativa nel vero senso della parola, come lo sarebbero stati, due secoli dopo, i viaggi di Cook o di La Pérouse. Probabilmente, su trattava di tutte tre queste componenti fuse insieme; per quanto riguardava l’ultima, si trattava di individuare quella famosa Terra Australis Nondum Cognita che le carte di Gerardo Mercatore, Abramo Ortelio e Oronzio Fineo collocavano senza ombra d’incertezza nell’emisfero meridionale e che, secondo loro, “doveva” arrivare almeno fino alle medie latitudini, cioè al Tropico del Capricorno o giù di lì, delimitando verso mezzodì tutti e tre i  grandi oceani conosciuti: L’Atlantico, il pacifico e l’Indiano. Tutti si aspettavano che fosse una terra dal clima mite, solcata di fiumi e contornata da catene montuose, ricca di porti e molto popolosa: i suoi abitanti costituivano, senza dubbio, un formidabile mercato potenziale per i produttori ed i commercianti europei. Nel mappamondo di Mercatore, ad esempio (uno studioso che avrebbe goduto di fama durevole soprattutto per la celebre proiezione geografica da lui elaborata), ancora nel 1589 la Terra Australis appariva come un unico, immenso continente che ricpriva tutta la parte meridionale del pianeta, facendo da contrappeso meccanico – secondo le teorie fisiche risalenti a Claudio Tolomeo – alla massa dei tre continenti “settentrionali” (Europa, Asia e Africa) e anche alle Americhe di recente scoperte. La Terra del Fuoco ne faceva parte, come aveva suggerito lo stesso Magellano che, per primo, l’aveva costeggiata sul lato settentrionale; la Nuova Guinea ne era una appendice che si spingeva fino alla linea equinoziale (l’Equatore), mentre di fronte al Capo di Buona Speranza essa si spingeva abbastanza a settentrione da lasciare solo un modesto passaggio fra le acque dell’Atlantico e quelle dell’Oceano Indiano e da rendervi possibile la presenza di una fauna di tipo sub-tropicale. Infatti, nella carta di Mercatore il ratto costiero che si affacciava di fronte all’Africa meridionale era caratterizzato dalla dicitura Psyttacorum regio, ossia “regione dei pappagalli”, volatili che notoriamente non sopravvivono se non in un clima piuttosto mite. Così, non solo l’esistenza ella Terra Australe era data per certa, in tutta la sua imponente vastità, ma anche il fatto che si trattava di un continente fertile e popoloso, abitato da popoli civili e pronti ad aprire i loro porti alla penetrazione delle merci provenienti dall’Europa.

Questa combinazione di avidità mercantile, di gusto dell’avventura e di spirito bellicoso (la guerra di corsa contro gli Spagnoli, mascherata da nobile crociata religiosa contro i “papisti” e i responsabili delle atrocità dei conquistadores) era un cocktail perfetto per uno spirito rinascimentale e ardimentoso come quello di Francis Drake, il quale riuscì a trionfare delle perplessità della regina e degli intrighi delle varie fazioni di corte e a dispiegare ardimentosamente le vele verso l’Atlantico per passare poi nel pacifico, dare l’assalto alle navi e ai porti spagnoli e, se possibile, rientrare in patria lungo la via delle spezie (cioè dall’Oceano Indiano), non senza aver cercato di svelare il mistero della Terra Australis e delle sue agognate, presunte ricchezze.

“Ormai – scrive il filosofo Mario Manlio Rossi – la guerra privata alla Spagna era dichiarata. Gli Inglesi andavano alla sorgente della ricchezza. Se c’erano tante noie per un po’ di schiavi venduti e qualche pezza di stoffa rubata a privati, era meglio addirittura attaccarsi all’oro del re di Spagna. Le atrocità commesse dagli Spagnoli contro gli Indiani davano un certo colore morale alle imprese: erano predoni che derubavano altri predoni.

“La grande impresa di Drake cominciò nel dicembre 1577. Partì da Plymouth con il Pellicano di 100 tonnellate, accompagnato da una nave più piccola e da tre imbarcazioni minori, con un equipaggio di 164 uomini. Completato per via, predando, l’equipaggiamento, giunse al largo di capo Verde e di là traversò l’Atlantico, avvistando dopo otto settimane la costa del Brasile meridionale. Di lì volse a sud-ovest entrando nell’estuario del Rio della Plata. Proseguendo poi a su, tentò (primo dopo Magellano) il passaggio del famoso stretto: si credeva allora che la erra del Fuoco fosse una penisola del continente antartico.

“Le sue navi erano ridotte a tre. Per tre settimane, tra pareti a picco, fra la neve e il gelo, combatté con i venti, spesso contrari, facendo avanzare le navi a forza di remi. Era agosto, il colmo dell’inverno.

“Appena uscito nel Pacifico, una tempesta lo colse: la nave più piccola calò a fondo, l’altra nave, perduta di vista, riattraversò lo stretto, rientrò in patria. Il Pellicano, ora ribattezzato La cerva d’oro, venne trascinato a sud-est forse fino al Capo Horn,e riparò fra le isole costiere della terra del Fuoco (le ‘Elisabettidi’). Drake e i suoi vissero di pinguini.

“Finalmente, a novembre, Drake ripartì verso nord.” (da M. Manlio Rossi, Storia d’Inghilterra, 4 voll., Firenze, Sansoni, 1953; vol. III, pp. 576-577).

La tempesta che accolse Drake all’uscita dello Stretto di Magellano, in realtà, pare che non l’abbia trascinato fino al Capo Horn (che allora non era noto, poiché sarebbe stato scoperto solo nel 1616 dagli olandesi Schouten e Lemaire), ma oltre di esso, quindi a sud dell’estremità meridionale della Terra del Fuoco.

Scrive Silzio Zavatti, grande esperto di cose polari: “Magellano, affermando che la Terra del Fuoco faceva forse parte del misterioso continente australe, aveva dato nuova esca a quelle fantasie [cioè, all’esistenza della erra Australis Incognita], anche se poi il viaggio di Francis Drake doveva provare la falsità di quella teoria con la scoperta dello Stretto, dedicato al suo nome, che si stende fra il Capo Horn e la Terra di Graham.” (in S. Zavatti, I poli, Milano, Feltrinelli, 1963, p. 192). Ma il fatto è che Drake, se pure giunse – involontariamente – a quelle latitudini, non ebbe chiara consapevolezza di aver scoperto uno Stretto: non fu lui a dargli il nome che esso porta ancora oggi, ma i cartografi britannici che vollero attribuirgli la priorità della scoperta. Ci si potrebbe chiedere se tale attribuzione sia legittima, dal momento che una scoperta geografica non perde di valore per il fatto di essere stata inconsapevole – anche Colombo, dopotutto, morì convinto di essere giunto nell’Asia orientale -, ma l’attribuzione del nome premia, in genere, la piena consapevolezza (e infatti l’America ricevette il nome non dal suo scopritore, ma dal navigatore e studioso Amerigo Vespucci).

La questione non è irrilevante:  la scoperta dello Stretto esistente a sud della Terra del Fuoco infliggeva un colpo mortale alla teoria della Terra Australis, perché quest’ultima, se pure esisteva, doveva trovarsi molto più a sud e quindi in una zona totalmente inabitabile. Certo, essa – i teoria – poteva spingersi a latitudini più settentrionali nel quadrante del Pacifico , in quello australiano o in quello africano(per convenzione, i geografi moderni “dividono” l’Antartide in quattro quadranti); ma la cosa era piuttosto improbabile, per tutta una serie di ragioni. Se la Terra del Fuoco non ne era un’appendice settentrionale, allora nella parte sud dell’emisfero meridionale non vi era, con tutta probabilità, un grande continente, ma un vasto mare deserto, ghiacciato e battuto ai venti. A rigore, non si potrebbe in nessun caso attribuire a Francis Drake la “scoperta” dello Stretto che oggi porta il suo nome, perché uno stretto è un braccio di mare tra due terre, e, nel caso dello Stretto di Drake, egli aveva solo scoperto – se pure lo aveva scoperto – che a sud della Terra del Fuoco vi era una vasta superficie di mare aperto, non che al di là di essa esisteva un’altra terra, ancor più meridionale. Insomma non aveva affatto visto la riva meridionale del supposto Stretto, quindi non poteva ragionevolmente affermare di aver scoperto uno “stretto”.

La nostra fonte principale su questa parte del viaggio di Francis Drake è costituita da un uomo che non aveva certo la mentalità dello storico né del geografo: si tratta del cappellano della spedizione, il pastore anglicano Francis Fletcher, buon osservatore di cose e di uomini, ma confusionario e non sempre attendibile. La traversata dello Stretto di Magellano non durò tre settimane (come scrive Mario M. Rossi), ma appena sedici giorni: un vero record, tanto più se si considera che si svolse in pieno inverno. Entrato nello Stretto dopo aver doppiato il Capo delle Undicimila Vergini (, semplicemente, il Capo Vergini) il 20 agosto 1578, il 6 settembre sbucava già nel Pacifico, oltrepassando il capo Pilar,  all’estremità settentrionale dell’Isola Desolazione. Per tre giorni egli tenne la barra a nord-ovest perché, secondo la carta di Ortelio, la costa cilena meridionale era notevolmente sporgente verso ovest rispetto allo Stretto; ma poi incappò in furiosi venti di tempesta che lo respinsero verso sud e che durarono per tre settimane. Pare che egli sia giunto alla latitudine di 57° (due più a mezzogiorno del Capo Horn che però, ripetiamo, non era ancora noto). Una delle tre navi che  costituivano quanto restava della flotta iniziale, la Marigold, andò perduta in quella drammatica circostanza; a Drake non rimanevano che la Elizabeth e il Pelican che, come abbiamo visto, era stato ribattezzato Golden Hinde (La cerva d’oro), in omaggio ad Hatton, uno dei finanziatori della spedizione, che si fregiava di quel simbolo araldico. Ai primi di ottobre il vento mutò direzione e le due navi superstiti cercarono e trovarono rifugio fra  le isole che si trovano a nord di Capo Deseado nell’isola Desolazione (che oggi portano il nome di Arcipelago della Regina Adelaida). Ma la tregua durò appena una settimana: la burrasca riprese e indusse il comandante dell’Elizabet, che aveva perduto il contatto con l’ammiraglia, a ripercorrere tutto lo Stretto e a volgere la prua verso l’Inghilterra.

Fu allora che la Golden Hinde venne afferrata per la seconda volta dalle gigantesche ondate del pacifico e trascinata per la seconda volta in direzione sud, con gran spavento del suo ormai solitario equipaggioFin dove giunse, non sappiamo: forse a 55°, forse a 56° o forse ancora più a mezzodì, fino a 57° di latitudine; quel che è certo che, questa volta, si trovava molto più ad est della volta precedente, al largo dell’aspra e selvaggia isola Santa Inés.

“L’esatto percorso e gli sbarchi restano oggetto di discussione, ma è inconfutabile che a Drake va il merito di quella che va riconosciuta come la più notevole scoperta geografica di un inglese prima di James Cook: nelle acconce parole di Fletcher, «l’estremo capo o promontorio… senza [oltre] il quale non v’è mare o isola da scoprire a sud, ma dove l’Oceano Atlantico e il mar del Sud [ossia il pacifico, nota nostra]si incontrano per ampio e libero tratto» (così lo storico O. H. K. Spate ne Il lago spagnolo, Torino, Einaudi, 1987, p. 348).

“L’indicazione dell’«estremo capo» – osserva Spate – è in realtà estremamente incerta. Più o meno consapevolmente, chi si accosta a questo problema è sempre dibattuto tra il sentimento del «come sarebbe bello se fosse così!» e il desiderio di mantenere uno scetticismo compassato, refrattario alla coincidenza romantica o ironica ma in ogni caso drammatica; chiunque si proclami immune o inganna se stesso o è straordinariamente insensibile. Nella tradizione britannica, l’approdo di Drake viene associato allo stesso Capo Horn, la punta davvero più meridionale, e Corbett diede a questa tesi il suo supporto misurato e influente. Anche se col tempo la convinzione ha perso di mordente, ancora nel 1971 Richard Hough riconosce nel suo testo un certo grado d’incertezza, ma sulla carta geografica opta chiaramente per capo Horn; e le sue argomentazioni sono state di recente riprese, in una nuova ottica, da Robert Power” (cfr. R. Hough, The Blind Horn’s Hate, London, 1971, e R. H. Power, The Discovery of Cape Horn by Francis Drake in the year 1578, conferenza dattiloscritta alla Society for the History of Discoveries, San Franciscoo, 1975).

In breve, gli studiosi che si sono occupati dell’argomento hanno individuato alemo quattro possibili approdi per identificare questo «estremo capo o promontorio» citato dal cappellano Fletcher, e cioè:

1) l’isola Henderson, a 55°40′ di latitudine Sud, a mezzogiorno della grande Isola Hoste, presso lo sbocco verso il mare aperto del Seno Año Nuevo (tesi sostenuta da H. R. Wagner e dall’illustre storico S. H. Morison);

2) il piccolo arcipelago delle Diego Ramirez, che si trovano a circa 56° di lat. Sud, spostato alquanto a sud-ovest rispetto al capo Horn (tesi sostenuta da Brett Hilder);

3) il capo Horn :che, in tal caso, Schouten e Lemaire non avrebbero scoperto, ma semplicemente riscoperto nel 1616, trentotto anni dopo (tesi sostenuta da Corbett, Hough e Power);

4) un’isola oggi sommersa, e corrispondente alla secca di Pactolus o Burnham Bank: una montagna sottomarina di origine vulcanica, che i violenti marosi caratteristici di quella zona avrebbero poi demolita e fatta scomparire (ipotesi avanzata dal cap. Felix Riesenberg).;

5) un’isola dell’arcipelago delle Hermite, vicina all’isola di capo Horn, ma spostata più ad ovest (tesi prospettata, ma solo in via ipotetica, da O. Spate, e che troverebbe qualche sostegno della carta molto approssimativa disegnata dallo stesso Fletcher, ove compaiono le problematiche Isole Elisabettiadi: che potrebbero essere, appunto, le Hermite).

“Comunque, fa notare Hough – conclude, con molto buon senso, lo Spate (op. cit., p. 350) – l’isola, di per sé, esistente o meno, non ha soverchia importanza: il punto cruciale è che Drake, pur non avendo dimostrato la realtà del passaggio o stretto che oggi porta il suo nome, si era spinto abbastanza lontano da stabilire con virtuale certezza che i due oceani in effetti «si incontravano per ampio e libero tratto».

Questo, dunque, è il punto: Drake non vide lo stretto che porta il suonome o, quantomeno, non lo riconobbe, ma certamente si rese conto che l’Atlantico comunica con l’Oceano pacifico a mezzodì della Terra del Fuoco e, dunque, che la Terra Australe non poteva esistere a quelle latitudini né, forse, in alcun altro luogo. Il mito della terra Australis Incognita, nato dalla poetica fantasia dei geografi di tutta Europa, riceveva il primo colpo mortale da un avventuriero inglese, corsaro di professione; l’ultimo, e definitivo, lo avrebbe ricevuto da un altro navigatore inglese, di ben diversa personalità ma di uguale abilità e fortuna marinaresca: James Cook, due secoli più tardi. A quest’ultimo, infatti, primo navigatore a spingersi oltre il Circolo Polare Antartico, si deve la dissoluzione finale del mito tenace della Terra Australis.

“Quando tracciò sulla carta – scrive Walter Sullivan – la rotta seguita dalle sue navi, e anche quella seguita dalle navi di altri esploratori, quali Bouvet e Kerguelen, Cook si rese conto chiaramente che, se vi era un continente antartico, doveva trovarsi interamente a sud del, pack da lui costeggiato, e doveva essere una terra ricoperta dai ghiacci e assolutamente priva di vita. «Se qualcuno avrà l’ardire di spingersi oltre e completarne la scoperta, egli scrisse, oso affermare che il mondo non ne deriverebbe nessun beneficio» (W. Sullivan, Alla ricerca di un continente, Firenze, Edizioni Csini, senza data, p. 27).

In ogni caso, la scoperta di Drake non ebbe effetti immediati, poiché lo Stretto di Magellano rimase ancora, fino all’epoca di Schouten e Lemaire, l’unica via praticata dai navigatori europei; su di essa gli Spagnoli continuavano a esercitare una sovranità nominale, tanto che nel 1583 tentarono di occupare stabilmente lo Stretto, edificandovi due città che andarono, però, subito in rovina (cfr. il nostro articolo La tragica epopea di Pedro Sarmiento de Gamboa). Però la notizia della sua scoperta (o, se si preferisce, della sua intuizione) trapelò ben presto dopo il suo ritorno in patria, tanto da giungere agli stessi nemici dell’Inghilterra: gli Spagnoli. Cediamo nuovamente la parola allo storico O. Spate (op. cit.. p. 350-351).):

“Nell’immediato non vi fu alcun tentativo di avvalersi della nuova rotta, ma probabilmente non, come è stato proposto, per motivi di segretezza. È pur vero che, essendo tuttora oggetto di attenta considerazione il collocamento del tesoro [ossia del ricco bottino fatto da Drake a danno dei galeoni spagnoli, nota nostra], con tutte le sue implicazioni politiche [perché la guerra, nonostante tutto, non era stata ancora ufficialmente dichiarata], si aveva somma cura di stemperare ogni pubblicità relativa al viaggio; ma ma nel 1587 Richard Hakluyt pubblicò a parigi una carta geografica che mostrava oceano aperto a sud delle Elizabethides, e nel 1593 Hondius, ne suo famoso Vera Totius Expeditionis Navticae, illustrando le rotte di Drake e Cavendish, collocò la Terra Australis (a queste longitudini) sotto i 60° – di fatto, quasi alla Terra di Graham. Ma c’è di più: già nell’aprile 1582 l’ambasciatore di Filippo II in Inghilterra, Bernardino de Mendoza, aveva riferito al suo sovrano di aver saputo da un individuo che sosteneva di aver visto con i suoi occhi la mappa di Drake come «vi fosse mare libero al di là della Tierra del Fuego» (cfr. E. G. R. Taylor (a cura di), The Troublesome Voyage of Capitain Edward Fenton, 1582-83, Cambridge, 1959 pp. LVI, 120-131). Il segreto del nuovo passaggio, che doveva essere adottato in pratica una trentina d’anni più tardi, era dunque un segreto di pulcinella.

“Il ritardo nello sfruttamento del novello Passaggio a Sudovest non era immotivato. Gli immediati successori di Drake (Cavendish, Chidley, Richard Hawkins) devono essere stati debitamente impressionati dal suo transito sorprendentemente rapido, una quindicina di giorni scarsi dal Capo delle Vergini al Cabo Deseado; e non meno dalle spaventevoli tempeste incontrate a latitudini più alte nell’uscita del Mar del Sud. Lo Stretto offriva d’altra parte l’importante vantaggio dei molti ancoraggi provvidi di legname da costruzione, di acqua potabile e di abbondante carne fresca di pinguino – un fattore di ovvio peso per chi inclinava alla rapina ed aveva di necessità navi pesantemente equipaggiate. Si può ben dire che nel XVII secolo la supremazia olandese nel trasporto merci fu dovuta in larga misura a una progettazione che assicurava il massimo rapporto tra spazio di carico ed equipaggio; e i commercianti olandesi, Schouten e Le Maire, dovevano essere i primi a navigare da oceano a oceano doppiando capo Horn – per l’ottimo motivo tecnico che desideravano aggirare il monopolio mercantile legale della Compagnia delle Indie Orientali [olandese] per la via del capo di Buona Speranza e dello Stretto di Magellano.”

Ma le leggende sono dure a morire; e i miti non muoiono mai del tutto. Anche se l’evidenza geografica respingeva la misteriosa Terra Australis sempre più a sud, in luoghi di fatto inabitabili, la fantasia degli Europei non accettò di cancellare di punto in bianco uno dei suoi grandi sogni collettivi. Comparvero così delle incisioni, datate 1616, che – sulla scia delle scoperte di Schouten e Lemaire, che recavano un altro gravissimo colpo al mito della Terra Australis, per converso tendevano a rappresentare le estreme terre meridionali dell’America come luoghi ospitali ed ameni, dal clima decisamente mite, anzi addirittura tropicale. Una raccolta di tali incisioni è custodita presso l’Archivio dell’Istituto Geografico De Agostini di Novara, e alcune di esse sono state pubblicate nel volume di Angelo Solmi Gli esploratori del Pacifico, 1985). In una, per esempio, è raffigurato il capo Hoorn (tale la grafia originaria: poi contratta in “Horn”) come un braccio di mare calmissimo, circondato da montagne boscose, simile a una specie di Arcadia; in un’altra sono raffigurati gli “indigeni” dell’isola Horn (in realtà, disabitata e solo saltuariamente visitata dalle canoe degli Yaghan o Yàmana), nudi e fantasiosamente acconciati, all’ombra di palme e verzura e con delle grandi capanne sullo sfondo. Rappresentazioni di pura fantasia: l’isola Horn è un nudo scoglio battuto da venti fortissimi, privo di vegetazione arborea d’alto fusto, flagellato da grandine e pioggia sotto un cielo coperto che lascia filtrare i raggi del sole per pochissimi  giorni, anzi per poche ore l’anno. Tuttavia quella flora lussureggiante, quel mare tranquillo e quegli indigeni dai vidi intelligenti e dai corpi scultorei recavano all’Europa il profumo della mitica Terra Australis, ubertosa di verde e popolata da genti civilizzate; a dispetto della geografia, certo, perché tali caratteristiche sono impossibili alla latitudine di 55° Sud. Però, se la Terra Australis doveva trovarsi ancora più a mezzogiorno (e ciò era ormai indubitabile, dopo i viaggi di Drake e di Schouten-Lemaire), perché fosse abitata da pappagalli e uomini civili e ridente di vegetazione, allora bisognava che lo fossero, a maggior ragione, anche le isole meridionali della Terra del Fuoco.

Per dirla con un antico filosofo greco: “Noi non siamo assillati dalle cose, ma dalle idee che ci formiamo intorno ad esse“.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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