sabato, 25 Settembre 2021
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Cosa spinse Mussolini ad accettare di mettersi a capo della Repubblica Sociale Italiana?

Cosa spinse Mussolini ad accettare di mettersi a capo della Rsi? Come servo dei Tedeschi? Fu senso del dovere: Mussolini non desiderava riprendere la guida del nuovo governo fascista repubblicano: la cosa è ormai pacifica di Francesco Lamendola  

Se si esamina la storiografia relativa all’ultimo capitolo della vicenda storica del Fascismo, quello che coincide con l’esperienza della Repubblica Sociale Italiana, si ha l’impressione che in quel caso la maggior parte degli studiosi mostrino la tendenza a derogare dalla regola numero uno della ricerca storico-politica.

La regola numero uno – lo insegna Niccolò Machiavelli – è quella di non considerare l’uomo quale dovrebbe essere o quale sarebbe desiderabile che fosse, ma quale egli, effettivamente, è. Lo storico, dunque, non dovrebbe valutare le scelte e l’azione politica di un determinato personaggio sulla base di una idea astratta intorno a ciò che sarebbe «bene» o «male», bensì nella prospettiva di ciò che è  possibile e ragionevole in quel dato momento e in quelle particolari circostanze.

Ora, a noi sembra che per l’ultimo Mussolini si sia fatto ciò che, di norma, non viene fatto quando si studiano le motivazioni e le scelte politiche di altri personaggi storici: lo si giudica non nella concreta situazione in cui egli venne a trovarsi dopo la cosiddetta liberazione dal Gran Sasso e il suo trasporto in Germania, ma come se egli fosse stato relativamente libero di agire e di prendere le proprie decisioni in base a motivazioni indipendenti.

Ci si dimentica, o si sorvola disinvoltamente, sul fatto che così non era; non solo: che esistono prove documentarie che attestano inequivocabilmente il suo desiderio di uscire dalla scena politica. Tutti coloro che lo videro durante i quaranta giorni del governo Badoglio riferiscono di un uomo stanco, malato, privo di rancori e di ambizioni; preoccupato non del proprio destino personale, ma della propria famiglia; un uomo che avrebbe voluto soltanto ritirarsi nella sua casa di Rocca delle Caminate e farsi dimenticare.

Ovvio che ciò fosse irrealistico: che colui il quale aveva esercitato una dittatura ventennale sull’Italia non potesse sperare di eludere l’appuntamento con il giudizio dei suoi concittadini, specialmente nel momento in cui la guerra disastrosa, da lui voluta tre anni prima, stava travolgendo il Paese sotto il peso della fame, dei bombardamenti aerei, dell’invasione nemica (lo sbarco in Sicilia, in codice «Operazione Husky», iniziato il 9-10 luglio 1943).

Ma appunto questo atteggiamento irrealistico testimonia in modo eloquente il fatto che Mussolini, prostrato dalle tensioni, dalle umiliazioni per le continue sconfitte, dall’amarezza per il voltafaccia dei suoi collaboratori e per il tradimento di Vittorio Emanuele III, non era più quello di un tempo; che aveva perduto fierezza e lucidità; che si era ripiegato in un suo mondo interiore: tra le altre cose, aveva chiesto una Bibbia e avuto frequenti colloqui con un sacerdote, proprio lui che aveva sempre schernito la religione.

Di più: esistono indizi cospicui i quali fanno pensare che il crollo psicologico sia avvenuto ancor prima del colpo d Stato del 25 luglio 1945. Ad esempio, si sa con assoluta certezza che il contenuto dell’ordine del giorno Grandi circolava già parecchi giorni prima dell’ultima seduta del Gran Consiglio del Fascismo e che Mussolini, pertanto, ne era sicuramente a conoscenza. Eppure andò all’appuntamento come se nulla fosse, subendovi la mortificazione di essere messo in minoranza dai gerarchi.

Né giova obiettare che egli, forse, non pensava che la maggioranza dei gerarchi avrebbe sottoscritto l’ordine del giorno Grandi; che si era illuso, forse, di poter venire a capo di quella crisi, come già aveva fatto tante altre volte, grazie al suo carisma personale e alla sua astuzia politica, magari sfoderando l’asso nella manica delle nuove armi segrete di Hitler, delle quali il dittatore tedesco gli aveva fatto cenno nell’ultimo incontro avuto con lui a Feltre solo pochi giorni prima, il 19 luglio 1943.

Non giova, perché non spiega come mai Mussolini, quando vide che la maggioranza dei gerarchi non avevano più fiducia in lui, aggiornò la seduta e poi, alla ripresa di essa, mise ai voti l’ordine del giorno Grandi che, di fatto, lo sfiduciava. È stato osservato che non si è mai visto un capo di governo, e tanto meno un dittatore, il quale mette ai voti una mozione dei propri collaboratori, la quale suona come una condanna del suo operato e del suo regime.

È uno dei tanti misteri d quella estate che, pure, di misteri ne ha avuti tanti: dalla resa inspiegabile di Pantelleria, lasciando i depositi di carburante intatti nelle mani del nemico; alla mancata difesa della Sicilia davanti a una forza d’invasione di soli 160.000 uomini; al ruolo svolto dietro le quinte da Lucky Luciano e dalla mafia italo-americana;  alle tre, quattro o cinque diverse congiure che si intrecciarono confusamente il 24-25 luglio (dei gerarchi dissidenti; della corona; delle forze armate; della massoneria; di certi ambienti finanziari e industriali, spaventati dal progetto di socializzazione dell’economia); al modo apparentemente assurdo con cui Badoglio trattò segretamente la resa, fino al suo annunzio per radio l’8 settembre, con l’immediata dissoluzione non solo dell’esercito, ma dell’intera compagine statale; alla strana coincidenza fra la riuscita fuga da Roma del re e della corte, sotto il naso dei Tedeschi, e la riuscita evasione di Mussolini da Campo Imperatore, sotto il naso dei carabinieri che lo avevano in custodia.

Non solo.

Dopo essersi concesso appena poche ore di sonno, il mattino del 25 luglio – una domenica – Mussolini è di nuovo al suo tavolo di lavoro, come un solerte burocrate di medio livello, come se nulla fosse accaduto. Poi si incontra con l’ambasciatore giapponese Ikada e perfeziona il suo disegno di esercitare una pressione congiunta, italiana e nipponica, su Hitler, per convincerlo ad accettare l’idea di una pace di compromesso con Stalin e a spostare il baricentro della guerra contro gli Anglo-americani, ossia – in quel momento – nel Mediterraneo.

Non è il comportamento di un uomo che ha compreso di essere giunto alla fine e che si preoccupa solo di salvare se stesso; ma non è neppure il comportamento di un dittatore che, mettendo ai voti un ordine del giorno a lui contrario, appena poche ore prima, ha compiuto un vero e proprio suicidio politico.

È ben vero che il Duce, sciogliendo la seduta notturna del Gran Consiglio, aveva osservato mestamente, rivolgendosi a Grandi, Bottai e Ciano: «Con il vostro voto, voi avete provocato la crisi del regime»; ma è altrettanto vero che tutti i gerarchi che lo avevano sfiduciato, poterono allontanarsi senza difficoltà, benché sarebbe bastato un ordine di Mussolini per farli arrestare immediatamente.

Insomma, da tutti questi fatti emerge il quadro di un dittatore stanco e logorato, che alterna sprazzi di energia e di fiducia a fasi di cupa rassegnazione; un dittatore che, quando viene fatto salire sulla famosa autoambulanza, al termine del colloquio con Vittorio Emanuele III, passato il primo momento di incredulità, si adatta rapidamente al nuovo stato di cose, pur così carico di incognite per lui, quasi con una sorta di sollievo, come se un peso insopportabile gli fosse stato levato dalle spalle.

Questo, dunque, è l’uomo che, prelevato dai paracadutisti di Otto Skorzeny sul Gran Sasso, smagrito, sofferente di gastrite e con la barba lunga, infagottato in un cappotto che gli casca addosso e con un berretto scuro che gli dà l’aria di un innocuo borghese, viene letteralmente catapultato in Germania e ricevuto con tutti gli onori, ma anche con un tono di implicita minaccia, dal suo alleato Hitler, che solo in quel momento sembra essersi liberato da quella sorta di vera e propria infatuazione per il dittatore italiano.

La liberazione (o, da un altro punto di vista, la cattura) di Mussolini a Campo Imperatore, senza che i cento carabinieri della guarnigione sparassero un colpo di fucile per contrastarla, ebbe luogo il 12 settembre, quattro giorni dopo che l’annuncio dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati aveva precipitato il Paese nel caos più totale.

La prima tappa del trasferimento dell’ex Duce in Germania fu Monaco di Baviera; da Monaco, sempre in aereo, egli venne condotto a Rastenburg, in Prussia Orientale, presso il Quartier Generale di Hitler.

Ecco come Goebbels, il Ministro tedesco della Propaganda, annotò nel suo diario l’incontro fra i due dittatori:

«Il Duce è arrivato al Quartier Generale del Führer. Il saluto fu straordinariamente cordiale ed amichevole. Il Führer lo aspettava con suo figlio Vittorio davanti al suo bunker. I due uomini si sono abbracciati dopo una così lunga separazione. Qui si svolge un commovente esempio di fedeltà tra uomini e camerati. […] Il Führer si è ritirato con il Duce per un colloquio a quattr’occhi. Verrò a conoscenza di ciò forse al più presto».

In effetti, dietro la cordialità del primo momento, probabilmente sincera, Hitler covava un autentico furore, non contro il suo amico e collega ormai defenestrato, ma contro la casa Savoia, Badoglio, i «traditori» del 25 luglio e, in genere, contro tutto il popolo italiano, da lui considerato fellone e meritevole della più severa punizione.

Era anche preoccupato, ovviamente, per l’aggravamento della situazione militare, venutosi a determinare nell’Italia meridionale, con gli Anglo-americani che ormai puntavano su Napoli; nonché nei Balcani, ove le divisioni italiane si stavano sbandando, quando non si opponevano apertamente ai Tedeschi (come la divisione «Acqui» a Cefalonia); mentre la flotta italiana si era portata a Malta, presso gli Alleati – tranne la corazzata «Roma», affondata da una bomba aerea tedesca -; e, in Corsica, le forze italiane si erano impegnate in una breve ma sanguinosa campagna per espellere dall’isola quelle germaniche.

Ecco perché il Führer aveva tanta fretta di convincere Mussolini a riprendere il potere, al punto da passare apertamente alla minaccia di ritorsioni contro il popolo italiano e perfino di bombardare e distruggere le grandi città del Nord-ovest.

Fu così che, già il 15 settembre, Mussolini si risolse a compiere il suo primo atto politico dopo la «liberazione» dal Gran Sasso, ossia la diffusione, tramite l’agenzia tedesca «Deutsches Nachrichtenbüro», di cinque ordini del giorno, con i quali rendeva noto ai «fedeli camerati» italiani  la riassunzione della suprema direzione del fascismo.

Lo stesso giorno, Mussolini procedette alla nomina di Alessandro Pavolini quale Segretario provvisorio del nuovo Partito Fascista Repubblicano; e diede ordine affinché venissero reinsediate tutte le autorità estromesse durante il periodo del governo badogliano, nonché di ricostituire la Milizia fascista.

Infine, alle ore 17 del 18 settembre, da Monaco, Mussolini diede alla radio lo storico annuncio del suo ritorno al potere in Italia, con le famose parole:

«Camicie nere, italiani e italiane, dopo un lungo silenzio ecco che arriva a voi la mia voce e sono sicuro che la riconoscete: è la voce che vi ha chiamato a raccolta nei momenti difficili, che ha celebrato con voi le giornate trionfali della Patria…»

Ormai, il dado era tratto.

Ma la verità è che Mussolini non aveva avuto margini di scelta: o accettare di rimettersi a capo del fascismo in questa sua ultima, precaria avventura; oppure assistere allo scempio dell’Italia da parte dei Tedeschi incattiviti dal tradimento dell’8 settembre.

E, anche se storici come il tedesco Erich Kuby hanno messo in dubbio che si possa parlare di un vero tradimento dell’Italia nei confronti della Germania, mentre fu vero piuttosto il contrario, sta di fatto che come un imperdonabile tradimento lo vissero Hitler e i suoi principali collaboratori (con poche eccezioni).

Del resto, ciò che Hitler soprattutto temeva, in quella congiuntura politico-militare, era che la defezione dell’Italia potesse costituire un pericoloso esempio per gli alleati minori dell’Asse, i quali, dalla Finlandia alla Bulgaria, passando per l’Ungheria, la Slovacchia e la Romania, non erano mai stati considerati del tutto affidabili né da lui, né dai capi militari del Terzo Reich.

Scrive Renzo De Felice nel suo volume: «Mussolini l’alleato. La guerra civile, 1943-1945» (Torino, Einaudi, 1997, 1998, pp. 59-63):

«Nei due giorni dei colloqui Hitler si impegnò a fondo per indurre Mussolini a mettersi a capo  del nuovo governo fascista. A questo scopo si servì di tutti i mezzi;  mai però venne meno ai suoi propositi di fondo, né modificò praticamente in nulla le sue decisioni che aveva già adottato nei giorni precedenti, limitandosi o a non farne cenno (per quel che se ne sa, non parlò affatto della contribuzione finanziaria che voleva imporre e avrebbe imposto alla Rsi) o a presentarle in modo ambiguo, sfumato,  come necessità contingenti, dettate dalle esigenze belliche, come nella istituzione delle “zone di operazioni” delle Prealpi e del Litorale adriatico. A questo proposito, anzi secondo quanto Mussolini avrebbe detto ad Anfuso, Hitler, parlando in generale del Mediterraneo e dell’Adriatico, cercò indirettamente di rassicurarlo: nulla era cambiato  e nulla sarebbe cambiato a guerra finita. L’unico fatto nuovo era che, in conseguenza dell’8 settembre, i “compiti strategici” della Germania   erano solo “naturalmente” diventati tali “che si erano dovute risolvere alcune situazioni, come quella albanese, senza tener conto contemporaneamente degli interessi italiani”. Il vero problema era un altro: “dobbiamo vincere la guerra”.

“Vinta la guerra l’Italia sarà ristabilita nei suoi diritti. La condizione fondamentale è che il fascismo rinasca e faccia giustizia di chi ha tradito!”.

Solo a questo proposito Hitler fu esplicito ed intransigente: i “traditori” del 25 luglio e in primis Ciano (quattro volte traditore: della patria, del fascismo, dell’alleanza, della famiglia) dovevano essere puniti con la morte; Mussolini doveva riassumere il potere; il nuovo governo fascista doveva imperniarsi sul binonio Mussolini-Graziani, l’unico generale che godesse del prestigio necessario a ricostituire un esercito italiano.

Quanto sul resto fu ambiguo e sfumato, tanto su questi tre punti Hitler fu intransigente:

“Non bisogna perdere una sola giornata di tempo. Bisogna che, già entro la giornata di domani, voi annunciate alla radio che la monarchia è deposta e che sorge lo stato fascista italiano in cui i poteri dovranno essere accentrati nella vostra persona, che così si renderà garante (e non è possibile né accettabile altro garante) della piena validità dell’alleanza la Germania e l’Italia.”

Se Mussolini non avesse accettato, egli avrebbe fatto dell’Italia terra bruciata, come, del resto, dopo il suo tradimento essa meritava.  Secondo quanto Mussolini avrebbe riferito a Carlo Silvestri (ma in termini più succinti anche ad altri) già nel primo colloquio Hitler fu a questo proposito chiarissimo:

“Devo essere molto chiaro. Il tradimento italiano, se gli Alleati avessero saputo sfruttarlo, avrebbe potuto provocare il subitaneo crollo della Germania. Dovevo dare subito un terribile esempio di punizione per tutti quelli, tra gli altri nostri alleati, che fossero tentati di imitare l’Italia. Ho sospeso l’esecuzione di un piano già predisposto in tutti i particolari solo perché ero sicuro di potervi liberare e di impedire così che foste consegnato agli anglo-americani secondo il progetto di Badoglio. Ma se voi mi deludete, io devo dare ordine che il piano punitivo sia eseguito.”
E il giorno dopo, avendo capito che Mussolini era sfiduciato, non credeva più nella vittoria e avrebbe preferito non tornare sulla scena politica, prima cercò di rincuorarlo, parlandogli delle “armi segrete” di “tremenda potenza distruttiva” (“abbiamo delle armi diaboliche”) che presto sarebbero entrate in azione contro l’Inghilterra e dicendosi disposto a trattare un accordo con l’Unione Sovietica, poi ribadì con ancora maggior violenza le minacce già formulate il giorno prima:

“L’Italia settentrionale dovrà invidiare la sporte della Polonia se voi non accettate di ridare valore all’alleanza fra la Germania e l’Italia mettendovi a capo dello Stato e del nuovo governo. In tal caso il conte Ciano non vi sarà naturalmente consegnato: egli sarà impiccato qui in Germania… O il nuovo governo della repubblica fascista si impernia sul binomio Mussolini-Graziani o l’Italia sarà trattata peggio della Polonia. Peggio, dico, perché la Polonia fu considerata un Paese di conquista; l’Italia sarà considerata il paese dei traditori senza discriminazioni.”

Questa, nelle sue linee essenziali, la posizione assunta da Hitler. Non ci resta ora che da vedere quella di Mussolini.

Come disse a Silvestri, Mussolini affrontò l’incontro con Hitler “stanco, sfiduciato e depresso”.

“Temevo persino di essere ammalato di cancro. Durante la prigionia, il mio vecchio male di stomaco si era notevolmente aggravato ed avevo avuto delle crisi tremende. Non avevo voglia di parlare, di discutere, ma soltanto di riposare.”

Quando, dopo i convenevoli,  Hitler cominciò a parlare della situazione italiana, si “sentì morire”. Dopo le prime battute, avuta la conferma di ciò che temeva, e cioè che Hitler voleva che riprendesse il potere, cercò di guadagnar tempo, di non impegnarsi:

“Scongiurai il Führer di lasciarmi qualche giorno per riflettere. Ma egli soffocò la mia voce, elevando il tomo della sua: ‘Ho già riflettuto abbastanza. Voi dovete ridare valore all’alleanza fra i nostri due paesi, non denunciata ma soltanto tradita, annunciando la costituzione dello stato fascista italiano; e ve ne proclamate Duce. Sarete così contemporaneamente, come lo sono io, capo dello stato e capo del nuovo governo, alla cui costituzione occorre provvedere entro una settimana…’ Feci appello a tutte le mie risorse dialettiche per persuadere il Führer a non insistere nella pretesa di volermi capo dello stato e del nuovo governo. Ormai avevo rinunciato ad ogni ambizione personale; inoltre non credevo ad una possibile resurrezione del fascismo. Se Badoglio e la monarchia si erano assunti la responsabilità di scatenare la guerra civile, io non volevo condividere una tale responsabilità.”

Tutto fu però inutile; per tutta risposta, dai discorsi più o meno politici, il suo interlocutore passò alla minaccia di “polonizzare” l’Italia (arrivando a farneticare la “distruzione totale” di Milano, Genova e Torino, usando su di esse le sue nuove “armi diaboliche”) e di considerare tutti gli italiani “dei traditori da punire”. Né le cose andarono diversamente nel corso dei colloqui del giorno dopo, , quando i discorsi dei due si spostarono di fatto dalla questione dell’accettazione o meno da parte di Mussolini della “richiesta” di Hitler di riassumere il potere –  data dal Führer per scontata – ad alcuni aspetti particolari, quali il nome da dare al nuovo stato e gli uomini che ne avrebbero costituito il governo.

Uscendo da questa seconda serie di colloqui, Mussolini disse al figlio: “l’unica soluzione è tornare al combattimento”; “Non c’è altra scelta: bisogna salvare l’Italia da maggiori disastri”, e aggiunse: “La guerra non si può ancora dichiarare perduta per l’Asse.”

A quanto si legge nel “Rapport sur Madame Edda Ciano” trasmesso in via confidenziale nel giugno 1945 al Ministero Pubblico della Confederazione  dal dottor A. Repond direttore della Maison de Santé de Malevoz di Monthey, nel Valais, dove Edda Ciano era stata ricoverata a lungo dopo che, nel gennaio 1944 si era rifugiata in Svizzera, a Monaco, prima di recarsi da Hitler, Mussolini aveva promesso alla figlia, che insisteva con lui perché si ritirasse dalla vita politica, che non si sarebbe lasciato “ébranler”.

Stando poi a Carlo Silvestri, l’intenzione di Mussolini, tornato in libertà sarebbe stata addirittura quella di ritirarsi in Svizzera. Se la testimonianza è attendibile, e molto probabilmente lo è, nel giro di quattro giorni Mussolini da esule potenziale si venne invece a trovare ancora “duce”. Un “duce” dimezzato e formalmente prigioniero dei tedeschi, ma formalmente pur sempre “duce”. A questo punto, a meno di negare ogni valore a quanto da lui detto e ripetuto più volte nelle settimane di prigionia di considerarsi e di essere politicamente “defunto”, ossia di accontentarsi di una spiegazione tutta in chiave ideologico-politica del tipo Mussolini e il fascismo non potevano che finire come finirono, gli interrogativi si affollano.

Biograficamente, il primo problema da affrontare ci pare debba essere quello, di ordine generale e di cui gli altri non sono che aspetti particolari, di stabilire in che misura l’8 settembre e la sua liberazione ad opera dei tedeschi abbiano modificato il precedente stato d’animo di Mussolini.

Secondo la testimonianza della moglie che poté parlare con lui sia prima che si recasse a Rastenburg sia appena ne tornò e che, prima dell’incontro con Hitler, gli aveva chiesto le sue intenzioni, Mussolini aveva risposto di esse deciso “a fare quello che sarà possibile per la salvezza del popolo italiano”; “se non resto al loro fianco, per attutire il colpo, la vendetta dei tedeschi sarà terribile”. Ma avrebbe anche aggiunto: “ma ogni decisione è rimessa a dopo aver parlato con Hitler”. E ciò autorizza a pensare che in realtà, pur prevedendo l’atteggiamento di Hitler e la sua richiesta di riassumere il potere, non avesse ancora preso nessuna vera decisione e, nell’intimo,  sperasse di potersi sottrarre ad essa. Non si spiegherebbe altrimenti come – tornato da Rastenburg – la moglie potesse consigliarlo di non accettare di assumere la guida del nuovo governo repubblicano.»

Quali conclusioni possiamo trarre da tutto questo?

La prima è che dobbiamo evitare una interpretazione tutta politico-ideologica, come giustamente ammonisce De Felice, secondo la quale Mussolini e il fascismo non potevano che finire in quel modo: ossia come servi dei Tedeschi e carnefici del popolo italiano nella guerra civile.

La seconda è che Mussolini non desiderava riprendere la guida del nuovo governo fascista repubblicano: la cosa è ormai pacifica.

La terza, soggettiva, è che lo fece solo e unicamente per «attutire il colpo» – per usare la sua testuale espressione – in modo che i Tedeschi non scatenassero una feroce vendetta ai danni del popolo italiano.

La quarta, oggettiva – documentata, fra l’altro, da alcune pagine esplicite del diario del dottor Goebbels – è che la decisione di Hitler di puntare ancora sul reinsediamento di Mussolini quale Duce del fascismo repubblicano, anche se motivata dalla assoluta mancanza di alternative credibili (Pavolini, Farinacci) e dall’esigenza di alleggerire l’impegno militare tedesco, almeno nei confronti della controguerriglia, ebbe comunque l’effetto di ridimensionare i piani annessionistici del Reich ai danni dell’Italia. Essi  prevedevano, inizialmente, l’annessione pura e semplice di tutte le Venezie; e l’insediamento di Mussolini a Salò la rese impossibile.

Di fatto, Mussolini non solo considerava temporanea la costituzione delle due «zone di operazioni», delle Prealpi (Bolzano, Trento e Belluno) e del Litorale adriatico (Venezia Giulia e provincia di Udine), ma ancora nel novembre del 1943 faceva presente a Hitler la situazione di Zara, chiedendogli di intervenire affinché cessassero le incursioni degli ustascia croati di Ante Pavelic ai danni del territorio italiano.

Vi è infine una quinta conseguenza, di ordine morale.

Mussolini, specialmente nell’ultima fase della sua vicenda politica, è stato finora presentato dalla Vulgata storica di indirizzo antifascista e democratico come un individuo avido di potere e sostanzialmente privo di dignità, aggrappato ad impossibili sogni di rivincita e disposto ad incrudelire sui suoi stessi familiari (Ciano e il processo di Verona) pur di vendicarsi dei «traditori» del 25 luglio e di compiacere Hitler.

Dai documenti storici emerge, invece, il ritratto di un uomo che non credeva più nella vittoria dell’Asse e, quindi, che sapeva di andare incontro a un tragico destino («per me non saranno possibili gli esami di riparazione», avrebbe confidato in privato); e che, tuttavia, imboccò la strada indicatagli, anzi, impostagli dall’alleato tedesco, soltanto per fare da schermo fra il proprio Paese e la rabbia vendicativa di Hitler.

Di qui la sua stanchezza, la sua intima rassegnazione; di qui la decisione di non intromettersi nella vicenda del processo di Verona, che seguì il suo corso, così come era nelle intenzioni di Pavolini e degli altri «falchi» di Salò.

Solo per qualche mese egli parve riscuotersi e illudersi, per un momento, che l’esperienza della Repubblica Sociale Italiana avrebbe potuto avere un significato non effimero: quando si lasciò contagiare dall’entusiasmo dei fascisti di sinistra e perfino di alcuni socialisti (Bombacci, Silvestri),  i quali volevano spingere per una legislazione del lavoro e per un assetto delle grandi aziende di tipo nettamente socialista.

Ma quando questa speranza cadde, verso la tarda primavera del 1944, e apparve chiaro che, con l’andamento che la guerra stava prendendo e con la invadente sorveglianza tedesca, la Repubblica Sociale Italiana non sarebbe riuscita a tradurre in realtà i suoi ambiziosi programmi sociali, egli ricadde nella rassegnazione e, in sostanza, si preparò ad affrontare la fine.

Si potrà dire che era nella logica delle cose che egli finisse travolto, personalmente e politicamente, nell’immane disastro che aveva provocato trascinando l’Italia in guerra nel 1940 (resta peraltro da vedere se l’Italia avrebbe potuto rimanere neutrale, senza attirarsi l’aperta ostilità dell’alleato germanico).

Non crediamo, però, si possa dire che la scelta di Mussolini di tornare al potere nel settembre del 1943 fu dettata da motivi meschini e bassamente egoistici; ma che, al contrario, a lui vada riconosciuto un elevato sentimento del dovere, indipendentemente dalle colpe di cui si macchiò nel corso della dittatura e dal giudizio, politico e anche morale, che si voglia dare complessivamente sulla sua figura e sulla sua opera.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 14/12/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 08 Dicembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

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