domenica, 13 Giugno 2021
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Colombo e Marco Polo come diversi modelli d’esploratore: quello aggressivo e quello pacifico

Colombo e Marco Polo come diversi modelli d’esploratore: quello aggressivo e quello pacifico. Due modi di andare alla scoperta del mondo, carichi di significati e di conseguenze che vanno oltre le persone dei due uomini di Francesco Lamendola

Cristoforo Colombo e Marco Polo: due modi di andare alla scoperta del mondo, carichi di significati e di conseguenze che vanno oltre le persone dei due uomini e prolungano i loro mondi spirituali lontano nel tempo, attraverso i secoli.

Marco Polo è il viaggiatore pacifico, mosso da ragioni commerciali, ma aperto a tutto ciò che è bellezza, novità, cultura nel senso più ampio della parola; lo anima una simpatia istintiva per le società nuove che incontra, per i paesi remoti che attraversa e per i quali prova un profondo rispetto che confina con l’amore. Non è un esploratore nel senso tecnico della parola, ma un viaggiatore; non pretende di aver scoperto terre nuove, ma solo di aver visitato terre civili e popolose, che altri prima di lui – Giovanni da Pian del Carpine, Odorico da Pordenone, Guglielmo di Rubruk – avevano già raggiunto, sempre quali ambasciatori di pace. Serve il Gran Khan come un fedele collaboratore e ne è, a sua volta, stimato; tuttavia, quando torna infine a Venezia, non ha conquiste di cui vantarsi né immensi tesori da esibire ai suoi concittadini. Si è arricchito di conoscenza e di umanità, non di tesori materiali.

Cristoforo Colombo è l’uomo moderno, assetato di conoscenza come l’Ulisse dantesco e, come quello, orgoglioso di sé, della propria intelligenza, della propria forza; ha ideato una teoria e sarebbe disposto a rivolgersi a chiunque, anche al Diavolo in persona, pur di trovare i mezzi che gli consentano di verificarla. Gli occorrono, perciò, denaro, delle navi e degli equipaggi; e, per ottenerli, non esita a sobillare la smisurata brama di ricchezze delle corti europee dell’epoca. Non gli basta la conoscenza, vuole anche la gloria, il potere e i tesori: si fa nominare Ammiraglio dell’oceano, governatore delle terre da lui scoperte; non esita a sottomettere gli indigeni inermi, a iniziarne l’asservimento, che altri porteranno avanti con brutalità assai maggiore. In lui è l’orgoglio di chi ha aperto una via completamente nuova, un titolo di merito che non è disposto a cedere a nessuno né a mantenere nella sfera della soddisfazione morale. Vuole anche riconoscimenti, sempre di più; e si adira e si ribella quando gli sembra che i suoi servigi non siano stati adeguatamente appezzati e compensati; sino a farsi mettere in catene. Ma non è un martire di nessun ideale, se non del proprio orgoglio e della propria ambizione illimitata.

Questa è, in sostanza, la linea interpretativa proposta dal prof. Adriano Madaro in un seminario tenuto presso l’Umanesimo Latino a Treviso, nel corso dell’anno 2006-07, del quale riporteremo alcuni passaggi salienti.

Una linea interpretativa che ci trova sostanzialmente concordi, pur con alcune integrazioni e precisazioni; ed è bene che li mettiamo subito in chiaro.

Siamo d’accordo, d’accordissimo sulla denuncia dell’ipocrisia di certa cultura inglese, il cui scopo recondito è quello di far passare inosservate, per quanto possibile, le rapine e le spoliazioni di cui la Gran Bretagna si è resa responsabile nei confronti d’innumerevoli popoli e civiltà, salvo poi mettersi in cattedra e impartire lezioni di civiltà e di morale alle altre nazioni d’Europa; ne abbiamo già parlato in un precedente articolo (cfr. F. Lamendola, «Le ipocrisie dell’imperialismo britannico nella lucida analisi di John A. Hobson», consultabile sul sito di Arianna Editrice).

Non lo siamo, invece, nella reiterata proposizione di un Medio Evo tutto sonnolento, fatalista, incivile, dogmatico e superstizioso: una visione tipicamente illuminista e positivista, che ci sembra abbia fatto il suo tempo.

Non siamo concordi nemmeno con il manicheismo sotteso al ragionamento che contrappone una Europa degli Stati nazionali (Francia, Spagna, Inghilterra, Portogallo e Olanda) tutta avida di conquiste, «assatanata» – come dice Madaro – dal miraggio dell’oro del Cipangu, ad una Italia tutta presa dall’ansia di rinnovamento spirituale del Rinascimento, tutta buona ed esportatrice di pace verso i popoli lontani.

L’Italia – o meglio, gli Stati italiani – non era stata solo ambasciatrice di pace e di civiltà. Genova e Venezia avevano banchettato con le spoglie dell’Impero Bizantino; e Venezia, addirittura, aveva deviato la Quarta Crociata contro Costantinopoli, una metropoli cristiana,  per saccheggiarne metodicamente le ricchezze. Se, poi, gli Stati italiani non parteciparono al saccheggio coloniale del XVI secolo, altre furono le cause (a cominciare da quelle geografiche), che non una disposizione più umanitaria e tollerante verso i popoli stranieri.

Del resto, le banche di Firenze – ricordate da Madaro – servivano precisamente a finanziare i disegni egemonici dei grandi Stati nazionali, comprese le brigantesche spedizioni coloniali; ed erano esse stesse la manifestazione di un sistema economico, quello capitalista, basato sulla graduale sopraffazione dei valori spirituali e sul primato, nudo e brutale, del profitto su ogni altro aspetto della vita sociale.

E quanto al Rinascimento, che non ci sarebbe stato se davvero il Medioevo fosse stato quella palude di abiezione che alcuni storici neoilluministi vogliono credere, esso fu un fatto di poche élites culturali, le quali se ne infischiavano allegramente del Paese reale, dell’Italia del popolo, di quanti lavorano per mantenere gli agi e gli ozi dei potenti; altro che rivincita sulla barbarie e ritorno alla supremazia dello spirito!

Concordiamo pienamente, invece, sul fatto che la Cina sarebbe stata aggredita dalla crudele avidità degli Europei già agli inizi del XVI secolo, se la scoperta dell’America non avesse creato un diversivo, che vide le potenze europee impegnate per circa tre secoli, non tanto a sottomettere le popolazioni indigene (quello, fu affare di pochi decenni), quanto a sbranarsi vicendevolmente per la spartizione del bottino.

È anche vero quel che dice Madaro: che il libro di Marco Polo, non creduto e dimenticato per un paio di secoli, ebbe un effetto ritardato e non positivo: quello di accendere la bramosia di ricchezze degli Europei, a cominciare da Colombo, grazie alle sue entusiastiche descrizioni dello sfarzo e dell’opulenza dei Paesi dell’Asia Orientale.

Perciò, indirettamente e involontariamente, “Il Milione” contribuì alla distruzione delle società americane: non si dimentichi che Colombo e i suoi epigoni volevano «trovare l’Oriente navigando a Occidente».

E, con la conquista dell’America, gli Europei ridiedero vita all’istituto della schiavitù su larga scala, che sembrava ormai da mille anni relegato fra i ricordi del passato.

Ha affermato, dunque, Adriano Madaro  nel suo seminario «Marco Polo e l’Estremo Oriente nel Ducento», tenuto nell’ambito dei Seminari dell’Umanesimo Latino (Treviso, vol. 2006-07; Fondazione Cassamarca, 2008, pp. 16-23):

«Esiste (…) una scuola di pensiero inglese che pretenderebbe di negare il viaggio di Marco Polo fino alla corte di Khambaliq, e quindi le due peregrinazioni all’interno del Catajo e del Mangi, le due immense regioni che all’epoca costituivano l’Impero cinese. Secondo questa scuola Marco Polo non sarebbe mai andato oltre la Persia e ciò che ha raccontato nel suo libro sarebbero pure e semplici informazioni apprese da viaggiatori persiani, se non addirittura un plagio clamoroso dei due libri arabi del IX secolo già citati [il “Libro di Solimano” dell’851 e quello del viaggiatore Abu-Zeid-al Hassan dell’878]. La tesi inglese parte dal presupposto che non esisterebbero documenti. Certi sul viaggio di Marco Polo e da qui la querelle sull’autenticità del suo libro.

A parte il fatto che, al contrario di quanto affermano certi storici inglesi, esistono documenti fondatamente probanti la verità, non abbiamo il compito qui di difendere Marco Polo e”Il Milione”, che bene si difendono da soli, e, al bisogno, trovano nel mondo interi stuoli di avvocati  pronti a battersi al loro fianco. Pare comunque di ravvisare nella famosa scuola di pensiero inglese sugli studi poliani il tentativo di coprire un diverso atteggiamento nei confronti della Storia. Il ben noto “spirito di conquista” britannico, precursore dell’imperialismo e del colonialismo, ha purtroppo prodotto personaggi molto diversi da marco Polo: conquistatori guerrieri, commercianti colonialisti, pirati catturatori di imperi altrui e non liberi viaggiatori di una repubblica impegnata a restaurare la civiltà della conoscenza e della cultura.

Il tentativo nient’affatto riuscito di negare l’impresa di Marco Polo non è una benda sui misfatti storici dell’imperialismo inglese, così sprezzante nei confronti degli altri Stati e degli altri popoli a cominciare dalla Cina, bensì un miserevole riconoscimento del proprio complesso di inferiorità rispetto una cultura, quella veneziana e italiana in generale, di tolleranza e di amicizia nei confronti degli altri popoli. Se infatti guardiamo all’Europa di quel tempo, è naturale che Marco Polo non potesse essere altri se non un italiano. In pieno Rinascimento, mentre Inglesi, Spagnoli, Francesi e Portoghesi si davano al saccheggio, Venezia mandava ambasciate in giro per il mondo e Firenze chiamava a raccolta gli artisti e fondava banche in tutta Europa.

Ma vi è insospettatamente un rovescio della medaglia, e questo è il punto nodale della nostra tesi. Il libro di Marco Polo fuori dall’Italia è diventato un’arma di aggressione in mano a rapaci conquistatori. Se per due secoli ha dormicchiato nelle biblioteche  di pochi eletti, a  partire dalla metà del XV secolo “Il Milione” accende gli appetiti dei reggitori dei piccoli regni europei in bancarotta. Le descrizioni dettagliate delle immense ricchezze del Catajo e del Mangi, ma soprattutto i tetti d’oro del Cipangu, riempiono di cupidigia i re di Spagna e di Portogallo, ma anche d’Inghilterra e di Francia. Si accende nell’Europa di fine Medio Evo il fuoco perverso del colonialismo, dilaga la dottrina della conquista., la bramosia di impossessarsi dei tesori altrui diventa legge di governo, imperio di una nuova morale.

Mentre l’Italia è impegnata nel suo grande rinnovamento culturale attraverso il Rinascimento, rivincita suprema sulla barbarie e sul sonno del Medio Evo, ritorno della supremazia dello spirito, delle arti, della saggezza e della magnanimità di governo, il resto dell’Europa si assatana nella lusinga di dominare il mondo, soggiogare i più deboli, e perciò costruisce flotte, crea eserciti di conquistatori, accumula polvere da sparo, riedita un barbarismo marinaro per parte al saccheggio delle “Terre  incognite” così bene descritte da Marco Polo. Il messaggio di conoscenza e di rispetto delle diversità altrui profuso nel “Milione” viene utilizzato come semplice informazione per depredare.

Avvinto dalla lettura di quelle meraviglie e spinto da uno spirito di avventura culturale dettato dalla sua teoria della rotondità della Terra, un altro italiano, Cristoforo Colombo, è curioso di raggiungere i tetti d’oro del Cipangu descritti da Marco Polo senza peraltro averlo potuti vedere. Dunque, al di là della Cina vi è un’altra terra di meraviglie da esplorare, e se la Terra è rotonda si può facilmente raggiungere partendo da Occidente, secondo la famosa frase “buscar el Levante por el Poniente”.

La curiosità ispirata dalla lettura del “Milione” e la spinta della sua teoria scientifica che potrebbe aprire nuove comode rotte marinare spingono Cristoforo Colombo a diventare mercenario di qualcuno disposto a finanziargli l’impresa. Pur di raggiungere lo scopo utilizza l’unica arma che gli può far vincere la causa: la cupidigia. Se la sua impresa avrà successo, come egli è convinto, tutto l’oro del Cipangu sarà diviso con il sovrano disposto ad offrirgli una flotta. E così avviene, ma al posto del Cipangu Cristoforo Colombo imprevedibilmente scopre l’America. La storia è ben nota, ma serve ad alcune considerazioni legate al viaggiatore veneziano.

Se “Il Milione” viene scritto per caso [cioè durante la casuale prigionia di Marco Polo a Genova e la sua casuale conoscenza con Rustichello da Pisa], non è certo un caso se Cristoforo Colombo lo ha letto. Avido di notizie, il navigatore si è documentato su tutto ciò che era disponibile a quel tempo. La leggenda di marco Polo era ben nota alle corti del XV secolo, ogni principe e ogni sovrano aveva ben custodita nella biblioteca una copia del famoso “Libro delle Meraviglie”.

È certo che lo spirito che mosse Colombo fu soprattutto quello dell’avventura, ma non è estranea in lui la cultura conquistatrice europea del suo secolo. Partendo dalle informazioni eccitanti di marco Polo, Colombo intravede e sponsorizza presso la corte di Spagna il grande business del colonialismo. L’eccitazione del secolo è tutta protesa verso le ricchezze del favoloso Oriente. I navigatori arabi portano sino al Mediterraneo le sete, le porcellane, le giade della Cina. Ai Mongoli,  ricacciati oltre la Grande Muraglia, è subentrata sul trono del Celeste Impero una gloriosa dinastia cinese, quella dei Ming.  Dunque marco Polo aveva ragione: oltre le “Terre incognite” si estende un impero di ricchezze, e oltre a quello ve ne è un altro dove le città hanno i tetti d’oro massiccio, il Giappone.

La Geografia torna sovrana, scienza al servizio non più soltanto della conoscenza, ma della conquista. I cartografi europei fanno a gara per disegnare il “vuoto” oltre gli Urali e il Gange, il libro di Marco Polo dà indirizzi precisi, informazioni puntigliose. Anche i resoconti di Giovanni da Pian del Carpine e di Guglielmo di Rubruk tornano utili alla grande causa del neocolonialismo europeo. Se l’aggressione alla Cina viene ritardata di qualche secolo è anche stavolta per un caso: la scoperta dell’America. Il nuovo mondo impegna per almeno tre secoli le grandi potenze europee a farsi le guerre e a smembrarsi il corpo vergine al di là dell’Atlantico. Arraffa arraffa, uccidi uccidi: Spagna, Inghilterra e Francia, seguite da Olanda e Portogallo, si lanciano alla conquista del mondo. La Storia a questo punto non è più un caso, ma una amara realtà che scatena gli istinti perversi dell’uomo.

Ritornano le catene della schiavitù. Popoli inermi e dalle difese primitive sono soggiogati, spogliati, massacrati. La perversione ha la meglio, aiutata anche dalla Chiesa che nell’ansia di convertire gli infedeli e di non rinunciare al auto banchetto dà man forte ai conquistatori sanguinari, eccezion fatta per alcuni santi missionari che cercano di mitigare gli orrori dei loro correligionari. Al confronto il Medio Evo era un’epoca di idillio e di civiltà. La figura di Marco Polo, viaggiatore curioso, rispettoso della diversità degli altri, gentile e inoffensivo, giganteggia come quella di un eroe francescano. Nelle sue parole incantate, nella sua ansia di meravigliare raccontando le cose vere seppure incredibili che ha visto, nel desiderio di ricordare una avventura indimenticabile e irripetibile vissuta sotto i cieli immensi dell’Asia, e forse anche nella struggente nostalgia di quelle terre lontane che non avrebbe mai più riveduto, si nascondeva subdolo il germe scatenante della cupidigia rapace di coloro ce lo avrebbero letto.

Infatti nessun libro prima del “Milione” aveva acceso appetito così violenti, tanto da scatenare irrefrenabile l’epidemia del colonialismo fino allora sconosciuta nella società europea. Dopo la scoperta dell’America in quel fatidico 1492, il secolo XV si chiude in un’orgia di conquista e di saccheggi. Il Nuovo Mondo viene messo a ferro e a fuoco con brutalità inaudita, ricorrendo a metodi di sterminio di massa come mai erra avvenuto prima. L’ansia della conquista è giocata sul tempo: chi prima arriva prima si impadronisce di terre, di popoli, di tesori. È la logica aberrante del colonialismo che dopo la conquista violenta diventa imperialismo, dottrina di sottomissione del mondo, sfruttamento delle ricchezze, dominio e controllo delle vie di comunicazione.

Il nuovo secolo che inaugura la nuova era, cosiddetta moderna,  è un’alba sconvolgente per le civiltà americane.  La ricerca affannosa dell’Eldorado, il mitico impero d’oro descritto da Marco Polo e creduto dagli Spagnoli localizzato in qualche remota parte del Sud America,  spinge le armate dei conquistadores nel profondo delle foreste e in vetta alle Ande.  In pochi decenni i regni opulenti dei maya e degli Aztechi verranno spazzati via dalla furia vandalica dei nuovi barbari venuti dall’Europa, la civilissima e cristianissima Spagna.  L’oro, e solo l’oro, diventa l’unica obiettivo dei viaggi attraverso l’Atlantico, viaggi di armate violente che obbediscono all’unico imperativo della rapina.  Suonano ancora oggi tristemente famosi i nomi di Hernan Cortes e di Gonzalo Pizarro [ma, a maggior ragione, quello del più famoso fratellastro di Gonzalo Pizarro, Francisco, conquistatore dell’Impero Inca].

Due secoli dopo l’uscita del “Milione”, quel libro è divenuto il detonatore di una violenza inaudita. Quella stessa Europa che alla fine del XIII secolo inviava messaggeri  di conoscenza e di pace verso l’Oriente, all’inizio del XVI secolo inviava messaggeri di rapina e di guerra verso l’Occidente. La tragedia per le fiorenti civiltà indo-americane è stata così traumatica che si sono spente sotto i copi inferti dai conquistatori. Un intero continente nel beve volgere di mezzo secolo era già trasformato in immensa colonia: la spogliazione è stata totale e gli effetti si risentono ancora oggi, cinque secoli più tardi.

Forse non è stato meditato abbastanza da parte degli storici sull’effetto dovuto alla dovizia di informazioni entusiastiche offerte dalla lettura del “Milione”. Certamente non si può imputare alcuna colpa a Marco Polo, né responsabilità ad effetto postumo, ma ciò non toglie che le sue relazioni di viaggio abbiano contribuito al sorgere della nuova dottrina colonialista ed imperialista europea. (…)

Strumento di informazione curiosa o di eccitazione rapace, il suo libro resta indenne da ogni macchia. Nel bilancio complessivo della Storia esso ha reso un servizio insostituibile ala conoscenza di una parte tanto importante del mondo qual è la Cina, con i territori che le stanno intorno e che hanno assorbito la sua civilizzazione. Dovremo aspettare i viaggiatori del Settecento, ma soprattutto quelli dell’Otto e Novecento per aggiornare la nostra conoscenza sul grande Impero di Mezzo. Per oltre mezzo millennio “Il Milione” ha costituito per l’Occidente  l’unica fonte di informazione su un Paese così strategicamente importante, così essenziale alla Storia mondiale. Ancora oggi, a sette secoli di distanza, quel libro ci offre spunti di curiosità e di interesse molto vivi, accende in noi l’attrazione per un mondo sostanzialmente ancora sconosciuti, misconosciuto o mal conosciuto.

Se da un lato “Il Milione” ha scatenato, suo malgrado, lo spirito conquistatore degli Europei del XV secolo e successivi, dall’altro ha contribuito ad avvicinare due mondi lontanissimi e per certi aspetti diametralmente opposti. L’insegnamento che ne ricaviamo ancora oggi è che l’ignoranza alimenta l’ignoranza e i fanatismi razzistici, mentre la conoscenza favorisce il dialogo e predispone all’amicizia. Il valore rimario dell’opera di Marco Polo è proprio questo. Attraverso il suo libro egli presenta ai suoi contemporanei un ritratto della Cina libero da pregiudizi e con occhio incantato, disposto a stabilire un rapporto fiducioso.(…)

Marco Polo, dunque, è molto più di un viaggiatore e di un mercante: è l’uomo nuovo dell’Occidente mondato dai pregiudizi del suo tempo e aperto all’avventura che gli sta innanzi. Con occhi attenti e curiosi osserva le novità e le apprezza, le gusta con palato cosmopolita, elegge la Cina a sua nuova patria., vive le sue passioni sinizzandosi eppure mai dimentico della sua Venezia lontana. La sua lotta finale è tra il rimanere e il ritornare perché le ama entrambe, Khanbaliq e Vinegia, i due punti estremi del suo universo.»

In Cristoforo Colombo e Marco Polo, dunque, è possibile scorgere due mentalità profondamente diverse rispetto all’approccio con i popoli lontani e le civiltà «altre»; due atteggiamenti difformi e addirittura antitetici; due divergenti paradigmi culturali.

Il modello «vincente» è stato quello di Colombo, che, passando per i conquistadores spagnoli, arriva almeno fino all’americano Henry Morton Stanley, lo spietato esploratore dell’Africa equatoriale, le cui spedizioni geografiche sembravano campagne di guerra e che si apriva il passo con le truppe schierate in formazione di battaglia, seminando il proprio cammino di cadaveri degli indigeni trucidati; l’uomo che donò un immenso impero coloniale al cinico e immorale Leopoldo del Belgio, dove gli indigeni furono praticamente ridotti in schiavitù e il taglio delle mani era la punizione per i lavoratori poco produttivi, nelle piantagioni dell’uomo bianco.

Bisogna tuttavia osservare, per equità di giudizio storico, che tale modello di esploratore aggressivo prese il sopravvento allorché l’Europa ebbe accumulato quel margine di superiorità tecnologica, specialmente nel campo militare e della navigazione, che le rese possibile distruggere e sottomettere popoli interi con un minimo impiego di forze. Cortes conquistò il Messico con poco più di 200 soldati e Pizarro soggiogò gli Incas con 180 uomini; gli Inglesi, poi, conquistarono l’India con poche centinaia di armati, in buona parte indigeni arruolati dalla Compagnia delle Indie…

Fu solo nei conflitti per la spartizione del bottino, che gli Europei dovettero mobilitare eserciti più cospicui: ad esempio i Britannici, per espellere i Francesi dal Canada, misero in campo una flotta di tutto rispetto e un’armata di alcune migliaia di soldati perfettamente equipaggiati; senza di che, non sarebbero riusciti a trionfare nella Guerra dei Sette Anni (1756-63).

Al tempo di Marco Polo, il gap tecnologico fra l’Europa e l’Asia Orientale non esisteva o, semmai, era a favore delle nazioni asiatiche. I Cinesi possedevano da lungo tempo il segreto della carta, della polvere da sparo, della bussola, quando gli Europei non sapevano quasi nulla della loro progredita e raffinata civiltà. Pertanto la mitezza di quei primi viaggiatori europei era anche la conseguenza di un diverso rapporto di forze; addirittura, gli Stati europei cercavano la benevolenza dei Mongoli, per farsene degli alleati contro la minaccia turca.

Al contrario, le flotte cinesi che solcarono i mari di tutto il mondo, fra Tre e Quattrocento, quelle sì viaggiarono ispirate da una filosofia politica improntata alla mitezza di chi è più forte, ma non intende abusare del proprio vantaggio. Ovunque approdavano, le immense giunche del Celeste Impero – al cui confronto, le caravelle di Colombo sarebbero apparse come dei ridicoli gusci di noce – offrivano doni,  imponevano un tributo simbolico e ripartivano senza predare, senza ammazzare, senza conquistare. Eppure possedevano una superiorità tecnica schiacciante su qualunque altra nazione del mondo, come prova il fatto che si spinsero in ogni regione costiera dell’Oceano Indiano, fino all’Africa, fino all’Australia e, quasi certamente, fino alle Americhe.

Ecco: è in quei momenti che si può rettamente valutare l’indole pacifica di una civiltà: quando essa, cioè, pur disponendo di una schiacciante superiorità materiale, non la utilizza per imporsi con la forza ad altri popoli.

I Cinesi, nel Quattrocento, affrontarono una simile prova e la superarono; gli Europei, nel Cinquecento, la affrontarono e non la superarono. Senza rimorsi né ripensamenti, gli Europei si abbandonarono all’ebbrezza della forza, spazzando via intere civiltà, rendendo schiavi interi popoli, istituendo la schiavitù per milioni di esseri umani, razziati dai loro villaggi nel continente africano e trascinati in catene per lavorare nelle piantagioni americane.

E, in tempi a noi ben più recenti, abbiamo visto che cosa sono stati capaci di fare i coloni britannici in Australia e in Tasmania ai danni degli aborigeni, e i pionieri americani nel Lontano Ovest, ai danni delle tribù delle Grandi Pianure: li hanno decimati e quasi distrutti, con una ferocia spinta fino al punto di mettere una taglia per ogni capigliatura di uomo, donna o bambino venisse esibita come prova dell’avvenuta uccisione dei nativi. Né diversamente si comportarono verso la fauna e la flora  locali, che vennero in gran parte distrutte, per creare spazio alla coltivazione delle piante importate dall’uomo bianco o all’allevamento del bestiame, anch’esso importato.

Ora, alle radici di questa filosofia necrofila ci sembra essere proprio quel razionalismo tanto esaltato da Madaro, là dove presenta il Rinascimento come la rivincita della ragione contro la barbarie e l’oscurità del Medioevo. Quel razionalismo che aveva sentenziato che solo l’uomo, anzi, solo l’uomo civile (cioè l’europeo) era soggetto di diritti, mentre tutti gli altri viventi non erano che oggetti manipolabili a suo piacere, a maggior profitto di banche e compagnie di commercio ed, eventualmente,  a maggior gloria di Dio (cfr. il nostro precedente articolo «Manipolazione spietata di cose, vegetali ed animali nella “Nuova Atlantide” di Francesco Bacone», sempre nel sito di Arianna Editrice).

Ebbene, è su questo aspetto che la cultura occidentale dovrebbe fare una profonda riflessione critica nei confronti di se stessa.

Perché i maggiori crimini contro la tolleranza e contro la pace, essa li ha perpetrati non nel «buio» Medioevo, ma a partire da quando si è affermato il nuovo paradigma razionalista della cosiddetta Rivoluzione scientifica.

I roghi dell’Inquisizione sono stati accesi specialmente nel tardo Rinascimento e nel XVII secolo, così come la distruzione sistematica delle civiltà «altre» e il selvaggio sfruttamento di interi continenti, compresa la reintroduzione della schiavitù su larghissima scala, hanno avuto luogo mentre si preparava la sedicente «età dei Lumi»…

Forse è qui, e non altrove, la radice della cieca violenza di cui la storia dell’Europa moderna è intrisa e che culmina nella follia suicida di due guerre mondiali combattute nello spazio di un solo trentennio.

Qui, cioè in un Logos calcolante e strumentale, che non sa vedere disinteressatamente la bellezza del mondo, ma che tutto vorrebbe misurare, quantificare e, soprattutto, possedere e manipolare senza limite alcuno.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 30/11/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Novembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

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