martedì, 22 Giugno 2021
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Come e perché Vargas dichiarò guerra all’Asse

Come e perché Vargas dichiarò guerra all’Asse. Tra il ’39 e il ’42 egli si tenne in bilico fra i 2 schieramenti, in attesa di vederne gli sviluppi sul piano politico-militare, e comunque ben deciso a mercanteggiare con entrambi di Francesco Lamendola  

Il 22 agosto 1942, dopo tre anni d’indugi e tentennamenti, il dittatore brasiliano Getúlio Vargas saltò il fosso e dichiarò guerra alle potenze dell’Asse, cedendo alle pressioni e alle lusinghe lungamente esercitate su di lui dagli Stati Uniti d’America di Roosevelt: evento che sorprese più di qualcuno, perché l’Estado Nôvo, il regime presidenziale instaurato da Vargas nel 1937, aveva mostrato molte  simpatie per la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini, nonché talune analogie con il fascismo, in senso generico, e in particolare coi regimi di Antonio de Oliveira Salazar in Portogallo, e del maresciallo Jozef Pilsudski in Polonia (tanto che la sua Costituzione era chiamata, un po’ ironicamente, “costituzione polacca”).

Vargas, già presidente dello Stato del Rio Grande do Sul, dal 1928 al 1930, si era candidato alle elezioni presidenziali del 1930, ma era stato sconfitto; però l’assassinio del suo candidato vicepresidente gli aveva fornito il pretesto per sferrare un colpo di Stato, con l’appoggio dei militari, con cui aveva deposto il presidente Pereira de Sousa. La giunta militare andata al potere lo aveva nominato presidente provvisorio; nel 1934 l’Assemblea Costituente aveva varato una nuova Costituzione lo aveva eletto presidente costituzionale per quattro anni. Ma il 10 novembre 1937, Vargas, volendo sbarazzarsi dell’opposizione della destra di Azione Integralista, che sinora lo aveva appoggiato, fece un nuovo colpo di Stato, sciolse il Congresso, mise fuori legge tutti i partiti e varò una nuova Costituzione, fondando l’Estado Nôvo: il che fu l’equivalente delle “leggi fascistissime” varate da Mussolini nel 1925 per instaurare la dittatura legalizzata. Venne messo fuori legge anche il partito integralista di Plinio Salgado, il quale era stato, fino ad allora, il principale interlocutore di Vargas, anche perché nel Paese le fortissime disuguaglianze sociali avevano alimentato un piccolo ma aggressivo partito comunista, che nel 1924-26 si era reso protagonista, con la colonna Prestes, di una “lunga marcia” brasiliana di ben 30.000 km., paragonabile alla “lunga marcia” di Mao Tze Tung in Cina del 1934-35, anche se i suoi obiettivi rivoluzionari immediati erano falliti perché non era riuscita ad accendere le fiamme della rivoluzione.

È pertanto inesatto descrivere l’Estado Nôvo come una variante del fascismo: il fascismo brasiliano esisteva già, ed era quello dell’Azione Integralista Brasiliana di Salgado, fondata nel 1932 e capace di attrarre fin dal principio non meno di 200.000 seguaci, ma probabilmente molti di più (mentre i comunisti non avevano saputo suscitare che poche centinaia di adesioni): cosa che ne fa, contemporaneamente, il più consistente movimento fascista di tutta l’America Latina e il primo movimento di massa nella storia del Brasile (cfr. i nostri precedenti lavori: Cristo come Edipo-Sfinge nel pensiero di Plinio Salgado, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 27/07/11 e ripubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31/12/17; e Piaccia o no, l’integralismo di Salgado fu il primo movimento di massa della storia brasiliana, pubblicato su due siti citati rispettivamente il  16/08/8/11 e  il 12/12/17). Che, poi, l’integralismo sia stato creato da un leader che era, più che un uomo d’azione, uno scrittore e un teologo, ma soprattutto un fervente cattolico, è cosa che dovrebbe far riflettere gli storici progressisti e soprattutto i cattolici progressisti, abituati, ma a torto, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, e dopo il 1968, a considerare come “naturale” l’orientamento verso sinistra delle masse, “innaturale”, invece, quello verso destra, che infatti, secondo loro, è tipico di piccoli gruppi con scarse radici popolari. Il che, sia detto fra parentesi, li vede ancora oggi, a un secolo di distanza, incapaci di dare una plausibile collocazione o di tentare una interpretazione sociale del fascismo italiano, dato che esso fu la creazione di un uomo dell’estrema sinistra, quale era Benito Mussolini fra il 1914, quando venne cacciato dal Partito socialista, e il 1919, quando fondò i Fasci di combattimento a Milano: una sciarada che li fa letteralmente impazzire e di cui non verranno mai a capo, prigionieri, come sono, di una serie di pregiudizi e di tautologie basati sulla presunta spontaneità e bontà originaria dei movimenti di matrice marxista, mentre quelli “reazionari” non sarebbero altro, per loro, che il braccio armato dei proprietari terrieri, degli industriali e dei banchieri. Incapacità sociologica che si traduce anche in una impotenza politica, come le vicende della sinistra italiana ed europea di questi ultimi mesi stanno evidenziando in tutta la loro portata.

Tornando alla dichiarazione di guerra all’Asse da parte Getúlio Vargas, abbiamo intanto rimosso una delle ragioni di stupore da parte di taluni storici, avendo chiarito che l’Estado Nôvo non era di matrice fascista, semmai, paradossalmente, era un regime apartitico e apolitico; di fatto, esso non aveva, né ebbe mai, una propria base ideologica, ma cercò di coniugare, in maniera pragmatica, il tipico autoritarismo di destra con un certo riformismo di sinistra, che, nel contesto sudamericano, si qualifica essenzialmente come “populismo” (un termine che oggi è tornato prepotentemente alla ribalta, nel contesto europeo, perlopiù adoperato in senso spregiativo dai commentatori di sinistra per designare i movimenti sovranisti diretti contro l’Unione europea e contro l’immigrazione selvaggia). Vargas, dunque, era un pragmatico che non avrebbe mai fatto una scelta di campo, come quella che contrappose il fascismo e il nazismo alle democrazie occidentali, sulla base di fattori ideologici o sentimentali: primo, perché egli stesso non aveva un’ideologia; e secondo, perché gli interessava solo ritagliare per il proprio Paese il massimo spazio di manovra, profittando dello sconvolgimento degli equilibri politici internazionali provocato dalla Seconda guerra mondiale. Il suo obiettivo era quello di rafforzare l’indipendenza reale del suo Paese, avviando un processo di modernizzazione e di industrializzazione e creando, in particolare, una siderurgia nazionale, cosa che richiedeva una disponibilità di capitali e di tecnologie che il  Brasile era ben lungi dall’avere, in modo da farlo emergere dalla condizione sub-coloniale in cui versavano tutti i Paesi latinoamericani nei confronti degli Stati Uniti e, in misura minore, della Gran Bretagna (la quale, nel 1914-18, aveva soppiantato la temibile presenza dei capitali tedeschi, per poi venir sopraffatta a sua volta dai capitali nordamericani). È piuttosto ridicolo, pertanto, pensare che Vargas avesse degli obblighi di “fedeltà” nei confronti di Washington, e che li avrebbe violati, se avesse scelto di schierarsi con le potenze dell’Asse, cosa che viene tuttavia adombrata da taluni studiosi, evidentemente in un’ottica di pregiudiziale filo-democratica e antifascista (cfr. Franco Ricciu, Il Brasile. La storia, in: Il Milione. Enciclopedia di tutti i Paesi del mondo, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1970, vol. XI, pp. 721-22).

Ha scritto Sergio De Santis in Il primo Vargas (nel volume I protagonisti della Rivoluzione. America latina, vol. II, Milano, Compagnia Edizioni Internazionali, 1973, pp. 332-333):

Molti elementi sembrano far presagire una intesa con la Germania. Nn si tratta soltanto di affinità politiche ma anche del fatto che in Brasile vivono 5 milioni di cittadini (od oriundi) dei tre Paesi dell’Asse, che premono perché il Brasile scelga il Nuovo Ordine. A São Paulo, gli italiani sono 4 milioni; i tedeschi nel sud, 800.000; i giapponesi, sparpagliati nelle proprietà agricole dell’interno, 200 mila. Tuttavia, la situazione è molto più complessa. Già subito dopo il “golpe” del 10 novembre [1937], era corsa la voce che il Brasile stesse per entrare nel Patto anti-Comintern; ma Vargas era subito intervenuto per definire “risibile” la prospettiva. Non solo, ma si era affrettato a placare Osvaldo Aranha (che, alla notizia del “golpe”, gli aveva inviato le dimissioni da ambasciatore a Washington) e lo aveva richiamato in Brasile per dargli il ministeri degli Esteri. Un gesto che, date le notorie simpatie di Aranha per gli Stati Uniti, non poteva che avere un senso: quello di mantenere una porta (e neppure tanto secondaria) in direzione delle “democrazie occidentali”. Ma non è tutto. Sin dai primi mesi dell’Estado Nôvo – in significativa coincidenza con l’inacidirsi dei rapporti di Vargas con gli integralisti – anche le relazioni del BRassile con Germania e Italia si erano guastate. Tra botte e risposte, la situazione era andata sempre più peggiorando finché – alla fine del settembre 1938 – con l’espulsione dell’ambasciatore tedesco da Rio i rapporti diplomatici fra i due Pesi erano rimasti congelati. Ma, meno di un anno dopo, un altro colpo di scena: il Terzo Reich aveva colto al balzo la palla di un “ni”  opposto dagli Stati Uniti a una richiesta brasiliana di armi, per offrire al regime “fratello” generose forniture belliche. E Vargas, con la consueta spregiudicatezza, non aveva esitato a mettere una pietra sul passato e a riallacciare con Berlino le relazioni più cordiali. Così lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel settembre 1939, aveva colto Vargas e Hitler in pieno idillio. Ma si trattava di un fidanzamento oppure un flirt? Era un giro di valzer o un’alleanza? Chi poteva dirlo, dopo che per ben due volte nel giro degli ultimi 12 mesi Vargas si era comportato in modo diametralmente opposto rispetto a quello che sarebbe stato logico prevedere? Per quasi un anno di guerra, Vargas tace: ma, quando finalmente si decide ad aprir bocca, l’indomani dell’aggressione dell’Italia contro la Francia, le sue parole sono tutt’altro che rassicuranti: ”L’era dell’improvvido liberalismo, della sterile demagogia, dell’inutile individualismo è finita. Tuttavia, non è, come temono i pessimisti, la fine di una civiltà, ma la tumultuosa e feconda nascita di una nuova era. Popoli vigorosi, adatta alla sopravvivenza devono seguire le loro aspirazioni, senza perder tempo a contemplare le rovine del passato’. Il tono, i concetti e lo stile sono inequivocabilmente fascisti. Infatti, nel novembre del 1940 si verifica un incidente che fa temere il peggio. Una nave brasiliana, la “Siqueira Campos”, carica di armi tedesche, viene catturata a Lisbona dalla Marina britannica. L’incidente provoca crisi isteriche fra i militari brasiliani che propongono immediate rappresaglie: e soltanto la mediazione di Washington riesce a far rientrare il progetto. Nel gennaio del 1941, però, l’incidente su ripete con un’altra nave brasiliana, la “Bagé”, che è costretta a riscaricare sul molo di Lisbona un consistente lotto di armi pesanti di provenienza Krupp. Questa volta la crisi sembra inevitabile. Invece, poche settimane dopo scoppia la bomba. “Sinché io sarò al potere” annuncia pubblicamente Vargas” gli Stati Uniti posono contare sulla mia simpatia e sulla mia collaborazione. Io ho una piena fiducia nella buona volontà e nelle buone intenzioni del presidente Roosevelt. Pertanto, se un Paese extra-emisferico dovesse dichiarare guerra agli Stai Uniti, noi entreremo in guerra al loro fianco. Se invece fossero gli Stati Uniti a dichiarare la guerra, noi non ci sentiremo obbligati a fare altrettanto, ma forniremo agli Stati Uniti tutto il nostro appoggio”. Che cosa è successo? È successo che gli Stati Uniti hanno deciso di allentare i cordoni della borsa. Non soltanto armeranno il Brasile assumendosi a proprio carico il 65% della spesa, ma ne finanzieranno anche lo sviluppo industriale.(…) Evidentemente nella politica internazionale il ricatto rende. 7 dicembre 1941: Pearl Harbor. Gli Stati Uniti entrano in guerra. Entrerà anche il Brasile? L’impegno assunto da Vargas è inequivocabile: tuttavia non è precisato il “quando”, e su questo punto si apre un acceso dibattito in seno al regime brasiliano. La corrente degli interventisti è guidata da Aranha, quella degli attendisti dal generale Dutra. Il ministro della guerra, però, non è più filo-fascista, e si vanta ora di essere tanto filo-americano quanto Aranha:  quello che lo spinge a frenare gli entusiasmi, dice, è soltanto l’impreparazione del Brasile dal punto di vista militare. Vargas è con lui, anche perché gli Stati Uniti non hanno alcuna fretta che il Brasile entri ufficialmente in guerra. A Washington interessa soltanto la rottura delle relazioni diplomatiche e la possibilità di utilizzare il Nord-est brasiliano come pista di decollo per il mastodontico ponte aereo che dovrà trasportare in Africa le truppe americane. La rottura delle relazioni diplomatiche del Brasile con la Germania e l’Italia avviene il 28 gennaio 1942, al termine della Conferenza panamericana di Rio. Il Brasile è ancora ufficialmente neutrale; in realtà, si tratta di uno stato di guerra non dichiarata. I beni dei cittadini tedeschi e italiani vengono confiscati; la Condor è nazionalizzata; nel Nord-est cominciano i lavori per la costruzione delle prime piste di decollo. Berlino protesta: Rio non risponde neppure. La reazione tedesca è rabbiosa: i sottomarini tedeschi che incrociano l’Atlantico ricevono l’ordine di affondare senza pietà le navi brasiliane. Il governo di Vargas deve sapere a che cosa andrà incontro se si schiererà contro il Terzo Reich. Ma è un calcolo sbagliato: i siluri tedeschi fanno strage, ma la reazione brasiliana al terrore è un irrigidimento progressivo. Fra il 15 e il 17 agosto 1942, vicino alle coste brasiliane vengono affondate 5 navi, con a bordo oltre 600 persone. Adesso, la misura è colma: così il 21 agosto 1942 il Brasile entra in guerraMeno di tre mesi dopo, parte per l’Europa il corpo di spedizione brasiliano: sono 25 mila uomini comandati personalmente da Dutra, che parteciperanno alla campagna d’Italia, e in particolare alla battaglia di Cassino.

Corpo di spedizione che, ricordiamolo, benché sia ancora ricordato con molto orgoglio dal pubblico brasiliano (vedi, ad esempio, la popolarissima telenovela Esperança, nota in Italia con il titolo di Terra Nostra 2, dello sceneggiatore Benedito Ruy Barbosa, andata in onda nel 2002-03), non diede una prova troppo brillante di sé, visto che, anche a causa della sua inesperienza bellica, fu coinvolto nella pesante sconfitta inflitta agli Alleati da una inattesa controffensiva italo-tedesca nella valle del Serchio, il 26-28 dicembre 1944, nota come Operazione Wintergewitter, la quale, per un momento, fece tremare di paura le signore della Firenze bene antifascista. A Roosevelt e a Churchill, peraltro, poco importava dell’intervento attivo del Brasile, quanto della disponibilità degli aeroporti del Nord-est, senza la quale lo sbarco americano nei porti del Nord Africa francese (operazione Torch, 8-16 novembre 1942) non sarebbe stato possibile, essendo l’Atlantico settentrionale troppo battuto dai sommergibili dell’Asse; e, in secondo luogo, interessava la piena disponibilità delle materie prime brasiliane per lo sforzo bellico alleato.

Vargas, dunque, fra il 1939 e il 1942, si tenne in bilico fra i due schieramenti, semplicemente in attesa di vedere quale piega avrebbero preso gli avvenimenti sul piano politico-militare, e ben deciso a mercanteggiare con entrambi, per strappare il miglior prezzo a favore del suo Paese. In questo gioco diplomatico egli diede prova di una indubbia abilità, perché ottenne dagli Stati Uniti una serie di concessioni e di agevolazioni, sul piano economico, che contrastano fortemente con le dure condizioni imposte alla produzione e al commercio di tutti gli altri Paesi dell’America Latina, costretti a fornire sottocosto agli Alleati le loro materie prime, come lo stagno della Bolivia. Al tempo stesso, Vargas non si rese conto, o non valutò in tutta la loro portata, le implicazioni politiche interne della dichiarazione di guerra alle potenze dell’Asse: le forze democratiche del Brasile misero subito in evidenza la contraddizione esistente fra una partecipazione alla guerra contro il nazismo e il fascismo, quando il Brasile stesso era sottoposto ad un regime politico decisamente autoritario e illiberale. In tale contraddizione erano già insiti gli elementi per un rapido deterioramento della base politica di Vargas, il quale, sotto la pressione dell’opinione pubblica, dovette reintrodurre il sistema partitico (compreso il Partito comunista) e indire nuove elezioni. Ma i militari conservatori si mossero prima e il 29 ottobre 1945 lo deposero. Ironia della sorte: il capo del golpe che pose fine alla prima fase del regime di Getúlio Vargas (ce ne fu poi una seconda, un po’ come accade a Juan Domingo Perón in Argentina, dal 1951 al 1954) era proprio quel generale Dutra che era stato a lungo suo “fedele” collaboratore e che egli stesso aveva designato quale suo candidato alle prossime elezioni.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Luglio 2018

Del 01 Novembre 2020

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