lunedì, 27 Settembre 2021
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Come per stupidità ed incultura il generale Freyberg volle la distruzione di Montecassino

Come per stupidità ed incultura il generale Freyberg volle la distruzione di Montecassino. Già aveva resistito ben 3 volte: nel 577 dai longobardi nell’883 dai Saraceni e dal terremoto nel 1349 una vergogna della nostra civiltà di Francesco Lamendola 

Chi volle la distruzione, fra il 15 e il 18 febbraio 1944, da parte di oltre 250 bombardieri alleati, fra medi e pesanti, della storica Abbazia di Montecassino, fondata da San Benedetto da Norcia nel 529 e, pertanto, la vera e propria culla di gran parte del monachesimo italiano, nonché uno dei più insigni monumenti storici, artistici e religiosi dell’intera Europa e del mondo? Essa aveva già resistito a ben tre distruzioni: una prima volta, nel 577, dai Longobardi; una seconda, dai Saraceni, nell’883; e una terza, dal terremoto, nel 1349 (all’indomani della terribile epidemia di peste nera); e ogni volta era stata ricostruita con fede e con coraggio, sulla cima del colle omonimo, a 520 metri d’altitudine, in posizione strategica dominante sulla valle del fiume Liri, a circa 130 km. a sud-est di Roma.

Da molto temo, ormai, non vi sono più dubbi: il fatale, inesorabile bombardamento che distrusse in un attimo secoli di storia e che provocò anche la morte di numerosi civili, rifugiatisi al suo interno, fu voluta dagli Stati maggiori della Quinta armata americana e della Ottava armata britannica, specialmente da quest’ultima, e, in modo particolare, dal generale Bernard Freyberg (1889-1963), comandante del II Corpo neozelandese, formato dalla Seconda divisione neozelandese (gen. Parkison) e dalla Quarta Divisione indiana (gen. Tucker): lo stesso che giunse a Trieste, il 2 maggio 1945, con ventiquattro fatali ore di ritardo rispetto ai partigiani comunisti jugoslavi del maresciallo Tito, cosa che provocò inenarrabili sofferenze alla popolazione e che, ad un certo punto, mise in forse perfino il suo legame con l’Italia.

Fu lui, che al comando del Corpo di spedizione neozelandese, esercitò reiterate e pressanti richieste affinché l’aviazione alleata procedesse al bombardamento sistematico dell’Abbazia, ritenendo, del tutto a torto, che i Tedeschi l’avessero inclusa nel loro sistema difensivo e che, annidati al suo interno, avrebbero costituito un ostacolo insormontabile per l’avanzata delle fanterie, se, prima, non fossero stati neutralizzati dal cielo. La cosa era doppiamente sbagliata, sia perché il generale Kesselring aveva scrupolosamente rispettato l’impegno di non servirsi del perimetro dell’Abbazia per ragioni militari, fino a quando gli Alleati avessero rispettato quel luogo, sia perché lo scriteriato e barbarico bombardamento servì solo a riempire la sommità del colle di macerie, dietro le quali i soldati tedeschi, ormai sciolti dalla promessa che avevano fatto, poterono liberamente appostarsi e rendere, allora sì, difficilissima l’avanzata alle truppe neozelandesi; tanto è vero che la battaglia, iniziata il 12 gennaio proseguì accanitissima fino al 19 maggio, ossia ben tre mesi dopo che il venerando e mirabile edificio era stato raso al suolo.

A questo duplice errore, tattico e d’intelligence, se ne aggiunse un altro, che non poteva non apparire tale fin da allora, e che si può spiegare solo con la sconfinata arroganza degli eserciti angloamericani, sbarcati in Italia nella dubbia veste degli “amici” e, addirittura, dei “liberatori” del popolo italiano, anche se non erano affatto tali, né per le intenzioni che li muovevano, che erano quelle del classico esercito di conquista, né per i metodi che adoperavano: l’evidente inopportunità di macchiarsi di un crimine contro il patrimonio storico-artistico e contro la stessa religione cristiana che non aveva ancora riscontri in Europa, e il cui unico corrispettivo era stato, durante la Prima guerra mondiale, il bombardamento di artiglieria e la parziale distruzione della Cattedrale gotica di Reims, nella regione francese della Champagne, da parte dell’esercito tedesco avanzante, nel 1914: funesta impresa, per la quale i Tedeschi erano stati biasimati aspramente da tutta la stampa internazionale e lo stesso Kaiser, Wilhelm II di Hohenzollern, ritenuto responsabile dall’opinione pubblica di mezzo mondo, raffigurato sulle vignette satiriche mentre versava lacrime di coccodrillo, deplorando ipocritamente l’accaduto.

Lasciamo la parola a uno dei maggiori conoscitori di quella vicenda, che la visse un prima persona e che possedeva tutte le informazioni necessarie per ricostruirla spassionatamente, nonché la formazione scientifica propria dello studioso di storia: Tommaso Leccisotti (1895-1982), archivista dell’Abbazia, nella sua ormai classica monografia «Montecassino» (Montecassino, Pubblicazioni Cassinesi, 1983, pp. 150152, nota 12):

«Che il bombardamento sia stato un nuovo errore in tutta la errata campagna che un giornalista (cfr. “Il Tempo”, Roma, 1950, 13 giugno) ha definita “un monumento tale di inettitudine da sconcertare le pecore dell’Appennino abruzzese” – e sono note le critiche mosse anche in America -, lo si vide dalle conseguenze ed è ormai pacifico. I metodi, ottimi per il deserto, teatro delle operazioni fortunate del Freyberg, non andavano invece bene per una zona di montagna. Oltre il già detto, non solo i tedeschi ebbero quella libertà di movimento che il rispetto dell’edificio ancora intatto e considerato intangibile limitava di molto, tanto da lasciar supporre che per questo e per ragioni di propaganda avessero l’interesse a trarre in inganno l’avversario, ma fra le rovine ben altri osservatori si potevano sistemare che quelli visti dal gen. Wilson! Altro che procurare risparmio di vite umane! Senza dubbio era stata questa una delle ragioni avanzate dal gen. Clark – “errore tattico di prima grandezza!” – per sconsigliare l’impresa. Rimandiamo ch voglia conoscere l’opinione di altri competenti a “La distruzione” [ecc., di von Senger-Etterlin] e al Mordal

Oltre al ricordare (p,. 337,399) le smentite date alle affermazioni alleate da Kesselring, il quale assicura che il bombardamento non ha inferto il minimo danno alle truppe e al materiale tedesco, anzi ha dato la possibilità di occupare le rovine, il Böhmler, a varie riprese, ritorna sugli sbagli degli Alleati. Così a p. 178, dopo aver accennato all’errore iniziale di aver scartata la via Appia, che pure poteva essere appoggiata dal mare, aggiunge che sbagliarono nel credere che non bastasse il monte, ma fosse necessaria a i Tedeschi pure la Badia per osservatorio d’artiglierie. Ma se i Tedeschi ne avessero fatto il loro osservatorio, ci voleva poco a capire che avrebbero perduto il loro “occhio” all’inizio dei grandi bombardamenti. Se gli Alleati avessero sospettato che le sorprese che Kesselring aveva loro preparato attorno a Cassino, avrebbero certo scelto la via Appia per la loro avanzata. E a p. 341, a proposito delle affermazioni del gen. Wilson circa la presenza dei tedeschi nel monastero osserva che resta molto dubbio che cosa abbia egli veduto. È mai credibile che molti soldati tedeschi abbiano continuato a restare e a muoversi dentro e attorno al monastero, mentre un apparecchio nemico volava su loro in ricognizione? Se ci fossero stati soldati tedeschi, per prima cosa avrebbero cercato di scomparire o, comunque, di non farsi notare.

Ci si può finalmente domandare se conveniva distruggere la Badia, anche se dentro ci fossero stati Tedeschi., Era sempre un grave errore l’attacco frontale di una simile posizione; Clark e Juin infatti ne avevano tentato l’aggiramento. Si pensi che i paracadutisti tedeschi restavano attaccati alle estreme pendici davanti alla via Casilina. Se le bombe buttate su Montecassino fossero state gettate là, non c’era bisogno di toccare la Badia e si poteva giungere facilmente sulle alture a NW del monastero, e da là si sarebbero buttati a valle, prendendo la Badia senza colpo ferire… 342. Nella seconda battaglia di Cassino, quando realmente il fuoco d’artiglieria tedesca era diretto dagli osservatori frale rovine della badia, essi [gli Alleati] li resero ciechi tenendo avvolta tutto il giorno la montagna in cortine fumogene. E se non sfondarono, fu solo perché le loro fanterie erano sfinite, mentre i Tedeschi poterono ricevere rinforzi. Se davvero il Comando alleato era sicuro che la Badia era diventata “la più potente fortezza artiglieria che mai sia esistita”, ci voleva tanto ad anticipare l’annebbiamento e rendere impossibile agli osservatori il rilievo e la direzione del fuoco. Così avrebbero evitato che la Badia, distrutta, diventasse davvero una fortezza nelle mani dei Tedeschi; poiché proprio questo fu l’unico risultato militare della distruzione. Fu così che i paracadutisti tedeschi occuparono le rovine e vi si sistemarono saldamente, in numerosi voltoni e passaggi sotterranei, su cui stava un coltrone di macerie alt parecchi metri. Adesso davvero la badia diventò il caposaldo della difesa tedesca, e Freyberg ebbe di ritorno sulla propria tedesca il “bumerang” che egli aveva fatto scagliare contro Montecassino. E Montecassino da quel momento costò agli alleati molto sangue e molto materiale 343. Si faccia e si dica quel che si vuole, l’insensata distruzione di Montecassino non si può giustificare da nessun punto di vista; fu un grave errore tattico e politico.

Fin qui il locale comandante dei paracadutisti. Aggiungiamo soltanto, a quanto ha detto il Böhmler, circa la tentata giustificazione dell’atto nefando, che tutti i mezzo, dalle lusinghe alle menzogne, dalle subdole proposte di aiuto alle minacce, tutto è stato tentato per soffocare la verità. Dopo che alla presenza dei Tedeschi, all’impianto di osservatori e di telefoni, tutte cose inesistenti, e che, in ogni caso, sarebbero stati sistemati meglio fra le rovine, si è fatto ricorso alla psicologia dei combattenti. Ma se il ricordo di Reims, dove pure vi erano certamente   osservatori, non è fatto per rendere immuni, specie poi se si considera l’accanimento, la stessa condotta del gen. Clark, che doveva ben conoscere la psicologia dei suoi, e le pubblicazioni, sua e del gen. Juin, che hanno svelato come siano andate realmente le cose, rendono vani questi miseri appigli e condannano severamente tutta l’intensa campagna di menzogne intrapresa per coonestare la decisone agli occhi dei popoli ignari o ingannati, di nulla senza dubbio responsabili.

Giustamente possiamo quindi riportare a conclusione riassuntiva il giudizio del critico militare americano Hoffman Nickerson, riferito dal Moral, 138: “le seul résultat de la plupart des bombardements est de détrure les choses pour la sauvegarde desquelles on es supposé se battre”, anche, come nel caso nostro, rappresentanti e strettamente connessi con valori morali.

E Gaetano De Sanctis, parlando in relazione alla distruzione di Montecassino nella susseguente adunata della Pontificia Accademia di Archeologia, così stigmatizzava questi funesti effetti della guerra: “Non è nostro compito isolare e determinare le responsabilità particolari d’un tale cumulo di rovine, ma questo deve dirsi, che l’averlo cagionato rimarrà vergogna perpetua dell’età nostra e della nostra civiltà”.

Attenuanti invece invoca, circa le particolari responsabilità il II vol. della storia ufficiale sulla RAF (inglese), pur deplorando il triste evento e riconoscendone tutta la gravità.»

Agli Alleati, quindi, e specialmente ai Britannici, ai “gloriosi” vincitori di El Alamein (dove avevano combattuto in vantaggio di 1 a 2 per la fanteria e per i carri armati, e di ben 1 a 5 per l’aviazione), non bastò volere e perpetrare l’inutile e criminale bombardamento di quel venerabile e glorioso edificio storico-religioso, senza ottenere alcun vantaggio militare, come era da aspettarsi; essi vollero intestardirsi, durante gli anni del dopoguerra, nel tentativo di minimizzare o negare le proprie responsabilità e nel cercar di soffocare in ogni modo la voce della verità: ossia quella dei comandanti tedeschi, i quali avevano ribadito l’assenza di posti d’osservazione della Wehrmacht entro l’Abbazia, e quella degli stessi monaci benedettini, i quali non poterono fare altro che confermare tali asserzioni, corrispondenti alla pura e semplice verità, aggiungendo le loro personali testimonianze sulla crudeltà dei bombardamenti, che gettarono nel lutto e nella disperazione numerose famiglie di civili e di sfollati, che avevano cerato invano riparo entro i muri dell’edificio (nel quale si erano introdotti a forza e senza l’assenso dei monaci, anche se poi questi ultimi, davanti al fatto compiuto, che avrebbero voluto evitare per ovvie ragioni di sicurezza, poi tragicamente confermate dai fatti, si prodigarono per assistere in ogni modo quei poveretti). Quelle voci, quelle testimonianze, davano fastidio ai vincitori, perché gettavano una sinistra luce sul vero volto dei conclamati “liberatori”, autori di tanti altri atroci bombardamenti sulle indifese città italiane, sia quando, dopo il 25 luglio del 1943, era stato evidente che il governo Badoglio cercava soltanto l’occasione per avviare sondaggi segreti con gli Alleati allo scopo di addivenire a un armistizio separato, sia quando la guerra era ormai quasi alla fine, nei primi mesi del 1945. Bisognava pertanto metterle a tacere, ridurle al silenzio: bisognava riscrivere la storia ad esclusivo beneficio del vincitore – esattamente come si fece, e con notevole successo, per i fatti della guerra civile italiana, subito ribattezzata “Resistenza”, nei quali doveva apparire un’unica parte “buona”, quella partigiana, ed una sola “cattiva”, quella fascista e tedesca.

La cosa più indisponente, per la sopravvivenza del mito della “bontà”, della “umanità” e della “generosità” dei cosiddetti liberatori, la più sgradevole e molesta, era quella di dover ammettere che i Tedeschi erano stati di parola, fin dall’inizio; che non avevano approfittato della situazione per introdurre soldati nell’Abbazia, né per installarvi posti d’osservazione allo scopo di dirigere il tiro della artiglierie; e che, anzi, avevano dato prova di notevole sensibilità e correttezza nell’aiutare i monaci a sgombrare e mettere al sicuro, trasportandolo a Roma, prima della battaglia, una buona parte del preziosissimo patrimonio archivistico e bibliografico conservato da secoli nell’Abbazia, il quale, altrimenti, sarebbe andato irreparabilmente distrutto, così come era accaduto alla celebre Biblioteca di Alessandria al tempo di Giulio Cesare.

Al tenente colonnello Julius Schlegel, della divisione corazzata «Hermann Göring», va il merito di avere ben meritato davanti all’umanità per tale salvataggiocondotto in spirito di leale collaborazione con il valoroso, ma quasi ottantenne, abate di Montecassino, Gregorio Diamare. A guerra finita, gli Alleati tentarono di far passare l’ufficiale per criminale di guerra; ma egli venne cavallerescamente difeso proprio dal maresciallo Alexander. In compenso, come osserva il Leccisotti, dopo aver perduto, nel corso della guerra, una gamba e la salute, alla conclusione delle ostilità i comunisti gli sequestrarono la casa. Umiliazioni e sofferenze vennero riservate anche a un altro ufficiale tedesco, il capitano Becker, che, nelle sue memorie, rivendica a se stesso l’idea di aver voluto salvare la biblioteca del monastero, dopo che, in qualità di ufficiale medico, era stato incaricato di impiantare un ospedale da campo nel convento di San Antonio a Teano; e lì, dopo aver messo in salvo i libri presenti in quell’antico edificio, avrebbe avuto un analogo pensiero per quelli di Montecassino, mettendosi in contatto, per ciò, con alcuni frati, anche se, nel frattempo, la direzione delle operazioni di sgombero e trasporto del prezioso materiale librario era stata assunta dallo Schlegel. Sia come sia, ad entrambi questi valorosi ufficiali tedeschi spetta, ancorché tardivo, un riconoscimento per la nobiltà del loro operato, anche a titolo di risarcimento per le incomprensioni patite e l’ingratitudine umana cui andarono incontro. Ma essi avevano il torto di appartenere a un esercito sconfitto, al quale, nel 1945, si volevano attribuire non solo le atrocità che, effettivamente, commise, ma anche molte che non aveva commesso (si pensi soltanto alle Fosse di Katyn, per il cui eccidio i Sovietici avevano tentato di incolpare i Tedeschi), operando una brutale ed arbitraria semplificazione di ciò che era accaduto nella Seconda guerra mondiale.

È quasi superfluo ribadire che, in questa sede, non abbiamo la minima intenzione, e neppure il desiderio, di imbastire una assurda difesa d’ufficio delle Forze armate tedesche durante quelle tragiche vicende, ma soltanto ricordare come non tutti i soldati e gli ufficiali tedeschi fossero dei “barbari” ciechi e sanguinari, come la propaganda alleata, e il mito della Resistenza, li hanno subito descritti, ed hanno avuto buon gioco nel continuare a descriverli per circa sette decenni, che è un tempi lunghissimo, specialmente considerando i parametri della storia contemporanea, dove tutti gli eventi si consumano estremamente in fretta. Questo va detto: che c’erano delle brave persone e perfino dei gentiluomini anche fra i Tedeschi, sebbene la Seconda guerra mondiale, per la natura stessa delle armi e delle strategie impiegate, abbia superato ogni precedente conflitto quanto a efferatezza e a disprezzo delle leggi morali. Viceversa, di fronte a figure come quella dello Schlegel e del Becker, bisognerebbe tornare a parlare di un uomo come il generale Freyberg, il principale responsabile della fredda e deliberata distruzione dell’Abbazia di Montecassino, che superò la ferocia dei Longobardi e dei Saraceni. Per lui, nessuna accusa vi è mai stata e nemmeno un’ombra di riprovazione; anzi, il governo inglese pensò bene di farlo barone e di nominarlo governatore generale della Nuova Zelanda, carica che tenne per sei anni, dal 1946 al 1952. Evidentemente, aveva ben meritato dalla sua patria.

Un po’ meno, forse, dall’umanità e dalla civiltà.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Dicembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

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