domenica, 13 Giugno 2021
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Come si fabbrica un eroe antinazista: il caso di Erwin Rommel

Come si fabbrica un eroe antinazista: caso di Erwin Rommel. Strana democrazia quella che per reggersi e per avocare a sé una sfera sempre più ampia di potere poliziesco non può vivere senza avere un nemico mortale da combattere di Francesco Lamendola

Agli Statunitensi c’è solo una cosa che piace più di fare le guerre contro un avversario più debole, per essere sicuri di vincerle: quella di fabbricarsi un’immagine idealizzata del nemico, per poterlo trasformare in avversario gentiluomo e quindi, di riflesso, per rafforzare l’immagine di soldati gentiluomini che hanno di se stessi.

Tranne la guerra d’indipendenza del 1775-83 e la successiva guerra contro l’ex madrepatria del 1812-15 (nella quale, peraltro, la Gran Bretagna combatteva con forze assai ridotte, essendo impegnata in Europa nella decisiva partita mondiale contro Napoleone), gli Stati Uniti hanno sempre combattuto in condizioni di schiacciante superiorità: contro il Messico nel 1846-48, contro la Spagna nel 1898, fino alle due guerre mondiali, e, ovviamente, senza dimenticare il genocidio degli Indiani, compiuto con sistematica spietatezza da mare a mare, dalla costa dell’Atlantico fino a quella del Pacifico.

Tuttavia, perfino la loro opinione pubblica si vergognerebbe di queste vittorie così poco gloriose, se non ci pensassero la stampa, il cinema e la televisione a creare la confortante immagine di un nemico temibile (qualcuno ricorda ancora la panzana dell’esercito iracheno come «il quarto più potente al mondo» nel 1991, all’epoca della prima guerra del Golfo?) e, in qualche caso, nobile e cavalleresco. Si va dal capo Tecumseh al capo Giuseppe, da Geronimo a Toro Seduto, da Osceola a Cavallo Pazzo – tutti quanti, si badi bene, idealizzati solo a posteriori -; e si arriva… al feldmaresciallo Erwin Rommel, la celebratissima «Volpe del deserto» della seconda guerra mondiale. Un nazista, certo; però un nazista secondo il gusto di Hollywood; un nazista, insomma. contro il quale ci si può anche vantare di aver combattuto, perché non era un criminale dedito alla «soluzione finale» del problema ebraico, ma un audace e coraggioso stratega. Insomma una nazista in guanti bianchi, assolutamente presentabile.

In verità, Rommel non era affatto uno stratega; non lo era mai stato. Fin da quando, giovane ufficiale dell’esercito imperiale germanico, si era messo in luce con le sue brillanti azioni in Francia, nel 1914-15, in Romania, nel 1916, e in Italia, nel 1917 – ove svolse un ruolo non indifferente nello sfondamento di Capretto -, si dimostrò sempre un geniale tattico, mai uno stratega.

E così fu anche nella seconda guerra mondiale, tanto sul fronte occidentale, ove partecipò allo sfondamento del fronte occidentale, allorché, alla testa della Settima Divisione Corazzata, puntando su Abbeville, determinò la rottura in due tronconi dell’esercito francese; sia sul fronte nordafricano; sia, da ultimo, nella battaglia di Normandia, alla vigilia del suicidio impostogli da Hitler per essersi lasciato coinvolgere, e sia pure in misura assolutamente marginale, per non dire ininfluente, nella congiura culminata nell’attentato alla vita del Führer, il 20 luglio 1944.

Egli è passato alla storia, anzi, è entrato nella leggenda, soprattutto per le sue imprese alla testa dell’Afrika Korps, giunto in Libia nei primi mesi del 1941, per puntellare le scricchiolanti posizioni italiane davanti all’incalzare dell’armata britannica; imprese culminate nella decisiva battaglia di El Alamein., che, tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre del 1942, infranse il sogno mussoliniano di entrare in Alessandria e al Cairo su di un cavallo bianco, e segnò l’inizio della fine per l’Italia nella seconda guerra mondiale.

Certamente egli si dimostrò abilissimo come tattico, specialmente nella riconquista di Tobruch e anche nel corso della ritirata da El Alamein, salvando l’esercito italo-tedesco dalla disfatta totale (che ebbe comunque luogo, in Tunisia, alcuni mesi più tardi); però commise un errore madornale allorché influenzò la decisione di Hitler di rinunciare all’azione di aviosbarco su Malta, allorché gli Stati Maggiori italiano e tedesco erano ormai pervenuti alla giusta decisione di sferrarla, sia pure tardivamente, nella primavera del 1942.

La mancata espugnazione di Malta permise agli aerei e ai sottomarini britannici di interrompere gran parte dei rifornimenti destinati all’armata italo-tedesca in Egitto, specialmente carburante, lasciando a secco i carri armati e gli autocarri che si erano già spinti così lontano dalle loro basi di partenza, e creò le premesse per il successo della controffensiva britannica del maresciallo Montgomery. Sconsigliando l’operazione su Malta, Rommel si illudeva che ormai il Nilo e il Canale di Suez fossero a portata di mano e che, una volta raggiunti tali obiettivi, Malta sarebbe caduta da sola,  e comunque non avrebbe potuto più ostacolare il traffico dell’Asse nel Mediterraneo: concetto strategico aberrante, perché dava per acquisito proprio l’obiettivo che si intendeva raggiungere e che non era stato ancora raggiunto.

E parliamo del mito della «Volpe del deserto». Certamente Rommel era un condottiero abile e dinamico, molto amato dalle sue truppe, con le quali divideva il rancio e fra le quali amava stare il più spesso possibile: atteggiamento ben diverso da quello dei generali italiani, che pranzavano in mense di lusso e passavano il tempo in sicuri rifugi antiaerei, ben addentro nelle retrovie: come aveva fatto il maresciallo Graziani, che, all’epoca della rotta di Sidi el Barrani, si trovava in un rifugio a 100 km. dal fronte.

Il suo dinamismo e il suo, chiamiamolo così, democraticismo, avevano fatto di Rommel una leggenda all’interno dell’Afrika Korps; i Britannico, bisognosi di giustificare i propri insuccessi sul fronte dell’Africa settentrionale, ne fecero un mito internazionale. Fu in particolare un celebre discorso di Churchill in Parlamento, nel corso del quale riuscì a stento a salvare la propria poltrona dalle critiche serrate di molti esponenti dell’opposizione, che levò alle stelle la genialità del comandante tedesco, allo scopo evidente di alleggerire le proprie responsabilità nei continui rovesci che le forze armate di Sua Maestà britannica avevano riportato in Libia fra il 19141 e il 1942, contro un nemico che disponeva di meno carri armati, meno cannoni, meno benzina, meno sostegno aeronavale: in breve, inferiore sotto ogni punto di vista.

Nel corso di quella drammatica seduta del Parlamento britannico, venne creato il mito di Rommel, l’inafferrabile «Volpe del deserto»: perché neanche agli Inglesi piace perdere, e, quando combattono, preferiscono essere sicuri di vincere (come il maresciallo Montgomery, che si decise ad attaccare presso El Alamein, solo quando poté disporre di una superiorità di mezzi addirittura schiacciante); e, se perdono, devono per forza inventarsi un nemico invincibile, contro il quale nessun altro avrebbe avuto sorte migliore della loro.

Un meccanismo già visto e collaudato infinite volte: basti citare la creazione di un altro mitico e cavalleresco nemico invincibile: il generale Paul von Lettow-Vorbeck, il quale, durante la prima guerra mondiale, era  riuscito a difendere con un’abile guerriglia la colonia dell’Africa Orientale Tedesca (cfr. F. Lamendola, «Le colonie tedesche in Africa nella prima guerra mondiale», sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice).

Certo che, sulle prime, l’esito di questa politica fu paradossale: perché i soldati inglesi in Egitto, e soprattutto i loro ufficiali, finirono per maturare un vero e proprio complesso di inferiorità nei confronti della «Volpe del deserto. Come avrebbero potuto, infatti, abbandonati alle loro misere risorse di comuni esseri umani, avere ragione di una specie di semidio, di un fulmine di guerra del quale il loro stesso premier tesseva i più alti elogi nel Parlamento di Londra?

Come osserva giustamente lo storico inglese David Irving, sarebbe stato impensabile che, al Reichstag, Hitler intonasse l’elogio del maresciallo Timoscenko: ma tant’è, la vanagloria e la sete di potere di Churchill erano tali, che il Primo Ministro britannico era disposto a pagare qualsiasi prezzo – e a farlo pagare ai propri connazionali – pur di rimanere attaccato alla poltrona di capo del governo, essendo fermissimamente convinto che lui solo avrebbe saputo guidare il proprio Paese alla vittoria finale.

Dunque, quando gli Americani intervennero massicciamente nella guerra europea, prima con gli sbarchi in Nord Artica, indi con l’invasione dell’Italia e, da ultimo, con lo sbarco in Normandia, ove si trovarono nuovamente faccia a faccia con Rommel, esistevano ormai tutte le premesse per fare di quest’ultimo il loro «nazista preferito».

Perché Rommel non era solamente un brillante esponente dell’alta ufficialità della Wehrmacht, era anche un nazista; su questo non c’erano dubbi. Anzi, è un fatto che egli aveva aderito al nazismo fino dai suoi esordi, militando nelle sezioni d’assalto; ma perché rivangare quella vecchia storia, quando c’era la possibilità di farne il simbolo di una guerra «pulita» e cavalleresca, insomma di una guerra tra gentiluomini?

Nel deserto del Nord Africa non c’erano state popolazioni civili massacrate (come sul fronte russo-tedesco), né una guerriglia da estirpare ferocemente (come nei Balcani), né, infine, città indifese selvaggiamente bombardate dal cielo (come avveniva in tutta Europa, e specialmente nella stessa Germania). Insomma, in quel lontano teatro di guerra – condito con un pizzico di esotismo, con le dune, le palme e le Piramidi sullo sfondo, che a Hollywood e dintorni non guasta mai – vi erano state le condizioni più favorevoli alla nascita del mito del generale tedesco «buono» o, quanto meno, leale ed umano, oltre che abilissimo: tanto abile che era stato inevitabile perdere, contro di lui, qualche mano della partita, salvo poi vincere quella risolutiva.

Sul fronte della Normandia, del resto, non si erano forse visti i tedeschi inviare degli ufficiali medici nelle teste di ponte alleate, per curare i soldati feriti, in cambio della liberazione di alcuni prigionieri? Una sola cosa mancava ancora, per realizzare l’ultimo atto del processo di canonizzazione della «Volpe del deserto», che avrebbe, di riflesso, portato gloria a quei soldati americani che lo avevano sconfitto; e, nell’immediato dopoguerra e anche molto, molto più tardi, avrebbe riempito le sale cinematografiche con i film relativi alla sua epopea. Bisognava fare di Rommel un martire del nazismo: solo così si sarebbe potuto cancellare il dato storico, sicuro e incontrovertibile, che egli, invece, era stato un nazista della prima ora, e che aveva continuato a credere in Hitler sino alla fine della sua vita.

Ma come fare?

A questo pensò il capo di Stato Maggiore dello stesso Rommel, dopo la sua tragica morte e dopo la fine della guerra, diffondendo la leggenda che il feldmaresciallo era stato uno dei maggiori artefici della congiura antihitleriana che condusse all’attentato del 20 luglio contro la vita del dittatore tedesco. Una grossa bugia, in verità: perché Rommel, al massimo, si limitò ad ascoltare i discorsi di alcuni congiurati, ma non diede affatto la propria adesione, anzi fece finta di nulla; perché, pur dubbioso circa le sorti della guerra – non per nulla insistette presso Hitler, ma invano, per una pace separata contro gli Anglo-americani, resa del resto impossibile dalla dichiarazione di Roosevelt alla conferenza di Casablanca -, continuava ad avere fiducia nel Führer e a credere nelle sue «armi segrete». A cominciare dalle V21 e dalle V2 che, proprio durante la battaglia di Normandia, piovevano come grandine sugli edifici di Londra.

Speidel, l’ex capo di Stato Maggiore di Rommel, era un uomo molto ambizioso, che puntava a fare carriera ai più alti livelli: cosa che gli riuscì benissimo, dato che, alla fine, divenne comandante della Bundeswehr, l’esercito della Repubblica Federale Tedesca. Ma come fare di Rommel uno dei congiurati del 20 luglio? Semplice: Speidel lo era stato realmente; e, facendo leva su tale circostanza, non gli fu difficile avvalorare la tesi fantasiosa di un Rommel antinazista e antihitleriano, nonostante che la stessa famiglia del feldmaresciallo, fin dal 1945, protestasse vibratamente contro tale strumetalizzazione della sua figura.

Il fatto è che, nel 1945, per gli Alleati esisteva un solo tedesco degno di rispetto: l’«eroico» colonnello Stauffenberg, che aveva deposto materialmente la borsa con la bomba a orologeria ai piedi del tavolo di Hitler, in vista di un cambio della guardia ai vertici del potere e di un armistizio separato con gli Anglo-americani, nella prospettiva di concentrare tutto lo sforzo bellico tedesco sul fronte orientale, contro i Sovietici. Per cui solo quei tedeschi che potevano vantare di aver avuto parte nella congiura del conte Stauffenberg, avrebbero potuto sperare di far carriera in vita, e di ottenere un riconoscimento morale a posteriori, se passati a  miglior vita. Fu il destino che ebbero, rispettivamente, Speidel e Rommel, negli anni dopo il 1945.

A conclusione della sua ampia biografia «La pista della Volpe» (titolo originale:«Thre Trail of the Fox», 1977; traduzione italiana di Francesco Saba Sardi, Milano, Mondadori, 1978, 1989, pp. 469-472):

«Non appena la guerra finì, il suo nome venne ricollegato a quello dei congiurati che avevano fatto perno attorno alla figura di Stauffenberg. Del resto, era con ogni probabilità inevitabile. Nell’aprile del 1945, Manfred rivelò che suo padre si era suicidato la visita alla villa di Heerlingen dei generali Burgdorf e Maisel: non aggiunse altro, ma era più che sufficiente per indurre il pubblico a tirare certe conclusioni. Del resto erano molti gli ufficiali  d’alto rango che erano stati coinvolti nel complotto e che si erano suicidati. Ma per la famiglia Rommel, che continuava a ripetere che il complotto antihitleriano fosse stato un errore, e la fedeltà a Hitler l’unico atteggiamento che s’addicesse a un feldmaresciallo, il collegamento con Stauffenberg non era visto di buon occhio. Il 9 settembre 1945 Lucie [la vedova di Rommel] pubblicò una dichiarazione in cui diceva che, “allo scopo di tutelare la memoria del feldmaresciallo Rommel e di conservarne intatto l’onore di figlio del Württemberg, desidero rendere chiaro in maniera inequivocabile che mio marito non ha avuto parte alcuna nella preparazione o nell’esecuzione del complotto del 20 luglio. Mio marito ha sempre manifestato esplicitamente le sue opinioni, intenzioni e piani alle massime autorità, anche quando queste non le approvavano”.

Era indubbiamente la verità, ma l’etichetta di congiurato restò appiccicata a Rommel. Così ad esempio gli americani, ancora prigionieri del suo mito e pronti a concludere che il loro nazista preferito non poteva non aver avuto parte nel complotto contro il loro nemico numero uno, Hitler, ne fecero un eroe della resistenza tedesca e perseguitarono ogni ufficiale che si riteneva avesse avuto mano nella sua morte degna di un Socrate. Dal tribunale di Norimberga, Keitel venne accusato di aver “assassinato” Rommel, e il 6 giugno 1945 la casa del suo amico generale Meise fu ufficialmente consegnata a saccheggiatori dal comandante americano della piazza di Berchtesgaden, semplicemente perché Meise era stato confuso con il generale Ernst Maisel che, in compagnia di Burgdorf, si era recato a Herrlingen col veleno.

Ma l’origine del mito di Rommel come congiurato va fatta risalire, com’è ovvio, al colonnello von Hofackel e al generale Speidel. Il primo, mediante le sue illusioni o calcoli che fossero era uscito dagli incontri con Rommel al castello dicendo “lippis et tonsoriibus” che il feldmaresciallo era stato guadagnato alla causa dei congiurati; e nel corso dei primi interrogatori cui venne sottoposto dalla Gestapo, il 22 luglio 1944, ribadì l’affermazione. Speidel, sia prima che dopo il 20 luglio, si era dimostrato più sottile, ma gli effetti non furono diversi.

I motivi che indussero Speidel a coinvolgere Rommel trascendevano però sia le necessità d’ordine cospiratorio da un lato, sia il bisogno di autogiustificazione. Negli anni postbellici, Speidel diede sistematicamente mano alla costruzione della leggenda di un Rommel “congiurato”, ma lo fece con tutt’altri propositi. Nel 1946 era ormai evidente, anche al più stupido dei tedeschi, che nella nuova Germania soltanto coloro che avessero avuto comprovatamente a che fare con Stauffenberg e gli altri congiurati potevano essere ritenuti antinazisti di provata fede, e quindi aspirare al potere. Ora, Speidel era stato capo di Stato Maggiore di Rommel e, se questi poteva venire inserito nel ruolo di rispettabile congiurato, e tale leggenda sostenuta, ecco che le credenziali di Speidel, che nella congiura aveva avuto davvero mano, avrebbero trovato legittima sanzione. Se del feldmaresciallo si fosse riusciti a fare una figura da proporre all’ammirazione della Germania postbellica, anche Speidel, suo associato, sarebbe stato oggetto d’ammirazione. E Speidel confessò apertamente a un altro generale tedesco, con cui si trovava in un campo di prigionia americano nel 1946: “Intendo fare di Rommel l’eroe dell’intero popolo tedesco”..

In un libro che pubblicò poco dopo la sua liberazione dalla prigionia, cominciò dunque l’edificazione del mito, e si trattò di un volume che a lungo avrebbe condizionato, velandone lo sguardo, la ricerca storica. In sintesi, l’argomento di Speidel suonava che, a partire dall’aprile 1944 (vale a dire da quando era giunto a La Roche-Guyon quale nuovo capo di Stato Maggiore di Rommel), una folla di congiurati aveva preso a frequentare il castello, accolti calorosamente da Rommel il quale li aveva assicurati che era favorevole ai loro piani, ne condivideva gli scopi ed era disposti ad assumere il potere una volta rovesciato Hitler. L’affermazione di Speidel non ha dalla sua nessuna prova. Al contrario, le lettere private di Rommel e le affermazioni da lui pronunciate all’epoca e registrate dagli ufficiali del suo Stato Maggiore, da Friedrich Ruge ad Hellmuth Lang dimostrano la sua continuata fedeltà al Führer, che non venne mai meno anche se negli ultimi tempi Rommel dovete imporsela. […]

A quanto sembra, il gioco di Speidel ebbe successo. Rommel assurse a feldmaresciallo-mito per eccellenza, e Speidel, illuminato di gloria riflessa, da prigioniero di guerra divenne il nuovo comandante dell’esercito della Repubblica Federale Tedesca., la Bundeswehr, e, in seguito, ricoprì alte cariche in seno alla NATO. Per un processo affine, Ruge divenne il comandante della nuova marina da guerra della Germania di Bonn.

Ma come stanno in realtà le cose? Non c’è dubbio che verso la metà del giugno 1944 Rommel fosse ormai consapevole del carattere sostanzialmente criminale del regime hitleriano. Dal diario stenografico di Ruge, risulta che il feldmaresciallo appunto in quel torno di tempo aveva cominciato a parlare dei suoi dubbi e delle sue incertezze, ad accennare alle voci di “grandi massacri” compiuti dai nazisti, all’uccisione di 50 aviatori inglesi fuggiti dal campo di prigionia a Sagan e dei suoi sospetti che le mani di Hitler non fossero “pulite”. A mano a mano che i combattimenti sul fronte della Normandia volgevano a sfavore dei tedeschi, Rommel si lasciò andare a sogni a occhi aperti, accarezzando l’idea di poter agire contro gli ordini di Hitler e di intavolare trattative dirette contro gli angloamericani. Ma probabilmente sapeva che in realtà non l’avrebbe mai fatto. Lo possiamo paragonare a un marito fedele che di tanto in tanto si soddisfi con fantasie di infedeltà, senza però mai commettere davvero adulterio. “Quasi quasi…” aveva detto a Meise. Proprio così: quasi, ma non in realtà. […]

Al pari dell’impegno di fedeltà che aveva assunto con Lucie sposandola a Danzica nel 1917, il giuramento di lealtà che, come ogni altro ufficiale, aveva prestato al Führer nel 1944, costituiva motivo sufficiente a garantire che un uomo mosso dai convincimenti di Rommel non potesse “barare” sul serio. Inoltre, egli e i feldmarescialli che esercitavano un comando attivo avevano personalmente sottoscritto, nel marzo 1944, una seconda dichiarazione di lealtà verso il Führer. Per dei non tedeschi può riuscire difficile accettare l’idea che importanti comandanti militari si sentissero le mani così tirannicamente legate dal loro stesso giuramento di fedeltà. Ma così stavano le cose, e anzi tutte le loro carriere erano state dominate dal giuramento stesso e dall’etica dell’obbedienza indiscussa agli ordini impartiti dai superiori: un sistema che aveva fruttato vittorie ed evitato molte sconfitte. Rommel pretendeva l’obbedienza cieca, pronta e assoluta dai suoi subordinati, e gli piaceva considerarsi a sua volta un uomo obbediente, Non aveva forse scritto nel luglio 1941, al suo comandante in capo Brauchitsch: “Soprattutto, devo esigere dai miei ufficiali che diano l’esempio e obbediscano”? E nel dicembre 1943 non aveva forse perentoriamente ordinato al proprio figlio di “obbedire senza far domande”?»

Rommel, dunque, sentiva fortemente l’ascendente di Hitler; se pure nutriva qualche dubbio – tanto sull’esito vittorioso della guerra, quanti a proposito di certe voci sgradevoli circa l’azione delle SS sul fronte orientale o altrove – pure non giunse mai a prendere piena coscienza della natura criminale del regime nazista; e mai e poi mai desiderò di vedere Hitler assassinato.

Del resto, egli era essenzialmente un tecnico; e, così come gli faceva difetto una visione strategica dei problemi della guerra, ugualmente era in lui assente una vera consapevolezza politica. L’idea di stabilire una pace separata con gli Alleati occidentali, in funzione antisovietica, gli veniva da considerazioni di ordine prettamente militare e non già di tipo politico. In questo senso, egli era l’anti-Mussolini: premeva su Hitler, cioè, perché la Germania concentrasse tutte le proprie forze sul fronte orientale; mentre il Duce – e giustamente, dal punto di vista italiano – considerava vitale il settore del Mediterraneo, e premeva perché si giungesse ad una pace negoziata con Stalin (Mussolini lavorava a questo progetto ancora la mattina del 25 luglio, dopo la storica seduta del Gran Consiglio che lo aveva sfiduciato, incontrandosi, a poche ore dal proprio arresto, con l’ambasciatore giapponese Hidaka, proprio per fare pressione comune col governo di Tokyo su quello di Berlino).

Il mancato sbarco su Malta si colloca in questa luce: e la dice lunga sul danno strategico che l’Italia subì dal fatto che il fronte per essa vitale, quello africano, fosse «de facto» nelle mani di un generale tedesco, che considerava secondario il Mediterraneo e che non vedeva nella Gran Bretagna e negli Stati Uniti i nemici principali dell’Asse.

Ma torniamo alla canonizzazione di Rommel «post mortem»; una morte, bisogna aggiungere, molto opportuna, perché se il feldmarescialo fosse caduto vivo nelle mani degli Alleati, sarebbe stato difficile non coinvolgerlo nel processo di Norimberga, come minimo nelle vesti di «testimone informato dei fatti». Essendo stato un intimo di Hitler e, in fondo, il generale più stimato dal Führer, come avrebbe fatto a sostenere che non sapeva nulla di Auschwitz, di Maidanek, di Treblinka? Come avrebbe potuto dire di ignorare (e, infatti, non lo ignorava) il trattamento inumano riservato ai prigionieri di guerra?

Ma qui, appunto, viene al pettine il nodo principale relativo alla leggenda di Rommel «eroe antinazista». Gli Americani e gli Inglesi avevamo bisogno di fabbricare, ad uso e consumo della propria opinione pubblica, una tale leggenda, non solo per nobilitare la guerra da essi combattuta e circonfonderla di una luce cavalleresca, nonché per spiegare una lunga serie di sconfitte, ma anche e soprattutto per predisporre l’atmosfera di riconciliazione internazionale del dopoguerra, specialmente nell’ottica di una confronto ideologico, economico e, forse, militare, con l’«alleata» Unione Sovietica.

Gli Anglo-americani intendevano «denazificare» la Germania, per farne una democrazia parlamentare sul proprio modello, come già era avvenuto con la Repubblica di Weimar dopo la prima guerra mondiale. Per riuscirvi, erano costretti ad ingannare se stessi circa la natura del regime nazista e il consenso di cui aveva goduto nella società tedesca: dovevano, cioè, fare finta di credere che si fosse trattato di una dittatura vecchio stile, imposta con il terrore e la violenza, e conservata con le baionette, ad un popolo tedesco sostanzialmente riluttante e desideroso di liberarsene al più presto.

Non era vero, ma tant’è: specialmente gli Americani non sono mai riusciti a liberarsi dal proprio complesso di superiorità, ossia dalla narcisistica convinzione che qualsiasi popolo della Terra, non appena venga da essi sconfitto in guerra, non desideri altro che di sostituire il proprio passato regime con un sistema democratico ispirato al modello di Washington.

È una deformazione della prospettiva politica da cui non sono mai riusciti a liberarsi: stanno ripetendo il medesimo errore ad ogni pie’ sospinto, dall’Iraq all’Afghanistan, dove pensano che basti puntellare un governo fantoccio dalle credenziali «democratiche» (anche se si tratta, come nel caso di Hamid Kharzai a Kabul, di un governo corrotto e dedito al traffico dell’oppio), perché subito intorno ad esso si formi un saldo consenso popolare. Questo, almeno, per quanto riguarda i Paesi dell’emisfero orientale, Europa compresa. Per l’emisfero occidentale, che il governo americano ritiene spettare di diritto alla propria sfera d’interessi immediata (dottrina Monroe), vanno benissimo anche i truci dittatori alla Pinochet, perché quello è il «giardino di casa» e c’è poco da scherzare, quel che conta è la difesa integrale dei propri interessi politici ed economici.

Dunque, nel 1946 gli Alleati occidentali avevano bisogno di tirare un colpo di spugna su quanto era successo in Europa e di ristabilire un rapporto amichevole con il popolo tedesco, cosa che non si poteva fare se non sulla base di una ulteriore menzogna: cioè che la guerra fosse stata fatta per la libertà del mondo, e della stessa Germania, dal nazismo e dal fascismo. In questo modo, anche il ricordo del processo di Norimberga sarebbe svanito presto (altro errore madornale: nessun popolo potrebbe dimenticare una vicenda come quella del processo di Norimberga), e gli Anglo-americani non sarebbero stati più percepito come i nemici e gli invasori, ma come i liberatori (da Hitler) e i soli validi difensori per il futuro (dalla minaccia di Stalin).

In fondo, questo schema aveva funzionato benissimo con l’altro membro dell’Asse, l’Italia; perché non avrebbe potuto andar bene anche per la Germania? Nella loro profonda ignoranza, Americani e Britannici non videro che la Germania non aveva conosciuto alcun 25 luglio e, meno che meno, alcun 8 settembre; pertanto, il popolo tedesco non avrebbe potuto vedere in essi dei liberatori, in essi che avevano processato e mandato all’impiccagione l’intera classe dirigente nazista, compresi dei militari come Keitel e Jodl.

Come tutti i presuntuosi, gli Americani si rifiutarono di vedere la realtà delle cose: e cioè che il nazismo aveva goduto di un larghissimo consenso presso il popolo tedesco; che era andato al potere non con un colpo di Stato, ma con elezioni democratiche, sanzionate dalla massima autorità della Repubblica, il presidente Hindenburg; che il nazismo aveva risollevato il Paese da una serie di catastrofi economico-finanziarie, culminate nella grande crisi regalata al mondo dai banchieri Wall Street, nel 1929; che in pochi anni aveva riassorbito la bellezza di sei milioni di disoccupati, riportando il Paese, nel 1939, ai livelli produttivi del 1914; che i Tedeschi non consideravano gli Alleati dei liberatori, ma degli invasori; che disprezzavano, in fondo al cuore, il proprio governo nato dalla sconfitta, proprio come era avvenuto nel 1919.

In particolare, gli Americani – e, in minor misura, gli Inglesi – non volevano rendersi conto del fatto che l’opinione pubblica tedesca, per ragioni storiche e culturali, non avrebbe potuto accettare l’idea che un militare venisse meno al proprio giuramento di fedeltà e si mettesse a complottare contro il governo; né del fatto che quasi nessun ufficiale tedesco avrebbe ritenuto moralmente lecito un tale comportamento. E perfino Stauffenberg, l’«eroe» per eccellenza ad uso della propaganda antinazista, tutto era stato, tranne che un cavaliere dell’ideale. Non ragioni etiche lo avevano spinto a complottare contro il Führer, ma il calcolo realistico che la guerra era perduta e che bisognava cercar di salvare il salvabile (un po’ come Grandi aveva fatto il 25 luglio del 1943); e, inoltre, un senso di ribrezzo della veccia casta militare prussiana nei confronti del piccolo «parvenu» austriaco, dell’ex caporale della Grande Guerra che, per anni, aveva preso a calci nel sedere i blasonati alti papaveri della Wehrmacht

Non importa: ormai il mito di Rommel, martire della resistenza antinazista, si era affermato e consolidato in tutto il mondo; e gli Americani erano i primi a crederci, irretiti dalle loro stesse menzogne.

In fondo, si trattava di un teorema estremamente semplice. Essi avevano combattuto contro un avversario cavalleresco, dunque, la guerra testé conclusa era stata una guerra cavalleresca, condotta per nobili ragioni ideali, e non una lotta selvaggia per il potere mondiale, senza esclusione di colpi. La memoria di Amburgo e di Dresda, di Hiroshima e Nagasaki trasformate in un mare di fuoco con tutti i loro inermi abitanti, era rimossa: cominciava l’era dei buoni sentimenti e della Grande Menzogna, all’ombra della guerra fredda.

Adesso, abbattuto il nazismo, c’era un altro «Male assoluto» da sbattere in faccia all’opinione pubblica occidentale: il comunismo. Oggi è stato abbattuto anche quello, ma subito è comparsa all’orizzonte una nuova versione del «Male assoluto»: il terrorismo integralista.

Strana democrazia, quella che, per reggersi e per avocare a sé una sfera sempre più ampia di potere poliziesco, sia all’interno che all’esterno, non può vivere senza avere un nemico mortale da combattere e da «distruggere».

Ma lo vuole distruggere veramente, poi?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 20/10/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 29 Novembre 2017

Del 15 Ottobre 2020

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