lunedì, 14 Giugno 2021
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Con la fallita rivolta di Manco Capac II tramonta per sempre l’Impero degli Incas

Con la fallita rivolta di Manco Capac II tramonta per sempre l’Impero degli Incas. La grande rivolta del 1536 tre anni dopo che il suo alleato spagnolo Francisco Pizarro aveva fatto giustiziare l’imperatore Atahualpa di Francesco Lamendola

La grande rivolta indiana guidata da Manco Capac II, nel 1536, tre anni dopo che il suo alleato spagnolo Francisco Pizarro aveva fatto giustiziare l’imperatore Atahualpa, si può considerare come l’ultima occasione di ripristinare il regno incaico e di spazzare via gli invasori, mentre costituivano ancora una forza assai esigua, sparsa per il vastissimo Paese e quasi isolata dalla madrepatria.

Il suo fallimento, che si delinea fin dalla mancata riconquista di Cuzco, nonostante la schiacciante superiorità numerica, segna anche il tramonto definitivo della potenza incaica, anche se Manco Capac riuscirà ad evitare la cattura, finendo però assassinato da alcuni disertori spagnoli nel 1544, e anche se nel trono di Vilacabamba, la misteriosa città-fortezza posta sugli ultimi contrafforti delle Ande, da lui fondata nel 1539, gli succederanno ancora il figlio Sayri Tupac, dal 1544 (ma effettivamente incoronato solo nel 1557) al 1561; il fratello Titu Cusi, dal 1563 al 1571;  e l’altro figlio Tupac Amaru, dal 1571 al 1572, l’ultimo sovrano del regno neo-incaico indipendente.

Dopo aver fatto giustiziare Atahualpa, il 26 luglio 1533,  per il timore che potesse divenire il polo d’attrazione di una grande rivolta indiana, Pizarro si era affrettato a sostituirlo con un sovrano fantoccio, Tubalipa, fratello minore di Huascar, sovrano legittimo dell’impero e fratellastro dello steso Atahualpa, che ne aveva ordinato la soppressione al termine di una cruenta guerra civile, quando già si trovava a sua volta prigioniero degli Spagnoli. Tubalipa era stato proclamato sovrano nella piazza di Cajamarca; ma poco dopo, mentre avanzava verso Cuzco insieme al “conquistador”, era morto avvelenato ad opera di un generale fedele al defunto Atahualpa, Chalichuchima. Pizarro – il quale, peraltro, si era già reso conto che Tubalipa era uno strumento spuntato nelle sue mani, perché i sudditi peruviani non mostravano alcuna deferenza verso un simile imperatore fantoccio – volle dare un esempio che incutesse timore e mandò Chalichuchima al rogo.

Poi riprese la marcia verso Cuzco, molestato dalla guerriglia delle truppe incaiche comandate da Quizquiz, il miglior generale di Atahualpa, giungendo nei pressi della capitale ai primi di novembre. Qui lo attendeva il grosso dell’esercito di Quizquiz, i cui guerrieri, avendo appreso il modo di combattere dei cavalieri spagnoli, impegnarono duramente il nemico e sembrarono sul punto di soverchiarlo; allorché, inaspettatamente, l’Inca Manco, un fratello di Huascar scampato alla strage ordinata da Atahualpa, offrì a Pizarro la resa, evidentemente con l’intento di farsi alleati gli Spagnoli per poterli usare contro il partito di Atahualpa, tuttora fortissimo, e imporre il proprio dominio su tutto l’impero. Così, senza colpo ferire, il 15 novembre il piccolo esercito degli invasori, forte di appena 450 uomini, fece il suo ingresso a Cuzco, impadronendosi di grandi quantità d’oro, mentre gli Indiani ne facevano sparire molto di più, per sottrarlo all’avidità dei bianchi.

Si trattava ora di completare la conquista, sottomettendo la regione di Quito, che era stata la base della potenza di Atahualpa; una colonna spagnola guidata da Almagro e De Soto,  cui si unì un esercito indiano messo a disposizione dall’Inca Manco, si mise in marcia verso l’Ecuador. Dopo di che, il 22 marzo 1534, Francisco Pizarro ribattezzò Cuzco, in nome di Carlo V, Nuova Toledo e l’Impero inca, Nuova Castiglia; il 18 gennaio successivo, sulla costa, fondò la Città dei Re, oggi nota col nome indigeno di Lima. A quel punto Manco Capac si rese conto di aver commesso un grave errore credendo di servirsi degli Spagnoli; o, più semplicemente, ritenne giunto il momento di procedere alla seconda parte del suo piano: eliminare i bianchi e restaurare la sua pena autorità.

Vogliamo rievocare questa drammatica vicenda, decisiva per le sorti dell’impero incaico, nella ricostruzione fatta dall’etnologo Siegfried Huber nel volume «L’impero del Sole. L’epopea degli Incas», cui siamo debitori anche per altri particolari del nostro racconto (titolo originale: «Im Reich der Inkas»; traduzione dal tedesco di Aldo Calesella, Milano, Editrice Massimo, 1956, pp. 209-11):

«Nel 1536 Cuzco è in fiamme: eserciti indiani l’assediano e i guerrieri di Manco Capac occupano la fortezza di Sacsahuaman. Che è dunque accaduto?  Dall’arrivo degli spagnoli nell’antica capitale inca è trascorso più di un anno; Lima è stata fondata da poco. Almagro erra nel sud del Cile alla ricerca di un vicereame. Due membri importanti del clan di Huayna Capc, Paullu Topa e il gran sacerdote del sole, lo accompagnano; la loro presenza è garanzia che le tribù montanare non si muoveranno; inoltre, essi servono da guida agli spagnoli. Ma entrambi ne approfittano per informare l’Inca Manco dei movimenti degli stranieri. Infatti, se il potere è nelle mani di Giovanni e Consalvo Pizarro, Manco ha avuto il tempo di imparare a conoscere gli spagnoli, la loro forza, le loro armi e i loro dissî; spesso, anzi, l’ostilità fra i partigiani di Almagro e quelli di Pizarro , degenera in lotta aperta e le risse sono frequenti. I due partiti cercano di guadagnare Manco Capac alla loro causa e favoriscono le sue imprese, facendo così il loro danno.

Con machiavellismo veramente asiatico, gli indiani celarono il loro gioco finché  ritennero che fosse giunto il momento di gettare la maschera. L’ora era finalmente suonata; Pizarro e la maggioranza delle sue forze  si trovavano in qualche punto della costa pacifica e Almagro era sulla costa del Cile.  Solo dei piccoli distaccamenti – sarebbe più esatto dire “pattuglie” – che contavano sul lealismo degli indiani e dei loro cacichi erano acquartierati sul territorio peruviano. Manco Capac diede segretamente ordine di mobilitare le truppe. Se Pizarro avesse avuto bisogno di una conferma che giustificasse la sua diffidenza, e la decisione presa nei riguardi di Atahualpa, essa gli sarebbe stata fornita dalla ribellione preparata e comandata da Manco Capac. Infatti, se Manco, che in confronto ad Atahualpa era un dilettante, era stato capace di organizzare una insurrezione del genere, chissà che cosa sarebbe stata una rivolta capeggiata dall’antico Inca!

Innumerevoli guerrieri, provenienti dalla cordigliere e dalle valli alte e basse, si misero in marcia; dei piccoli gruppi di spagnoli, presi alla sprovvista, furono massacrati. Gli indiani, formando un cerchio immenso che si restringeva di ora in ora, convergevano verso la capitale. Quindi Manco, ritenendo che i suoi guerrieri fossero sufficientemente preparati ed agguerriti, lasciò segretamente Cuzco, per mettersi alla testa degli insorti. Ma, fortunatamente per loro, gli spagnoli se ne accorsero prima che fosse troppo tardi. Balzando in sella, Giovanni Pizarro balzò all’inseguimento di Manco, lo raggiunse e lo fece prigioniero. “Se l’Inca avesse potuto ricuperare la sua libertà – osserva Pedro Pizarro- noi saremmo morti tutti. Molti dei nostri erano assenti dalla città e noi saremmo stati troppo pochi per difenderci”.

Ancora una volta Manco ebbe la fortuna dalla sua. Proprio in quel momento, arrivava dalla Spagna Pizarro, animato dalle migliori intenzioni e deciso a stabilire dei buoni rapporti con gli indigeni. Nella sua qualità di fratello maggiore, egli prese il comando della situazione e ordinò di liberare Manco. Approfittando di questa buona disposizione d’animo, Manco parlò a Fernando Pizarro di una certa statua d’oro di cui conosceva il nascondiglio, e gli chiese l’autorizzazione di andarla a cercare. Pizarro acconsentì. Manco raccolse molte informazioni sullo stato delle guarnigioni spagnole; diede delle istruzioni ai suoi partigiani, poi tornò con la statua, che, come riferisce Perdo Pizarro, rappresentava un “orejon” ed era d’oro puro. Qualche tempo dopo, manco fece un’altra proposta a Pizarro: questa volta si trattava di portare a Cuzco una statua che era sepolta presso Ycay. Pizarro, avendo fiducia in lui, cedette. Ma questa volta manco tornò alla testa di un’armata di 200.000 uomini, che si accamparono sulle alture che dominavano Cuzco. Ogni settimana, il cerchio si stringeva intorno alla capitale assediata. “essi erano così numerosi, scrive Pedro Pizarro, che di giorno, i campi sembravano ricoperti di stoffa nera e di notte, quando i fuochi del bivacco ardevano, erano simili al cielo stellato”.»

Ma le cose non vanno per il verso sperato da Manco Capac e dai suoi seguaci: proprio quando tutto sembra giocare a loro favore – il numero, i tempi, la perfetta conoscenza dei luoghi – le cose cominciarono a prendere una piega a loro sfavorevole. Benché a Cuzco non vi siano che 200 spagnoli, compresi 80 cavalieri, e un centinaio di indiani alleati fra Cañaris e Yanaconas (nemici giurati degli Incas), le torri mobili di legno degli assedianti avanzano con difficoltà e le frecce incendiarie degli assalitori, ormai penetrati dentro la città, non riescono ad appiccare l’incendio alle case di legno e ai tetti di paglia, non si sa perché; gli Spagnoli, è comprensibile, parlano di un intervento provvidenziale del Cielo in loro favore.

A partire da quel momento gli assediati passano al contrattacco e prendono d’assalto, a loro volta, la cittadella di Sacsahuaman, il nido d’aquila da cui si domina la capital, e, dopo una battaglia furibonda condotta con ardimento pazzesco, gli attaccanti, che si inerpicano con delle scale di legno su per le pareti verticali, con totale sprezzo della morte, la espugnano. Anche i difensori si sono battuti come leoni; il comandante incaico, rimasto solo dopo aver ucciso di sua mano i guerrieri che, stremati dalla fame e dalla sete, avrebbero voluto arrendersi, si era gettato nel vuoto, come uno degli eroi di Masada, mentre gli Spagnoli avanzavano sulla spianata con l’ordine di prenderlo vivo. Juan Pizarro era morto a sua volta, colpito da una pietra alla testa: aveva continuato a battersi, con il sangue che colava copioso, finché le forze non l’avevano abbandonato.

Perduta la fortezza di Sacsahuaman, gli Incas dovettero sgombrare anche i quartieri di Cuzco che erano riusciti ad occupare, tuttavia non tolsero l’assedi alla città, che proseguì per alcuni mesi; anche Lima venne assediata, con Francisco Pizarro, da un esercito di ben 60.000 indiani. Alla fine, però, a corto di viveri e demoralizzati per l’arrivo delle truppe di Almagro in soccorso dei loro compagni, gli assedianti dovettero ritirarsi da Cuzco e ripiegare  fino a Ollantaytambo, 70 km. più a nord, ove respinsero un primo assalto spagnolo. A questo punto Manco Capac intavolò trattative con Almagro, col quale era rimasto in rapporti amichevoli, per cercare di farselo alleato contro Pizarro; ma le trattative fallirono e Manco si ritirò ancora più all’interno, fondando il regno di Vilcabamba, pallida ombra della passata grandezza dell’impero incaico. Vilacabamba verrà ritrovata solo nel 1911, presso una località denominata Espíritu Pampa, da Hiram Bingham, lo scopritore di Machu Picchu, che però non la riconoscerà; solo nel 1976 gli esploratori Edmundo Guillén, Tony Halik ed Elzbieta Dzilowska la identificheranno definitivamente con la “città perduta” degli Incas. Il regno di Vilcabamba riuscì a sopravvivere per altri trentasei anni, grazie alla sua posizione remota ed alla inaccessibilità delle montagne che lo circondavano, ma soprattutto grazie alla guerra civile scoppiata nel campo spagnolo e, in seguito, alle serie difficoltà dei bianchi nel consolidare il controllo delle loro smisurate conquiste, potendo disporre di pochi mezzi e di pochissimi uomini. La guerra civile si concluse con la battaglia di Las Salinas e la vittoria dei pizarristi, il 26 aprile 1538; Almagro fu condannato a morte e giustiziato l’8 luglio successivo. Ma tre anni dopo, il 26 giugno 1541, anche Francisco Pizarro cadde sotto le spade dei congiurati almagristi, decisi a vendicare il loro vecchio comandante.

Il primo viceré spagnolo, Blasco Nuñez Vela, giunse in Perù nel 1544 con l’incarico di applicare le “nuove leggi” a favore degli indigeni, emanate da Carlo V dietro pressione della Chiesa, impressionata dalla velocità con cui le popolazioni indigene sembravano condannate all’estinzione. Ma quelle leggi scontentarono i “conquistadores” e il Nuñez dovette fronteggiare la rivolta di Gonzalo Pizarro, altro fratello del defunto “conquistador”, che lo sconfisse e lo uccise nella battaglia di Añaquito, il 18 gennaio 1546. Temendo di perdere il suo nuovo impero coloniale, Carlo V mitigò le leggi a favore degli “encomenderos” e inviò un nuovo viceré, abile e fortunato, nella persona del sacerdote (poi vescovo) Pedro de La Gasca, che, giunto con una grande flotta ed un forte esercito, ebbe la meglio su Gonzalo Pizarro, il 9 aprile 1548, e lo fece decapitare. Intanto, però, Manco II aveva trovato la morte per mano di sette disertori spagnoli che si erano rifugiati presso di lui, nel 1544. Ormai era cominciato il conto alla rovescia per il regno neo-incaico.

Rientrato in Spagna de La Gasca, giunse in Perù il terzo viceré, Andrés Hurtado de Mendoza, marchese di Cañete, il 6 luglio 1555, che vi rimase fino al 1561 e rafforzò notevolmente l’amministrazione della Nuova Castiglia. Ma sarà Francisco de Toledo, giunto nel 1568, a sferrare l’azione decisiva contro l’ultimo Inca, Tupac Amaru, che verrà sconfitto, catturato dopo un lungo e drammatico inseguimento e,  infine, giustiziato,  il 24 settembre 1572, nella piazza di Cuzco, sotto gli sguardi attoniti dei suoi antichi sudditi.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/12/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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